L’oro delle Streghe

L’oro delle Streghe Inquisizione a Venezia Capitolo  I 13 dicembre 1250. Si spegne Federico II di Svevia, imperatore universale del Sacro Romano Impero. La sinistra profezia della sua morte sub Flore si è dunque avverata a Castel Fiorentino di Puglia.A Palermo uno spesso velo di silenzio è calato sulla sfarzosa e lieta corte di un tempo, tace il centro da cui l’Imperatore aveva governato il prospero Regno delle Due Sicilie col sostegno di una burocrazia diligente e sottomessa. Un brivido di perplessità  si è diffuso a tutta la Sicilia: con la crisi dell’Impero essa teme di perdere il vantaggio di sede geografica privilegiata che le consente di esportare in tutto il Mediterraneo merci preziose quali lo zucchero, l’indaco, le pelli, la seta greggia, il cotone e le ceramiche di qualità . Opulento granaio d’Europa in quest’epoca di esplosione demografica, l’isola ha immagazzinato grandi quantitivi di frumento la cui vendita, subordinata agli intrecci commerciali coi Genovesi, potrebbe venire compromessa dai recenti mutamenti politici.Tanta ricchezza da tempo attirava le tenaci ambizioni dei pontefici. Innocenzo IV, col recondito disegno di imporre i suoi diritti sovrani sull’isola, aveva accusato Federico II di essere un precursore dell’Anticristo, aveva reso note le sue presunte simpatie per gli infedeli e sottolineato la sua caparbia insubordinazione alle direttive papali, ne aveva condannato la condotta immorale e denunziato pubblicamente la sodomia. Infine, aveva proclamato a tutte le forze della Cristianità  una solenne crociata diretta a sradicare e cancellare per sempre la dinastia sveva degli Hohenstaufen.Rovinoso fu per l’Imperatore il biennio precedente la sua morte.

Durante l’assedio della città  di Parma un’abile sortita dei ribelli distrugge il suo accampamento; Como abbandona gli imperiali ed entra nella Lega Lombarda; i guelfi bolognesi, nel corso di un acerrimo scontro, sbaragliano a Fossalta le aquile nere degli scudi ghibellini e catturano Re Enzo di Sardegna, il figlio dell’Imperatore, poi imprigionato nel palazzo comunale di Bologna.Sotto questi duri colpi Federico II finì per mostrarsi sempre più diffidente, ossessionato da continui timori di veleni e congiure. Sicchè, vittima insigne delle inquietudini imperiali, cadde sotto giudizio perfino il suo più valente consigliere, Pier delle Vigne, l’abilissimo rètore che in vent’anni di servigi aveva ribattuto colpo su colpo le apocalittiche accuse del pontefice e al mondo intero aveva presentato Federico II nella visione escatologica dell’Imperatore della Fine dei Tempi. Con l’accusa di peculato, Federico II confiscò le ingenti ricchezze che quel capuano di modeste origini aveva accumulato nel corso della sua ascesa politica e dopo averlo accecato lo rinchiuse nella fortezza toscana di San Miniato. Ma Pier delle Vigne preferì il suicidio e si fracassò il cranio contro il pilastro cui era stato incatenato.In realtà  taciti rancori contro l’Imperatore non mancavano, ma provenivano semmai dal popolo, Federico II aveva portato l’Impero sull’orlo del dissesto finanziario, le spese militari avevano superato di gran lunga le entrate e i debiti contratti con i banchieri romani erano arrivati sul ciglio dell’insolvibilità . Una volta la settimana i castelli venivano ispezionati a scopo fiscale e si compilavano rapporti sul numero dei servitori e dei soldati presenti. Particolarmente vessati dalle imposizioni fiscali erano stati i portolani, spremuti fino all’osso e obbligati a tenera conto dei carichi, a verificare i prezzi e a scrivere nei loro registri ogni particolare dei pagamenti ricevuti. In Lombardia si era cercato di massimizzare le entrate tramite i podestà  siciliani insediati nelle città  sottomesse e intanto pesavano sui sudditi le spese tutt’altro che trascurabili necessarie a soddisfare i piaceri esotici e bizzarri dell’Imperatore e a mantenere la sua lussuosa corte di Palermo. Come conseguenza i Lombardi avevano moltiplicato vertiginosamente le controversie fiscali rivolte all’autorità  del tribunale supremo di Palermo, segno evidente del malcontento strisciante e dell’amaro risentimento dei sudditi verso quella affannosa ricerca di fondi.Il Libero Comune di Venezia si era schierato con i guelfi e questo da quando Federico II aveva voluto indirizzare i suoi favori alla rivale città  di Ferrara permettendole l’estensione del controllo mercantile sul sistema fluviale della Lombardia orientale. Venezia, stretta tra la morsa ghibellina della potenza pisana e le trame preparate a Verona dal feroce Ezzelino da Romano, mirava soprattutto a difendere la sua fiera autonomia risalente ben al 697, anno dell’elezione del primo doge.Sulle orme della tradizione orientale del Basileus bizantino, capo insieme politico e religioso, il doge costantemente aspirava a realizzare nella sua figura l’unità  del rex-pontifex, di fatto non sottomettendosi ad alcun potere ecclesiastico esterno. L’adesione alla Lega Lombarda aveva però creato un varco alle interferenze pontificie perciò il Papa, facendo leva sull’alleanza guelfa, era riuscito ad imporre la Santa Inquisizione anche nei territori di Venezia, città  marinara consona da sempre a godere di un clima di cosmopolita tolleranza. Pertanto all’atto del giuramento del nuovo doge Marino Morosini (sei mesi prima della morte di Federico II) era comparsa una norma insolita in cui il doge si impegnava ad eleggere “uomini probi, saggi e cattolici” che indagassero sugli eretici condannando al rogo i colpevoli. Era consuetudine antica che il giuramento prestato prima di entrare in carica, detto promissione, stabilisse una serie di vincoli vecchi e nuovi che avevano l’intento di limitare e circoscrivere il potere dogale. Ma l’ex Duca di Candia, eletto doge a sessantotto anni, aveva dovuto accettare controvoglia quella nuova aggiunta alla promissione, controvoglia perchè la sua famiglia era tradizionalmente sostenitrice delle fazioni avverse al Papato. Comunque, anche se formalmente il Morosini aveva accolto le regole della Santa Inquisizione, aveva fatto in modo di eluderne la prassi arrogando a sè e al voto del suo consiglio la scelta degli Inquisitori di Stato e la decisione sulla applicazione delle pene.In un periodo di reggenza ducale che per il resto trascorreva in prosperità  e ricchezza, ecco dunque l’ombra cupa dell’Inquisizione calare insidiosa sulla laguna con l’incombente minaccia dei suoi orrori.Il che viene a turbare la proverbiale serenità  della gente veneta e non può non mettere in apprensione l’animo ribelle del nostro veneziano:”Libertà  va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.Quella grigia mattina del 13 dicembre 1250, mi affaccio al piano superiore della mia casa in legno e mi sporgo tra le colonnine del balcone coperto che da sul canale.Alto e snello, possiedo una folta criniera castana raccolta alla nuca dal codino e tradisco nel volto qualche tratto orientale a motivo dei miei occhi scuri leggermente disegnati a mandorla. Ho gli zigomi ampi ed il naso diritto, il collo grosso ed una bocca dalle labbra piene.Sono ignaro della morte di Federico II, ci vorrà  del tempo perchè la notizia giunga a Venezia. Guardo in alto. Spio il cielo plumbeo per intuire se promette pioggia. In un attimo, scendo lungo la scala esterna.Indosso una tunica pesante con lunghe maniche strette ai polsi e sottana che arriva alla caviglia; la tunica è bicolore, la meta destra azzurra e la meta sinistra rosso mattone, il cappuccio che copre ampio le spalle è viceversa azzurro a sinistra e rosso a destra; una serie dei bottoni bianchi scende sulla linea di mezzo del torace e un cinturone nero mi strige i fianchi, nero come gli stivali a punta.A piedi, attraverso in fretta gli spazi sterrati del mio Campo, sacrificati tra la svettante facciata in mattoni di S. Maria della Fava e la prepotenza delle case. Le fitte abitazioni lignee, hanno poche e strette finestre, un tetto spiovente coperto di paglia e il piano superiore che sporge sopra le calli fin quasi a toccare la casa controlaterale. Qui, in Campo della Fava, non si vedono certo i palazzi in pietra con cui i nobili sfoggiano potere e ricchezza a ridosso del Canal Grande, il mio è un quartiere artigiano. Il poco spazio sul Campo viene conteso dalle bancarelle che mettono in mostra le fave, per intenderci, i frutti a grosso legume nero che vengono acquistate dai passanti per alimentazione o per foraggio, e come oggetto di magia da coloro che le adoprano per allontanare dalle case i fantasmi.Oltrepasso il canale su un ponticello di legno e bel bello lungo il sestriere di San Marco, percorro le mercerie in terra battuta. Per prima merceria del Salvatore ove costeggio la chiesa romanica; il suo portone è spalancato e di sfuggita posso lanciare un’occhiata all’interno: muri spessi e piccole finestre ne rendono buia e tetra la navata, tozze colonne sormontate da archi a semicerchio reggono un antico soffitto di legno i cui colori han perso ogni lucentezza. Girato l’angolo raggiungo la merceria istriana con le sue stoffe multicolori esposte in vendita sui banconi a cavalletto.Non appena imbocco l’inizio della stretta e lunga Calle Spadaria ecco sullo sfondo uno spicchio della Basilica, una stretta fascia verticale adorna di medaglioni scolpiti. Salgo i gradini che sopraelevavano la Piazzetta dei Leoni e faccio una breve sosta, seduto sul bordo del pozzo ad osservare la Basilica d’Oro.E’ uno spettacolo che toglie il respiro! Edificata intorno al mille sullo stile delle chiese dell’oriente bizantino, ricca di sculture policromatiche e di motivi floreali, la Basilica è un tripudio di cupole dorate le cui rotonde simmetrie comunicano un senso di pace profonda; parrebbe di avere davanti agli occhi, trapiantata a Venezia, una copia del maestoso Apostoleion edificato a Bisanzio da Costantino il Grande. Le mura massicce, interrotte dalla magia colorata di piccole vetrate al centro degli archi, sono sorte sulla reliquia del corpo di San Marco trafugato ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani. Per scongiurarne il furto la reliquia è stata nascosta nella Basilica in luogo segretissimo, talmente segreto che adesso nessuno sa più dove sia.Seduto in cima al bordo del pozzo, fermo lo sguardo dritto davanti a me sui quattro medaglioni della facciata nord della Basilica. Aguzzo le palpebre, socchiudo gli occhi fino a ridurli a sottili fessure, minuzioso osservo le loro figure scolpite nella pietra.Sono dei simboli magici, segni in codice che fanno riferimento a significati smarriti, ricordano e richiamano tutto un mondo nascosto che corrisponde loro su un piano più elevato: maestosamente assiso sulla sfera c’è un pavone che dispiega la ruota dai cento occhi, che significherà  mai?In un altro c’è un leone. Azzanna la spalla di un uomo che lo affronta a spada tratta, altro mistero.Nell’altro ancora un leone beato e sorridente che avanza fra due querce, un uomo lo cavalca suonando il flauto.Questi medaglioni mi rimangono oscuri nonostante tutti gli sforzi del mio intelletto e non mi resta che sperare in una improvvisa rivelazione interiore, la sola che potrebbe fornirmi la chiave per decodificarne l’arcano linguaggio.Intanto, ho già  una traccia. Nel medaglione in basso alla mia destra è scolpito un uomo nudo con la testa girata all’indietro ed il codino sui capelli; costui brandisce in aria una spada sguainata e cavalca un essere mostruoso, una cavalcatura con un solo corpo e due teste, l’una di cane l’altra di ariete. Ebbene ne conosco il significato. Chi me l’ha consegnato? Maestro Bernardo da Treviso, l’architetto zoppo della Basilica d’Oro. Proprio lui. Poco prima di stabilirsi a Zara per la progettazione della cattedrale di S. Anastasia, egli mi rivelò come questo medaglione nascondesse in realtà  tre princìpi magici: il cane che digrigna i denti rappresenta il “Sale”, l’ariete rappresenta lo “Zolfo” e l’uomo con la testa curiosamente girata il “Mercurio”.Indietro nel tempo rivedo il volto squadrato di Mastro Bernardo e odo la sua calda voce che mi ronza nelle orecchie biasimando l’impazienza del mio carattere frivolo e fin troppo estroverso:”Come nella giusta stagione il contadino semina sotterra il granello dorato del frumento, lo innaffia di giorno in giorno, e con pazienza attende che il seme muoia affinchè possa germogliare e portare molto frutto, così tu altrettanto assiduamente… senza fretta… dovrai coltivare nel tuo recinto interiore l’immaginario della Stregoneria”.Ebbene sì, mi diletto di Stregoneria! Nel novero di quei veneziani d’animo indipendente, impertinenti al punto di rinunciare alla vita tranquilla in favore della tanto cara libertà , or dunque figuro anch’io: Petrangèsio… Mago Vanesio, nella vita artigiano di mestiere e mosaicista della Basilica d’Oro.I miei precedenti sono già  abbastanza conditi per collocarmi in vago sospetto agli occhi dell’Inquisizione. Purtroppo, sopra il grosso collo, la mia bocca carnosa è perennemente smaniosa di parlare con tutti e di tutto e, quel che è peggio, non mi è facile trattenermi nemmeno davanti agli argomenti più proibiti. Così sono vittima predestinata della mia innocente passione per le ciacole, amo chiacchierare per ore ed ore senza stancarmi, acuto e spiritoso nei giochi di parole e nell’evocare all’occasione la celata saggezza dell’umorismo. Comunque sia, le doti di brillante parlatore mi hanno reso simpatico alla gente e nella rete delle mie conoscenze figurano persone di ogni età  e condizione, dagli umili pescatori ai gioiellieri di Rialto, dai giovani manovali ai nobiluomini, dalle cameriere ai mercanti d’Oltremare. Curioso fuori misura, sono attirato morbosamente da tutti gli avvenimenti mirabili, straordinari o soprannaturali e bramo stringere amicizia con i soggetti più strani apposta per udire ogni volta un nuovo eccitante racconto.La smania di conoscere è una passione che risale alla mia infanzia quand’ero solito passare il tempo sul molo ad ascoltare i marinai di ritorno dall’Oriente, storie qualche volta vere e qualche volta inventate ad arte per sbalordire la mia vulnerabile fantasia di fanciullo. Gli ambienti e i personaggi di quei racconti si coloravano di emozioni e prendevano vigore per dimorare nel magico mondo dei miei sogni ad occhi aperti. Quando si giocava alla guerra fra bande di ragazzini il mio eroe preferito era l’Imperatore dei Mongoli, il famoso conquistatore Tartaro che alla testa della sua mobilissima ed invincibile cavalleria aveva messo insieme il più grande impero mai esistito, esteso da un confine all’altro della terra. Non sapevo che il suo nome fosse Gengis Khan: a dieci anni suo padre era stato avvelenato ed egli era entrato al servizio di un potente sovrano della Mongolia, poi quel piccolo orfano era cresciuto e aveva riunito sotto di sè le battagliere tribù mongole, si era scagliato in una furibonda battaglia contro le sue tribù convertite al Cristianesimo, e di conquista in conquista aveva sottomesso la Cina e sconfitto i russi.Oggidì domino egregiamente la piazza, aggiornato su tutto ciò che si dice dentro e fuori città , e si può ben dire che pochi in Piazzetta dei Leoni siano informati quanto me intorno ai più remoti ed insoliti argomenti. Per di più, quasi che d’istinto sapessi leggere le sorti, m’è capitato più d’una volta di predire avvenimenti che si sono puntualmente avverati, sicchè le dicerie della gente hanno finito per attorniare la mia persona di un certo alone di magia. E devo ammettere che tempo fa, quando l’Inquisizione ancora non c’era, l’idea che la gente mi ritenesse un po’ stregone non mi dispiaceva per niente, anzi mi divertiva. Tanto che volentieri approfittavo della credulità  altrui, proprio così, come quella volta con la tecnica oracolare della piramide cabalistica quando fornii ad una ragazza, ma solo dopo un lungo e approfondito studio dell’anima, il numero esatto del giorno e del mese in cui avrebbe incontrato l’uomo delle sua vita. Ovviamente allo scadere del giorno fatale mandai all’abbordo un ragazzo scelto nella nostra allegra compagnia e opportunamente istruito su come assecondare i lati più riposti dell’indole della ragazza. Eh, per certi aspetti sono un po’ burlone e rientro nella categoria di coloro che sono pronti allo scherzo ogni qualvolta se ne presenta una buona occasione ed il fine è pur sempre quello, farsi onore davanti agli amici più scapestrati; ripagato dai veneziani col nomignolo di Mago Vanesio.Scherzi a parte, confesso che in verità  pratico la magia Ecatea nei tre mondi dell’Ecate nera con la frusta, Ecate bianca con la spada ed Ecate rossa con la torcia. In pratica do vita all’incantesimo visualizzando l’oggetto del mio desiderio, affermandolo con una frase e concentrandomi sulla sensazione dell’energia; della vera magia Ecatea, quella per manipolare gli altri, parlerò più oltre… Spiegherò anche l’anatomia occulta del Caduceo e i sette cancelli magici che si aprono solo con le domande: Perchè? Quale? Come? Chi? Cosa fare? Dove? Quando?E dire che già  da un pezzo avrei dovuto mettere la testa a posto, sono nato a Venezia nel 1222 ed ho 28 anni, anche se non li dimostro, sia per il mio aspetto giovanile sia appunto per i miei modi da eterno ragazzino.Malauguratamente con il funesto avvento dell’Inquisizione le cose sono cambiate di brutto e mio malgrado sono costretto a mettere a freno l’innata spensieratezza. Fatalità  ho smesso di scherzare, massimamente perchè mi ritrovo a dover custodire tra le mani un gravoso segreto che nessuno, proprio nessuno, deve assolutamente scoprire.Un nugolo di bambini laceri e scalzi invade la Piazzetta dei Leoni, mi assale, mi ronza intorno, schiamazza ponendo fine alle mie meditazioni sui quattro medaglioni della Basilica. Salto giù dal bordo del pozzo e proseguo per la mia destinazione, imbocco un ponticello, percorro una stretta Ruga e un vasto Campo, sorpasso un altro ponticello, rallento e cammino lungo il canale delle Fondamenta.Eccomi davanti S. Giorgio dei Greci, la chiesa greco-ortodossa tutta tappezzata all’interno da icone d’intensa e straordinaria bellezza. Appena dopo il suo campanile scorgo degli operai intenti a sgomberare le macerie di una torre diroccata. Con aria interrogativa mi rivolgo a uno di loro, è un mio caro amico, un sedicenne dagli occhi chiarissimi; lo interrompo mentre sta caricando mattoni su una carriola di legno:”Ciao Rafael, che è successo?»Il ragazzo solleva l’ovale perfetto del suo volto e lascia cadere sul mucchio il mattone che ha fra le mani:”E’ crollato il piano superiore, la torre era vecchia come la Torre di Babele».”Di nuovo il crollo di un edificio in pietra! C’era dentro qualcuno?»”Sì un condannato, un eretico di nobile famiglia con il suo guardiano. Abbiamo estratto il cadavere del guardiano. L’eretico invece era sepolto vivo sotto le macerie, siamo riusciti a trarlo in salvo», sottolinea con un sorriso.”Prima dell’arrivo dell’Inquisizione non si sentivano neanche nominare e invece adesso… sembra che la città  pulluli di eretici da ogni parte».”Ma è vero, basta girare l’angolo e zac alla prima locanda trovi il covo» e riprende a caricare i mattoni sulla carriola.”Quale locanda?» chiedo irrequieto.Si ferma e mi fissa con i suoi luminosi occhi celesti, ho la sensazione che possa leggermi nell’animo e distolgo lo sguardo nel timore di fargli intuire le mie intenzioni.Rafael bisbiglia piegando in avanti il busto:”Il Mastino di Khorassan è il ritrovo degli stregoni di Grecia. Ho sentito dire che per riconoscersi fra loro portano una benda nera sul capo».Il Mastino di Khorassan… ecco l’informazione che attendevo con ansia, ci vado subito senza perdere altro tempo.Lungo la Calle mi precipito in Salizzada dei Greci e laggiù, in fondo alla via trovo appesa l’insegna della mia locanda, un cane nero su una tabella viola.La locanda ha per struttura portante un’ossatura di pali che dà  stabilità  alla costruzione, mentre un muro di mattoni e terra secca mista a gesso riempie gli spazi quadrati, rettangolari e triangolari, che l’impalcatura delimita. Le piccole finestre sono un mosaico di vetri colorati uniti da una grata di strisce di piombo. Il piano superiore sporge sopra il pianterreno per dare riparo in caso di pioggia e su un angolo dell’edificio si proietta in fuori una piccola sala accessoria dotata di un proprio tetto, appuntito come il tetto principale e sormontato da una bandierina viola. Noto sulla bandierina un cerchio con ai lati due falci di luna )O(Oltre la soglia vengo investito da una ventata d’aria calda, carica dell’odore del pesce che cuoce per il pranzo di mezzogiorno. Tra la chiassosa baraonda dei marinai cerco subito qualcuno che porti sul capo la benda nera. Un uomo da solo sul tavolo all’angolo è intento a mangiare con incredibile voracità , strappa con i denti grossi brandelli di carne mentre tiene con le mani le estremità  dell’osso. Potrebbe avere su per giù la mia età . Ha la veste lunga, la barba corta e riccia, la carnagione appena scura e gli occhi grandi ed espressivi, si vede lontano un miglio che è un greco. I capelli neri ricci e lunghi sulle spalle sono cinti sulla fronte dalla fatidica benda nera.Ostrega, l’eretico!Mi guardo bene intorno e controllo se ci sia per caso qualcuno che mi conosce. Nessuno. Bene, allora con andatura sciolta e disinvolta porto due coppe colme di vino al suo tavolo, la mia invadenza trova giustificazione nel fatto che i posti liberi a sedere sono pochi.Mi siedo e inizio a parlargli cordialmente:”Benvenuto a Venezia, amico».Egli non mi degna di uno sguardo e continua a fissare la sua enorme bistecca al sangue, più cruda che cotta.Proseguo:”E’ per me un vero peccato ignorare la tua lingua, io so che tra i greci v’è una così illustre serie di grandi poeti, basti nominare Virgilio, Orazio…».Il greco esibisce una leggera smorfia. Faccio una breve pausa in attesa di risposta ma egli non dice nulla.Mi gratto il collo e aggiungo avvicinandomi al suo orecchio:”Mi trovo nella necessità  di tradurre un papiro greco in mia custodia. Intendo proporti il lavoretto di traduzione, non hai che da fissare il prezzo, guarda che sono disposto a ben pagare…».Il greco alza finalmente gli occhi e mi scruta con aria diffidente, ma subito ricomincia imperterrito a succhiare l’osso.”Eh eh, anche i sordi sentono suonare l’argento. La traduzione è un lavoro facile, anzi facilissimo, tu leggi e io scrivo, devi solo avere un po’ di pazienza, sai… io scrivo molto lentamente. Però alla fine ti porterai a casa un bel gruzzoletto, credimi è proprio un affare d’oro», detto questo per un po’ non mi azzardo ad importunarlo, lo lascio finire di mangiare.Sono già  arrivato al nocciolo della questione e ancora non so se intenda o no la mia lingua… di solito gli eretici sono gente istruita, spero tanto che questo non sia un analfabeta.Appena finisce di azzannare il cibo afferra il vino che gli ho offerto e senza staccare la bocca dal calice lo tracanna d’un sol fiato fino all’ultima goccia, si asciuga le labbra e finalmente mi fa udire la sua voce, in un veneziano dal pesante accento greco:”Di che tratta?»”Tratta di Stregoneria» accenno candidamente strizzando l’occhiolino e cercando di cogliere qualche segno d’intesa nella sua espressione.”Mhm».”Arabeschi, più o meno arabeschi – dissimulo agitando in aria le dita -. Non ha importanza se non ne intenderai il senso, mi basta la traduzione letterale. Ma tu sai leggere bene?»”Certo, ho letto e riletto gli Inni di Orfeo e come me, ben pochi li conoscono tutti a memoria», replica secco.Faccio un sospiro di sollievo e sfodero sulla punta delle labbra un sorriso pieno di soddisfazione.Non soltanto costui sa leggere ma addirittura è uno dei rari che abbiano letto qualcosa di diverso dalla Bibbia, conosce a memoria un libro di inni che sfugge al monopolio letterario della Chiesa; lo sapevo, lo sapevo, gli stregoni sono spesso degli eruditi, è proprio l’uomo che fa al caso mio, anche se a dire il vero… continuo a percepire questa sua manifesta ritrosia e scontrosità .Entrambi continuiamo a pesare ad una ad una le parole e non facciamo altro che studiarci a vicenda, io non intendo certo rivelargli il mio nome o il mio lavoro, nè il greco d’altra parte mi fornisce alcuna notizia sul suo conto, non si sa perchè sia a Venezia, nè da dove venga o dove sia diretto.Poi, con un cenno il greco chiama al tavolo l’oste tarchiato che è apparso dietro il banco, anche lui è un connazionale e porta la benda nera sul capo. Il mio commensale gli parla in greco, paga il conto e gli consegna una lettera con dei vistosi sigilli in cera.Infine il greco mi guarda negli occhi e conclude:”Tradurrò il tuo papiro. Vieni da me fra un’ora. Mi sta bene di leggere qualcosa di nuovo, anche se non ne avrei il tempo… ho fretta di ripartire da Venezia».Premura ne ho anch’io, da più di un mese corro dei rischi non indifferenti col sobbarcarmi la custodia e le incognite del prezioso documento. Il Papyrus di Micca, stilato dalle streghe a dire del libraio, è un trattato scampato miracolosamente all’incendio appiccato dai primi cristiani alla grandiosa Biblioteca di Alessandria, ricca di più di 100.000 volumi. Sfogliandolo nella libreria del mio sestriere vi avevo scorto delle figure di alambicchi sormontati dai segni magici dell’oro per cui ho sottoscritto una cambiale senza interessi e l’ho acquistato prima che venisse sequestrato dall’Inquisizione e finisse definitivamente bruciato.Come mai un artigiano come me sa leggere e scrivere? Quattordicenne, ho fatto un anno di novizio in un convento di frati. Sì, è così. Però scaduto l’anno di rito, una settimana prima di pronunciare i tre voti di obbedienza povertà  e castità  sono scappato dal convento a gambe levate. Sarò pure un prete mancato, ma almeno so leggere e scrivere in volgare. Il latino? No, non ho fatto in tempo a studiarlo e tanto meno il greco. Purtroppo a questo mondo gli unici che sanno leggere il greco fanno parte del clero, cosicchè non è facile, in tempi di Inquisizione, trovare qualcuno disposto a tradurre un testo proibito.Ma io ho scovato un personaggio affidabile in questo paganus Orpheus. Il fatto che egli sia uno stregone mi dà  un consistente margine di sicurezza perchè equivale alla garanzia di non venir denunciato: è logico, fra stregoni non ci si denuncia. E già , perchè oramai devo abituarmi anch’io a portare l’etichetta di stregone, benchè, devo specificare, ciò cui miro non sono le contorte introspezioni magiche di Mastro Bernardo. Al diavolo la mia biasimevole impazienza e la semina del contadino, ho altri obbiettivi per la testa e tutt’altro che frivoli. Certo, grazie al Papyrus di Micca conto di riuscire a decifrare tutti e quattro i medaglioni magici della Basilica d’Oro ma non intendo accontentarmi di questo. Conosco fin troppo bene l’ostinata puntigliosità  del mio carattere e so come essa sia capace, pur d’ottenere lo scopo, di condurmi a sfidare anche il mortale pericolo dell’Inquisizione. Nel novero dei mosaicisti della Basilica sono quello che ha l’incarico di fondere usualmente l’oro per farne lo sfondo dorato dei mosaici e così a forza di veder scorrere sotto i miei occhi quel metallo nobile e lucente ho finito per bramarlo avidamente, più di ogni altra cosa al mondo.L’arte della magia mi consegna nelle mani una fantastica opportunità , non intendo per niente lasciarmela sfuggire e pur di realizzarla sono pronto a venire a patti anche col demonio: voglio fabbricare l’oro! Oro a palate! Troverò il modo di produrlo magicamente. Che me ne importa se sarò costretto a vendere l’anima, in cambio del commercio col diavolo diventerò ricco e straricco. L’inferno è dopo morti, il paradiso sarà  invece per me un luogo sulla terra: andrò a fare la bella vita nella Contea di Provenza, potrò circondarmi di lusso e belle donne.Perchè non mi accontento dell’onesto, di quel po’ di positivo che ho costruito nella mia vita? Sì d’accordo, sono stimato e rispettato all’interno della mia Corporazione ed il salario di artigiano addetto ai mosaici è sicuramente superiore a quello di un semplice manovale, ma non posso certo affermare di nuotare nell’oro. La magia invece mi permetterà  di raggiungere possibilità  economiche superiori a quelle di un agiato nobiluomo. In effetti, ragioniamo seriamente, per un artigiano esiste forse alcun mezzo lecito per ottenere la ricchezza?E’ poco probabile che mi scoprano. Ai Provenzali non verrà  in mente di indagare l’origine dei miei acquisti smodati nè ai veneziani di sospettare una mia attività  di falsario; non lascerò alle spalle alcuna prova contro di me, dacchè di notte, di nascosto, potrò usufruire della fucina del nostro stesso laboratorio di mosaicisti. E’ un rischio calcolato che vale la pena di correre, ho ben studiato il mio piano.E’ giunto il momento di rompere gli indugi: accetto il patto col demonio!All’appuntamento col greco vado per prudenza senza il papiro. In sua vece, forte del motto in vino veritas sto portando con me una piccola damigiana di vino, confido in tal guisa di sciogliergli la lingua.La sua reticenza insospettisce un po’, non intendo fidarmi subito ciecamente, è preferibile continuare a sondarlo ancora. Gli avevo proposto di vederci nelle isole della Giudecca, ma ha voluto per forza scegliere lui il luogo dell’incontro, la camera che ha affittato al piano superiore dell’albergo al Pellegrino.Da Piazza S. Marco costeggio le Fondamenta lungo il canale alberato, oltrepasso baldanzoso il ponte e supero con passo elastico le rivendite dei macellai assiepate lungo la Frezzeria.Dopo il Campo striscio sotto la facciata della Scuola di S. Girolamo nota anche come Scuola della Buona Morte in quanto i suoi membri hanno il funesto incarico di accompagnare i condannati a morte sul luogo dell’esecuzione. Mi tocco le palle in gesto scaramantico. Assai più della morte temo l’in pace, formula infida che cela la condanna ad essere murati vivi in una strettissima cella di pietra, stesi sui propri escrementi ad attendere il pane e l’acqua dall’unica fessura sulla parete.C’è nell’aria di che stare all’erta. Gli Inquisitori spiano le minime mosse dei sospetti come un nugolo di avvoltoi volteggianti: compiono larghi giri sulle teste dei malcapitati in attesa di sfiorare a volo radente la vittima predestinata, farle udire il sinistro fruscio d’ali della morte e al momento opportuno, piombare a strappargli la lingua e gli occhi. Poi comincia il lugubre banchetto e a turno gli avvoltoi ficcano la testa nel posteriore della vittima, vi allungano il collo spennacchiato e tirano fuori col becco le budella.Con la testa nel buco del culo, come gli struzzi con la testa sotto la sabbia, gli Inquisitori riescono nonostante tutto a non vedere la loro crudele violenza e a giustificare la sopraffazione di esseri umani che semplicemente la pensano in modo diverso. Sicchè, quando devono eseguire le condanne, consegnano gli eretici al braccio secolare che spande in loro vece quel sangue di cui gli Inquisitori hanno sacro orrore di macchiarsi.All’una e mezza in punto come d’accordo sono già  sul luogo destinato. La corte è piena della spazzatura e dei rifiuti gettati dalle porte e dalle finestre. L’alloggio del greco è al primo piano, in cima ad una lunga scala esterna che sporge sulla facciata in legno dell’albergo al Pellegrino. Alla base della scala, come in tanti edifici veneziani è scolpita sul ceppo la ruota della fortuna.Immagine profana oltremodo di buon auspicio, essa mi ricorda le scadenze del tempo necessario in stregoneria al compimento delle operazioni magiche: finalmente è arrivato il mio momento, tra non molto pagherò la cambiale con le briciole del mio oro, ancora quel mezzo giro di ruota e dal basso verso l’alto la fortuna mi catapulterà  negli agi, tra gli uomini ricchi e potenti!Sono euforico e benchè gravato dal peso della botticella salgo la scala a grandi passi, trovando subito a sinistra la camera del greco.Busso, nessuno apre.Forse prima di aprire il greco vuol sentire la mia viva voce.Busso di nuovo e grido:”Ehi greco, apri! Sono io, non c’è nulla da temere».La porta si spalanca all’improvviso, impallidisco. Cinque sbirri vestiti di nero mi fissano dall’interno affollato della camera. Resto di sasso.Dunque il greco era una spia, dov’è finito quell’infame?Lo sbirro che ha aperto la porta mi afferra bruscamente per un braccio e mi trascina dentro. La camera è completamente a soqquadro, stanno cercando qualcosa e hanno sventrato anche il materasso di paglia.Scorgendomi paralizzato dalla paura, il loro capo esordisce ironicamente:”Complimenti per la puntualità , aspettavamo con ansia la tua visita di cortesia, ma guardate che gentile… ci ha portato del vino il buon vignaiolo!».Però deve lottare energicamente per togliermi dalle mani la botticella, al che gli altri sbirri scoppiano in una fragorosa risata.Devo subito escogitare un alibi, anche se il greco ha fatto la spia gli sbirri non hanno in mano la prova, il Papiro di Micca.Raccolgo tutto il fiato che mi è rimasto soffocato in gola e replico tremando come una canna:”Il greco… giuro l’ho visto oggi per la prima volta, l’ho incontrato alla locanda, gli piaceva tanto il vino veneziano che ho pensato di… lo vedete voi stessi, sono venuto a vendergli questa botticella di buon vino, viene dal mio sotterraneo».”Ottimo, sei in arresto».”Perchè?», protesto.”Sbattetelo al fresco!», due di loro si precipitano, mi legano le mani e mi trascinano verso la scala.Ho appena il tempo di voltarmi a fissare la botticella del vino e replicare scalpitando:”Ehi, ehi, la porto con me al fresco: nei sotterranei del Palazzo si conserva meglio», terminando la frase con tono distaccato.Si va al Palazzo Ducale, i due sbirri mi tengono a braccetto, camminano frenetici in mezzo alla gente, a passi larghi e rumorosi, giunti al portico bizantino dell’ingresso scambiano messaggi con le guardie, mi scortano attraverso corridoi sontuosi affollati da nobili che vanno e vengono, entriamo infine in uno stanzone enorme, equivalente in ampiezza ad una piazza, ma è vuoto non c’è proprio nessuno.Gli sbirri si bloccano bruscamente, ricevo ordine di sedermi nell’angolo.Non avevo mai messo piede in questo immenso salone, lungo duecento piedi e alto almeno cinquanta. E’ la Sala del Maggior Consiglio, centinaia di sedie vuote occupano ogni spazio ricavabile. Ammiro con stupore le decorazioni dell’imponente soffitto… sbalordito per la grandiosità  degli affreschi alle pareti laterali, ma soprattutto intensamente colpito dalla maestosa ampiezza di questo ambiente illuminato a giorno da altissime finestre. A bocca aperta muovo lo sguardo in alto e a destra e a sinistra.Echeggiano dei tacchi. Si ferma trafelato davanti a me un nobile mai visto, ha una sopravveste ampia, aperta sul davanti, provvista di maniche larghe e lunghissime, ornata di ricami e foderata di pelliccia. A confronto la mia sbiadita tunica bicolore, azzurra e rosso mattone, evoca tutta la distanza sociale che ci divide.Costui mi squadra attentamente da capo a piedi:”Gli abiti colorati non ti sono consentiti».E ordina agli sbirri:”Perquisitelo!».I due frugano dappertutto la tunica, ma non trovano nulla.Il nobile scompone i lineamenti per il disappunto e urla:”Dov’è lo scritto!»”Quale scritto?»”Sei duro di legname? La lettera, dov’è la lettera…», insiste con impazienza.Sono scombussolato, tutto mi appare incomprensibile:”Come? Non capisco che… Una lettera, io non ne so niente».”Avanti, dimmi dove l’hai nascosta».”State sbagliando persona».Il nobile se ne va in fretta facendo un gesto di stizza con la mano, come per mandarmi al diavolo.Giunto a metà  del grande salone deserto si ferma come per un ripensamento, si gira verso gli sbirri e strilla:”Gli avete sequestrato del sale?»”No, signore», rispondono solerti.Appena scompare alla vista domando agli sbirri chi fosse colui, ma quelli non si degnano manco di rispondere, mi sollevano per un braccio e dall’immenso salone mi spingono attraverso uno stretto pertugio, tanto angusto, che vi può passare solo una persona alla volta ammesso che vi si immetta di sbieco. Il pertugio conduce ad un corridoio buio e tetro, seguono delle ripide scalette che scendono al piano sottostante, poi altra rampa a zig zag e altro piano, calcolo che siamo al piano della Loggia. Scendiamo una decina di gradini, giriamo l’angolo, altri dieci gradini più in giù. Causa la scarsità  di luce cammino sempre più tentoni, sui gradini viscidi di muffa e umidità  a un tratto scivolo… ma con uno scatto dei riflessi ritrovo l’equilibrio, per un pelo non ruzzolavo dalle scale.Ecco le prigioni. Nell’imboccarne il corridoio, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali, percepisco un odore di putredine e mi assale a colpo l’impulso di vomitare. Il camminamento abbraccia esternamente una decina di celle, è poco più largo di tre piedi e se allungassi il braccio in alto potrei quasi toccarne la volta.Ma che succede! Si scende ancora. Ancora più giù?Cinque gradini, dieci gradini. Siamo al livello del mare, il pavimento del corridoio è lì lì, massimo una ventina di centimetri più in sotto della superficie dei canali.Attraversiamo un camminamento che si inoltra nel labirinto. Le porticine delle celle sono alte solo sette piedi, le hanno studiate apposta per costringere il prigioniero a piegarsi a metà  quando esce, un espediente che gli impedisce di attaccare frontalmente i suoi guardiani.Siamo a destinazione, ci fermiamo in una guardiola. Sul tavolo vedo sparsi numerosi sacchetti di sale, probabilmente frutto di un illecito commercio e sequestrati in qualità  di merce soggetta al monopolio di Stato della Camera del Sal.Inizia a piovere, attratto dall’improvviso ticchettio della pioggia sul vetro alzo lo sguardo in alto verso le due strette finestre orizzontali. Fino ad un momento prima ero stordito e offuscato da un mulinare di idee confuse ma ora, in questa breve attesa, la mia testa comincia a lavorare con estrema lucidità  e improvvisa si affaccia sul baratro una certezza agghiacciante: i Pozzi.Erano i Pozzi delle prigioni speciali, destinate a coloro che fossero passibili della pena di morte, più che prigioni nell’immaginazione della gente erano delle vere e proprie tombe.Arriva Cengio. I due sbirri mi consegnano nelle sue mani. Una vicina torcia appesa al muro mi consente di rimirarlo con curiosità , tanto è grottesco. Pancia laida sporgente e grandi mani ciondolanti, testa completamente rapata con orecchino infilato all’orecchio sinistro, profonde e nere occhiaie intorno agli occhi, e sul viso una specie di sorriso ebete e sardonico disegnato dalle rughe. Cengio mi invita a seguirlo. Senza scomporsi mi conduce alla cella, apre la porticina in legno, apre quella in ferro e fa cenno con la testa di inchinarmi per entrare. Esito, lo guardo in faccia ancora una volta e oltrepasso la soglia.C’è qualcuno dentro la cella e appena gli occhi si abituano all’oscurità  riconosco il greco disteso sul tavolaccio.”Spia!», gli grido con impeto.Il greco si alza di scatto e mi si avventa contro, mi sbatte con le spalle al muro, afferra il collo e stringe le mani per strangolarmi:”Veneziano di merda!».Lo prendo per i capelli fin quasi a strapparli, ma non molla. Mi sento soffocare… gli ficco i pollici in bocca, li uncino e tiro ai due angoli delle labbra stendendo con forza l’orifizio, la sua espressione si muta in una maschera di dolore. Cede, riesco a liberarmi dalla morsa. Il greco prende allora a tirarmi calci con gli stivaletti da caccia. Paro i colpi. Gli afferro una gamba e lo sbilancio. Si accascia in terra, rimane immobile e muto, seduto sul legno del pavimento.Mi pulisco la veste con la mano e commento con freddezza:”Quando ti hanno acciuffato potevi risparmiarti di tirarmi in ballo».”Di te non ho parlato. Semmai la spia sarai tu – e si rialza in piedi puntandomi contro l’indice -. Tu mi hai denunciato!».Sbalordito, replico in tono conciliante:”Ma sei impazzito? Io una spia! In giro sapevano tutti del vostro covo segretissimo. Se siamo qui tutti e due, la spia non può essere uno di noi».Anch’egli accenna un tono accomodante e si alza per sedersi sul suo tavolaccio:”Gli sbirri avranno pattugliato la camera dell’albergo per attendere l’arrivo di complici. Se hanno preso anche te non è colpa mia».Resto in piedi, muovo nervosamente le dita e dopo una breve pausa riaccendo la lite esplodendo a voce alta:”Ma di sicuro tu hai parlato con qualcuno del mio manoscritto e quel qualcuno ci ha denunciati, nessuno sapeva del mio papiro, nessuno!», e tiro con rabbia un pugno contro la parete.”No! No! Immaginarsi se vado a parlare in giro del tuo papiro del cazzo!».Mi siedo sul mio tavolaccio:”Spero sia vero, comunque adesso sospettano anche me e soltanto per aver frequentato uno stregone».”In tutta questa faccenda la stregoneria non c’entra».”Come no, è inutile cercare di nasconderlo, – indico a braccio teso la sua testa – so benissimo che quella benda nera è il vostro segno di riconoscimento».”O Numi, i veri motivi del mio arresto sono politici. Qualcuno è stato pagato dal governo per consegnare accuse di eresia al Tribunale dell’Inquisizione, ma si tratta solo di un espediente per farmi fuori più alla svelta. Sono un nemico dei veneziani», ribatte.”Ma allora tu sai chi è stato a fare lo spione?», lo incalzo.”No!», risponde secco.”Se le cose stanno così non lo sapremo mai, il nome di chi sporge denunzia alla Santa Inquisizione rimane segreto per regola. E’ vano sperare che lo dicano».”A che gioverebbe saperlo oramai, – aggiunge in tono amareggiato – uscire da qui è impresa più ardua che uscire dal Labirinto di Cnosso».Mi concedo una pausa di ripensamento e cerco di fare un po’ di ordine nella mia mente sconvolta: se voglio salvare la pelle mi conviene lasciar perdere ogni inutile ostilità  e mostrarmi suo amico, solo così potrei convincerlo a giurare il silenzio sul manoscritto di Micca.Cerco di consolarlo:”Non è detta l’ultima parola… come hai detto che ti chiami?».”Zagreo».”Ascoltami Zagreo, il momento decisivo sarà  l’interrogatorio, a quel punto potremo tagliar la testa al toro con i trucchi dell’arte retorica!», con entusiasmo.”Tagliare la testa al toro? Ma di che parli… del Minotauro?»”E’ un modo di dire veneziano, significa togliere di mezzo gli ostacoli e porre fine risolutamente ad una questione».”Che stranezze».”Viene dalla cerimonia del Giovedì Grasso».”Mi pareva, i veneziani hanno in mente solo il Carnevale», aggiunge acido e continua a fissare la nuda parete.”E’ una vecchia storia. Inizia un secolo fa quando Ulrico di Treffen, Patriarca tedesco di Aquileia e gran devoto dell’Imperatore, se la prese a morte per via di una bolla papale che assegnava tutta la Dalmazia al Patriarca veneto di Grado. Ulrico di Treffen assalì Grado mentre i Veneziani erano impegnati nella guerra contro i Ferraresi, ma prontissimo il Doge sbarcò in armi, catturò il Patriarca nemico e lo condusse prigioniero a Venezia, assieme a dodici canonici».”E allora?».”Per chiudere la disputa e tornarsene in Friuli quei tedeschi furono obbligati ad un umiliante riscatto: un toro e dodici maiali.Ecco che da quella volta la celebrazione della vittoria segue ogni anno lo stesso rigido rituale. Il Giudice, di fronte al toro e ai maiali schierati nella Piazzetta, emette la condanna capitale e ne affida l’esecuzione ai fabbri agghindati a festa con ghirlande bandiere e trombe. Un nerboruto rappresentante della corporazione si fa avanti con la sciabola. E’ un momento di grande trepidazione. Il toro scalpita al centro, trattenuto da una corda. Il fabbro si concentra, sferra un colpo violentissimo e taglia di netto la testa al toro. La folla grida eccitata e applaude la testa che rotola sanguinante mentre la spada si ferma giusto a un palmo da terra».”Quest’anno metteranno te al posto del toro», commenta il greco abbozzando una risata sarcastica mentre si distende nel suo letto.La nostra cella, a parte i due stretti tavolacci sui sostegni di pietra, non contiene altro mobilio che un secchio di legno nell’angolino destinato ai bisogni corporali. Grossi lastroni di marmo formano le pareti che danno sul corridoio mentre le pareti confinanti con le altre celle sono probabilmente di mattoni, il tutto è comunque rivestito in legno. La cella non ha finestre, ma appena sopra la porticina c’è la nostra unica sorgente di luce, un buco rotondo largo una spanna e dotato di inferriata a croce.Il greco si sta a poco a poco calmando. Dalla sua posizione stesa solleva in aria il dito e indica sulla parete, all’altezza di poco più di un metro da terra, una specie di ferro di cavallo del diametro di circa 12 centimetri.Sporge con i due estremi paralleli:”A che serve?».Mi preoccupo di non spaventarlo, non vorrei gli venisse voglia di spifferare tutto, papiro compreso, e invento lì per lì una frottola:”Ah quello, serve per legare i polsi ai prigionieri quando devono frustarli», accenno in tono evasivo.In realtà  conoscevo benissimo la sua orribile applicazione.Il prigioniero veniva fatto sedere su uno sgabello, con le spalle appoggiate al muro e con il collo bloccato entro il ferro di cavallo. Sotto il mento si faceva passare un nastro di seta e i suoi due capi venivano infilati in un anello fissato alla parete. Attraverso l’anello il nastro di seta poteva scorrere agevolmente mentre veniva avvolto su di un marchingegno a ruota portato dai carcerieri. La trazione, causava lo strangolamento del condannato.Pesanti e interminabili silenzi seguirono nelle ore successive.Calma tediosa.Un’atmosfera greve di lamenti taciuti.Ancora silenzio…Sento un peso sullo stomaco, mi manca un po’ l’aria.Niente.Non abbiamo più nulla da dirci.E sì… parlare di che cosa? Il peso sullo stomaco, l’aria che mi manca? Ma no.Non abbiamo proprio niente da dirci.Tanto…Qui non succede nulla, è tutto così immobile.Stesi sui nostri giacigli con le mani dietro il capo evitiamo perfino di incrociare lo sguardo, ma col mio carattere questo mortorio è sempre più insopportabile, non ce la faccio più, la tensione è insostenibile.Mi decido a rompere il ghiaccio:”Come mai sei tanto nemico dei veneziani?».Zagreo solleva la schiena dal tavolaccio, si mette a sedere e risponde con un ruggito di orgoglio:”Sono un greco di Candia. Dacchè è caduta Bisanzio più di trecento famiglie veneziane sono sbarcate a spolpare l’isola e a noi greci, messi da parte in ogni cosa, non resta che fare i servi dei vostri feudatari. Questo ti basta?».”Ve lo siete voluto: quel vostro degno imperatore, Manuele Comneno, in un sol giorno fece arrestare tutti i veneziani di Bisanzio, per confiscarne gli averi ovviamente, e poi – mi sforzo di concludere in tono pacato – qualche anno più tardi permise che la follia dei greci massacrasse tutti i latini della città ».Zagreo sbatte le palme in uno schiocco secco e alza il tono:”I bambini e le donne che i latini hanno fatto schiavi, vili scorribande su coste indifese. L’odio greco è antico…».”E’ inutile rispolverare vecchi rancori, – continuo senza scompormi – in fin dei conti, piuttosto che i Mamelucchi è meglio il dominio veneziano. Greci e Veneziani si somigliano: una la faccia, una la razza; non è il vostro proverbio?».Si alza in piedi irritato:”E no! Ti sbagli di grosso. Greci e veneziani sono ben diversi e da sempre in lotta l’uno contro l’altro, fin dai tempi della guerra di Troia».”La guerra di Troia? Ma che c’entra», gesticolo sollevandomi a sedere.”Ah certo, – scuote la testa – voi stessi non lo sapete… Omero citò la vostra alleanza con i Troiani quando ancora i Veneti erano insediati vicino a Troia, in Paflagonia».”Pafla che?».”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».”Mai sentito».”Magari invece conosci a mena dito la storiella di Elena?».”Beh…».”Immaginarsi se i più valorosi eroi della Grecia andavano a farsi ammazzare per una donna».”Perchè allora? Dimmelo tu, Omero!».”L’oro fu il movente vero della guerra di Troia, le miniere aurifere del Caucaso. L’accesso marittimo alla regione era sotto controllo troiano. Libero approdo era concesso solo agli alleati Veneti, che vi raccoglievano l’oro alluvionale stendendo pelli di pecora sul fondo del fiume Rion. Achille era un vero greco mentre Agamennone era di stirpe veneta, voleva riappropriarsi delle terre anatoliche dei suoi avi.La storia è la mia grande passione, io mi compiaccio nel dimostrare l’utilità  della sua conoscenza, specie se si vuole capire a fondo il presente».Predecessori veneti che facevano i cercatotori d’oro in giro per il Mar Nero, è veramente buffo! Chiedo a Zagreo di precisare quali fossero dunque i confini del loro regno.Mi spiega che secondo Omero i Veneti erano stanziati nella Paflagonia, regione dell’Anatolia settentrionale affacciata sulle sponde del Mar Nero tra le acque nere del torrente Billaeus e le foci dell’impetuoso Halys. Nella zona litorale le lunghe e scoscese catene degli Eritini correvano parallele alle sponde del mare, lasciando spazio solo ad una stretta striscia di riva pianeggiante. Buona parte della costa era soggetta ad un continuo vento da nord che produceva un clima moderato, fresco e abbastanza piovoso, pure in estate. Sicchè numerosi torrenti scendevano dai fianchi delle montagne mentre, nella regione interna, il fiume Halys traeva alimento sufficiente per forzare la via e per scavare gole profonde lungo un tragitto che abbracciava con una grande ansa l’altipiano anatolico. La Paflagonia confinava a ovest con i Mariandini, devoti alla dea Marian, e a est con il regno delle Amazzoni, le famose donne guerriere.La mia fantasia si eccita subito al mitico nome delle Amazzoni, mi sa di nature selvagge, di istinti semplici e primordiali; comincio a trovare interessante l’argomento ed esorto il greco a fornirmi altre notizie su questi antichi Veneti d’Anatolia.Zagreo li dice noti ovunque per i magnifici cavalli che allevavano, una razza superiore ricercata perfino in Magna Grecia. Città  principali erano la capitale Enete, famosa per il bosco di bosso, poi Sesamo, Crobialo e Cromma, importanti centri commerciali da cui partivano navi cariche di colorante rosso ocra, di metalli per uso bellico e di legname delle foreste di Citoro.Il loro alfabeto era più antico di quello cadmeo. Erano dotati di vivida fantasia e di grandissima sensibilità  musicale, specie nel suono della lira, dei cembali e del doppio flauto. I Veneti erano apprezzati per i loro fregi marmorei, per i tappeti, per le stoffe ricamate in oro e per la ricercatezza dell’arte orafa. Coltivavano i fiori e soprattutto le rose, con cui producevano oli essenziali per profumi ed unguenti. Vivevano entro città  circondate da mura poderose con la pianta a stella, in case rettangolari formate da travi lignei ricoperti da tetti spioventi di canne di paglia. Sulla testa portavano tutti un copricapo simile a quello che ora è privilegio del doge e secondo la moda del loro paese portavano stivaletti alti fino a metà  polpaccio.I soldati veneti si distinguevano per l’elmo piumato formato da strisce di cuoio intrecciato, portavano piccoli scudi, pugnali e aste non lunghe sebbene all’occorrenza sapessero usare anche i giavellotti. Il loro re aveva cavalli bianchi come la neve e veloci come il vento, guidava un carro lavorato in oro e argento e possedeva armi così straordinarie che non parevano destinate a un mortale ma a un dio celeste.”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge». Il racconto ritorna sulla guerra di Troia e allora ne approfitto per farmi chiarire il destino degli alleati Veneti dopo la sconfitta troiana.Come ben si sa, dopo i lunghi e aspri combattimenti descritti nell’Iliade, il troiano Antenore aprì le porte del cavallo di legno e vi fece uscire i guerrieri rinchiusi provocando la caduta della città  ed il suo saccheggio. In cambio del tradimento, per ordine di Ulisse Antenore ed i suoi figli furono risparmiati.Zagreo accenna all’insieme delle tribù anatoliche dei Cari, Misi, Lici e Lelegi, alleate di Troia come i Veneti e ugualmente colpite dalla sciagura. All’incendio di Troia seguì nel tempo la progressiva penetrazione dei coloni greci nelle coste anatoliche, i Micenei occuparono la Troade, i Dori occuparono il Bosforo, gli Joni scacciarono le tribù delle coste Egee e occuparono a nord le terre abbandonate dai Veneti.”Perchè abbandonate, dove erano andati i Veneti dopo la caduta di Troia?», mi chiedo.Tloc, tloc. Passi cadenzati nel corridoio delle prigioni, si fermano davanti alla nostra porta. Lo spioncino si apre cigolando sui cardini rugginosi, qualcosa luccica, è la testa pelata di Cengio che si abbassa a guardare dalla fessura. Occhi cerchiati da profonde occhiaie ci fissano spalancati, è un istante, subito lo spioncino si richiude.Questa visita inopportuna mi urta, fa tornare la paura, mi ripiomba nella dura realtà .Il mio compagno ha interrotto il racconto. La sua voce ha il potere di trasportarmi fuori del tempo e lontano da qui, nel magico mondo degli eroi. Risveglia in me il vivo desidero di ascoltarlo per ore e ore, le sue descrizioni avvincenti mi entusiasmano, mi sembra quasi di tornare bambino, come quando andavo sul molo ad ascoltare le avventure dei marinai di ritorno dall’Oriente.Zagreo riapre il racconto, stende il braccio e lo fa scivolare lentamente lungo un orizzonte immaginario…”L’immensa schiera dei Veneti con a bordo i loro favolosi tesori, scomparve oltre il Mar Pontico.Ucciso Pilemene per mano di Achille e rimasti privi di un capo, i Veneti in cerca di una nuova sede avevano accettato la guida del sopravvissuto Antenore. Costui ripercorse attraverso il Danubio la rotta solcata dagli Argonauti un paio di generazioni prima, più di mille anni avanti di Cristo».Mi azzardo ad anticipare che di sicuro i Veneti saranno finiti in qualche falsa pista se Antenore, un traditore, li aveva guidati sulle orme di un viaggio fiabesco come quello della conquista del Vello d’Oro.Quasi offeso, Zagreo minaccia di troncare la sua esposizione e rimarca che il viaggio degli Argonauti è storia vera, fedelmente descritta e compilata da Orfeo in 1400 versi.Mi scuso e lo invito, quasi lo supplico, a raccontami dunque questo viaggio e anzi, per valutarne la veridicità , mi dichiaro disposto ad ascoltare uno per uno fino alla fine tutti i 1400 versi di Orfeo.E va bene. Visto e considerato che per passare il tempo altre risorse non abbiamo, Zagreo si offre di illuminarmi sul percorso dei gloriosi eroi imbarcati su Argo. Argo, una nave in legno di quercia con due grandi occhi dalle ciglia ricurve dipinti ai lati della prua.In tono pontificante e teatrale come avesse davanti a sè non un misero compagno di cella ma il pubblico forbito di una corte, egli si ferma con reverenza ogni qualvolta nomina un eroe greco.Diomede capo della spedizione, un giovane alto e bello, con i capelli biondi lisci a coda di cavallo, vestito di una tunica aderente in cuoio e di una pelle di leopardo; era un principe, ma fu abbandonato in fasce e allevato dai centauri dei monti della Magnesia, la terra dal fogliame tremante. Orfeo, dalla Tracia, si era affrettato ad unirsi all’equipaggio: Orfeo l’aedo il cui compito non sarebbe consistito nel remare ma nel dare la cadenza ai rematori e allietare con la cetra la folta schiera degli eroi imbarcati. Ed eccoli: per primo il greco dalla forza prorompente e incontrollabile, Ercole con il suo scudiero Ila; il pilota Tiphys, i dioscuri Castore e Polluce, poi Calais e Zete figli del Vento del Nord, Bute l’apicoltore, Mopso che indossava un copricapo di piume d’uccello e aveva la lingua divisa in due dal coltello, e ancora Asterio, Fano, Idmone, il litigioso Ida e molti altri valorosi. Tutti votati alla conquista del Vello d’Oro, il mantello di lana dorata, appeso a una quercia della Colchide e proveniente dal sacrificio di un ariete alato.Questa la rotta:”Salpati e oramai lontani dalla Magnesia, stanchi di faticare sui remi di frassino, gli Argonauti fecero una prima tappa nell’Egeo settentrionale, in un’isola abitata solo da donne…».”L’Isola delle Donne? – saltando sulla panca – Dimmi dov’è, che appena esco ci vado di corsa! Che bello, essere attorniato da uno sciame di donne che ti toccano e ti accarezzano e ti ronzano intorno assatanate come le api intorno al favo».Mi è presa la voglia di scherzare, Zagreo è sempre così serioso, a pensarci bene trovo un po’ ridicola tutta la sua boria.Come se non avessi aperto bocca, egli continua a pontificare con il consueto tono da attore sul palco:”Colà  gli Argonauti, già  al primissimo scalo, furono sul punto di scordar l’obiettivo giurato e in luogo di darsi anima e corpo alla nobile ricerca dell’aureo Vello, giacquero a letto chi con quella chi con l’altra, chi con l’una e l’altra. Quelle femmine avide di lussuria, tempo addietro erano state ripudiate dai loro uomini dacchè emanavano un puzzo pesante ed insopportabile, ma le tapine si erano poi brutalmente vendicate uccidendoli tutti con… “.”Con le scoregge?».”No! Con le armi in pugno, perchè gli uomini preferivano sposarsi le schiave trace».”Ma quali armi, le armi delle donne te lo dico io quali sono: mona, tette e cul».Zagreo si blocca, lascia cadere le braccia, protesta; le mie interruzioni lo infastidiscono, le trova insulse, dice che gli fanno perdere il filo.Taglia corto, racconta che issando di notte una vela nera gli Argonauti elusero la sorveglianza del Bosforo e riuscirono a superare le insidiose scogliere dello stretto. All’alba, si aprì davanti a loro la vastità  del Ponto Eusino e la nave Argo avanzò rapida nel vento come uno sparviero ad ali spiegate. Costeggiarono quindi la terra dei Mariandini e raggiunsero presto le coste dell’ospitale regione dei Veneti, la Paflagonia. Colà  la nave fu lambita dalle correnti del Partenio che dolcemente scendeva nel mare e nelle cui tiepide acque, inghirlandate dai fiori dei prati, la dea Artemide amava rinfrescarsi di ritorno dalla caccia.Ai primi raggi del tramonto doppiarono le rosse scogliere di Capo Carambi e costeggiarono a forza di remi la Grande Spiaggia. Nei pressi vi era la città  veneta di Sinope che aveva preso il nome da una donna del posto, una mortale di cui Zeus si era invaghito. Per conquistarla egli aveva fatto solenne promessa di regalarle la cosa che ella più desiderasse ma Sinope, pur di liberarsi dell’invadente corteggiatore, aveva scelto in dono la verginità .Ben gli sta, commento. Zeus, non aveva in testa altro che possedere tutte quelle che gli passavano a tiro.Zagreo rimarca che mi aveva ordinato di non interromperlo; non si ricorda più dove era rimasto. Ah sì, l’itinerario ripercorso da Antenore.Toccata la foce del fiume Halys, la nave Argo prese il mare aperto in direzione nord – ovest e non cessarono i venti nè lo splendore del fuoco celeste fino a che non vennero avvistate le foci del Danubio. Largo e profondo, il corso del Danubio poteva essere navigato agevolmente dalla grossa carena della nave, sicchè in trenta giorni si potè raggiungere la confluenza con la Sava e attraversare l’immensa regione oltre il soffio del vento del Nord, lontano verso settentrione, ove mormoravano le sorgenti delle Alpi.L’epilogo fu la discesa degli Argonauti nel golfo dell’Alto Adriatico e lo sboccare in quel mare già  noto nell’età  dell’oro come Mare di Crono. Questo stesso fu l’itinerario di Antenore.Affascinante, sottolineo, dunque nell’età  dell’oro il Golfo di Venezia si chiamava Mare di Crono.Riceviamo la cena da Cengio e mi avvedo che il cibo non è poi così scarso e scadente come sarebbe logico aspettarsi, la zuppa d’orzo e d’erbe non dev’essere male, il pane di segala e avena con dentro i fagioli secchi non è affatto duro, ma io non tocco nulla perchè m’è passato l’appetito.Il greco inizia a tirare improperi e maledizioni, a suo parere il cibo è poco e cattivo, se la prende in modo particolare con il pane dopo averne ingoiato il primo morso:”Puah! Il pane del governo. Con tutto il frumento che ci ruba».”Non è pane del governo. Il Comune non passa i pasti ai carcerati, se oggi mangiamo dobbiamo ringraziare le confraternite di carità , che si preoccupano di noi».”Loro la chiamano carità . A Candia facevo il mugnaio, conosco ogni tipo di farina e giuro, non ho mai mangiato un pane così schifoso! I contadini che vengono al mio mulino non lo darebbero in pasto ai loro cani, per paura di offenderli».Nonostante le proteste non lascia nessun avanzo sul piatto e infine, accortosi che disdegno di mangiare, afferra la mia ciotola e il mio pane e consuma voracemente anche la mia parte.Un boato… fa rimbombare le pareti della cella, mi giro scandalizzato per il rutto del greco. Ha finito di mangiare, si stiracchia e si distende satollo sul tavolaccio.Chiedo con un filo di voce:”Dunque i Veneti sono un popolo mediterraneo?»”Non è del tutto esatto. D’accordo, ai tempi di Troia i Veneti si erano stabiliti in Anatolia e là  avevano assorbito la cultura mediterranea ma, in origine, vennero da Nord».”Ma no?»”I Veneti discendono dal mitico popolo degli Iperborei».”Tu come lo sai?»”A Candia possedevo un testo rarissimo dello storico Ecateo, forse esemplare unico, era intitolato “Il cammino degli Iperborei».”Ah».”Gli Iperborei provenivano dal lontano Nord, per l’esattezza dall’Apollonia».”Dov’era l’Apollonia?»”L’Apollonia arrivava fino alle rive del Mar Baltico, estesa tra i bacini fluviali dell’Oder e della Vistola.In quella remota regione vi erano dei ricchissimi depositi d’ambra e proprio lì iniziava la via commerciale che esportava a sud la preziosa resina dalle sfumature giallo – dorate. Durante l’Età  dell’oro, gli Iperborei si spostarono nel cuore dell’Europa e prosperarono nell’area del medio corso del Danubio.Noi greci li chiamiamo Iperborei perchè le loro tribù erano stanziate al di sopra di Borea ovvero oltre il vento del Nord che soffia gelido sui monti di Tracia».Zagreo precisa che i Veneti erano soltanto una delle numerose tribù iperboree esistenti. Erano tutte figlie del fulgido Apollo, cui sacrificavano il lupo in olocausto, ed avevano in comune l’usanza di cremare i morti e di comporli in urne per poi deporli in campi consacrati.Un giorno fatidico intere tribù della grande famiglia degli Iperborei, tra cui Frigi – Veneti e Dardani, si misero in marcia su pesanti carri e dal Danubio piombarono a sud abbattendosi come una bufera su tutti i popoli che incontrarono sul loro cammino. Tra le vittime del ciclone che premeva minaccioso da Nord ci furono i Greci. Scacciati dalle loro terre di Macedonia e d’Epiro e messi a loro volta in movimento, i Greci vennero inseguiti a sud fino al Golfo di Corinto. Fu laggiù, nell’avamposto di Delfi, che i Frigi introdussero il culto di Apollo in un preesistente santuario.Le altre tribù iperboree presero invece stabile dimora in Tracia e anche i Veneti, per qualche tempo, si fermarono a ridosso dei Dardani nel nord della Macedonia.”La tribù iperborea dei Frigi, fremente per il desiderio di nuove conquiste – prosegue Zagreo – si lasciò alle spalle la Macedonia e trascinò con sè i Veneti alla volta dell’Asia Minore. Piegato con una guerra accanita il potente Impero degli Ittiti, i Frigi si stabilirono all’interno dell’altipiano Anatolico, la tribù dei Dardani fondò la città  di Troia…».”Ma come? Anche i Troiani discendono dagli Iperborei, non è che per caso mi stai raccontando un sacco di balle?»”Atlante era il capostipite dei Dardani e la dimora di Atlante era presso gli Iperborei».”Va beh, scusa l’interruzione, e i Veneti dove si stabilirono?»”I Veneti si presero le coste settentrionali dell’Asia Minore che corrispondevano appunto alla ricca Paflagonia».E’ strano, pensavo. Per quanto ci si possa sforzare, riesce difficile immaginare i Veneti in un periodo di splendore eguale o addirittura superiore all’attuale. Le concezioni che ho dei nostri precursori sbiadiscono a confronto dei fulgori della Roma Imperiale, ricalcano molti luoghi comuni e non vanno oltre la minuta comunità  di pescatori e salinai, condannati a strappare alla viscida melma della laguna lo spazio per le loro capanne.Borbotto:”Al tempo dell’età  dell’oro gli Iperborei dovevano essere molto potenti».”Certo, l’immensa moltitudine delle tribù Iperboree copriva un territorio vastissimo che occupava il centro dell’Europa con propaggini perfino nella lontana Britannia, esteso lungo un’asse che da Nord – Ovest a Sud – Est collegava il Danubio all’Anatolia».”Come faceva questa moltitudine a mantenere la concordia al suo interno?»”Le tribù iperboree facevano parte di una confederazione. Sebbene ogni tribù godesse localmente di larga autonomia amministrativa, esse erano legate da stretti vincoli di alleanza politico – militare, come si evince del resto dall’esempio della guerra di Troia».Con una serie di larghi giri concentrici siamo nuovamente tornati al punto di partenza, la guerra di Troia:”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».Sono stordito. Chiedo un attimo di pausa e riassumo a voce il giro di peripezie dei Veneti completo di tutte le loro complicate peregrinazioni. L’Apollonia, l’Area danubiana centrale, la Macedonia, la Paflagonia. Se il destino mi riserverà  di uscire da qui andrò dritto in Piazzetta dei Leoni a sbandierare queste incredibili notizie, nessuno le sa.Zagreo si complimenta per la buona memoria che dimostro di possedere e riprende implacabile la narrazione:”Fuggendo da Troia in preda alle fiamme e solcando come già  ti dissi l’antica rotta degli Argonauti, i Veneti guidati da Antenore ritornarono alla terra dei loro padri nella regione danubiana centrale. Vi trovarono ad accoglierli gli Iperborei rimasti a presidiare l’antica capitale e furono calorosamente abbracciati da Zabio, il re dell’ascia di bronzo, quell’ascia bipenne che assommava in sè il sommo potere politico e religioso.Zabio accolse benevolmente il culto della Grande Madre che i profughi Anatolici avevano assorbito e portato seco e in tal modo Reitia, affiancata ad Apollo, venne riconosciuta come la somma dea dei Veneti».Col sorriso sulle labbra il mio compagno di cella descrive il clima temperato del Danubio e i buoni raccolti, tratteggia i costumi gentili degli Iperborei, ne cita l’estrema longevità , la vita all’aria aperta nei prati e nei boschi sacri. Mobili come il vento sugli eleganti cavalli essi riuscivano a scoprire i più reconditi recessi ove la natura celasse i suoi tesori.Accadde però, e qui Zagreo si rabbuia in volto, che dopo anni e anni di pace un giorno si addensarono sui Veneti le orde minacciose dei Cimmeri.I Cimmeri provenivano dalla terra di Ade, un paese perennemente avvolto dalle nebbie ove non splende mai il sole, erano un popolo dell’ombra, dal carattere malvagio e brutale. Piccoli e pallidi, tuttavia forniti di terribili armi di ferro apparivano solo al crepuscolo per razziare e depredare i vicini.Non costruivano città  nè fortezze, vivevano in dimore sotterranee collegate insieme dal tortuoso intrico di gallerie che i loro schiavi erano costretti a scavare. Non erigevano templi nè santuari, ma nelle viscere della terra evocavano le creature delle tenebre. Gli antri echeggiavano delle tetre cantilene degli stregoni ed il fumo dell’hashish si sviluppava denso dai bracieri dando forma a poco a poco alle sagome dei dèmoni, allora i presenti si prostravano davanti alle apparizioni e offrivano loro in nutrimento il sangue caldo di una pecora nera. Gli stregoni acquisivano così il potere di addormentare con lo sguardo chiunque li fissasse un attimo negli occhi e in quello stato potevano ordinargli di compiere qualsiasi azione. Il loro supremo sacerdote, nascosto nella grotta più profonda ed inaccessibile, era solito compiere sacrifici umani davanti un caprone imbalsamato che era cinto alla fronte da una stella a cinque punte, rovesciata con la punta in giù.Nella terra di Ade, i Cimmeri erano un tempo padroni della Crimea e delle steppe che si estendono sopra le coste settentrionali del Mar Nero, ma da oriente erano arrivati gli Sciti del Turkestan e li avevano scacciati. In realtà  gli Sciti conquistarono quelle steppe senza colpo ferire perchè, non appena si seppe del formidabile esercito scita che marciava minaccioso sulla Crimea, i Cimmeri furono presi dal panico e si prepararono a fuggire. I capi militari cercarono di fermarli incitando il popolo alla difesa e dichiarandosi pronti a morire e a farsi seppellire nella propria terra piuttosto che scansare il combattimento, ma il popolo insisteva sulla necessità  di cedere rapidamente il campo ed evitare una sicura sconfitta. Ne seguì una cruenta rivolta, i generali e gli aristocratici furono assassinati ed i loro cadaveri seppelliti frettolosamente sulle rive del fiume Dniestr. Il mucchio selvaggio si mise in fuga, lasciò agli Sciti un deserto di steppe e risalì il Danubio saccheggiando e devastando ogni cosa come un esercito di cavallette.Zagreo dipinge un grandioso affresco dalle tinte fosche:”Un giorno funesto il flagello dei Cimmeri si presentò alle porte della capitale iperborea, l’avanguardia nemica assaltò alcune fortificazioni e nel ritirarsi incendiò il bosco sacro prospiciente la città …I cavalieri veneti erano schierati e pronti per la battaglia, si stringevano nelle file, avvolti nei loro mantelli azzurri, e attendevano l’ordine della carica. Anche l’agguerrita fanteria iperborea era uscita allo scoperto e si era piazzata nelle retrovie. L’attesa fu lunga e snervante. Al calar del sole ancora lo sguardo era teso all’orizzonte allorchè in lontananza, in direzione del bosco incenerito, videro avanzare una nube di polvere nera. La nube procedeva lentamente verso di loro finchè in mezzo alla fuliggine cominciarono a distinguere i profili di quei tetri guerrieri: curvi sulle selle e con le corna sugli elmi, al rombo cupo degli zoccoli i Cimmeri al galoppo tenevano alte le loro insegne di morte, e l’ombra nerastra si sollevava in aria, in colonne di polvere che oscuravano il sole del tramonto.Lo stato d’animo dei cavalieri veneti era tesissimo, non avevano mai combattuto oltre l’imbrunire, i cavalli erano irrequieti, roteavano gli occhi e scalpitavano… si alzò chissà  dove un grido di battaglia, il grido si propagò all’unisono e fu sommerso quasi istantaneamente da un assordante scalpitio di zoccoli. La carica! A faccia a faccia col nemico i cavalieri veneti incrociarono gli sguardi stralunati dei Cimmeri col bianco degli occhi che spiccava sui visi sporchi di cenere, e nell’urtarne i cavalli videro le teste mummificate appese alle briglie: macabri trofei degli uccisi in duello. Sul campo di battaglia si udiva il clangore del corpo a corpo, i nitriti dei cavalli che imbizzarrivano e cadevano, i martelli che fracassavano i crani, le urla bestiali degli assalitori mescolate ai lamenti dei feriti. Furono visti i Cimmeri inginocchiarsi sui corpi dei nemici agonizzanti, berne il sangue che sgorgava dalle ferite e poi rialzarsi furenti con i denti digrignanti e la bocca intrisa del sangue che gocciolava lungo i baffi.La cavalleria veneta era efficace e molto mobile, si spostava con rapidità  ove c’era più bisogno, si batteva con accanimento, incalzava mulinando le spade e abbatteva gli avversari. Però, col procedere della battaglia i Veneti furono costretti sulla difensiva ed invocarono l’aiuto della fanteria iperborea: gli attaccanti erano un numero spropositato, appena uccisi quelli delle prime file altri ne sopraggiungevano senza fine, la loro forza era nel numero e sotto l’impeto di quell’orda selvaggia gli Iperborei dovettero ripiegare.Coloro che erano rimasti in città  assistettero ai funesti presagi del tempio di Apollo, il nibbio appollaiato sul treppiede ruppe il laccio, spalancò le larghe ali al cielo e con un balzo spiccò il volo, il cigno fuggì atterrito dal laghetto sacro ed i corvi ammaestrati si allontanarono dal tempio per dilaniare i cadaveri sparsi sul campo di battaglia».Con dovizia di particolari Zagreo narra la capitolazione e l’orrendo sacco della città , difesa unicamente da palizzate di legno. Racconta che i Cimmeri riuscirono ad oltrepassare le palizzate scavando delle gallerie sotterranee, sbucarono in città  nel buio della notte e poterono aprire le porte al loro esercito avido di saccheggio. Nella piazza centrale crebbe presto una montagna di teste recise, appartenevano a centinaia e centinaia di Iperborei, questo perchè aveva diritto alla propria parte di bottino solo chi avesse consegnato ai capipopolo la testa dei nemici uccisi. Dal cuoio capelluto i Cimmeri asportavano lo scalpo, che veniva usato come salvietta oppure cucito insieme con altri scalpi per confezionare delle casacche. Gli arcieri scuoiavano con le unghie la mano destra dei cadaveri e ricavata la pelle umana, che è spessa e lucente, ne facevano dei coperchi per le loro faretre.Si videro due guerrieri Cimmeri spogliare una donna e metterla in ginocchio, l’uno la strangolava lentamente con un laccio e sogghignava… mentre l’altro con macabra lussuria la sodomizzava e la godeva nel dimenarsi spasmodico dell’agonia. Il piccolo bambino strappato a quella donna venne raggruppato con altri della stessa età , era destinato da quel giorno a non rivedere mai più la luce del sole, sarebbe stato istruito per entrare nella congregazione degli schiavi scavatori di gallerie.A Zabio, comandante supremo degli Iperborei, toccò un’orribile fine, venne scorticato vivo da capo a piedi e quando ancora il suo cuore non aveva cessato di pulsare, le sue carni furono date in pasto ai maiali.Il santuario del Sole?Abbandonato precipitosamente dai sacerdoti, fu ben presto insozzato dai Cimmeri che trasformarono il tempio di Apollo in una stalla per i loro cavalli.Zagreo continua a narrare, parla molto veloce e faccio fatica a seguirlo. E’ un fiume di notizie che si susseguono senza tregua, senza un attimo di respiro.Le terrificanti notizie del saccheggio si propagarono nella pianura Danubiana e arrivarono ai villaggi non ancora raggiunti dai Cimmeri. Tutti coloro che erano in grado di mettersi in salvo risalirono il Danubio fino alle sue sorgenti. Sfociarono sul Lago di Costanza e giunti al versante nord della barriera alpina, sfidarono i pericoli del suo attraversamento per andare a rifugiarsi in massa sui monti, fortificando rupi e passi in modo da renderli inaccessibili agli inseguitori.I fuggiaschi si inoltrarono così nei territori dei Reti, che tuttavia li accolsero pacificamente e permisero loro di stabilirsi nella Valle alpina del Reno. Nei monti i Veneti riuscirono a sopravvivere grazie alla coltivazione delle fave e della vite; divennero abili nel commercio del sale di miniera e dell’ambra che arrivava da nord; ormai esperti nella caccia al cervo, adottarono l’usanza di sacrificarlo sui roghi votivi dedicati ad Artemide, la sorella gemella di Apollo.I Reti? Mentre Zagreo era intento a narrare questo soporoso e pesantissimo intreccio di guerre e di popoli, ho perso il filo del racconto, mi sono distratto, e con gli occhi persi nel vuoto ho continuato a fantasticare sulla nube di cenere sollevata dai Cimmeri alla carica. In mezzo alla polvere infiammata dalla luce del tramonto rivedevo quei tetri guerrieri curvi sulle selle, le ombre disegnate in contro luce, con le corna appuntite… simili a furibondi diavoli appena usciti dall’inferno. Si avvicinano. Vedo il bianco dei loro occhi, spicca sui visi di cenere, le falci e le insegne di morte sollevate sulle aste, le teste mummificate appese alle briglie. Odo il rombo cupo del galoppo, è assordante, un muggito bestiale, un coro di tamburi rullanti, insistente, sempre più forte, un tremendo boato!Scuoto la testa e mi risveglio da quella specie di incubo, Zagreo sta enfatizzando l’alleanza tra Veneti e Latini:”Re Latino era figlio di un’iperborea, Palanto!»Il greco conclude finalmente il suo interminabile poema, dimostra di conoscere meglio di me la geografia dei nostri monti ed esplica come attraverso le Alpi i Veneti siano scesi pian piano a valle, spodestando i Colchi dai Colli Euganei e guadagnando il golfo dell’Alto Adriatico. Ivi prosperando fino all’epoca romana allorchè ebbero il loro daffare per ostacolare la pressione dei Celti, che dovettero combattere prima insieme agli Etruschi e poi insieme agli alleati Romani.”Già , gli alleati Romani – faccio eco -.Enea, si sa, discende dai Dardani di Troia. Pilemene discende dai Veneti d’Anatolia.Ergo la nostra gente è affine alla Latina…».”Proprio così, si tratta di tribù iperboree nate da uno stesso ceppo».”Al contrario, i greci non hanno nulla a che vedere con gli Iperborei e quindi, sempre secondo te, sono in tutto differenti dai Veneti.La logica conclusione è che un greco di Candia non deve sottostare a un feudatario veneto» innervosendomi.”Esatto».”Ma tu credi veramente – lo aggredisco -, che i Veneti di Paflagondia o come si dice… di Paflagonia siano identici a quelli che ora circolano per le calli di Venezia o che i greci di Agamennone fossero lo stesso dei greci di oggi?Che frottole! E’ avventato, è fuori luogo. E’ una presunzione assurda. Chi sei? Chi sei tu per sostenere un peso reale di legami così arcaici. Ma chi ti credi di essere? Che pretese! Dimostrare che i Veneziani sono agli antipodi dei Greci… tirando in ballo le tribù del tempo di Troia».”I popoli han la memoria lunga».”Sì… anche le balle di Noè!»Quindici piedi di lunghezza, nove di larghezza… come un’anima in pena Zagreo misura accuratamente il pavimento della cella, poi tocca il soffitto con la punta del dito e calcola otto piedi di altezza. Non riesce a star fermo, continua a camminare avanti e indietro, nervosamente.Nella penombra lo guardo con la coda dell’occhio. Osservo le sue gambe robuste, i capelli ricci e neri, gli occhi vivi e intelligenti, la benda nera ancora sulla testa.Questo greco, che si dichiara perseguitato politico, afferma di aver letto e riletto gli Inni di Orfeo, conosce a memoria la guerra di Troia, recita le contorte peripezie degli Argonauti. Indubbiamente, ha un suo stile ricercato di esporre, si immedesima come un attore e sa comunicare ad arte i sentimenti dei protagonisti. Poco fa, mentre cantava l’epopea degli Iperborei e ne descriveva lo scontro con i Cimmeri, con le mutevoli espressioni del suo volto ha saputo trasmettermi il senso tragico degli avvenimenti. L’individuo taciturno e scontroso che ho incontrato al Mastino di Khorassan sa in realtà  parlare in modo garbato e rendersi gradevole a chi lo ascolta. Non ha proprio nulla del mugnaio asservito alla macina e abituato a trattare con i servi della gleba, Zagreo sembra piuttosto una specie di cantastorie. Ecco cos’è: un trovatore, chissà  perchè non ha voluto dirmelo?Gli chiedo a bruciapelo:”Sai suonare la viella?»”Sì» annuisce fissando a testa bassa il pavimento di legno mentre continua a girare in tondo.”Tu sei un trovatore!»Zagreo si blocca di colpo e mi guarda sorpreso con gli occhi luccicanti.Poi riprende a camminare, ma più lentamente e inizia a confidarsi:”Non proprio, ma sarei potuto diventarlo come mio padre e mio nonno.Loro erano molto diversi dagli spensierati trovatori provenzali. Mio nonno fu trovatore a Bisanzio alla corte di Alessio III. Nell’attacco del 1203, la flotta Veneziana sbarcò angeli sterminatori cinti da splendide armature e da preziosi drappi di seta: sicchè alla vista dell’esercito crociato l’Imperatore fuggì precipitosamente. Si diresse verso Adrianopoli con sua figlia Irene e il loro fedele trovatore li seguì, mentre la guardia danese e inglese riusciva a malapena a ritardare la caduta della città .Ma quando Alessio III finì in catene a Nicea, mio nonno decise di tornare a Candia per riabbracciare i genitori. Nell’altipiano di Lassìthi essi possedevano un mulino a vento, costruzione in pietra a forma di ferro di cavallo allungato e con le pale ricoperte di stoffa. Come lui, moltissimi altri greci si erano rifugiati nell’altipiano per timore dei Veneziani. Sposatosi ebbe mio padre. Mio padre, imparò i poemi e i racconti che arrivavano da Bisanzio ed ereditò il mestiere di trovatore però, per poterlo esercitare, dovette abbandonare l’altipiano e recarsi a San Nikòlaos dal signore veneziano del castello di Mirabello.Perciò durante tutta la mia spensierata giovinezza vissi al castello, ove mio padre a sua volta mi trasmise l’intero repertorio bizantino, avrebbe voluto che un giorno prendessi il suo posto… Disgraziatamente, sebbene fossi ben preparato nel canto e sapessi suonare la viella, non ebbi il tempo di farmi nome come trovatore perchè fui presto espulso dal castello».”Come mai?»”Avevano scoperto che ero io… l’imprendibile bracconiere della riserva del Signore. Catturavo con le trappole un sacco di animali, lepri, tassi, donnole, martore e capre selvatiche. Cacciato malamente dal castello tornai nell’altipiano e mi misi a fare il mugnaio nel nostro mulino, dovevo pur guadagnarmi da vivere.I greci che trovai nell’altipiano erano perennemente irrequieti, molti dei rifugiati avevano subito soprusi dai veneziani o mantenevano una caparbia opposizione al regime. Il Signore di San Nikòlaos pensò di poter tenere a freno lo scontento e di amministrare meglio la zona tramite l’investitura di un uomo d’arme, sicchè un giorno consegnò tutte le terre dell’altipiano ad un Valvassore, ovviamente veneziano. Costui mi prese subito di mira, mi considerava pericoloso perchè avevo stretto amicizia con i ribelli e facevo attiva propaganda contro il regime».”Capisco».”Sai, mi sarebbe piaciuto diventare un vero trovatore, avevo il talento per rendermi celebre con versi scritti di mio pugno, ma i veneziani me l’hanno impedito in tutti i modi».”Perchè non sei andato in un altro castello?»”Ci ho provato ma ero ovunque messo al bando, mi hanno rifiutato a Rodia, Chania, Etia, ho bussato a Ierapetra e a Frankokastello ma mi hanno risposto che volevano solo menestrelli provenzali… e che un greco non può darsi arie da trovatore».”Vedrai, col tempo anche la prepotenza di quei rozzi ignoranti si piegherà  alla gentilezza della vostra cultura, immagino tu conosca il proverbio chi va al mulino s’infarina».”Altro che! Il nuovo Valvassore è venuto al mulino e se n’è subito appropriato, adduceva che secondo l’usanza poteva costruirli solo il feudatario».”Perchè non siete andati a protestare dal Signore?»”Era inutile. Per gratitudine verso mio padre il Signore di San Nikòlaos aveva tollerato la proprietà  del mulino anche se era contro l’usanza, ma con l’investitura egli aveva ceduto la terra stessa ove sorgeva il mulino, conferendo al Valvassore il diritto di comportarsi da padrone.Obbligato a fare il servo nel mulino mio, ricevevo dal Valvassore un compenso da fame, un sacco di farina ogni trenta sacchi macinati anzichè venire pagato come prima dai contadini. Ai Greci egli aveva vietato di macinare i cereali in casa, li costringeva ad utilizzare il mulino e pretendeva tasse esose per ogni macinazione. Con l’avvento della carestia di grano il fermento della ribellione era sul punto di esplodere ed io ne approfittai per incitare alla rivolta i contadini esasperati. Nell’altipiano mi conoscevano tutti, alle mie arringhe alternavo i canti accompagnati con la viella, ero solito cantare per il popolo le gesta degli Argonauti, i contadini si commuovevano, mi riempivano di semplici doni e di ammirazione incondizionata.Un giorno abbiamo assaltato di sorpresa il palazzo del Valvassore, le sue guardie hanno usato le armi e la cosa è degenerata. Uno dei ribelli ha ucciso il Valvassore».”Quale fu la risposta veneziana all’uccisione di un nobile?»”Fu l’immediata evacuazione dell’intera piana di Lassìthi e il drastico divieto di accesso all’altipiano, compresi i monti circostanti. Con tale disposizione il governo veneziano ha voluto impedire ai ribelli di arroccarsi in quel territorio sopraelevato, facile da difendere. Hanno bruciato i miei libri, hanno raso al suolo il mio mulino e tutti i villaggi dell’altipiano e adesso, un terreno così fertile e ricco di frumento è completamente spopolato, ridotto a un deserto incolto».”Per questo hai lasciato Candia».”Sì, non avevo scelta, con gli sbirri alle calcagna ho dovuto prendere clandestinamente la prima nave veneziana in partenza.A Smirne, nell’Impero di Nicea, la nave ha fatto scalo e io ne ho approfittato per procurarmi alcuni sacchetti di sale da contrabbandare a Venezia».Il monopolio del Sale, geloso privilegio fin dalle origini della Serenissima, fu una delle cause del suo rapido arricchimento. Ovunque nel litorale salmastro della laguna figurano saline a struttura industriale in parte utilizzate per la salagione del pesce, principale alimento della città , ma soprattutto destinate all’esportazione. Il sale è il prodotto più venduto all’estero dai mercanti veneziani, ma non soltanto venduto: in Puglia, in Libia e nelle Baleari, viene sistematicamente comprato dalle navi veneziane che ne fanno incetta per il governo.”Ah ho capito, -esulto- ti sei messo a fare il contrabbandiere di sale. Per questo, quand’ero nel salone del Palazzo Ducale, quel nobile ha chiesto agli sbirri se mi avevano sequestrato del sale. Allora erano tuoi i sacchetti di sale sul tavolo della guardiola?»”Sì, ma dovevano servire solo per pagarmi il viaggio, volevo raggiungere i miei amici dell’altipiano. Si sono rifugiati a Verona. La è signore un ghibellino attento e ospitale verso gli esuli greci, un uomo che non ha pregiudizi nei riguardi degli eretici. Io contavo nella sua munificenza per farmi accettare come trovatore, il genere politico non è il solo delle mie canzoni, so anche allietare con melodie gaie e leggere».Esiste forse compagno migliore per un carcerato? Il destino avrebbe potuto riservarmi la vicinanza di un brigante capace solo di vomitare bestemmie oppure di un friulano che non ti dice una parola in tutta la giornata e invece no, ho per compagno di cella un trovatore, vengo allietato dalle delizie della cultura e della poesia al pari di un principe nella sua corte. Senza la viella egli non può cantare ma potrà  almeno raccontarmi qualche storia sui re di Paflagonia.Zagreo lo fa con piacere, non è stanco, sembra preso dalla frenesia di liberarsi di tutto il suo repertorio in una sera, come se fosse l’ultima occasione per tramandare un sapere che solo lui conosce. Inizia a narrare del suo re più famoso, Pelope, che teneva corte ad Enete sulle sponde del Mar Nero. Regnò poco dopo il crollo dell’impero Ittita, quando i Veneti erano tra i più potenti della coalizione anatolica.Tutti i suoi successori al trono, compreso Agamennone a Micene, vennero consacrati con riti solenni che si ispiravano a lui, Pelope Faccia nera.Il novello monarca indossava una maschera di pelle nera ed un vello nero. Durante il rituale veniva ucciso simbolicamente, ma veniva fatto rinascere a nuova vita da sacerdoti vestiti di candidi velli. Infine, fatto simile a Zeus, il re veniva ricoperto da un maestoso vello tinto di rosso porpora.Interrompo Zagreo per sapere di chi fosse figlio Pelope.Egli fa il nome di Tantalo, un titano generato da Pluto, la dea della ricchezza a sua volta figlia dell’iperboreo Atlante.Tantalo, non era quello del famoso supplizio?Era proprio lui, aveva tenuto nascosto il mastino d’oro rubato al dio della metallurgia Efesto e spergiurò di non averlo mai visto nè di averne mai sentito parlare. Comunque, fu punito dall’olimpico Zeus per un assai più grave misfatto…Invitati gli dei ad un suo sontuoso banchetto sul monte Sipilo, Tantalo si rese conto di aver finito le provviste e preso dal panico tagliò a pezzi il figlioletto Pelope. Smembrate, lessate e poi arrostite, le tenere carni del bimbo furono servite in tavola agli ospiti, costoro tuttavia ne compresero immediatamente la provenienza e inorriditi si rifiutarono di toccare cibo. Solo Teti la consorte di Oceano, essendosi in quel momento distratta, mangiò il pezzo di carne che corrispondeva alla spalla sinistra del fanciullo.Dunque il supplizio?La condanna inflitta a Tantalo dal sommo Zeus fu l’eterna tortura della fame e della sete, appeso nella palude tartarea ai rami di un albero sovraccarico di ogni qualità  di frutti. L’acqua in piena saliva fino all’altezza del suo mento ma non appena Tantalo chinava il capo e protendeva le labbra arse per bere… l’acqua si ritirava improvvisamente e lasciava solo nero fango ai suoi piedi. Quando poi esasperato dai morsi della fame, tormentato dal bisogno di cibo, allungava il braccio e protendeva la mano per afferrare una mela matura, una pera o un fico dolcissimo… un soffio di vento gli allontanava il ramo dalle dita e l’agognato frutto cadeva nella melma.Tantalo… il bimbo a pezzi… il supplizio… Queste storie raccapriccianti mi hanno assorbito al punto di farmi scordare ogni cosa, perfino il luogo penoso in cui mi trovo. Dopo il mio arrivo in cella la sera era scesa quasi subito, in effetti da molte ore siamo pressochè senza luce e non mi sono nemmeno accorto del lento trapassare nella notte fonda. Chissà , potrebbero essere le tre, le quattro. Discorrendo ci siamo inoltrati nell’oscurità  desolante dell’interminabile notte invernale, diciannove ore di buio mortale.Privato di stimoli sensoriali esterni, disorientato dall’immobilità  di queste quattro pareti, solo adesso mi sveglio da un viaggio percorso indietro del tempo. Ero fuori della mia epoca, lontano dalle baruffe dei guelfi e dei ghibellini, dalle pretese e dalle tasse dell’Imperatore, dalle lotte accanite della Lega Lombarda. Il presente mi viene incontro nella sua pochezza. Tutto mi appare piccolo, meschino, insignificante.Cerco di assopirmi ma nella gelida morsa dell’inverno vi riesco solo per brevi tratti, risvegliandomi di continuo.Nel buio mi lamento con Zagreo:”Che freddo cane! Ho i piedi congelati».Odo la sua voce rauca:”Ci penserà  l’Inquisitore a scaldarti per bene i piedi».”Come?»”Devi sapere che ai sottoposti al tormento usano spalmare i piedi con lardo di maiale, poi bloccano le caviglie con i ceppi e accendono vicino un bel fuocherello ardente».”Però, che raffinatezze».”E ricordati di non chiedere un po’ d’acqua da bere altrimenti ti spalancano la bocca con uno strumento di metallo, prendono l’imbuto e ti costringono ad ingurgitare decine e decine di litri d’acqua. Legato a testa in giù, con la schiena ad arco, lo stomaco si dilata enormemente e preme sul torace provocando atrocissime sofferenze».”Staremo a vedere il trattamento che toccherà  a noi».”Intanto per questa notte ci penseranno i topi».”A far che?» incalzo spaurito.”A rosicchiarci le orecchie. Appena sono entrato in cella ho trovato ad abitarla due enormi ratti, avevano il pelo nero e lucido sul dorso e grigio sulla pancia, hanno fatto il giro della cella a tutta velocità  e sono usciti di corsa dalla porta».”Speriamo che siano usciti tutti, le pantegane sono le uniche bestie che non sopporto».Preferirei la tortura dei piedi bruciati alla presenza silenziosa dei topi, li odio, ho il terrore che qualcuno sia rimasto nascosto sotto i tavolacci, se il greco me lo avesse detto prima avrei potuto controllare. Magari è sotto il mio letto e attende che mi addormenti per rosicchiarmi le scarpe e i vestiti.Mi rigiro insonne. Sto con le orecchie tese per cogliere il minimo rumore delle zampette, quand’ecco… Zagreo emette un lamento soffocato subito seguito da un lugubre ululato che mi fa sobbalzare dalla paura.”Zagreo!» chiamo tremando, seduto sul letto con un sudore gelido e appicicaticcio che mi incolla la camicia alla schiena.”Ho avuto un incubo – mi rassicura dal suo tavolaccio -. Mi trovavo a Candia, nell’altipiano. Ero riverso sul pavimento del nostro mulino. Il mio corpo giaceva a terra orrendamente smembrato, gambe e braccia amputate alla radice, mani e piedi separati dagli arti e la testa staccata dal collo. Pur decapitato, gli occhi mi consentivano di vedere, ed era lo spettacolo agghiacciante del mio misero corpo, poi… poi un corvo è entrato dalla finestra, svolazzava in aria finchè si è appollaiato sulla mia testa. Si è aggrappato ai capelli con le unghie e ha cominciato a beccarmi la faccia. Ero impotente di fronte a quel dolore atroce e insopportabile, non avevo mani per scacciare quell’uccellaccio, non mi restava che urlare a squarciagola, ma… appena ho spalancato la bocca quello mi ha strappato la lingua».Il mattino seguente la luce comincia a filtrare dalla finestrella come un bene raro e prezioso e, nell’oziosa frustrazione del carcere, scopro uno spassoso passatempo nel guardare i granelli di polvere che a miriadi attraversano il fascio di luce in una danza frenetica e disordinata.Zagreo si sfrega gli occhi e appena alzato ha già  fame:”Non vedo l’ora che suoni mezzogiorno, le mie budella lo hanno già  suonato in anticipo. Ho voglia di un po’ di pane, ma di quello buono. Sento una gran nostalgia delle pagnotte del forno di casa mia, mi piacevano da matti quelle impastate con l’uva passa, calde e croccanti, mhm che profumo! Mi viene l’acquolina in bocca».”Il pane è l’alimento principe».”Principe? Certo, non per nulla è sacro a Demetra. Nella poesia arcadica il pane simboleggia uno dei princìpi fondamentali, il Secco in opposizione all’Umido, il vino».”Fatalità , Secco e Umido, Fuoco e Acqua, figurano anche nella magia».”Questo mi incuriosisce, sentiamo pure po’ di magia sono stufo di parlare sempre io, ora tocca a te, tira fuori quello che sai!»Ecco, ci siamo, questo è il momento che aspettavo. Pretenderò da lui il solenne giuramento, deve tacere all’Inquisitore il mio papiro, ormai conosco a puntino la sua caparbia fierezza, è uno di quelli capaci di resistere a qualsiasi tortura pur di non tradire la parola data.Uso un tono circospetto:”Sono più che disposto a parlarti apertamente, ma in vero questi misteri esigono per regola un giuramento di silenzio su tutto ciò che vien detto nonchè… ovviamente sulle fonti, nella fattispecie quel papiro che ti avevo proposto di tradurre».”Va bene, se ci tieni tanto lo giuro».”Manterrai il giuramento anche sotto tortura? E giuri di non nominare il Papyrus di Micca?»”Sì».”Ne sei sicuro?» guardandolo negli occhi.”Sì! Per chi mi hai preso?»”D’accordo, amico. Il mio nome è Petrangèsio, deriva da anghelio e vuol dire messaggero della Pietra, ma in vero le mie conoscenze circa la magia sono piuttosto esigue e un po’ confuse… tanto che i Veneziani mi hanno affibbiato il nomignolo di Mago Vanesio».Quando Alessandro Magno fondò in Egitto la città  che porta il suo nome vi condusse dalla Macedonia i più grandi esperti nell’arte magica e li fece accogliere con tutti gli onori nei templi egiziani dei sacerdoti di Serapide. I sapienti arabi non fecero altro che attingere ai testi magici tesaurizzati nelle biblioteche di Alessandria e ne furono i gelosi custodi; infine, tradotti in latino, i papiri tornarono in circolazione e furono riconsegnati all’Europa .Continuo:”Della magia di Ecate mi sono noti i tre elementi che compongono tutte le cose: il Sale che ne rappresenta il Corpo ovvero ciò che è limitato dalla sua superficie tangibile; il Mercurio che s’identifica con lo Spirito cioè la sostanza invisibile comune ad ogni varietà  di cose ed infine lo Zolfo che ne è l’Anima».”La magia conferisce un’anima alle cose, al pari dell’uomo? Questo mi stupisce!»”Certo, al pari dell’uomo e lo fa anche il vostro Aristotele allorchè attribuisce ai metalli un’anima vegetativa. Tutto la terra è vivente.».”Ma come puoi credere alla presenza dell’anima in un metallo?» insiste.”Prendiamo un metallo che cristallizza entro la miniera. L’Anima, è l’architetto intento a progettare il disegno della complessa struttura reticolare, viceversa il Corpo del metallo è l’operaio che realizza il progetto del poliedro scolpendone le facce regolari».”Oh Numi, non ti credevo filosofo della natura».”Più in generale il problema è chiarire la relazione Anima – Corpo, dato che l’Anima è immateriale ed incorporea come un progetto ancora nella mente dell’architetto, mentre il Corpo è al contrario tangibile quanto le mura di un edificio. Al riguardo la magia afferma questo… che l’Anima programma gli eventi fisici del Corpo tramite la predisposizione occulta».”Che intendi per predisposizione occulta?»”Ad esempio, allorchè un individuo afferma ho fame secondo la logica occulta della sua disposizione ad agire significa che se ci fosse da mangiare egli mangerebbe».”Tutto qui» deluso. Chiede se c’è nient’altro che i maghi abbiano preso dai filosofi greci.Cito i quattro elementi di Empedocle di Agrigento.”…discepolo di Pitagora», egli mi fa eco.Enumero la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco, corrispondenti ai quattro stati della materia, cioè solido, liquido, gas e plasma. Enumero poi le sette potenze planetarie rette ognuna da un Titano: il pianeta Saturno retto da Crono, Venere da Teti, Marte da Crio, quindi Giove da Giapeto, Mercurio da Ceo, la Luna da Febe e il Sole da Iperione.Zagreo ne conclude frettolosamente che dunque anche la magia non esce dall’ambito del pensiero greco.Poi mi guarda sospettoso:”Ma dimmi in confidenza, che cosa speri di ottenere per mezzo della stregoneria?»”Oro, oro senza fine, oro tenero e brillante, oro duttile e incorruttibile… puro, purissimo, più puro di quello che si estrae dalle migliori miniere!»”In che modo lo otterresti?»”Tramutando in oro un metallo vile, tipo il piombo che posso comprare ovunque a bassissimo prezzo».”Mah, lo trovo un’impresa impossibile, se fosse così facile procurarsi dell’oro lo farebbero tutti».”In futuro, man mano che si andranno affinando le nostre conoscenze sulle proprietà  dei metalli, la trasmutazione diverrà  una banale operazione di laboratorio, sarà  cosa nota a tutti e nessuno si sorprenderà  più sentendone parlare. L’importante è arrivare per primi e arricchirsi prima degli altri».”Ti prego, non offenderti, ma tu mi sembri un apprendista stregone devoto al male, trasformare una cosa in un’altra cade sotto il dominio della magia nera. Si sa che questa magia è capace di creare delle apparenze che confondono la chiarezza dei sensi, ci si può illudere di stringere dell’oro mentre si ha in mano un volgare pezzo di piombo».Gli spiego che la mia magia è semmai filosofia della natura perchè io non mi accontento semplicemente di osservare i fenomeni naturali ma cerco di dedurne le regolarità  di comportamento per ricrearle e ripeterle in laboratorio, imitando in ciò la natura stessa. Certo, ammetto come i maghi insistano troppo sull’aspetto qualitativo, perciò soggettivo, dei fenomeni a discapito di quello quantitativo e convengo quanto sia da mettere in risalto l’importanza dei pesi e delle misure necessarie alle varie operazioni magiche, anzi affermo che se possibile sarebbe meglio ricondurre tutto alla matematica, poichè se possiamo prevedere con certezza il valore di una quantità  fisica, allora esiste un elemento di realtà  che corrisponde a quella quantità  fisica.Zagreo vuole sapere in quanto tempo conto di riuscire nella mia titanica impresa, domanda fra quanti giorni gli regalerò un po’ del mio oro purissimo.Rispondo che in teoria ci vogliono da sei mesi a sei anni, ma può anche capitare di lavorare a vuoto tutta la vita e fare la fine di Sisifo. Costui era condannato a dover spingere un macigno fino in cima ad una montagna del Tartaro, ma non appena ne raggiungeva la sommità  il macigno rotolava giù e Sisifo doveva ricominciare da capo per infinite volte. Reputo che il successo dipenda sì dall’interpretare nel modo giusto le operazioni nascoste dietro le allegorie e le infinite metafore degli stregoni, ma che sia soprattutto legato al trovare o meno la chiave della corretta successione delle operazioni magiche.Zagreo è scettico.Insisto che ci vuole moltissima pazienza, i forni non riescono a sviluppare un calore superiore a quello di un uccello che cova e per l’opera completa ci vuole una quantità  smisurata di fuoco sommato nel tempo. Ma se il fuoco del laboratorio non basta l’astrologia ci può venire in soccorso con la potenza del fuoco astrale. In che modo? Operando la trasmutazione dei metalli sotto gli influssi di un prodigio celeste. Nel 1054, poco prima della morte di papa Leone IX, esplose una stella nel segno del Granchio. Per mezzora la stella splendette in pieno giorno con una corona di fuoco più brillante del sole. Ebbene, coloro che dell’evento astrale approfittarono per operare trasmutazioni metalliche, riuscirono nell’intento.Egli dubita che riuscirò ad arricchirmi grazie alla stregoneria, è al corrente solo di ricercatori ridotti sul lastrico, semplici illusi che hanno venduto tutte le loro proprietà  per pagare i debiti di esperimenti inutili e costosi. E conclude lapidario:”Ciascuno è libero di inseguire le chimere che vuole: i sogni e le illusioni rendono più sopportabile l’amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia».Mi sfotte. Incredibile. Rivelo al greco i preziosi misteri della magia e lui mi sfotte. Adesso devo mordermi la lingua, mi son lasciato trascinare dalla solita foga di parlare, era meglio se me ne stavo zitto. Sotto tortura si fa presto a dimenticare i giuramenti fatti e sotto le minacce di morte si fa altrettanto presto a sacrificare un altro al proprio posto, specie se lo si conosce da poco più di un giorno. Devo rimediare rapidamente alla mia imprudenza e non vedo di meglio che spingerlo a sua volta a scoprirsi col rivelarmi i suoi più intimi segreti, se porta la benda nera deve pur essere anche lui uno stregone, anche se fa finta del contrario. Con il peso del ricatto potrò almeno barattare il suo silenzio con il mio. Gli converrà  tacere sapendomi disposto a confessare sul suo conto cose che è meglio gli Inquisitori non sappiano.* * *Con domande subdole e insistenti, per tutto il pomeriggio mi sforzo di venire a capo del tipo di stregoneria abbracciata da Zagreo. Ma egli mi anticipa e nega recisamente i miei sospetti. Gli chiedo allora se pratica i culti segreti dei Cabiri o se è addentro nei misteri greci, se…Mi risponde seccato che in Grecia non ci sono misteri.Gli ribatto che è impossibile non ci siano con la mania di occulto che circola a Bisanzio.Sono manie che provengono da culti forestieri, minimizza Zagreo.Gli ribadisco, ostinato, che deve pur esserci un qualcosa che i bizantini tengano nascosto, argomenti di cui hanno pudore di parlare.Zagreo accenna titubante che, beh, ci sarebbero certi misteri tipo…Ecco, appunto! Lo pungolo a parlarmene.Egli palesa la necessita di fare una premessa. La mutilazione del corpo, celata nell’enigma dell’evirazione, è un motivo ricorrente in tutta la mitologia pagana e non soltanto in quella greca, basti pensare a Urano e a Osiride cui toccò parimenti l’amputazione del fallo; a Dioniso, originario della Tracia, che nacque per separazione dalla coscia di Zeus; o allo stesso Zeus, che dopo aver commesso un atto incestuoso con sua madre Reitia, simulò di evirarsi e le gettò in grembo i testicoli di un ariete. Attis e Agdistis hanno fatto anche di peggio…Attis e Agdistis? Mi suonano bene, esclamo sfregandomi le mani.Zagreo anticipa che i Misteri di Attis hanno a che fare con Reitia, l’arcaica signora delle fiere.Reitia? Sulle prime rimango un po’ deluso, a Roma i suoi devoti facevano scandalo, colti da follia mistica afferravano il primo oggetto tagliente a portata di mano e – ne scimmiotto il gesto – si tagliavano le palle.Zagreo ribatte che quelli erano dei perfetti imbecilli, eccessi del genere nascono quando si perde il primitivo significato simbolico di un mito e si finisce per applicarlo alla lettera.Ecco, il grecuccio comincia a scoprirsi. Sottolineo che dunque egli è a conoscenza di doppi sensi, di codici arcani.Ovvio, conferma Zagreo e si spinge a rivelare che nei Misteri di Attis l’èlite dei sacerdoti rivestiva di immagini mitiche dei processi di purificazione e di redenzione dell’animo umano. Conoscenze esoteriche che non uscivano dal circolo chiuso dei riti iniziatici; mentre il volgo, escluso da ogni attiva partecipazione, si accontentava di credere ciecamente a tutto quello che la religione ufficiale gli imponeva di credere, bastava che non fosse troppo difficile da capire.Ci siamo, lo incito ad esporre integralmente il mito di Attis, senza censura, e ricomincio a sfregarmi le mani, sono convinto che mi rivelerà  di far parte di quella setta eretica di evirati. Lui che fa tanto il duro me lo vedo vestito da donna in una confraternita di pederasti, con la benda nera sulla testa, a fare porcherie con la scusa dei riti satanici. Sono tutt’orecchi.Zagreo accenna ad una scogliera deserta sulla frontiera con la Paflagonia, si chiamava Agdo e Reitia vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera. Zeus, innamorato di Reitia, cercava invano di unirsi a lei e nell’angoscia di una notte d’incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l’ermafrodito Agdistis.(Mi scoppia da ridere ma mi sforzo di trattenermi, temo di rovinare tutto se Zagreo se ne accorge).Agdistis era malvagio e violento. Con le sue continue prepotenze aveva maltrattato tutti, perfino Dioniso che esasperato volle vendicarsi architettando ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell’ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima ad un grande melograno finchè Agdistis, ubriaco fradicio, si addormentò disfatto in cima a un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e poi scosse l’albero cosicchè, appena il malcapitato si riebbe, cadde giù rovinosamente e nel brusco risveglio si strappò di netto il prezioso organo.(Mi mordo le labbra per non ridergli in faccia.)Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di frutti succosi. La ninfa del fiume Sangario passava di là  per caso e sfiorando con la sua pelle vellutata uno di quei magici frutti, rimase incinta di un dio. Costui, Attis il bello, fu il grande amore di Reitia. La Signora delle fiere suonava in suo onore la lira e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ingrato e irriconoscente, Attis volle tuttavia abbandonare quelle gioie celesti e fuggì via da lei per vagare sulla terra alla ricerca di un’altra donna. Reitia sapeva bene che nessuna infedeltà  sarebbe potuta sfuggire alla sua vista onnipotente e trainata dai leoni, lo sorvegliava dall’alto del suo carro. Attis giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde profumate di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il tradimento, invece si vide presto scoperto e assalito da un rimorso tormentoso… all’ombra del pino si evirò.Pure lui?Sì, continua Zagreo, e per questo al centro del tempio i sacerdoti di Reitia adornano un pino con palle multicolori.A ‘sto punto scoppio, non ne posso più, mi esce una fragorosa risata e tra le risa a singhiozzo commento che fu quello il primo albero di Natale!Sono storie talmente assurde, concludo tra me, che nemmeno gli Inquisitori udendole potrebbero prenderle sul serio, è meglio lasciar perdere il mio piano del ricatto. Questo greco non ha segreti, e non è affatto uno stregone, è solo un cantastorie. Il furbastro cambia di volta in volta i personaggi ma si limita a recitare sempre la stessa storiella perchè egli segue un’unica e sola trama, già  prefissata nella sua mente. Ma questo ritornello non ha niente a che vedere con la vera magia. Mi resta da sperare una sola cosa e cioè che Zagreo sia un uomo di parola e che non si azzardi a nominare all’Inquisitore quel papiro che è fonte della mia incessante ossessione.* * *Egli si distoglie dal dialogare, sta in piedi contro la parete della cella e si concentra. In profondo raccoglimento bisbiglia un monologo in greco, forse ripete a memoria un testo; ha il braccio destro conserto e agita delicatamente la mano sinistra come se stesse solfeggiando.Lo interrompo incuriosito:”Che stai facendo?»Smette e si gira, un po’ seccato per la mia intrusione:”Sto ripetendo gli inni di Orfeo».”Orfeo, il cantore deluso nel suo sogno di salvare Euridice! Ti prego, fammi partecipe della poesia che addolcisce la vita», esortandolo a ripetere a voce alta.”Perchè dovrei?»”E’ l’ultimo desiderio del condannato a morte» semiserio.Riluttante il greco inizia a illustrare come Orfeo fosse il cantore dello spirito, entità  immortale e divina e tuttavia prigioniera di un corpo che ne funge da tomba. La lirica orfica è tutta incentrata sul mito di Dioniso, il divino fanciullo che in dispetto a suo padre Zeus fu smembrato e divorato dai Titani. I Titani… Erano usciti come ombre dall’oltretomba e con quel gesto nefando intendevano proclamare la loro ribellione a Zeus, dopo che li aveva da tempo sconfitti e rinchiusi nel Tartaro. Per vendetta Zeus scagliò contro di loro il fulmine e dalla folgorazione di quei corpi giganteschi si sprigionò un gran vapore misto ad un bagliore di fumo e faville. I figli della notte tornarono nel Tartaro urlando di dolore ma dalla fuliggine depositatasi lungo il loro cammino ebbe origine il genere umano, che dunque possiede in sè l’elemento titanico ma anche la scintilla divina proveniente da Dioniso.Ancora favole mitologiche, uffa che barba! Ma io gli avevo chiesto della poesia.Insisto nella mia richiesta:”Abbiamo appurato che io sono un apprendista stregone mentre tu sei solo un greco cantastorie. Ma ora devi dimostrarmi che sei anche un poeta, avanti, recita gli Inni di Orfeo. Non avevi detto che sei uno dei pochi al mondo che li conoscono tutti a memoria?»In piedi e colmo di devozione, Zagreo declama un bellissimo… estasiante… inno a Reitia; fa seguire l’inno alla Notte, al Daimon, a Thanatos e ad altre divinità  sconosciute. Conclude con l’invocazione ai Titani. La sua voce vibra di toni ieratici e trasmette una forte carica emotiva mentre risuona cupamente tra le pareti, simile al culminare solenne di una tragedia greca:”Audaci Titani,che ora a dimorate nelle tartaree casesotterra nell’infima regione del mondo.O temerari progenitori dei nostri padri,origine di noi mortali afflitti dal dolore:voi imploro, d’allontanare l’ira funestaallor che da infero buio a noi s’accosti».Ammaliato, suggestionato dal patos profondo di questi versi, mi guardo intorno attonito, sento odore di incenso e da un momento all’altro mi aspetto di veder apparire le ombre dei figli delle tenebre, i Titani sfuggiti alle catene del Tartaro, invece… l’oscurità  della cella si fa sempre più densa ed il nero più nero del nero.* * *Lo scoccare della mezzanotte, i dodici rintocchi della torre di Piazza San Marco. Il sinistro cigolio del nostro catenaccio, seguito dal secondo catenaccio, Cengio spalanca la porta, è venuto a prenderci:”I Signori di Notte vi attendono» mugugna.”Loro? Meno male, – dico rivolto a Zagreo – questo vuol dire che non avremo a che fare con l’Inquisizione, verremo invece giudicati come criminali comuni, molto meglio così. Coi Signori di Notte è la tortura… con l’Inquisitore è la sepoltura!»Aiutato da un altro carceriere, Cengio ci lega insieme pancia contro schiena e mentre passa la corda intorno alle nostre cintole sfodera il suo cinico sarcasmo:”Materia prima per la nobile arte della tortura» e stringe ancor più forte le corde ai nostri fianchi, incollandoci talmente l’uno all’altro da farci sembrare un solo corpo con due teste.Questo sciocco espediente ci ha trasformati in una ridicola caricatura che mi riporta a un Carnevale di tanti anni fa e alle impressioni in me suscitate alla vista di un curiosissimo travestimento. Ero bambino e quella maschera ricordo mi fece prendere un gran bello spavento. L’avevo scorta nella calle, stava in piedi appoggiata al muro di una casa, giusto davanti al davanzale della finestra. Reggeva una maschera a due facce che non mi consentiva di distinguere da quale parte stesse la vera testa. “Psst, psst!» mi chiamava e con una specie di rebus mi interrogò circa la sua ambiguità . Com’è che da Cosa Doppia nasce la Cosa Unica? disse con voce bitonale facendo gesto di avvicinarmi. Inquieto, feci un passo indietro seguito da qualche timoroso passo in avanti e con infantile terrore scoprii che tutte due le facce mi fissavano con occhi veri, occhi veri che ammiccavano. Di colpo si tolse la maschera, aveva proprio due teste, una femminile ed una maschile incastrate in uno stesso corpo. Feci un salto dalla paura e scappai via terrorizzato, ero troppo piccolo per accorgermi del trucco: dall’interno della casa l’uomo aveva appoggiato la sua testa sulla spalla della donna che stava in piedi addossata al davanzale e una sciarpa circondava i loro due colli nascondendone la diversa origine.Nei Pozzi, avanziamo goffamente lungo i corridoi, saliamo incespicando i numerosi gradini di pietra. Approfitto di un pertugio per guardare fuori, nell’oscurità  cerco di distinguere il molo ma scende una pioggia talmente fitta da togliere ogni visibilità . Una porta dalla forma strana semi nascosta in un cunicolo: aperte dall’interno le ante del finto armadio, sbuchiamo negli uffici del quartier generale della Santa Inquisizione. Veniamo condotti direttamente nella Sala del Tormento. Ad attenderci non ci sono affatto i Signori di Notte:”Idiota» dico sottovoce nell’orecchio del nostro fido carceriere.Insulso com’è, Cengio si è sbagliato, ci ha stimati al livello di criminali comuni mentre invece possiamo ben fregiarci dell’onorevole titolo di Prigionieri di Stato, oggetto delle attenzioni e cure della Santa Inquisizione. Infatti i due altezzosi figuri seduti al tavolo sono membri dell’Altissima, l’autorità  giudiziaria dell’Inquisizione di Stato e non solo, per l’occasione ci si onora addirittura della presenza di Sua Serenità . Con la mantellina in maglia d’acciaio del rocchetto il doge Morosini è al centro; alla sua destra c’è l’Inquisitore, un uomo robusto di mezza età  con la tonsura e l’abito da frate domenicano, cappa nera su scapolare bianco. Alla sua sinistra il Vicario, segnato da una magrezza impressionante, con il naso adunco ed il volto tinto di un cereo pallore, tutto vestito di nero, con i capelli nerissimi lisci e unti.Veniamo subito slegati da un uomo col volto incappucciato che non può essere altro lieto personaggio fuor del nostro carnefice. Io vengo rinchiuso in una delle due cellette laterali da cui, attraverso una piccola finestrella rotonda sbarrata a X, posso vedere il mio compagno al centro della sala ma non gli esaminatori, benchè possa udirne distintamente le parole.Sento per prima la voce dell’Inquisitore, energica e precisa nell’eloquio:”Costituito personalmente nel tribunale del Santo Ufficio e toccati i Sacri Vangeli ti chiediamo di giurare di dire la verità ».”Lo giuro» con la mano sul vangelo avvicinatogli dal carnefice.”Sei interrogato sul nome e patria di provenienza».”Zagreo, greco di Candia».Il suo torace possente e statuario viene denudato dal boia. Zagreo, a testa alta con una fiera espressione di sfida negli occhi, sale i tre gradini della piccola piattaforma di legno. Gli vengono legati i polsi dietro la schiena con una corda che pende allentata dalla carrucola affissa all’alto soffitto della Sala del Tormento.L’Inquisitore inizia l’interrogatorio con maniere che vogliono essere piacevoli e caritatevoli:”Presumi il motivo della tua carcerazione?»”Sono prigioniero perchè ribelle greco».”Caro Zagreo, tu sei gravemente indiziato per l’omicidio di un nobile veneziano, tale Bartolomeo Gradenigo, delitto spettante al foro secolare in quanto perpetrato per mano di sommossa popolare da te ideata e condotta ai danni del Governo veneziano. Ma l’eresia è crimine incomparabilmente più grave poichè come dice San Girolamo, l’eretico è un omicida che uccide le anime degli uomini con dannose e letali passioni».”Quel nobile si era impossessato di un mulino appartenente alla mia famiglia e pretendeva tasse esose da chi era costretto ad utilizzarlo per la macinazione. I contadini erano in collera…».L’Inquisitore lo interrompe a meta frase:”I contadini sono sempre in collera e il loro cuore non è mai contento. A noi non risulta che alcun contadino sia mai stato fatto santo».”C’era una terribile carestia di grano e comunque sia, quell’omicidio non fu voluto da me, non era affatto nei piani della nostra ribellione. E’ stato un incidente. Il Valvassore doveva venire semplicemente catturato in ostaggio per scambiarlo con dei sacchi di grano invece, quando i contadini hanno assaltato il palazzo e le guardie hanno risposto con le armi, un greco deve aver perso la testa e ha contraddetto gli ordini. In quel momento non ero all’interno, non so assolutamente chi possa essere stato l’esecutore materiale ed in ogni caso è lui soltanto il responsabile del suo crimine».Interviene allora il doge Morosini:”Anche tu ne sei moralmente responsabile dacchè sobillare la ribellione, come tu stesso hai ammesso di fare, non porta altre conseguenze che il crimine e la vendetta di sangue. Complice nel delitto non è solamente colui che è materialmente compagno nel delitto stesso, ma anche chi è compagno nelle vicende annesse e connesse che causano il delitto. Ma c’è dell’altro, tu sei un nemico della Lega Lombarda, venuto fin qui per cercare appoggi fra gli alleati di Federico II. Nel 1230 ero duca di Candia e i greci in rivolta non si sarebbero impossessati delle nostre fortezze se non grazie all’appoggio esterno di un alleato di Federico II: a quei tempi l’alleato era un greco, Giovanni Vatace da Nicea, ma oggi è direttamente alle nostre spalle ed è niente meno che un veronese, Ezzelino da Romano! Costui soffia sul fuoco del malcontento greco e finanzia lautamente i ribelli, spera in un nostro impegno militare a Candia, lontano da casa, per poterne approfittare e ritentare di sorpresa la presa di Treviso. Non è passato molto tempo Dacchè il podestà  di Treviso, figlio del Doge che mi ha preceduto, si è trovato a comandare la difesa della città  davanti all’esercito del feroce Ezzelino, il peggior nemico della pace».”Quel demonio è sempre in agguato, – lo interrompe l’Inquisitore – ha sottratto Trento al vescovo ed incarcera impunemente gli ecclesiastici. Ezzelino non fa mistero del suo dispregio per la religione, è costantemente in compagnia degli eretici e si compiace di compiere atti sacrileghi nelle chiese».Il Doge continua l’interrogatorio:”Avanti, confessa che eri diretto nella Marca Trevigiana per incontrare qualcuno dei suoi scagnozzi? Se tu sei passato per Venezia di sicuro avevi appuntamento con qualche spia, è forse Petrangesio il tramite degli Ezzelino?»Nell’udir nominare il mio nome mi sento raggelare il sangue e piombo in una crisi di panico.Ma Zagreo nega:”No, Petrangesio non c’entra per niente in questa faccenda, lo ho conosciuto per caso in osteria, dove abbiamo solo bevuto insieme e non abbiamo parlato di politica».”Lo giuri tu?»”Sì. Sì lo giuro, qui a Venezia non dovevo incontrare nessuno».”Dove eri diretto allora?»”A Verona. Là  avrei dovuto incontrare degli esuli di Candia, perseguitati dai vostri sbirri».”Dunque ci siamo, sei in combutta con quello sfegatato ghibellino, fanatico fino all’ultimo anche dopo le schiaccianti vittorie della Lega. Dicci il nome di quei traditori!»”No!»”Se non ci dirai i nomi ti faremo accecare e ti rinchiuderemo a vita nei pozzi!»”Mai, da me non avrete i loro nomi, non sono traditori, lottano per la libertà  di Candia, non devono nessuna fedeltà  allo straniero».Il doge irritato fa cenno al boia. La corda che lega i polsi dietro la schiena viene tirata fino a sollevare in aria il prigioniero, provocandogli atroci sofferenze alle articolazioni delle spalle. Zagreo rimane appeso per un interminabile quarto d’ora misurato dalla clessidra posata sul tavolo, finchè non sopportando più il dolore prende a gridare con veemenza gonfiando le vene del collo:”Maledetti figli di cani, non avrete mai quei nomi!»Il Vicario, che aveva ascoltato attentamente ogni cosa stando appollaiato sul margine della sedia, fa abbassare la corda con un gesto di quella sua mano a zampa d’uccello:”Tieni a freno la lingua, questi insulti potrebbero costarti la vita. Sappiamo che a Candia tu vai predicando di onorare gli dei pagani, pratica da secoli obsoleta dopo che i nostri santi martiri ne ebbero dimostrato la falsità  e le menzogne. Tu ti infervori nell’apologia di dottrine pagane che si oppongono direttamente e contraddittoriamente alle verità  rivelate e proposte dalla Chiesa Cattolica Romana. Formalmente è un dipartirsi da tutta la Fede e la Religione già  ricevute, cotal circostanza, ovvero l’apostasia, notabilissimamente aggrava il delitto di eresia. Sei dunque pronto a confessare?»”Il Messia ha acquisito parte della sua dottrina da un sapere che già  i poeti dell’Arcadia tenevamo per scontato ed ora voi mi accusate e mi minacciate di morte perchè onoro quello stesso sapere che il Cristo non disdegnò di fare proprio».”Che intendi insinuare?»”Tra il lago di Genezareth e la costa fenicia il Cristo ha conosciuto i culti pagani della vite. Da dove proviene il mistero dell’Eucarestia se non dal vino di Dioniso e dal pane di Demetra?»Il Vicario dilata le narici come chi sente un odore sgradevole sotto il naso:”Nel mistero Eucaristico si compie la redenzione dell’uomo e la sua liberazione dal peccato attraverso l’incarnazione, la morte e la resurrezione del Cristo. Gli dei che hai nominato non possiedono queste stesse virtù, non c’è mai stata relazione alcuna tra i culti dei pagani e la Santa Eucarestia».”Che ne sapete voi delle dottrine pagane? Il mistero di redenzione di Attis contraddice le vostre affermazioni categoriche. E’ forse soltanto opera del maligno che il mite Attis sia nato in una grotta, sia morto nel tempo di Pasqua e sia risorto il terzo giorno come il Cristo?»”La verità  rivelata dal Vangelo testimonia che l’unigenito figlio di Dio non può essere che unico, perciò agli dei pagani non è dato in alcun caso possedere le esclusive virtù del Cristo, il politeismo dei selvaggi è stato spazzato via da tempo dalle coscienze dei giusti».”Voi vi rifugiate nei dogmi per non ammettere l’evidenza, le vostre pretese di unicità  ed originalità  del messaggio cristiano non reggono ad una prospettiva storica, perfino Reitia la dea di Candia è vergine e madre esattamente come la Madonna».Al che il Vicario, che fino ad ora aveva trattenuto a stento l’indignazione, irrigidisce il volto in un’espressione terribile:”Questo è troppo! Infame, tu bestemmi! Queste non sono soltanto volgari eresie, sono bestemmie atrocissime e orrendissime!»Poi, mutando improvvisamente a calmo e pacato il tono della voce, il Vicario riprende:”Ora devi spiegare al Tribunale se le tue idee ti hanno condotto a praticare opere e culti conformi alle tue credenze e a comandare ad altri di sacrificare agli idoli».Il Vicario invita il carnefice a procedere. Vedo così il boia che regge per i lunghi manici le tenaglie mentre ne scalda sul braciere le estremità , quindi si avvicina a Zagreo e gli stringe alternativamente i capezzoli con la morsa delle tenaglie incandescenti. Il boia continua ad infierire crudelmente, ben sapendo che i capezzoli sono una delle zone corporee più sensibili al dolore.Zagreo si contorce sempre più spasmodicamente e grida:”Che culto pagano posso mai praticare se avete distrutto tutto, tutto, perfino l’erba che cresceva nei templi!»”Però predicasti ad altri il paganesimo?» chiede il Vicario.Zagreo risponde lucidamente:”E’ la cultura, è la storia della mia gente, sicuro, più volte ho spinto i greci ad onorare la memoria degli dei e degli eroi della loro terra, volevo infondere in loro il sacro entusiasmo della rivolta di popolo. Molti sono caduti ai miei piedi ad acclamare commossi i miei discorsi».”Molti sono caduti a fil di spada ma non quanti sono periti per colpa della lingua, dicono le scritture. Ratifichi la tua confessione?» domanda il Vicario.”Sì».Una breve pausa di silenzio e il doge scambia delle frasi in tono sommesso con i due esaminatori. Odo poi la voce imperiosa dell’Inquisitore:”Sotto giuramento il reo ha confessato d’aver più volte affermato e predicato l’apostasia pagana. Davanti a noi non ha voluto ammettere d’essere in errore e con stizza, superbia ed arroganza ha risposto di credere fermamente negli idoli. Avendo noi attentamente considerato la suddetta pertinacia ed ostinazione, veramente satanica e dannevole al punto di rendere assai più gravi le sue colpe, non vogliamo che egli per l’impunita sua di malvagio divenga peggiore di quello che è, nè che con il suo morbo pestifero infetti altri. Pertanto, invocando il santissimo nome di Cristo, sentenziamo davanti al tribunale del Santo Ufficio che Zagreo di Candia risulta eretico pertinace impenitente e come tale, lo condanniamo e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare, che provvederà  alla pena con il voto del Consiglio».Il Vicario scambia un’occhiata furtiva col Doge e aggiunge:”Che gli sia fin d’ora tagliata la lingua per purgare l’infame offesa arrecata al preziosissimo corpo e al soavissimo sangue del Cristo, nonchè alla immacolata purezza della Vergine Maria».Il carnefice raccoglie da terra un piccolo strumento di metallo, una cornice rettangolare dotata di un morsetto a vite che allontana due brevi lame. Mentre Zagreo oppone una estrema inutile resistenza il boia gli inserisce le due lame fra le arcate dentarie e girando il pomello piatto del morsetto apre progressivamente la bocca fino a tenerla spalancata, quindi afferra la lingua con un panno e la recide alla radice, dopo di che getta la lingua mozzata entro un cesto.Tra le sbarre a X osservo con gli occhi sbarrati. Zagreo viene trascinato in disparte, è pallido e stremato, il sangue gli scorre all’angolo della bocca. E’ arrivato il mio turno, mi fanno uscire e mi legano alla corda.Il Doge commenta il supplizio di Zagreo:”L’eretico solitario nuoce soltanto a se stesso, diversamente quello che si adopra a fare il maestro di eresia è cagione di altissima rovina anche per gli altri cittadini. Dunque deve essere punito con grandissimo rigore non solo come eretico ma come nemico del Libero Comune».Senza esitare prendo la parola sotto lo sguardo fisso e indagatore dei tre:”Sua Serenità , altissimo Inquisitore di Stato, vi supplico di prestare la vostra benevola attenzione alle semplici, ma sincere parole, di un suddito che massimamente confida nella Vostra illuminata giustizia. Una serie di circostanze fortuite ha fatto sì che comparissi al cospetto del tribunale, tuttavia posso dimostrare come ciò sia dovuto ad un banale equivoco e mi scagionerò in breve da ogni sospetto, lasciando il vostro prezioso tempo a disposizione di più gravi e urgenti questioni di Stato.L’altro ieri a mezzogiorno mi trovavo alla locanda del Mastino di Khorassan, i posti liberi a sedere erano pochi ed il greco acconsentì a dividere con me il suo tavolo. Vi giuro sui Sacri Vangeli che era la prima volta che vedevo quell’uomo, come avrei potuto in alcun modo sospettare che egli abbracciasse segretamente l’eresia o che fosse un pericoloso nemico della Lega? Ci scambiammo qualche parola come si suole in osteria davanti ad una coppa di vino, egli era piuttosto reticente e non mi disse i motivi nè la destinazione del suo viaggio. Altro non fece che elogiare la qualità  del nostro vino tracannandone intere coppe d’un sol fiato sicchè, quando mi sollecitò a procurargli il miglior vino che avessi a disposizione, mi sentii in dovere di ospitalità . Con la mia piccola damigiana mi sono diretto candidamente al suo alloggio ma caso volle che in quel momento la camera fosse presidiata dalle guardie. Diligenti fuori misura, esse mi hanno condotto ai Pozzi a pagare così duramente la mia generosità  verso gli sconosciuti.La confessione elargita dal greco sotto tortura ha reso inconsistente ogni accusa nei miei riguardi e conferma quanto vi ho narrato. Essa dimostra la mia estraneità  alle sue macchinazioni politiche e nega la possibilità  che io abbia perpetrato il nefando ed orribile crimine di tradire la patria, mentre tutti i veneziani d’intera fama sanno in quanta venerazione e assoluta sottomissione tenga Sua Serenità . L’onere della prova spetta all’accusa, dunque io chiedo alla Vostre eccellenze quale prova potreste mai portare in questa sede di giudizio ad inficiare la mia innocenza, dato che mai nessuno mi ha udito parlare in modo scellerato e non conforme alla dottrina della Chiesa Cattolica Romana, viceversa con licenza del Tribunale io potrei portare al vostro cospetto un coro di voci di uomini da bene pronti a fornire prove irrefutabili sull’ardore e sulla devozione con cui compongo le immagini dei nostri santi nei mosaici della Basilica.Dunque è di per se stesso chiaro come io sia stato vittima di una svista delle guardie, che hanno male interpretato circostanze del tutto fortuite. Ogni sospetto e congettura su un mio coinvolgimento nelle turpi diavolerie del greco si scioglie come neve al sole di fronte all’evidenza dei fatti e pertanto vi supplico di concedermi la libertà  affinchè io possa tornare ad onorare come prima i santi, componendo i miei mosaici nella Basilica d’Oro, la meravigliosa cappella che tutti i sovrani d’Europa invidiano al nostro doge” concludo inchinandomi.Prende allora la parola il doge:”E se mettessi in libertà  una spia di Ezzelino?»”Sua Serenità , sapete bene che una vera spia non prende appuntamento con un noto ribelle in un’osteria piena zeppa di gente, per di più allo scoccare del mezzodì; la spia attua i suoi incontri in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti, e aspetta la notte fonda per scambiare fugacemente poche parole e poi dileguarsi nuovamente nell’oscurità . Esaminate inoltre il caso del mio arresto in casa del greco: prima di entrare in un luogo ove sia attesa, la spia sta appostata per ore ed ore, osserva chi entra e chi esce e si decide ad entrarvi solo quando sia sicura di evitare presenze inopportune. Gli astuti informatori dei ghibellini non sono così avventati da mancare di prudenza, sapendo che una volta scoperti li attende morte certa».L’Inquisitore dice al doge:”Il reo finge, seppur bene».E continua rivolgendosi a me:”Tu affermi che nessuno può testimoniare contro di te, invece un Capo di Contrada ci ha riferito che una certa persona presente in quella locanda ti ha udito nominare dottrine eretiche durante la conversazione con Zagreo. Bada, ora sei ancora in tempo per scagionarti se ammetti di essere stato vittima del plagio, cioè della stregonesca suggestione esercitata dal greco per persuaderti ad abbracciare l’eresia. Conferma la verità  e ti lasceremo andare: se rettifichi la deposizione e dichiari esplicitamente d’essere stato oggetto della propaganda mefitica di Zagreo, sebbene tu non lo conoscessi per eretico prima di quell’incontro fortuito nella locanda, proverai in tal modo la tua ignoranza e non sarai meritevole di castigo».Cerco di mantenere la calma e rifletto veloce che potrebbe essere vero ma potrebbe anche essere una trappola, un trabocchetto fatale dal quale non potrei facilmente uscire. Se si tratta di una finzione escogitata lì per lì dall’Inquisitore ho ancora una via di salvezza:”No lo nego, è totalmente falso, quello non può averci sentiti parlare di dottrine eretiche perchè non le abbiamo nominate. Confermo la mia versione dei fatti e sono pronto a testimoniarla sotto tortura, se non vi è rimasto altro rimedio per scoprire la verità » e lo sottolineo con tutto l’impeto e la decisione necessarie a mascherare il mio sgomento, simulo coraggio ma ho il terrore della tortura.L’inquisitore rimane impassibile, non riesco a cogliere nella sua espressione il minimo segno di cedimento, egli si limita a dire meccanicamente:”Lo vedremo… Si mormora in giro che tu ti interessi di stregoneria» e da al boia l’ordine di sollevarmi in aria.Mi agito come un pollo legato per le zampe.Il doge Morosini sbuffa, tamburella le dita, inizia a dare segni di impazienza e interrompe quasi subito la manovra del boia:”Basta così! E’ ora di passare al processo successivo, non ho intenzione di perdere tutta la notte in questioni da osteria. Anche se il reo si offre spontaneamente al boia non mi risulta che sia stato indiziato a tortura. Vi prego di usare maggiore cautela nell’arrestare i rei, poichè la sola carcerazione per il delitto di eresia comporta considerevole infamia al carcerato».Mi slegano le braccia doloranti per riportarmi in cella. Tiro uno smisurato sospiro di sollievo, ma poi sulla porta incrocio lo sguardo di Zagreo, seduto sul pavimento di legno con le spalle appoggiate ad un angolo di parete, immobile come una statua di ghiaccio, ridotto ad una pallida ombra di se stesso. Vorrei abbracciarlo, dirgli all’orecchio qualche parola di consolazione, fargli capire che siamo ancora tutti e due nella stessa barca, che ho mentito sì ma…Abbasso gli occhi davanti al trovatore, quasi mi sento complice di quella crudeltà  inutile, inutile come uccidere un usignolo.* * *” …e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare!»Muto, in attesa della pena votata dal Consiglio, il mattino seguente Zagreo è seduto a terra nell’angolo della cella.Ora so. Zagreo è l’ultimo dei “Gentili”, rappresenta l’anello finale nella catena di persecuzioni inflitte ai pagani. Pochi sanno e nessuno parla dei secoli d’intolleranza contro i pagani, tra i più grandi crimini commessi nella storia dell’umanità . Quante innumerevoli volte fuori della porta del tempio si udì la terribile minaccia:”E se non vi sottomettete all’autorità  del Papa, signore del mondo, state certi che con l’aiuto di Dio noi vi daremo poderosamente contro, vi assoggetteremo al giogo e obbedienza della Chiesa; prenderemo le vostre persone, le vostre mogli e figli e li faremo schiavi, e come tali li venderemo e disporremo di essi. Prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e il danno che potremo, come a chi non obbedisce al proprio signore e gli resiste e lo contraddice; affermiamo che la morte e il danno che seguirà  da ciò sarà  per vostra colpa, non nostra».Inizio a riflettere sulla confessione di Zagreo e la confronto con quanto mi aveva confidato appena il mattino precedente:”I culti pagani della vite… il vino di Dioniso e il pane di Demetra».Ammiro in lui la fiera indipendenza di pensiero, fino ad un momento prima del processo ero convinto mi avesse raccontato soltanto delle belle favole ma ora lo scopro un vero filosofo, uno di coloro che assaporano il raro privilegio di pensare con la propria testa, al contrario alla maggioranza del genere umano che usualmente è capace di trascorrere una vita intera a mangiare, lavorare e riprodursi senza mai sfiorare un pensiero che abbia il sapore della filosofia. Devo approfondire i princìpi che Zagreo ha enunciato e cercare di analizzare con cura il credo che egli ha difeso, lucido e coerente, fino alle estreme conseguenze.L’Umido, cui accennava, dovrebbe dunque essere il principio spirituale e invisibile, la sostanza che permea e unifica l’intero universo restando tuttavia intangibile allo scorrere della freccia del tempo. Al suo estremo egli ha posto il principio Secco, ovvero la molteplicità  degli individui e delle forme, espressione dell’innumerevole varietà  di specie che Noè caricò nell’arca e che ora popolano ogni angolo della terra. C’è abbastanza spazio per coinvolgere Aristotele, anche costui concepiva due analoghi aspetti del creato, la Forma e la Sostanza. Come spiegava Mastro Bernardo intento a rifinire una scultura con lo scalpello: la Sostanza è riconoscibile nella pietra della statua e la Forma nel peculiare aspetto forgiato dallo scultore; potenzialmente, dalla pietra allo stato grezzo possono emergere infinite immagini, ma una ed una sola è la figura che lo scultore decide di attuare, un profeta, un cavallo o una fanciulla… e come contemplando la statua si può percepire ad un tratto la nuda pietra, così contemplando il mondo fenomenico si può percepire ad un tratto la Sostanza Universale – concludeva il Maestro.La Forma sta alla Sostanza come l’Attuale al Potenziale. Il pane viene cotto e mantiene la forma impressa dal panettiere; il vino è un liquido, cioè una sostanza che potenzialmente può venire contenuta in qualsiasi recipiente. Pane / Vino, Secco / Umido, non mi è difficile capire che tutte queste coppie in qualche modo equivalenti si rifanno al principio generale degli opposti. Però, appena cerco di collocare la Realtà  all’interno dei due opposti, oscillo dall’uno all’altro cadendo in preda al dubbio. Che confusione! Dov’è la Realtà  che dà  contenuto e valore concreto alla vita, nell’esile sostanza sottostante alle cose o nelle forme concrete e tangibili? In sintesi, nello spirituale o nel mondano? Questo è il problema.Finito nei vicoli ciechi di un labirinto inestricabile non riesco a trovare la via d’uscita e mi ritiro dai miei ragionamenti sempre più disorientato e perplesso. Se dovessi commettere l’errore di prendere l’irreale per il reale o viceversa il vero per il falso, la mia mente verrebbe ad invischiarsi in una trappola letale. Se invece, per porre termine a questa sorta di sdoppiamento, dovessi ammettere la presenza congiunta della Realtà  tanto nella Forma che nella Sostanza dovrei addirittura ricorrere ad una logica nuova e bizzarra che permette la verità  simultanea di due aspetti contraddittori: il mondo trae forse sostegno dalla follia?Mi accorgo di non avere risposte certe e mi perdo a fantasticare pigramente dietro una costante irrisolta incertezza, ritrovandomi dopo un po’ in una sorta di limbo, ove sogno e rimembranza possono facilmente confondersi. In questo stato, lontano dai ritmi abituali della mia vita, impresso nelle terribili cose appena successe, non so più se considerare maggiormente veritiero il sognare o il ricordare. Più autentico il sogno premonitore di Zagreo col corvo che gli strappa la lingua o più autentica la mia immagine mentale del carnefice che gli taglia orribilmente la lingua? Dentro di noi un ricordo non è affatto dissimile da un sogno. Persino il futuro, le nostre speranze, non sono molto diverse dai sogni. Ed il presente? Che cosa mai è il presente se non quanto di più inafferrabile esista, nel momento stesso in cui cerchiamo di afferrarlo… anche l’attimo scivola nel passato. Solo i sogni restano mentre pian piano la realtà  svanisce.Malinconicamente, ho trascorso l’intera giornata a meditare, senza concludere nulla… sicchè ho finito per dubitare di quelle stesse capacita di discernimento che il Creatore avrebbe riservato alla coscienza umana. Più investigo il mondo più torno sconcertato sui miei passi, in nessun modo posso superare l’abisso che mi separa dai suoi impenetrabili misteri. Devo ammettere di ignorare che cosa sia il mondo e cosa sia io stesso, nonchè quella parte di me che ora mi consente di pensare. Non so perchè io sia venuto al mondo, perchè viva in questo istante del tempo e non in altro, perchè ora mi trovi in questo punto dello spazio e non in un altro. Oltre le pareti della mia cella, cerco invano di misurare l’immensità  del cosmo, in ogni direzione incontro spazi incommensurabili e cammini eterni che mi inghiottono come un granello di polvere. Esausto… approdo a quel Silenzio di fronte al quale le parole ed i pensieri si ripiegano su se stessi senza raggiungerlo.Terza notte nei pozzi. Il buio avanza, l’umidità  mi entra nelle ossa e indolenzisce le articolazioni. A un tratto percepisco nei corridoi uno sciacquio d’acqua corrente, non ci faccio caso e mi rigiro nel tavolaccio. Di nuovo lo sciacquio, questa volta sembra provenire dall’interno della cella, punto le mani sul bordo del tavolaccio e appoggio i piedi sul pavimento, la pianta del piede s’immerge in due dita d’acqua gelida.L’acqua alta! Il mare è entrato nel cortile interno del Palazzo Ducale, ha invaso i corridoi dei pozzi ed ora filtra da sotto la porta.Cerco il mio compagno tentoni nella penombra, non è sdraiato sulla sua panca, lo trovo seduto sul pavimento allagato, è ancora nello stesso angolo di quando era tornato in cella. Lo prendo in braccio e lo sollevo a forza sul mio tavolaccio. Zagreo è tutto inzuppato, mi rincresce di averlo abbandonato lì in terra, sono colto da mille rimorsi. Gli strizzo la veste fradicia, cerco di scaldargli le mani con il calore delle mie ascelle e lo tengo appoggiato a me sostenendo le sue membra, rannicchiate e tremanti. Il tavolaccio poggia su dei pilastri di pietra non più alti di due piedi, se l’allagamento supera questa misura finiremo a mollo nell’acqua gelata e moriremo entrambi assiderati. Gli Inquisitori lo sanno, forse ci hanno sbattuti qui proprio per questo, secondo il piano di una sadica esecuzione.Cresce. Non si ferma. L’acqua continua a salire. Stendo il piede in direzione del pavimento. Scivolo sulla pietra del pilastro e immergo l’intero alluce. Dopo un po’ ripeto l’operazione e rituffo il piede iperesteso sulla caviglia. Sono sotto fino a meta piede, vuol dire che l’acqua aumenta in modo impercettibile ma inesorabile. Il rumore d’acqua che goccia echeggia nei corridoi e vi si aggiunge lo sciacquio di stivali di qualcuno che passa. La marea accelera, arriva alla caviglia iperestesa e la supera, va oltre il piede di profondità , non manca molto ai due piedi e vinto dal panico vado prospettando lo spettro vicinissimo d’una morte lenta e orribile e controllo spasmodicamente il livello dell’acqua. Però, col trascorrere del tempo, non ci giurerei ma sembra abbia smesso di crescere, controllo il livello dell’acqua un’altra volta, sta scendendo.Sento un tuffo al cuore, mi sembra che stia scoppiando, stringo forte Zagreo al mio petto, lui ricambia l’abbraccio, grosse e calde lacrime mi rigano le guance.* * *In seguito, appena sul pavimento non rimane che un sottile velo d’acqua stagnante, riesco finalmente ad abbandonarmi al sonno. A notte inoltrata vengo svegliato dal rumore dei catenacci, la cella si illumina con la torcia, Cengio è vistosamente agitato e mi esorta ad uscire:”Svelto, prendi la tua roba e seguimi, non c’è tempo da perdere».”Dove mi vuoi portare a ‘ste ore?» chiedo pigramente.”Sbrigati, devi cambiare cella».Scatto in piedi sbattendo le suole in terra e alzo la voce sdegnato:”Io resto qui, non hai nessun diritto di spostarmi di cella, fammi parlare con i tuoi superiori!»Cengio si fa avanti e inizia a tirarmi per un braccio:”Muoviti».”Toglimi le mani di dosso, martuffo!»Mi libero dalla sua presa ma altri due guardiani si affacciano alla cella attirati dalle grida. Sono costretto a cedere. Più che mai frastornato, abbattuto per quella assurda disposizione, mi decido a congedarmi da Zagreo. Una separazione penosissima, simile a dover abbandonare nel bisogno il migliore amico o di più, un fratello sventurato. Zagreo guarda mestamente la parete e con il dito indice vi disegna la falce della luna, abbassa la mano e poi disegna il disco solare con intorno i raggi, dopo di chè prende il palmo della mia mano, vi posa una medaglia, vi chiude sopra le mie dita e avvolge il mio pugno entro le sue mani. Stringe la presa e mi fissa negli occhi con il suo sguardo insieme fiero e dolcissimo, mentre i guardiani spazientiti mi trascinano via.Nel corridoio, alla luce delle torce osservo meglio la medaglia. Non vale nulla. E’ una moneta antica, fuori corso, ed il suo metallo non è pregiato. Vi sono incisi un uomo e una donna congiunti in amplesso. Effigie curiosa per una moneta da utilizzarsi nella vita quotidiana, non riesco proprio ad immaginare in che epoca i greci abbiano potuto coniarla. Chissà  cosa ha voluto dire Zagreo disegnando il sole e la luna? Questa medaglia potrebbe avere un valore di portafortuna o forse, ecco, potrebbe riferirsi alla medaglia magica del sole e della luna, quella che Medea appese al collo del principe magnesio, un istante prima di fare l’amore con lui sopra il Vello d’Oro. Chi lo sa?Girato l’angolo del nostro corridoio vengo sistemato nella nuova cella, poco distante dalla precedente. Appena entrato mi scervello per indovinare una qualche relazione tra l’ultimo muto messaggio di Zagreo e la leggenda del Vello d’Oro. Ripercorro il racconto così come egli me l’ha esposto il primo giorno di prigione:…Finalmente le sponde settentrionali del mare di Crono, l’Alto Adriatiaco. Entrati in una palude di canne, tosto gli Argonauti balzarono giù dalla nave e lasciarono le loro impronte sulla spessa melma nerastra in cui marcivano le piante. Essi percepivano costantemente un nauseabondo odore di putrefazione finchè si presentò ai loro occhi uno spettacolo terrificante: il cimitero dei Colchi, una serie sterminata di cadaveri appesi alle cime dei salici e offerti in pasto ai corvi e ai nibbi. Era costume dei Colchi esibire in tal guisa i loro defunti, ma solo quelli di sesso maschile poichè le donne venivano seppellite con tutti gli onori.Gli Argonauti si introdussero in profondità  nella pianura avvolti in una nebbia fittissima, una barriera provvidenziale che li nascose alla vista dei Colchi ed in cui nemmeno Linceo riusciva a vedere oltre un palmo. Sulla soglia del palazzo regale, arroccato nella cima più alta dei Colli Euganei, Diomede incontrò degli esuli greci e confidò loro i segreti motivi dello sbarco. Gli esuli gli fecero ben presente i rischi dell’impresa: Eete è un re crudele, violento e terribile. Ma c’è un ostacolo ancor più duro, prodigio orrendo a vedersi, un drago immortale che veglia perpetuamente il Vello d’Oro e nè giorno nè notte il dolce sonno vince i suoi occhi. Quel drago è nato dal sangue di Tifone, il mostro dell’abisso che si ribellò al trono di Zeus. Quando si mette a soffiare nella notte, scuotendo le enormi spire rivestite di squame e allungando il lunghissimo collo, emette un sibilo agghiacciante che risuona lontano nella sconfinata foresta, le donne allora si svegliano dallo spavento e abbracciano piene d’angoscia i bimbi che piangono.Udito il racconto degli esuli, Diomede impallidì dalla paura e si chiuse in un cupo mutismo, ma gli dei propizi mandarono un segno… ed una colomba sfuggita miracolosamente alla violenza di uno sparviero, cadde tremante nel suo grembo. Fattosi coraggio, il principe magnesio si presentò raggiante al cospetto di Eete e dell’indocile sua figlia, Medea. Ella nel vederlo fu presa da muto stupore e il dardo di Eros la centrò in pieno petto penetrando in profondità  nel suo cuore di fanciulla. Dolcemente l’amore le rapì gli occhi lucenti e la sua natura ribelle si aprì alla gioia, come la rugiada dell’aurora si scioglie sopra le rose. Medea era una maga consacrata alla Luna ed era ben conscia che senza di lei Diomede non avrebbe potuto superare le durissime prove imposte da suo padre, perciò col proposito di favorire l’amato gli diede un appuntamento segreto nel tempio di Ecate. Uscita da palazzo sotto un leggero velo di lino, la vergine inviolata strinse fra le braccia il bel corpo di Diomede, baciò avidamente il suo petto e si accordò con lui su come sfruttare al meglio le risorse dei suoi espedienti magici.Il re Eete pretese che Diomede soggiogasse all’aratro due tori dagli zoccoli di bronzo, creature di Vulcano che sputavano fuoco dalle nari diffondendo un gran fumo fuligginoso all’intorno. Diomede riuscì nell’impresa: era protetto contro le fiammate da un unguento incombustibile che Medea aveva tratto dal Crocus Aureus e spalmato amorevolmente sul suo corpo. Come gli era stato ordinato, Diomede arò un campo con i tori aggiogati e seminò nei solchi i denti di un drago, quello ucciso a Tebe da Cadmo. Dai denti nacquero immediatamente dei guerrieri e tutto il campo fu irto di solidi scudi, di lance e di elmi brillanti. Egli ricordò il suggerimento di Medea e da lontano lanciò nel mucchio una enorme pietra rotonda sicchè, non sapendo chi li avesse colpiti, i guerrieri si accusarono a vicenda e si massacrarono fra loro.Io ricordo che proprio a questo punto del racconto, Zagreo si era messo a declamare con vigore, teneva elevatissima la tensione, la sospendeva con enfasi in un crescendo che annunciava il culmine risolutivo. Lo rivedo nella cella, arruffato e gesticolante:”Medea si avvide che il padre Eete sapeva delle sue trame e pur in preda a laceranti conflitti, invitò Diomede a seguirlo nel bosco sacro per appropriarsi del Vello e fuggire insieme. Il principe magnesio volle attardarsi ad accendere un falò in onore agli dei, versò nel fiume il miele di una coppa d’oro e quindi si lasciò guidare docilmente da Medea. Entrati nel recinto del terribile Ares, l’indomito dio della guerra, si ritrovarono in un bosco di lauri, cornioli e grandi platani ove il sottobosco era tappezzato di mandragola e panacea. Al centro del bosco videro il tronco possente di una enorme quercia che toccava il cielo con la cima e spiegava tutt’intorno le sue fronde. Là , appeso ai rami pendeva l’aureo Vello, simile a una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente.Venne fuori il drago. Sibilò spaventosamente e fece scricchiolare gli alberi intorno scuotendoli fino alle radici, ma Medea, impassibile, fissò negli occhi del drago, spruzzò sulle sue palpebre le gocce di un filtro soporifero e lo fece crollare a terra, addormentato. Allora Diomede affondò entusiasta le dita nella soffice e morbida lana e staccò dal ramo il pesante Vello.Raggiunto l’ormeggio della nave Argo, l’equipaggio fece cerchio intorno esultando. Diomede esibì ai compagni di viaggio la meta così faticosamente conquistata e non mancò di presentare loro Medea quale sua legittima sposa e sorella. Felici, gli Argonauti presero il largo. Sul castello di poppa, fu preparato il letto nuziale al dolce suono della cetra di Orfeo. La maga Medea, stesa nuda sopra la soffice lana dorata, fece al suo sposo un dono preziosissimo: una medaglia che portava il Sole inciso su una faccia e la Luna sull’altra. Poi, mossi dai loro impulsi d’amore, Medea e il principe magnesio consumarono il matrimonio sull’aureo Vello, come sopra una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente».Seguì la conclusione, in tono sommesso.Eete, l’inflessibile figlio del Sole, non si rassegnò alla perdita del Vello e della figlia prediletta, e lanciò le navi all’inseguimento degli Argonauti. Sotto la guida di suo figlio Fetonte, la flotta colca tagliò il golfo per impedire agli Argonauti di tornare in patria lungo la via del Danubio. Ma allorchè stavano per essere raggiunti, Medea e Diomede ricorsero ad un nuovo inganno e tesero un agguato a Fetonte. Medea dichiarò di essere stata rapita con la forza e fece sì che il fratello venisse da solo all’appuntamento nel tempio istriano di Artemide, situato ove la via Danubiana aveva accesso al Mare di Crono. Lì Fetonte, mentre contemplava la sgargiante tunica purpurea portatagli in dono da Medea, fu colpito a tradimento da Diomede e cadde in ginocchio nel vestibolo del tempio.I comandanti della flotta colca, per timore della punizione, non osarono tornare a mani vuote dal terribile Eete, si appostarono lungo le coste dell’Istria e vi fondarono la città  di Pola. Gli Argonauti cercarono allora ad occidente la via del ritorno ed entrarono nel delta del Po ove si imbatterono nelle figlie del Sole che trasformate nei tremuli pioppi della riva piangevano lacrime d’ambra nel ricordo di Fetonte.Questo è il racconto di Zagreo, tori che sputano fiamme, alberi che piangono, è ben difficile cavarci un senso e capire cosa possa in realtà  significare questa medaglia del Sole e della Luna!Delle grida interrompono bruscamente le mie riflessioni, tendo l’orecchio… non riesco a distinguere le singole parole ma sembrano le proteste di un prigioniero. Dopo alcuni minuti sento uno scalpitio di passi frettolosi nel corridoio, balzo su dal tavolaccio, avvicino alla porta il secchio dei bisogni, monto in piedi sul suo coperchio, mi allungo sul muro sopra la porta ed ecco mi affaccio a curiosare dal buco rotondo largo una spanna che comunica col corridoio. E’ Cengio, con l’aiuto di due secondini sta trascinando un qualcosa di pesante avvolto in un lenzuolo, non riesco a distinguere bene la scena, ho dei dubbi ma mi sembra che nel lenzuolo possa essere avvolto il cadavere di un uomo.Normale amministrazione, penso. Torno sul tavolaccio e subito dopo piombo a colpo in un sonno profondo che copre abbondantemente tutte le ore di buio. Dopo due notti senza chiudere occhio, il sonno è la più grande fortuna che mi possa toccare in mezzo a tanta tribolazione. Sogno all’orizzonte dolci colline coperte di vigne e cammino con Zagreo su vaste e verdi estensioni di prati, come capita al prigioniero che sogna la libertà  e mentre sogna è libero dalla sua prigione.* * *Apro gli occhi al risveglio: scritte indecifrabili sul legno, date e nomi dimenticati da tutti, odori, lamenti, lunghi silenzi impregnano queste quattro squallide pareti, sono le storie di coloro che hanno concluso qui dentro la loro misera esistenza.Sono solo.Non riuscirò a sopportare a lungo la solitudine. Pur di parlare con qualcuno sarei disposto a tollerare la compagnia di chicchessia, fosse anche un carcerato con la lebbra.Il tempo si trascina con una lentezza esasperante, regolarmente scandito dai rintocchi delle campane. Un’ansia incontenibile mi assale.Quanto a lungo dovrò rimanere nei pozzi? Se a conclusione dell’interrogatorio mi avessero ritenuto innocente a quest’ora sarei già  stato scarcerato per insufficienza di prove. Invece sono ancora dentro. E’ un brutto segno. Forse hanno perquisito casa mia e hanno trovato la prova della mia colpevolezza.Le idee più nere si addensavano nella mia mente.Nessuno è mai riuscito a fuggire da qui. Aborrisco il solo pensiero di restare rinchiuso nei pozzi fino a vecchiaia inoltrata. A confronto è meglio morire subito, impenitente, arso vivo sul rogo. Concedere spettacolo tra le fiamme, contorcersi in convulsioni spasmodiche con i bulbi oculari, cotti, che sporgono bianchi sul corpo annerito, carbonizzato. Fino a chè si viene ridotti ad un mucchietto d’ossa incandescenti.Dipende tutto da me. Potrei sempre dichiarare il pentimento e avere salva la vita, ma quale vita? Consumare un’infelice esistenza nella condanna al carcere perpetuo, languire lentamente, patire giorno per giorno l’implacabile erosione sulla mia persona, l’ineluttabile restringimento del lume della ragione che mi farà  somigliare ad un animale solitario, chiuso nella sua gabbia. Malattie e cattivo cibo finirebbero per rendermi presto irriconoscibile, al punto di trasformare il mio corpo in uno scheletro ricoperto da una pelle sottile. Un cadavere vivente, un’ombra che cammina, che orrore.Meglio andare immediatamente all’inferno, almeno lì non soffrirò di solitudine, ben venga la compagnia dei dannati anche se condita dai tormenti dei diavoli. Credo di non temere il rogo, non mi pentirò a nessun costo, io non mi piego, nemmeno davanti al mondo intero che congiura contro di me, sputerò in faccia agli Inquisitori e manderò loro e il pubblico e tutti quanti in culo a sa mare.Aspetta un attimo e se invece mi faranno uscire, dopo una pena di pochi anni? Se invece mi faranno uscire, allora mi metterò a capo della rivolta dei greci. Vendicherò Zagreo! In barba alla Lega e a quel bacucco del Doge chiederò ad Ezzelino nuovi finanziamenti e con quei soldi armerò i ribelli di Candia. Mi vedo già  nei panni di un eroe foriero di giustizia.Ma, un momento, che mi passa per la mente? Ho superato il limite del buon senso. Sragiono. Devo rilassarmi. Anche senza la mia vendetta, prima o poi come tutti noi, anche questi miei aguzzini strapieni di alterigia verranno divorati dalla morte ed io fin d’ora li considero come fossero da gran tempo sepolti. Meglio cercare consolazione nella filosofia, magari potrei ripetere i limpidi ragionamenti di ieri… ma non ci riesco, non ci riesco. Se ispeziono le nude pareti della cella mi sembra solo che l’esistenza mi abbia confinato a vivere entro una tenue bolla di luce che si estende tutto intorno a me fin dove cade la mia vista, oltre c’è un ignoto che mi spaventa. Non riesco in nessun modo ad uscire dallo stretto orizzonte in cui il limite dei sensi mi ha relegato. Oltre, dietro ogni angolo, l’altrove assoluto… un mondo invisibile che mi spia insidioso come una lama sottile.Il campanile suona le dieci. Mentre me ne sto a rodermi l’anima sdraiato sul tavolaccio sento pizzicare e prudere le gambe. Devo purtroppo fare la gradita conoscenza con gli inquilini della nuova cella, le pulci. Peggio di un carnefice questi maledetti insetti mi tormentano di continuo. Comincio a sentirmi confuso e agitato, forse ho la febbre. La fronte scotta. Una morsa pungente mi stringe la gola. Le mie fantasie si vanno facendo deliranti. Ecco ci mancava, torna ad assillarmi una vecchia conoscenza di quando avevo nove anni, l’apparizione che mi svegliava di soprassalto negli incubi notturni: ha piume di struzzo, corna di caprone e coda di scorpione, è un mostro dalle gambe deformi che vomita oscenità  dalla bocca. Ha il volto infame di uno storpio che aveva abusato sessualmente di me, quando mio padre tardava a ritornare dal viaggio in Crimea. Ora questa bestia orrenda annuncia eventi apocalittici e col suo illimitato potere costringe i quattro elementi a scontrarsi vorticosamente fra di loro, la terra trema e i deserti di ghiaccio si frantumano, il gelo è aggredito dal calore dell’aria riarsa, l’umido evapora per effetto del secco, acqua e fuoco si mescolano, tutti gli elementi infuriati girano in cerchio trasformandosi l’uno nell’altro in un immane cataclisma: esplosioni di fango, vapori, fumi, magma incandescente! I segni zodiacali si affrontano in una cosmica rissa. Il sagittario trafigge la vergine con la freccia, il cancro afferra i pesci con le chele, lo scorpione punge al piede l’acquario, il toro incorna il leone, ariete e capricorno si fracassano il cranio l’uno contro l’altro, la bilancia cade in testa ai gemelli.Ho i nervi a pezzi. Ammetto di avere varcato la soglia della pazzia e lo so, è tutta colpa della magia, molti stregoni sono impazziti davvero, e non solo per l’esposizione ai vapori del mercurio. La minima cosa mi urta. Dal secchio dei bisogni esce un odore pestifero che sa di letame di cavallo, vivere nella sporcizia mi ossessiona. Sono scocciatissimo con Cengio perchè questa mattina non ha eseguito le pulizie quotidiane, fra l’altro è passato da molto mezzogiorno e quel martuffo non mi ha portato neanche un pezzo di pane secco.* * *La testa pelata, le occhiaie nere, l’orecchino ed il solito sorriso ebete, il faccione di Cengio spunta dalla porta spalancata:”Fuori di qua, sei libero!» mi dice con gli occhi sgranati ed una espressione di viva contentezza come se dovesse essere lui a venire liberato.Rimango paralizzato per un attimo, sono sopraffatto dalla sorpresa e attraversato da un fremito di sollievo. Ma scotendomi gli chiedo:”E Zagreo?»”Pensa per te e sbrighiamoci a uscire dal guscio, tartaruga!»Resto inchiodato al pavimento manifestando la ferma intenzione di non uscire dalla cella finchè non avessi ricevuto precise notizie dell’amico:”Voglio sapere esattamente quale pena gli ha assegnato il Consiglio! Non ha forse scontato a sufficienza, che gli resta da patire di peggio della lingua mozzata? Deve uscire subito, adesso!» grido fuori di me dalla rabbia.”Lascialo riposare in pace, il greco non può uscire di casa: ha il torcicollo». Cengio si stringe il collo con entrambe le mani, tira fuori la lingua penzoloni e finisce la frase con un rutto che diffonde tutto intorno il suo alito vinoso.”Lo avete strozzato?» gli urlo in faccia.Cengio non risponde, abbassa le palpebre sugli occhi e guarda in basso confuso balbettando dei suoni inarticolati.Le sue allusioni, le grida che ho udito indistintamente durante la notte, il cadavere che ho visto trasportare lungo il corridoio. E’ chiaro. perchè non l’ho capito subito? Sul momento ho rifiutato l’idea della sua morte, ma Zagreo è stato strangolato nella cella con quel marchingegno infernale appeso al muro. Più ubriaco del solito, Cengio si è lasciato sfuggire un segreto di Stato. Questa esecuzione sommaria è stata escogitata per evitare ogni risonanza pubblica, agli occhi dei greci il rogo avrebbe trasformato Zagreo in un eroe e in un martire della ribellione. Invece, tutto in segreto. Hanno rinunciato ad ogni consuetudine di rito, non un rintocco dal campanile di S. Marco: il campanone del maleficio ha taciuto l’avvenuta esecuzione capitale. Una scena raccapricciante invade la mia immaginazione, Cengio di spalle che gira la ruota del marchingegno, Zagreo che cerca disperatamente di liberarsi mentre i due secondini gli spingono la schiena contro il muro e gli bloccano il collo entro il ferro di cavallo. Le dita mi si tendono, devo lottare contro l’impulso di affondare le mani sul collo di Cengio e strangolarlo sul posto per vendetta. Desisto, salgo dietro di lui i gradini in salita, rampa dopo rampa fino alla sala del Tribunale. Il Giudice mi aspetta per promulgare la sentenza. Entro. Oltre all’Ordinario sono presenti Vicario e Inquisitore, come pure il Notaio che deve autenticare gli atti. Il Doge invece è assente.Prende la parola il frate Inquisitore:”Il qui presente Petrangesio, mosaicista della Basilica d’Oro, veneziano dell’età  sua d’anni 28, ha confessato di aver tenuto conversazione con un eretico, indi di averlo visitato e onorato con doni. Sebbene egli neghi ogni intenzione malevola ed affermi in buona fede di non averlo saputo eretico, ciò non toglie da lui il sospetto, per quanto leggero».Poi rivolto a me:”E’ necessario che tu abiuri formalmente l’apostasia pagana a titolo di cautela per l’avvenire».Non ho scelta, stendo le mani sul Vangelo:”Io Petrangesio, inginocchiato avanti di voi, toccando i sacrosanti Evangeli, giuro che ho sempre creduto e sempre crederò in tutto ciò che insegna la Santa, Cattolica e Apostolica Romana Chiesa. Volendo togliere dalla mente dei Cattolici questo leggero sospetto sorto contro di me abiuro, maledico e detesto l’apostasia pagana e qualunque altra eresia. Giuro per l’avvenire che non avrò conversazione con i perfidi eretici e se ne conscerò alcuno come tale lo denuncerò all’Inquisitore».Magrissimo e cereo, il Vicario si alza e mi punta l’indice ossuto:”Ricordati bene che se dopo aver abiurato cadrai in eresia, confermando così la fondatezza dei nostri sospetti, dovrai venire punito dal braccio secolare in quanto recidivo. Sai come?»Nego con il capo mostrando il palmo delle mani.Il tribunale rintrona della minaccia del Vicario:”Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».Inghiotto un fiotto di saliva.Egli continua:”Intanto affinchè questo tuo errore non resti del tutto impunito e tu possa essere di esempio agli altri ti condanniamo ad inginocchiarti ogni domenica, a testa scoperta, davanti il portale della Basilica di S. Marco. Per tutta la novena di Natale dovrai attendere l’uscita dei fedeli dalla Messa maggiore, tenendo in mano una candela accesa. E per salutare penitenza ti imponiamo in aggiunta la recita quotidiana della corona della Beatissima sempre Vergine Maria».Stordito e barcollante, mi lascio accompagnare da Cengio. Appena sono sul portone d’uscita l’avvilimento emerge in tutta la sua rabbia repressa. E’ il momento di congedarmi dal mio carceriere: con una mossa veloce alle sue spalle gli tiro una sberla sonora e schioccante sulla zucca pelata, mi sgancio e attraverso il cortile del Palazzo Ducale. Cengio, bloccato sulla soglia, rimane a fissarmi con il solito sorriso ebete.Il gelo stringe in una morsa Piazza S. Marco. La gente è chiusa in casa. I palazzi in sasso dei nobili si ergono simili ad una foresta pietrificata: le fitte colonne dei porticati diventano tronchi e gli intrecci, in rilievo sopra i balconi, rami che si dipartono verso l’alto mentre più in su, nelle merlature dei cornicioni, i triangoli traforati si alternano a piramidi acuminate ricordando punte di abeti. Mi viene incontro un mondo fiabesco di alberi vetrificati dal ghiaccio, contorti in vibrazioni musicali, avvitati su se stessi, congiunti ad altri in archi acuti e ombrose gallerie.La mia città , baciata dal sereno che segna la fine di abbondanti piogge, è avvolta in una giornata incredibilmente splendida e azzurra. I colori gialli e rosa delle case, le cappe blu e verdi dei passanti risaltano sulla leggerissima lastra di ghiaccio che ricopre di grigio perla la piazza e mi danno la sensazione di non averli mai visti così accesi e vivaci, tinte che mi paiono oltremodo smaglianti a confronto della penombra e dell’oscurità  cui ero abituato nei Pozzi. Sono libero ed è per me una giornata specialissima, anche se per gli altri, quei pochi che mi sfrecciano intorno indaffarati, è un sabato qualsiasi.* * *Domenica 17 dicembre: la rivincita della quaresima. Inizia oggi la novena che vieta ogni forma di mascheramento e blocca temporaneamente un Carnevale già  in pieno ritmo dal mese di novembre. Devo accantonare la mia voglia matta di festeggiamenti e purtroppo dedicarmi all’umiliante penitenza impostami dal Vicario.Ora canonica della Messa di mezzogiorno, sono inginocchiato a capo scoperto davanti il portale centrale della Basilica, ho in mano una lunga candela accesa, tutto come prescritto. Odo mormorare le ultime preghiere oltre le porte chiuse, tra poco uscirà  la folla. Mi sento tremendamente a disagio, obbligato a figurare nei panni dell’imbecille. Ho dedicato la mia vita alla Basilica, ho faticato duramente giorno e notte perchè i mosaici venissero degnamente apprezzati dai fedeli ed ora eccomi qua, presto diventerò lo zimbello di tutti.Ma cosa succede, perchè c’è questo silenzio, hanno finito? Si spalanca con fragore il portone, un chierichetto tiene in alto una croce pesante, altri spandono incenso. Si leva il canto “Ite missa est”.Oh no, ci mancava la cerimonia della processione. In testa, il vescovo regge il pastorale ricoperto di gemme favolose e indossa, sopra la splendida tunica di seta violacea, un manto scarlatto ornato di frange e ricamato in oro; seguono appresso i prelati in pompa magna, poi con stola e dalmatica arcidiaconi diaconi e suddiaconi; in mezzo, sostenuto da quattro aste, avanza il baldacchino con il drappo che ricade ai lati in frange; in coda i monaci e le suore. Dietro a costoro si accalca la massa in corteo e poco ci manca che mi calpestino. Alcuni fedeli, nel riconoscermi lanciano occhiate miste di curiosità  e riprovazione, un gruppetto di bambini mi prende di mira con sberleffi e boccacce, intanto passano a braccetto due mie amiche e fanno finta di non vedermi, ma dopo qualche passo trattengono a stento le risa tenendosi la bocca con le mani.La processione completa lentamente il giro di Piazza S. Marco lungo la striscia selciata del Listone e ritorna sotto il portale della Basilica. A un passo da me il vescovo traccia nell’aria il segno della croce per sciogliere le fila. Sto sulle spine. Come se non bastasse molti si fermano lì vicino a chiacchierare in ossequio alla tipica abitudine domenicale, e manco a farlo apposta non vanno più via.Da uno di quei crocchi assiepati all’intorno si stacca un uomo dalle spalle strette ed un po’ curve, che mi supera di poco in altezza benchè io sia in ginocchio. Sembra quasi uno gnomo con quel cappuccio a punta che gli scende dietro fino ai polpacci, la corta mantellina rossa aperta sulla tunica nera e le punte delle scarpe arricciate fino a meta gamba e quella barbetta grigia…Ostrega! E’ il libraio del mio sestriere, il commerciante di bibbie che mi ha venduto il manoscritto!Mi copro la testa, tiro su il cappuccio azzurro e mattone della mia tunica bicolore, ma quello si avvicina e mi scappuccia. Tengo il capo più chino che posso, lo giro dall’altra parte, quasi cerco di nascondermi dietro il cero, ma il libraio si pianta a un palmo dalla mia faccia. Mi ha riconosciuto. Dalla sorpresa alza le sopracciglia e tira indietro la testa rientrando il mento nel collo, poi fa un sorriso di sufficienza con mezza guancia sollevata.Ha un tono che mi suona beffardo:”Petrangesio, la tua cambiale giace ancora nel cassetto della mia bottega. Ricordati che vale sempre come prova per la giustizia».Si allontana senza aggiungere altro. In quella maledetta cambiale sta scritto il mio nome e la somma di cui gli sono debitore. Allude al fatto che ha in mano una prova contro di me, sono spacciato, il mostriciattolo vuole fare la spia; la sua testimonianza verrà  pienamente accolta anche se il processo è già  stato pubblicato, verrò considerato recidivo e spedito dritto al braccio secolare.Ho davanti agli occhi lo spettro ossessivo del rogo. Un fumo denso e lattiginoso si sviluppa dalle fascine poste sotto i miei piedi, le fiamme cominciano a crepitare sommessamente poi in un batter d’occhio le lingue di fuoco si uniscono in una vampata esplosiva. I capelli scompaiono nel bagliore, la pelle si raggrinzisce e gli arti si ritorcono su se stessi in una danza macabra. Infine, cogliendo il diradarsi delle fiamme la folla trattiene il respiro incuriosita e rimangono i miseri resti di un corpo carbonizzato con i bulbi oculari, bianchi e cotti, protrusi a fissare i presenti. Si leva allora il grido del Vicario: “Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».Giro la testa per vedere la direzione presa dal libraio. Mi alzo dalla posizione genuflessa e con un gesto di stizza scaravento il cero contro lo stipite del portale. Abbandono a terra i due frammenti spezzati e comincio a pedinare la mantellina scarlatta del libraio. Temo che vada dritto a denunciarmi. Invece si dirige al domicilio e dopo un lungo tragitto imbocca la sua calle stretta e deserta. E’ entrato in casa. La domenica il negozio è chiuso, al piano superiore pare non ci sia nessuno, il libraio vive da solo, so che è vedovo e che i figli non vivono con lui. Lo spio attentamente dalle finestre, appoggiato al muro sorveglio le sue minime mosse. E’ al pianterreno, da solo nel negozio. Mette in ordine dei libri. Mangia qualcosa nel retro bottega e poi si addormenta, lo sento russare distintamente.Questo è il momento cruciale. Devo decidere ora: o scelgo di eliminare il manoscritto o scelgo di eliminare il libraio e di rubare la cambiale che resterebbe un movente fin troppo chiaro. Sono ancora in tempo per precipitarmi a casa di corsa e bruciare subito il manoscritto, toglierei così all’Inquisitore la possibilità  di esaminarlo; però mi sembra un’azione indegna, il papiro è stato salvato da mani pietose durante l’incendio della Biblioteca di Alessandria e oggi finirebbe distrutto proprio per mano mia. Far fuori il libraio è un’azione ancora più indegna, però è troppo rischioso tentare altre vie con uno come lui… è un essere viscido, insipido e melenso, tutti lo considerano imperdonabilmente vile e indolente, è inutile cercare un’intesa parlandogli in modo aperto.Che scelgo? Cosa conta di più per me in questo momento?L’oro, conta l’oro! Un raptus maniacale si impadronisce della mia mente, non intendo rassegnarmi a perdere il papiro perchè significherebbe rinunciare per sempre alla fabbricazione dell’oro. Ha prevalso la mia avidità : in tre giorni nei pozzi ho imparato a conoscere tutte le tare della mia anima, ma non vi sono rimasto abbastanza a lungo per fissarmi su dei proponimenti atti a guarirle.Faccio qualche passo felpato verso l’ingresso della bottega e con la mano nascosta dal mantello afferro il pugnale che porto sempre appresso dacchè sono uscito di prigione. La porta non è chiusa a chiave, la spingo lentamente, entro e vedo la testa del libraio appoggiata sul tavolo, la tempia posata sul dorso della mano. Il cassetto con la cambiale è dietro di lui, dovrò forzarne la serratura. Guidato da un impulso ormai irrefrenabile mi avvicino con la mano saldamente appoggiata sul manico del pugnale. Il cuore mi batte all’impazzata. Il pavimento è tutto ricoperto di giunchi palustri e devo prestare un’attenzione estrema per non fare rumore. Gli sono quasi di fianco, il pugnale è ancora nascosto sotto il mantello ma ho il braccio già  contratto, ancora qualche piccolo passo e potrò tagliargli la gola agevolmente prima che abbia il tempo di fiatare. Fisso il pomo d’Adamo sporgente sotto la barbetta. Ha pochi e grigi capelli, il volto pallido e scavato, le orecchie un po’ a sventola, la bocca socchiusa come un cadavere. Non russa più. Così immobile sembra proprio morto, tanto che mi soffermo un attimo a osservare il ritmo dei suoi atti respiratori, quasi per convincermi che sia ancora vivo.Uno scatto e il libraio solleva la testa. Sobbalzo dal panico. Ha gli occhi sgranati dallo stupore e la sua bocca si spalanca per urlare, ma non ne esce alcun suono. Mi fissa paralizzato, non gli riesce di mettere a fuoco la situazione.Balbetto:”Oh, oh mi scusi. Mi… mi perdoni se l’ho svegliato».”Vuoi farmi morire dallo spavento? Che cosa vuoi di domenica? E’ chiuso».Rispondo col tono di uno che si sente fin troppo sicuro di sè:”Ecco. Per errore suppongo, voi signore mi avete venduto un libro che tratta di argomenti eretici, questo è il punto. Vendere libri del genere è un grave crimine. Dovreste saperlo. Io credo comunque nella vostra buona fede, se prima di venderlo vi foste preso la pena di leggerlo… scoprendo le sozzure che contiene senz’altro l’avreste bruciato».”Come potevo leggerlo, io non conosco la lingua greca. Non sapevo affatto che contenesse eresie».Non riesco a nascondere la mia sorpresa, se costui dice il vero come al solito mi sono ficcato da solo in un bel pasticcio:”Ah, non lo sapevate? Comunque non preoccupatevi caro amico, continuate pure tranquillamente i vostri sonni, io non intendo affatto denunciarvi, non lo saprà  mai nessuno che mi avete venduto un libro proibito, anzi facciamo finta che non sia mai esistito».”Siete venuto per ricattarmi, solo perchè questa mattina mi son preso licenza di ricordarvi il vostro debito? Non volete più pagare la cambiale?»”No, no, non fraintendetemi. Sebbene mi sia sobbarcato il pio incarico di dare il papiro in pasto alle fiamme, pagherò comunque la vostra cambiale, statene certo. Voglio solo mettervi in guardia per l’avvenire, cercate di fare attenzione ai libri che sono all’indice, sono un veleno mortale per le anime dei cattolici».”Ma dimmi, che ci facevi alla fine della messa in atto da penitente?» e mi scruta con insistenza negli occhi.”Ah niente, ho fatto un voto alla Santissima Vergine».Mentre mi allontano dalla bottega, imprecando fra me per l’equivoco, mi accorgo che il libraio si è affacciato alla finestra del piano superiore e con lo sguardo continua a seguirmi sul Campo della chiesa dei Frari. Sentendomi osservato mi dirigo compostamente all’ingresso della chiesa, quindi a un metro dalla soglia mi genufletto e faccio un ampio segno di croce con la riposta intenzione di convincerlo quanto io sia un devoto cristiano.* * *Entro. Crollo sul banco, la testa fra le mani.Provo disgusto per me stesso. Al processo ho mentito per timore dell’Inquisizione, durante l’abiura ho spergiurato davanti a Dio e ora di falsità  in falsità  sono caduto vittima delle mie stesse menzogne. Zagreo, quello sì è un uomo! Fiero e nobile fino all’ultimo, ha detto in faccia all’Inquisitore tutto ciò che pensava. Piuttosto che fare il nome dei suoi compagni Zagreo era pronto a dare la vita, io invece, preoccupato soltanto di salvare me stesso, ho tentato di toglierla ad un altro uomo che ho bollato con l’etichetta di ignavo, ma non era che un pretesto per eliminarlo senza rimorsi e solo adesso scopro la mia totale ignoranza sulla sua persona, che ne so di lui? perchè volevo ucciderlo?Detesto la mia malvagità . Il pugnale comincia a bruciarmi addosso, ho vergogna della sua riprovevole presenza. E’ troppo doloroso doversi ravvedere, troppo profondo e incolmabile il mio sconforto: mi ficco il pugnale nel cuore e la faccio finita. Il suicidio. Non c’è altra via d’uscita. Attratto dal miraggio dell’oro mi sono invischiato con leggerezza in una insostenibile catena di guai, ah meschina avidità ! E’ solo colpa mia. Avanti, il pugnale è qui, ben affilato, un colpo secco al costato, è questione di un attimo.Qualcosa mi trattiene dall’atto fatale. Forse la sacralità  del luogo.I Frari. In questo tempio dedicato alla morte, saturo da ogni parte della commemorazione d’illustri defunti, regna incontrastata un’atmosfera particolarissima che pian piano mi cattura col fascino discreto del suo funereo e mesto rigore. Mi alzo e cammino adagio. Abbassando gli occhi al pavimento mi accorgo di calpestare ignaro le pietre tombali dei cavalieri, scorro le pareti e vedo ovunque sepolcri scolpiti e in alto in bilico casse da morto appese. Porto avanti lo sguardo verso l’altare maggiore, la fredda pietra delle statue mi comunica un indescrivibile turbamento, misto di perplessità  e rispetto: sculture di dogi, comandanti e principi, distesi sul coperchio del sarcofago con le mani giunte al petto, il volto impassibile. Sono tutti diligentemente presenti all’appello, fermi al loro posto, pietrificati per sempre. Uomini d’eccelsa grandezza e avventurieri dai pochi scrupoli, santi o peccatori che fossero, sono comunque ospiti dell’abbraccio della morte che li rende tutti eguali ed ugualmente muti. Nessun profumo di fiori, nessun canto, nessun addobbo, un silenzio nudo e severo che rende vano ogni banale e pretenzioso ornamento.Furono uomini potenti, graziati dalla fortuna per ardore e doti eccellenti, in loro più che in altri fremeva il sangue e la carne, eppure son ridotti a un nonnulla insignificante, un mucchietto di ossa consunte dal tempo. Avevano fortemente amato, lottato sudato e pianto per i loro ideali, per quanto vi era di più sacro al mondo, la famiglia, la patria. Tutto invano. In questo tempio la morte ha scacciato lontano la vanità  che li aveva illusi un tempo.Che ne è dunque dell’immortalità  loro, seppure il corpo li tradì al fatale appuntamento?Lo spirito… lo spirito… Persistente alla dura prova della morte esso è nell’invisibile abbraccio che li tiene uniti l’uno all’altro, è ciò che si respira in quest’aria liberata da ogni scoria, è cemento, marmo, il porto di pace cui approda il loro viaggio mondano. Per incorporea natura alieno all’effimero, esso è ciò che permane, in eterno, una volta cessato il breve corso delle illusioni terrene. Lo spirito è ciò che è, non un fasullo paradiso ove prolungare in eterno l’egoistico appagamento dei sensi, ma l’Essere nella sua prepotenza, la divina sostanza che non avendo avuto inizio non potrà  avere fine.Ah tu immateriale, dove volasti anima di costoro? Psiche, dalle ali di farfalla!Furono poeti e condottieri, l’animosità  dell’indole loro mise in movimento ragioni e mete lontane che altri al loro posto non cessarono di perseguire e ancora oggi le orme di quei passi vengono cercate da chi non vuole perdersi nelle paludi dell’incertezza. L’anima grande dei forti, come una nave varata sullo specchio della laguna, ha increspato la calma superficie generando ampi cerchi lentamente propagati al largo, lontano lontano quelle stesse timide onde si son fatte lunghe e agitate, lontanissimo in Oltremare son diventate alte e ripide e ora si sollevano furiose a scatenare un tifone. Il vento soffia turbolento e strappa dalle creste spruzzi e schiuma tali da oscurare il cielo, seppur poco fa… impercettibile battito d’ali di farfalla, l’anima loro alitasse sola nel tempio.Rinfrancato dall’offuscamento dei rimorsi, lascio i sepolcri con rinnovata speranza, ho preso il sano proponimento di bruciare il manoscritto che in pochi giorni ha sconvolto la mia vita: questa sera stessa lo darò sul serio in pasto alle fiamme e così sarà  anche la fine di questa storia assurda.Esco adesso dai Frari. Non saprei calcolare quanto a lungo vi sia rimasto assorto. Due ore, tre? Non so dire, avevo perso completamente la nozione del tempo. Ripasso davanti al negozio del libraio, porte e finestre sono sbarrate. Una foschia sempre più densa sta salendo dall’acqua, appena girato l’angolo tiro fuori il pugnale e lo getto frettolosamente nel canale.Al lancio segue un rumore secco di legno colpito e gli improperi del gondoliere. Lascio il rematore alla cantilena delle sue bestemmie e mi avvio deciso verso casa.A mezza via, con l’immancabile martello alla cintola, mi viene incontro trafelato il mio fratello maggiore, il muratore:”Sono venute le guardie dell’Inquisizione! Hanno messo a soqquadro la casa e ne sono uscite con un papiro. Era nascosto dentro il vaso di ceramica».Mi dirigo a casa in tutta furia, prendo i miei risparmi, afferro il mantello, riempio una borsa da viaggio e fuggo, pur sapendo che la fuga pone indizio e presunzione di colpevolezza al fuggitivo.Di nuovo incombe su di me l’incubo del rogo, di nuovo il Vicario, magrissimo e cereo, ossessivo, con i capelli neri unti e lisci e quel dito puntato su di me:”Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».In riva degli Schiavoni prendo al volo la prima gondola che trovo e ordino al gondoliere di portarmi al canale di Cannaregio, in direzione dell’approdo di Mestre. L’acqua della laguna sta fumigando, la nebbia invernale fluttua e si accumula, l’umidità  mi entra nelle ossa e mi gela il respiro. In piedi sulla gondola, avvolto e imbacuccato nel lungo mantello, potrei essere facilmente scambiato per uno spettro malinconico.La gondola nera fende la nebbia con la sua prua dentata dipinta di bianco, avanza senza far rumore coi remi fasciati dai vapori, sorpassa ad una ad una le ombre dei passanti sulla riva. Diretta all’imbocco del Canal Grande, costeggia piazza San Marco per l’ultima volta. Dal fitto della nebbia esce il Palazzo Ducale, ha le colonne sospese nel vuoto per illusione, e mentre ci allontaniamo adagio, la nebbia ingoia i merli traforati del cornicione, l’immagine della facciata si fa sempre più tenue, opalina, rarefatta, fino a scomparire nel nulla.Fu allora che un tumulto di sentimenti invase con prepotenza il mio petto, giudicavo fortunato l’ultimo degli straccioni che poteva vivere in libertà  nella sua patria, più fortunato di me, forzato ad un esilio non meritato in terra straniera. Parte della mia anima era rimasta a Venezia e non avrei trovato pace finchè non l’avessi ricongiunta a me.L’oro delle StregheLa strega di BosconeroCapitolo IIPioggia torrenziale. Allontanatomi alla svelta da Mestre, mi avvicino ai confini della Marca Trevigiana varcando a piedi le campagne semi allagate. Con l’animo sospeso avanzo avvolto nel verde pastello del mio mantello. Evito un ponte sorvegliato e passo a guado un corso d’acqua. Senza imbattermi in posti di blocco posso inoltrarmi indisturbato fino alla roccaforte di Casier sul Sile. Mi par quasi impossibile che vada tutto così liscio, ho addosso una tensione continua, mi mette in agitazione la sola idea di incrociare lungo la via le cappe e i cappucci neri sopra la tonaca bianca dei domenicani.La strada maestra. Da dietro gli orti e i vigneti mi appare in lontananza una cinta muraria circondata da un fossato e difesa da guardie e ponte levatoio: Treviso! A quella vista seducente nasce in me la tentazione di sostare in quella città  rinomata per valore e cortesia, città  di belle donne, celebre per le feste e i tornei, centro galante di danze e conviti, luogo di ritrovo per i giovani figli dei vassalli e per i numerosi trovatori che dalla Provenza vi accorrono.La vita raffinata delle famiglie castellane è costellata di festeggiamenti che spesso culminano nel castello d’amore, un castelletto di legno tutto ricoperto di stoffe e difeso dalle donzelle contro l’assalto dei giovani. Le armi incruente dei contendenti sono rose e garofani e frutti ricercati come arance e datteri. Lusso e lussuria si esaltano a vicenda e si consumano insieme quando a sera, proclamata la tregua fra i contendenti e terminate le barbose sfilate delle scuole artigiane, ognuno torna nella sua stanza e le costose vesti di seta delle donzelle calano davanti le insistenze dei nobili rampolli.Il suo clima godereccio mi attira, volentieri mi stabilirei in questa città  opulenta; ho sentito ben nominare le sue case eleganti adagiate all’intreccio dei numerosi corsi d’acqua, come pure i graziosissimi affreschi della chiesetta di S. Francesco o il Palazzo dei Trecento, con le grandi finestre a trifora ed il tetto che sale merlato.Treviso è retta da Alberico da Romano, fratello di Ezzelino e tuttavia ostile a lui ed alla sua politica ghibellina. Ostile anche ai Veneziani, che inneggiando alla Lega Lombarda fomentano i numerosi patrizi divisi dalle discordie cittadine e invisi ad Alberico. Venezia, pur di eliminarlo è disposta all’uso di qualsiasi mezzo per cui, e qui sta il mio inghippo, la città  è piena zeppa di spie della Serenissima, altrettanto pronte a somministrarmi i loro mortali veleni in ossequio alla ragion di Stato.Ma mi azzardo ad oltrepassare lo stesso la frontiera delle mura cittadine, supero il ponte levatoio sul Sile e passo attraverso la porta meridionale. Sono in Treviso. Giro a sinistra, ma dopo pochi passi all’interno vado a sbattere contro la facciata di un convento gremito di frati domenicani, imponente per l’altezza inusuale e per il taglio netto dei volumi: faccio velocemente marcia indietro e a malincuore ripercorro in senso inverso la porta meridionale. Affrettando il passo costeggio all’esterno i bastioni di terra, scivolo sotto le torri rotonde che svettavano al di sopra del fossato e mentre cammino sconsolato, penso alle alternative.Nella Marca Trevigiana Verona Padova e Vicenza sono nelle mani di Ezzelino, tutte città  da evitare poichè una mia eventuale presenza fornirebbe prova di legami con i cospiratori greci;a Villa di Corva c’è il feudo di Gueccello, parente e fedelissimo di Ezzelino;a Ceneda niente meno che il Vescovo;in Cadore i da Camino, escludendo Feltre e Belluno da poco preda dell’onnipresente Ezzelino.Fuori della Marca Trevigiana ci sono ad est la Patria del Friuli e a sud, ma troppo distante, il dominio degli Estensi.Dove altro posso andare?Milano, Brescia, Alessandria… no, le città  della Lega Lombarda sono lontanissime.Riflettendo, pian piano mi porto alle spalle della porta settentrionale, l’ultima delle quattro porte che si aprono sui quattro quartieri in cui è diviso il contado: quartiere di Mezzo, Duomo, Oltre Cargnano e Riva. Sta calando la notte, le guardie cominciano ad alzare il ponte levatoio e mettono le catene alle porte, le mura si stanno armando di numerose sentinelle e ad intervalli le feritoie si illuminano del bagliore delle torce.Per sottrarmi alla vista dell’Inquisizione devo rendermi invisibile almeno quanto il pianeta mercurio nel cielo notturno, cosa che posso realizzare solo al prezzo di un allontanamento dal mondo, cercando rifugio nei luoghi più impervi e irraggiungibili. Perciò saluto Treviso, la mia città  di belle donne, e mi dirigo a nord verso il territorio dei da Camino.Attraverso le dolci colline del trevigiano, dopo tanta terra incolta e selvaggia, ecco il popoloso abitato di Conegliano raccolto all’ombra di un castello che domina la campagna dal colle più alto. Fresche sorgenti alimentano numerosi bacini per l’allevamento dei pesci. Frutteti, verdi praterie e terre arate circondano il castello dei ricchi proprietari terrieri.Basse nubi grigie si addensano appena sopra il maniero. I vessilli del feudatario sventolano sui torrioni e sulla vetta appuntita della rocca, costruzione massiccia e squadrata alta tre piani e situata entro le solide mura del castello. Al piano superiore della rocca vive la famiglia del podestà  imperiale e alcune damigelle si affacciano curiose alle strette finestre.Una processione della Confraternita dei Battuti esce dal ponte levatoio e scende serpeggiando lungo le pendici del colle. I membri sfilano indossando un cappuccio bianco dotato di due sole aperture per gli occhi, si auto flagellano a scopo di penitenza oppure portano sulle carni il cilicio, cintura ruvidissima e nodosa che infligge penosi tormenti ad ogni movimento del corpo. Si battono il petto, recitano giaculatorie e implorano perdono con alti lamenti. Nella pia confraternita non figura nessuno dei nobili castellani, occupati semmai a gozzovigliare con gustosi piatti di selvaggina e con abbondanti libagioni di vino caldo alle spezie, ironia della sorte gli aderenti sono tutti reclutati tra i rappresentanti della vessatissima stirpe dei servi della gleba.Costoro, i villani, sono la categoria tradizionalmente oppressa e sfruttata dal feudalesimo. I privilegi del feudatario sono garantiti dai trattati di diritto e dalle usanze feudali avallate dalla stesura di documenti in cui i villani sono equiparati più o meno a buoi da lavoro. Pertanto il servo della gleba è perennemente sovraccarico di compiti che vanno dal dissodamento e aratura dei terreni, alla manovalanza per tutte le esigenze dei signori, come raccogliere la frutta, riparare gli edifici, tagliare la legna e conciare le pelli con la scorza delle querce. La fatica è tanta. Dalla cima del colle l’ombra detestata del maniero sorveglia senza tregua il villano. Benchè sogni il ritorno ad un’età  dell’oro priva di servi e di padroni, egli non osa tuttavia ribellarsi al Signore, voci insistenti di feroci repressioni gli tolgono ogni velleità .La terra affidata ai villani è avara e talvolta la fame fa sentire i suoi morsi, quando poi il capriccio del tempo ci si mette di mezzo rovinando i raccolti, è l’apocalisse. L’inverno del 1234 ad esempio fu freddissimo: una spessa coltre di neve si estendeva su tutta la campagna, morì la selvaggina, le vigne si seccarono e gli alberi da frutto si fissurarono lungo il tronco.Anche se era tempo di Quaresima, i prelati si concessero in via eccezionale di mangiare la carne rimasta. Gli speculatori si arricchirono mandando alle stelle i prezzi degli alimenti, la farina diventò preziosa come l’oro e i più poveri diventarono ancora più poveri. Tutto ciò in ossequio alla sentenza dell’evangelista Matteo, che dice: “A coloro che hanno sarà  dato e a coloro che non hanno sarà  tolto anche ciò che hanno».L’anno successivo si ripetè lo stesso freddo. Per disperazione si mangiavano bacche e cibi avariati, si metteva l’argilla nella zuppa o addirittura si staccavano i condannati dalla forca per divorarli. Il ciclo si chiuse ovviamente con una serie di epidemie, che riducendo il numero delle bocche da sfamare ristabilirono l’equilibrio.Quando invece il raccolto è buono, ecco che il contadino può andare fiero dell’unica autentica ricchezza di cui è proprietario: il maiale. Ingrassato in autunno e amorevolmente rimpinzato di ghiande poco prima di ammazzarlo, esso fornisce il vitale sostentamento per buona parte dell’inverno.In tutte le stagioni i villani vengono flagellati senza pietà  dalle imposte che possono esaudire sia in denaro sia in natura, sotto forma di un bue o di un certo numero di pecore. L’economia del sistema feudale si basa infatti sull’appropriazione da parte del Signore di ogni soprappiù messo da parte dalla gran massa dei contadini e così i tributi riducono il popolo ad una condizione di mera sussistenza atta a soddisfare nulla di più che i bisogni vitali. A chi non è in grado di rimettere i censi non resta altro che la prigione e molti sventurati villani finiscono per indebitarsi fino al collo con gli usurai ebrei.Come la classe nobiliare pretende denaro in cambio della difesa militare, altrettanto gli ecclesiastici si sentono in dovere di vessare i villani con le odiosissime decime in cambio della difesa delle loro anime dalle fiamme dell’inferno.In fin dei conti anche l’auto flagellazione dei Battuti è un’ammenda per poter riconciliarsi con Dio: un pagamento che ripara le colpe commesse con i peccati.* * *L’immenso bosco del Cansiglio nel vasto feudo dei da Camino. Oltre Conegliano un mare sconfinato di abeti alti e verdi si perde lontano all’orizzonte, alberi e alberi si succedono senza fine. Estensione enorme e selvaggia, la foresta vergine in cui orsi e lupi affamati fanno da incontrastati padroni incute al viaggiatore sentimenti contrastanti e un reverente timore si mescola sovente alle mistiche sensazioni evocate dalla contemplazione del paesaggio. Entro l’oscuro manto della selva v’è la rassicurante presenza di santi eremiti vestiti di pelli e dediti alla pia ricerca della solitudine, ma bisogna purtroppo annoverare anche un gran numero di bracconieri e di pericolosi briganti coi quali ovviamente è preferibile non avventurarsi.La pioggia ricomincia a martellare. Il feltro verde del mio mantello è completamente inzuppato d’acqua tranne il bavero di ermellimo che tengo sollevato a riscaldare il collo. Il viaggio è veramente massacrante. Duramente provato dalla fatica mi trascino con un bastone a forma di tau sotto braccio e con gli stivali da cittadino già  mezzi scuciti. Davanti a me un carro in transito verso nord è rimasto impantanato nel fango della pista. Il conducente intercala tremende imprecazioni alle frustate per i suoi pur robusti buoi. Stendo dei rami sotto la ruota e lo aiuto a disincagliarsi. In cambio ottengo dal carrettiere un provvidenziale passaggio. Divido con lui il pane che ho messo da parte ed un vaso di miele vendutomi da un boscaiolo.A Ponte nelle Alpi dormo in un fienile. Al mattino presto finalmente la pioggia è cessata e proseguo con la zattera che traghetta passeggeri lungo il Piave fino a Codissago. Con mia grande meraviglia la zattera è affollatissima, a bordo ci sono contadini che emigrano, mendicanti vestiti di stracci, pellegrini, frati bigi e miseri cavalieri erranti, c’ è un malato che come San Giobbe si gratta le piaghe col coltello e accanto uno storpio che esibisce la sua deformità , segno esteriore del peccato e della maledizione di Dio.Che se ne stiano alla larga. Costoro mi ricordano gli squallidi messaggeri di un mondo sull’orlo della rovina. Non ci tengo affatto ad arruolarmi nelle loro file per dividere in modo equo la fame. Un mosaicista come me anche in capo al mondo può guadagnarsi una paga onorevole e comunque sia ho ancora un piccolo gruzzolo, ho speso qualcosa per la zattera e per i pedaggi dei ponti ma la consistenza della mia borsa non dev’essere calata di molto.Vorrei tastare di nascosto il sacchetto dei denari ma non posso farlo, ho addosso i loro sguardi. Mi stanno mangiando con gli occhi, sotto il mantello aperto osservano i colori sgargianti rossi e azzurri della mia veste da cittadino, si soffermano con invidia sui miei stivali a punta mentre loro portano zoccoli di legno e hanno i piedi fasciati di pezze puzzolenti. Sono imbarazzato, per nascondere il mio disagio mi volto dalla parte opposta e faccio finta di guardare intorno alla zattera. La visibilità  è scarsa a causa dei fumi di nebbia che salgono dall’acqua, la zattera si muove a rilento contro il fiume in piena, le rive sono disabitate e la foresta fa loro cornice per ogni dove.In lontananza comincio a distinguere il molo del nostro approdo. Stringo gli occhi per scrutare meglio, poi li spalanco con tanto di pupille dilatate, impallidisco, mi si rizzano i capelli, scosto le braccia e apro le mani a dita divaricate: ad attenderci sul molo ci sono due domenicani in compagnia dei gendarmi!La zattera avanza, non ho scampo, i miei piedi sono incollati alle tavole, non provo nemmeno a tuffarmi in acqua, sulle rive sbucano altri gendarmi da dietro le fronde. La zattera scivola inesorabilmente verso il molo. Attracca. Subito due gendarmi si gettano ad acciuffare una vecchia cenciosa che si distingue solo per essere tutta vestita di nero!Scampato pericolo. Segue il sesto giorno di viaggio. Imbocco la strada del Canal e sbuco nella val di Zoldo. E’ una vallata ridente e prospera che attira l’immigrazione, la sua fortuna sta nei giacimenti di rame e di piombo, ma soprattutto nelle ricche miniere di ferro: le officine vendono i chiodi che viaggeranno per mezzo Mediterraneo affissi agli scafi della Serenissima e i fabbri zoldani forgiano le armi che andranno a Milano, a Brescia, a combattere in mano ai soldati della Lega Lombarda.Ho deciso. Mi fermo in mezzo a questi industriosi montanari, gente riservata ma ospitale, è il posto ideale per trovare subito lucrose offerte di lavoro e far valere la mia maestria di artigiano del mosaico. Modestamente nel mio mestiere ci so fare, tanto più che qui non esiste davvero concorrenza per uno uscito dalla Corporazione musiva di Venezia.Corro dunque alla chiesa di Zoldo e appena varcato il portone getto lo sguardo a terra, ma rimango deluso: il pavimento a scacchi bianchi e neri è in ottimo stato e non richiede alcun intervento di manutenzione. Scruto ogni angolo dell’edificio ma la chiesa è piccola, affrescata, non ci sono spazi per ricavare dei mosaici. Allora esco di gran carriera sulla piazza principale e vado a bussare all’unico palazzo di ricconi.Il maggiordomo apre la porta in fessura:”Cossa vutu? Vutu che?»Accenno un affabile inchino:”Buongiorno a voi, sono un esperto mosaicista di Venezia, a disposizione del Signore del palazzo per un bel pavimento di mosaico».”No, non gli occorre» ribatte secco e ritira il portone per chiuderlo.”Ehi, un momento – insisto. – Fatemi parlare con il Signore in persona, è mio diritto», cerco di bloccare la porta tenendola per la maniglia ma il maggiordomo la serra con un gran tonfo.”Ruspante!», gli grido più che mai offeso.Mi giro e vedo sulla piazza i braccianti riuniti, manodopera a salario in attesa di un occasionale datore di lavoro. Non ho molta scelta: con loro o presto o tardi la fame. Raggiungo perciò il gruppetto dei manovali e a braccia conserte come gli altri, aspetto.Ecco avanzare tronfio il mandante di un datore di lavoro, con mio disappunto vi riconosco l’antipatico maggiordomo che poco prima mi aveva sbattuto la porta in faccia. Ora indossa un ridicolo berretto a quadretti bianchi e verdi.Gracchia:”Ci occorre un bovaro per la malga. Lo chiedo per l’ultima volta!»Nessuno fiata, i manovali si scambiano degli sguardi perplessi.Approfitto del loro momento di incertezza:”Eccomi! Io, io» alzo il braccio teso e faccio un passo in avanti.I manovali ridacchiano rumorosamente alle mie spalle. Che umiliazione, un cittadino veneziano come il sottoscritto, mosaicista delle cupole d’oro, un artista del mio valore ridotto a fare il bovaro… dalle stelle alle stalle.Vengo dunque assunto come guardiano presso una mandria composta da buoi dal pelo fulvo e da gagliardi vitelli di razza italica. La stalla, situata nell’altipiano di Mas di Sabbe, è al centro di un’ampia distesa di prati in pendio ed ha un leggiadro soffitto ricoperto da una moltitudine di pipistrelli appesi a grappoli. Il primo incarico del nuovo lavoro è particolarmente raffinato, trattasi di ripulire la stalla da cima a fondo. Il letame non veniva allontanato da anni, arriva fin quasi al ginocchio e diffondeva intorno un lezzo nauseabondo.Conclusa in alcuni giorni la gran sfaticata, comincio pian piano ad apprezzare la mia occupazione di mandriano e devo dire che non mi capita affatto di soffrire la solitudine. Accudisco le bestie, ogni giorno le abbevero e le nutro col fieno profumato di selvatico e al termine delle faccende, mangio in santa pace la mia zuppa. Pensare che nessuno voleva venirci a lavorare perchè corre voce che un tempo l’altipiano fosse il luogo di ritrovo delle streghe.Paura delle streghe? Mai vista l’ombra di una strega a Mas di Sabbe. Anzi, è un luogo delizioso. L’incanto della natura intorno mi affascina. Passo le ore e i giorni nel candore delle colline innevate, assaporo la quiete di alture alpine abitate solo dalle pernici bianche, contemplo la vastità  dei panorami e delle vallate sotto di me. L’atmosfera è quasi sempre limpida e tersa, la visibilità  ottima, tanto che nei punti più remoti gli abeti sembrano vicinissimi e pare di poterli raggiungere con le dita e sradicare come ciuffetti d’erba. Al contrario, zone appena sotto danno un’illusione di lontananza: lunghe lingue di ghiaia simili a spiagge remote lambiscono un mare di pini mughi e, come isole nella corrente, gruppi di larici spuntano gialli nel verde di quella distesa agitata dal vento.Gironzolo per i boschi. Cammino sul tappeto intessuto dalle foglie dei faggeti, mi soffermo a sfiorare con le dita la corteccia bianca delle betulle, bevo con le mani l’acqua fresca del torrente Maè e intanto il picchio muraiolo esce da una fenditura della roccia e prende rapido il volo sopra la mia testa.* * *I Monti Pallidi furono scolpiti dalla mano sapiente di un divino Artista. Spesso mi perdo estasiato a carezzare la vastità  delle pareti rocciose che dominano la vallata di Zoldo e nel rievocare la penosa ristrettezza dei pozzi, un genuino senso di riconoscenza esce dalle profondità  del mio spirito. Iddio ti ringrazio di essere vivo ad ammirare la suprema bellezza della tua opera! …se solo Zagreo potesse essere qui con me, penso.E nel vincolo di quell’amicizia nefasta, anche in mezzo al costrutto del Grande Architetto dell’Universo, finisco per cadere nella seduzione esercitata da un’opera che viene dal maligno: il granito grigio e rosa pallido di un monte dalla forma possente, un gigantesco trono fornito di schienale e poggioli a semicerchio, che i montanari del luogo chiamano il Caregon del Diavul.Il massiccio si staglia isolato al di sopra dei profili ondulati delle alture e poggia sul piedistallo creato dalle falde dei detriti rocciosi. Quando osservo dalla malga gli sparvieri che sfrecciano alti nel cielo, il mio sguardo si posa inevitabilmente sulle sue cime maestose e così a poco a poco sorge in me la determinazione di violarle. Nessuno fra i montanari ha mai osato tanto, nati in mezzo alle rupi essi non hanno costume di scalarle, eppure io muoio dalla voglia di superare quella specie di varco teso sul baratro e innalzato con superbia verso il cielo. E’ come se vi fossi attratto da una forza irresistibile, annidatasi in un legame indissolubile, forse il patto stesso che ancora mi pone in debito col diavolo.Durante i primi mesi del 1251 l’inverno fu particolarmente mite e la neve scarsa per cui, proteggendomi dal freddo con una semplice pelle di daino, già  a febbraio posso tentare la mia scalata. Poco prima dell’alba avanzo dalla forcella più prossima al monte, mi introduco nella vegetazione e scompaio dietro le fronde, mentre gli abeti richiudono alle spalle i loro rami profumati. Proseguo nella foresta in assenza di qualsiasi traccia di sentiero. Ho sete e non trovando alcun ruscello mi vedo costretto a bere dalle pozzanghere, chino con la bocca sulla superficie dell’acqua.Uscito finalmente allo scoperto, mi tocca dannarmi su interminabili ghiaioni di grosse pietre aguzze. Intanto studio la struttura del monte. Ad ogni trenta quaranta passi la prospettiva ne cambia i contorni e l’imponenza di nuove spettacolari angolature è tale da sorprendermi ogni volta. Ecco, individuo il punto più agevole per l’attacco. Salgo in cima al ghiaione e mi ritrovo sotto la spalla orientale del massiccio, ai piedi della parete si riconosce facilmente la sua stratificazione orizzontale in bande alte qualche metro.Un momento prima di afferrare con le mani la nuda pietra, mi concedo una pausa nel tenue tepore del primo mattino e mi guardo intorno indugiando ad assaporare il colore giallo dei prati, l’azzurro del cielo e i raggi solari che risplendono scintillanti sulle vette. Imprimo dentro di me queste immagini. Penso a quanto la vita sia incomparabilmente preziosa: il solo fatto di respirare quest’aria pura e di vedere il cielo sopra la mia testa basta a darmi una soddisfazione completa e sono contento di esistere, integro e sano nei miei ventotto anni. Che meraviglia amare la vita, con semplicità . Le mie sensazioni si dilatano, questi indimenticabili momenti mi sembrano una immensa ricchezza, un tempo infinito, come se contemporaneamente nello stesso istante dovessi vivere tante vite diverse.Nel tastare con la punta delle dita la consistenza della roccia, friabile e pericolosamente scivolosa, vengo assorbito da un’ondata di ricordi e rapidamente ripercorro a ritroso la mia esistenza fino all’epoca della mia fanciullezza …fino a Gengis Khan.Quel marinaio sul molo raccontava che l’imperatore dei Mongoli, divenuto molto vecchio, doveva essere trasportato su un monte situato a lontanissima distanza (non era nelle facoltà  di un bambino concepire l’idea della morte, l’eroe della mia infanzia non poteva morire). La scorta dovette attraversare il Gobi, un vastissimo deserto di ghiaia totalmente privo d’acqua salvo l’eccezione di qualche minuto lago salato. Quell’inverno, sugli altipiani del Gobi la temperatura era scesa precipitosamente sotto lo zero e la scorta fu decimata dagli stenti e dal freddo, i superstiti riuscirono tuttavia ad attraversare il deserto e finalmente raggiunsero la catena montuosa dell’Altai. All’interno di un altissimo monte considerato l’asse del mondo, essi deposero il grande Gengis Khan, l’Imperatore che vive e non vive, immerso in un eterno letargo, morto benchè appaia vivo e vivo benchè appaia morto.Inizio ad arrampicare. Salgo sulla paretina gradinata usando mani e piedi, mi aggrappo tenacemente alle roccette chiare, ne percepisco la consistenza porosa. Non c’è più tempo per pensare, l’azione mi assorbe. Trenta metri da terra. Il minimo passo falso sarebbe anche l’ultimo, ogni attimo diventa prezioso, segna il confine incerto tra la vita e la morte. Sì, in effetti il pericolo semplifica di molto le circostanze: o si è vivi o si è morti. Così mi abbraccio con tutta la forza alla roccia e non per amore della roccia, ma per timore del vuoto. La paura, e in tutta sincerità  d’altro non si tratta, paradossalmente accende in me emozioni euforizzanti, in fin dei conti forse sto salendo proprio per trovarmi faccia a faccia con lei, la paura nuda e cruda.In breve raggiungo la cengia che orizzontalmente traversa l’intera parete orientale. Vi cammino in precario equilibrio salendo sempre più in alto lungo le cornici rocciose. Ad un tratto devo arrampicare di nuovo come un ragno, la mia attenzione è tutta concentrata sulla sensibilità  delle dita appese agli appigli, gli stivali di feltro col massimo della prudenza cercano la roccia più solida. Ho la sensazione di essere al limite delle mie possibilità , la difficoltà  è estrema, ma da questa posizione tornare indietro è escluso. Guardo giù nel precipizio. Un brivido mi attraversa da capo a piedi. Conta solo andare avanti, superare questo passaggio non è impossibile, dove c’è una volontà  ci deve essere una via. Finalmente! Una sporgenza transitabile interrompe la ripidezza del muro. Prendo fiato e osservo con un po’ di vertigine le pareti lisce sopra di me, l’acqua del disgelo vi disegna lunghe striature nere che scendono in verticale. Camminando in direzione sud seguo le rientranze a strapiombo di una gola e poi di un’altra.A un paio d’ore dall’attacco, guardo la vetta del Trono del Demonio e comincio a percepirla entro la mia portata, mi sento un titano alle prese con un’azione sovrumana quando, al termine della terza gola… sorpresa inaudita, vedo un vecchietto seduto sul bordo del precipizio!Mi saluta agitando le sue grosse mani:”Sani! Sani!»La lunga barba bianca gli conferisce un’aria patriarcale, ha gli zigomi sporgenti e un’espressione austera e venerabile. Chi è costui con una barba simile, non sarà  mica il fantasma di Gengis Khan?Ne ho soggezione, mi avvicino esterrefatto e ansimante:”Come avete fatto a salire?»”Per la stessa strada che avete fatto voi – risponde tranquillo -. Appena vengo stremato dalla fatica mi stendo con la schiena appoggiata al suolo, assorbo forza dalla roccia e mi rialzo più rinvigorito e più scattante di prima».Guardandolo bene pare molto vecchio, in vita mia ho conosciuto ben poche persone che abbiano raggiunto la sua veneranda età . A colpo ridimensiono la portata della mia ascensione, altro che impresa titanica, se questo vetusto montanaro è arrivato quassù non deve trattarsi di una arrampicata poi tanto difficile. Il vecchio della montagna risveglia in me una immediata simpatia e mentre siedo al suo fianco a riposare, ho modo di farmi chiarire con tutta calma perchè mai i suoi monti vengano chiamati Monti Pallidi.Gerione, è questo il nome del vecchio, come rivolgendo la spiegazione a un nipotino mi racconta una favola soavissima…. C’era una volta un re nelle Alpi Orientali. Egli regnava in pace ma suo figlio era l’unico infelice del regno, perchè tormentato da un desiderio irrealizzabile: niente popò di meno che andare sulla luna. I dottori, preoccupati dal suo umore nero, ritenevano fosse afflitto da una strana forma di pazzia da loro denominata Melanconia. Il popolino, malignava invece che il principe fosse in potere delle streghe.Una splendida notte di luna piena il principino perse del tutto la testa e andò errando per le montagne finchè capitò ai piedi di una rupe, alta e dritta come una torre. Smanioso di vedere la luna più da vicino, cominciò ad arrampicarsi per le pareti verticali della rupe. Su e su e su, salì aggrappandosi alle rocce, finchè venne avvolto dai densi vapori di una nube che ne rendeva invisibile la cima.Miracolo, la nube si staccò dalla rupe e salì in alto nel cielo trasportando sulla luna il principino. Fuori di sè dalla gioia egli potè contemplare le impronte dei suoi piedi stampate sul suolo lunare. Superò poi un cancello d’argento e davanti ai suoi occhi apparve una sconfinata distesa di fiorellini bianchi, in tutto simili alle stelle alpine. Finalmente arrivò in vista di una città  e quando ne varcò le mura si accorse che le case e le piazze e gli alberi erano bianchi, ogni cosa era bianca e lucente come candida neve.Il principe si diresse trionfante al palazzo reale, al suo interno ammirò le pareti di alabastro dei saloni e giunse al cospetto di una splendida regina che aveva la pelle color del latte, gli occhi chiarissimi e i capelli platinati. Per giorni e giorni la regina ascoltò appassionata il principe che le narrava le meraviglie della terra e dei suoi abitanti. Egli parlava sciolto e brillante, aveva scordato ogni tristezza e in preda a un totale appagamento, avrebbe desiderato restare lì per sempre.Però, la luce abbagliante che emanava da ogni cosa lo costringeva sovente a chiudere le palpebre dal fastidio e col passare dei giorni gli occhi cominciarono a dolergli dal bruciore. Temendo di diventare completamente cieco il principe supplicò la regina di sposarlo e di andare a vivere con lui sulla terra. Ella, per amore, acconsentì alla richiesta e i due novelli sposi entrarono nella nuvola miracolosa per scendere sulla terra.Allorchè approdarono sulle Alpi, il principe riacquistò subito la salute e si precipitò a cogliere un mazzo di rossi rododendri per mostrarle con orgoglio i colori del mondo terrestre. Al castello, la regina fu accolta festosamente da tutti i sudditi del regno. La figlia della Luna ammirava stupita la varietà  dei paesaggi alpini, il verde dei laghi, il rosa dei tramonti e tutti quei dolci colori che per lei rappresentavano una assoluta novità .Ma col tempo la regina cominciò a soffrire. La notte rimaneva sveglia alla finestra. Aveva nostalgia della bianchissima luce della luna, non sopportava più di vedersi imprigionata tra le rocce oscure e tetre delle Alpi. Cominciò a pensare che sarebbe morta di crepacuore se fosse rimasta ancora sulla terra. Il suo sposo non trovava soluzione al problema e ricadde in preda alla disperazione.Per fortuna il popolo dei nani accorse in loro aiuto. Alla prima notte di luna piena i nani salirono in vetta ai monti e alzate le mani sopra la testa, si misero a fare degli strani movimenti con le dita come se stessero afferrando alcunchè di invisibile.La regina si affacciò languente alla finestra e chiese al re dei nani che cosa mai stessero facendo.”Stiamo filando i raggi della luna», rispose re Laurino.In vetta ai monti, comparvero dei grandi gomitoli luminosi che i nani srotolarono lungo le pareti fino alla base delle rocce. Abilmente, essi intrecciarono una meravigliosa rete luminosa che diffondeva il chiarore lunare da tutte le pareti delle dolomiti.La regina si riprese all’istante e rivolta al principe esclamò entusiasta:”Oh, ora sì, sono diventati più belli e più lucenti della luna i tuoi Monti Pallidi!»I nani erano i discendenti di un popolo numerosissimo che da tempo immemorabile abitava una regione del lontano Oriente. Al culmine del loro splendore essi furono invasi da un popolo di feroci guerrieri. Costretti a fuggire, andarono in cerca di una nuova sede ove vivere in pace. Purtroppo ovunque arrivassero, i nani venivano scacciati e nessuno voleva averli entro i confini del proprio regno, sicchè si erano rassegnati a vivere nascostamente, appartati fra i monti.Tuttavia da quel giorno le peripezie dei nani erano finite perchè il principe dell’antico popolo dei Reti, al colmo della gratitudine, permise loro di restare nel suo regno ove vissero per lunghi anni felici e contenti.* * *Deliziato dalla favola di Gerione, lo ringrazio per la carica di entusiasmo che mi ha comunicato e mi rialzo in piedi pimpante:”Ora proseguirò fin sulla vetta. Volete venire con me?»”Ma no. Neanche per idea, non si può proseguire oltre, questa soglia che vedi affacciarsi è il limite estremo dell’abisso».”Comunque sia voglio andare avanti».”Ma sei pazzo!- In preda all’agitazione- Finirai in mezzo agli strapiombi, senza poter proseguire nè tornare indietro».”Beh, arrivederci amico», incamminandomi.”Fermo, fermo!- mi trattiene per un braccio- Non andare, rifletti! Ascolta ti prego…»”Che vuoi ancora?»”Tu non sai che razza di mostro abita gli strapiombi!»”Sì… un serpente con cento teste», scrollando le spalle.”Non scherzare, ti giuro che ho visto le orme del drago stampate sulla roccia!»”Impossibile», sorridendo.”E’ così, credimi, il drago Ouroboros comanda il Vento del Nord e ti farà  precipitare nel vuoto!»Ouroboros? Mi ghe sboro, penso fra me e proseguo.Immediatamente il passaggio sul fianco della montagna si fa molto esposto, diviene strettissimo, una semplice scanalatura orizzontale incisa sulla parete. Il cunicolo è alto meno di mezzo metro: potrei superare l’ostacolo solo avanzando prono a forza di gomiti e ginocchia. Mi spingo imperterrito nella scanalatura strisciando sulla roccia ghiacciata e stando bene attento a non battere la testa contro gli spigoli prominenti. Nel contempo tengo sempre sott’occhio l’orlo del precipizio, sul fianco sinistro lo strapiombo cade a goccia d’acqua per centinaia di metri. Sudo e nel lucido calcolo del rischio che sto correndo un brivido mi attraversa e mi fa rizzare i capelli. D’un tratto comincia a spirare forte il Vento del Nord, le sue raffiche si abbattono violente contro la parete. L’aria e il freddo si insinuano sotto la pelle di daino, la mia testa oscilla sotto l’impeto delle folate, ho la sensazione che il vento stia per trascinarmi via.Ma riesco a farcela. Percorsi una ventina di metri il passo è superato: veramente ho provato cosa vuol dire avere la vita appesa a un filo. Inaspettatamente, la via diventa molto facile e la mia tensione si muta in una gioia incontenibile. Non ci sono più tratti esposti nè voragini, trovo invece un ambiente incredibilmente suggestivo ed ancestrale immerso in un maestoso silenzio. Un vallone dalle scalee di roccia forma un monumentale anfiteatro a semicerchio calato in un’atmosfera talmente inconsueta che non mi meraviglierei affatto se un rettile dalle forme spaventose sbucasse da dietro l’angolo.Fra i detriti del suolo scopro l’inspiegabile presenza di una conchiglia pietrificata, ha una forma spiraleggiante e un diametro di ben quaranta centimetri. Camminando trovo altre conchiglie, sono bivalvi, alcune enormi. Che strano prodigio! Salire sulla cima di un monte per ritrovare il mare. In effetti la base dell’anfiteatro ricorda vagamente un fondale marino, potrebbe essere una baia. Forse ai primordi del tempo un tiepido mare ricopriva la zona e appena sotto il pelo dell’acqua proliferavano alghe e spugne e magari le barriere coralline. Mi immagino un clima caldo, un paesaggio semi desertico su cui batte perennemente un vento infuocato dall’arsura.E questo cos’è? Un dente enorme, pietrificato, con il bordo aguzzo e seghettato. Che impressione! E’ lungo venti centimetri. Lo farò vedere al mio amico. Il vegliardo aveva ragione, un dente del genere non potrebbe appartenere a nessun altro animale. Può stare solo nella bocca di un drago.Proseguo. Risalgo il vallone procedendo sulla ghiaia e poi a grandi passi sui facili gradoni che portano in direzione Nord. Una volta in alto, monto sul ripiano di un nevaio e lo attraverso diagonalmente fin dove termina la neve, a destra di una imponente cresta rocciosa.La vetta è lì a pochi passi, facile da raggiungere. Sono ancora pieno di energia sì, ma le giro le spalle lasciandola inviolata.Il sole ha disseminato il nevaio di riflessi puntiformi che luccicano. Lo ripercorro a ritroso. Al suo margine inferiore mi imbatto in un folto gruppo di corvi, se ne stanno beatamente appollaiati sul candore. Li scaccio con lo schiocco rumoroso di due pietre, eccoli si alzano in volo oscurando il cielo. Levando in su lo sguardo, nel bel mezzo dello stormo vedo un corvo con le penne bianche come la neve, bianco il becco e bianche le zampe. Aleggia leggero sul vento delle cime, spiega candide dita al cielo planando con le penne laterali delle ali. Mentre volteggia su ampi semicerchi atteggia la coda a ventaglio, a tratti si mette controvento e rimane a mezz’aria, sospeso nel vuoto.Di colpo non distinguo più nulla. Il vento si abbatte sul nevaio, solleva una miriade di cristalli scintillanti che fanno dello spazio un abbaglio di luce.Abbandono alla svelta il nevaio mentre le raffiche mi frustano la nuca e i cristalli di ghiaccio mi punzecchiano il collo. Affretto il passo, comincio a saltellare da un masso all’altro, agile e scattante scendo giù a raggiungere il vegliardo esattamente nella posizione in cui l’avevo lasciato.Gerione esulta:”Vederti ancora vivo è un vero miracolo, Dio sia ringraziato!» e mi incalza subito di domande per farsi dire cosa ho visto.Volessi sforzarmi di fornirgli un fedele resoconto di quei luoghi non potrei trovare parole atte a descriverne la selvaggia bellezza. D’altronde, sono anche un po’ seccato nei confronti di quel montanaro, ha cercato in tutti i modi di scoraggiarmi. Così escogito lì per lì una versione del tutto falsa, per incutergli un terrore ancora maggiore di quello che ha:”Dovevo camminare sulla lama del rasoio, precipizi a destra e a sinistra. Poi, come per incanto un pianoro e al centro…»”Cosa hai visto?»”Una fessura profondissima che spaccava a metà  la montagna, una voragine spaventosa larga un paio di metri tra sponda e sponda».”E tu?»”Ho gettato dentro un masso e non l’ho udito rimbalzare, era un abisso senza fondo, arrivava fino all’inferno! E indovina che ne è uscito?»”Che cosa?»”Il drago».”Ouroboros?»”Esatto, un terrificante lucertolone con la pelle grigiastra e rugosa, alto cinque metri e lungo almeno venti. Ritto in piedi su due zampe, grosse come colonne e dotate di tre poderosi artigli da uccello. Avanti al petto agitava due zampette ridicolmente minute e sollevava in aria la coda per bilanciare il peso del corpo. Scuoteva in alto un testone colossale e ruggiva: Groaarh! Groaarh! Mi ha caricato, ma io non mi sono mosso… fermo immobile… e quello mi si è piantato vicinissimo, tanto da sbattermi in faccia il suo alito fetido, che sensazione! Sbuffando retraeva la sua grossa lingua e spalancava le zanne delle enormi mascelle, a un palmo dalla mia testa! Ha cercato di atterrarmi con una sferzata della sua coda ben lunga e robusta».”E tu?»”Ho schivato il colpo, d’istinto gli ho guidato l’estremità  della coda verso le mascelle spalancate e gliel’ho ficcata in gola».”L’hai ucciso?»”E’ morto soffocato, sputando i denti tra spasmi atroci che facevano sussultare la montagna».Gli mostro l’enorme dente di pietra.* * *Dopo la scalata del Trono del Demonio ho smesso di campare a suon di zuppe annacquate e ho scordato la porta in faccia al palazzo dello zotico. Ora, non ho più motivo di lamentarmi dell’ospitalità  dei valligiani, anzi è una vera pacchia, il vecchio della montagna ha preso per oro colato tutte le frottole sul drago, vinto da ammirazione incondizionata mi ha invitato a fruire della sua dimora e fatto partecipe della sua generosa dispensa, stracolma di formaggio, noci e frutta conservata. Ho trascorso lieti giorni in sua compagnia. Nel passato fu fabbro valente e adesso è uno degli anziani più rispettati nella vallata. A differenza dei contadini di Zoldo, che non possiedono nulla all’infuori del loro ventre, Gerione ha una proprietà  di terra libera, un allodio. Consiste in un giardino colmo di alberi da frutto, ora rinsecchito dall’inverno e coperto di brina, ma nella stagione del raccolto si dice sia talmente carico di mele, pere e ciliege, e di castagne, lamponi e altre delizie, da sembrare il paese della cuccagna.Un dì, mentre passeggiamo fra l’intrico dei suoi rami, oso introdurre un argomento spinoso:”La malga di Mas di Sabbe ha fama di essere luogo di ritrovo per i balli sfrenati di diavoli e streghe, eppure ti giuro che da quando vi ho messo piede non ho visto l’ombra di una strega».Gerione è il solo a sapere esattamente ove si nascondano:”Il Bosconero, là  è pieno di streghe – bisbiglia -, ce ne sono in tutti i cantoni. Però adesso, da quando l’Inquisizione si è fatta più accanita, è diventato difficile avvicinarle… se ne stanno sempre più nascoste».”Ti prego, vecchio mio, accompagnami al Bosconero. Muoio dalla curiosità  di vederle».”D’accordo, se insisti. Ma non dirlo a nessuno – lisciandosi la barba -. Ti porterò alla casa di una strega appena si fa la luna piena».”Non possiamo andarci prima? Magari domani».”Non essere impaziente. Le streghe sono scontrose e volubili. Il loro anno si compone di tredici mesi lunari, a meta mese fanno festa alla luna piena e sono meglio disposte a ricevere gli sconosciuti. La luce della luna ci consentirà  di vedere meglio il sentiero poichè dovremo muoverci in piena notte, al riparo da occhi indiscreti».Attendo con ansia l’arrivo luna piena, quindi ecco finalmente la notte concordata…Sentieri impervi e selvaggi sovrastati dalle minacciose ali di roccia del Monte Civetta e un bosco impenetrabile in cui la luce della luna filtra a malapena. Nella penombra della fitta vegetazione i rami dei larici mi pungono il viso con gli aghi delle loro lunghe dita pendenti, accelero, inciampo sui tronchi divelti.Questo vecchio premuroso mi sta guidando al nascondiglio della strega, certo non oso mettere in dubbio la sua esperienza di montanaro, ma ho la sensazione che si sia perso. Temo che finiremo nell’imboscata di un gruppo di streghe arcigne e deformi, ci faranno morire dallo spavento alla sola vista della loro bruttezza. Ossute, gobbe, con i bitorzoli sul naso adunco, gli occhi freddi e crudeli; come minimo ci picchieranno a sangue con le scope.C’è un silenzio di morte. Una torre di roccia massiccia incombe con l’impressionante verticalità  delle sue pareti scure. Un sibilo lacera la notte, fischia sopra le nostre teste ed esplode in modo sinistro.Lunghe ore di faticoso cammino. A un tratto il bosco finisce ed il montanaro mi trascina alla scoperto su un piccolo altipiano erboso:”Il pian del Crep, ecco la casa di Sybil!» e indica un tabia, una stamberga di legno adagiata sotto una corona di aspre rupi.Dunque non si era perso. Devo ammettere che conosce alla perfezione questa regione dimenticata da Dio e dagli uomini.”Sybil è la strega?» chiedo a conferma.”Sì, vengo spesso da lei a farmi curare i malanni età . Le sue tinture medicinali mi hanno sempre giovato», borbotta.Gerione bussa a lungo. Tutta vestita di nero, con un cappellaccio a cono sulla testa la strega si affaccia sull’uscio e non è laida e vecchia come mi aspettavo, ma giovane e attraente.Sybil ci accoglie cordialmente all’interno. Due avvenenti occhi verdi promanano uno strano fascino felino e mi fissano con le palpebre aguzze come per carpire le mie intenzioni.”Che cosa cerchi fra questi monti?», mi chiede.”Desidero vedere il demonio – rispondo timidamente -, so che voi avete facoltà  di evocarlo, Gerione mi ha detto che le vostre pozioni magiche consentono di visitare le sedi infernali, pur potendo ritornare sani e salvi sulla terra. E’ vero?»La strega non risponde ma con grazia ci fa cenno di seguirla, apre una botola sul pavimento di legno, scende i gradini di una scaletta e ci conduce nello scantinato. Giù c’è una stanza sufficientemente spaziosa. I ripiani appoggiati alle pareti sono pieni di erbe essiccate e disposte con ordine. Mi accosto per leggere i nomi incisi sul bordo orizzontale delle tavole, ciascun nome corrisponde ad una varietà  botanica. Fiuto l’intenso profumo che emana dal timo e dal tiglio, l’effluvio del laudano e la fragranza di limone della verbena. Come un fanciullo occupato ad esplorare un ambiente a lui nuovo, estraggo da un sacchetto semiaperto un gambo lungo e rigido con le foglie frastagliate. Termina in un fiore violaceo, un grosso grappolo di petali ricurvi a forma di elmo.”Aconitum Napellus – dice la strega -, questa pianta nasce dalla saliva fetida che cola dalla tre bocche di Cerbero».Gerione spiega:”Cerbero è un cane che ha tre teste ricoperte di serpenti e la coda irta di aculei, fa la guardia alla soglia dell’inferno e impedisce ai dannati di uscirne».Già  mi passa la voglia di visitare l’inferno. Con questa bestiaccia di mezzo potrei rischiare di non tornare sulla terra.Mentre mi trastullo con il fiore in mano, la strega si avvicina alle spalle e mi bisbiglia in un orecchio:”E’ la pianta più velenosa che esiste. Uccide».”Uccide?» balbetto mollando subito la presa e ricacciando il fiore nel sacchetto.”Paralizza le vittime fino all’asfissia mortale».Sul focolare bolle un gran pentolone. A tratti la vivacità  del fuoco ne surriscalda il contenuto e una schiuma acquosa solleva il coperchio straripando oltre l’orlo del pentolone. La schiuma cola fino al fuoco. Le fiamme brontolano e friggono sotto l’effetto del liquido che attutisce la loro forza fin quasi a spegnerle. Lentamente il fuoco riprende vigore e mantiene vivo il gorgogliare del pentolone stabilizzandosi su una temperatura costante. Però, ciclicamente il fuoco si risveglia dal torpore e di nuovo il contenuto schiumoso fuoriesce regolando l’eccessivo ardore della fiamma.Vado a curiosare dentro il pentolone, alzo il coperchio e vedo dei tuberi che si stanno cuocendo.Deluso, spio allora al centro del tavolo il contenuto di un cestino. Sono dei funghi con il manico bianco e un’ampia cappella rossa disseminata di puntini bianchi.Amanita Muscaria li denomina la giovane strega indicandoli col dito e strizzandomi l’occhiolino.”Voi li mangiate?» le chiedo con circospezione.”Certo!»Li mangia? Spero proprio che non obblighi anche me a mangiarli, hanno tutta l’aria d’essere velenosissimi.Mi guardo intorno disorientato. La mia attenzione cade su un rospo che se ne sta in un angolo del pavimento con gli occhi fissi ed insensibili:”Mangiate pure quello?» e mi illumino nel tono scherzoso della battuta come chi cerchi di sdrammatizzare una situazione.”Come no», risponde seria la strega.Sento alla bocca dello stomaco un conato di nausea. Sono amaramente pentito, perchè mai m’è venuta la sciagurata idea di finire in casa di una strega. Ormai è troppo tardi, non ho più la forza di alzarmi dalla sedia, sono soggiogato dai suoi occhi verdi. Sibyl si toglie il cappello e una cascata di capelli neri danza intorno al suo viso.”Se vuoi vedere l’inferno mangia due cucchiai di questa polverina magica», mi esorta accattivante la strega.”Ma che cos’è?»”Strademonium».”E che… sarebbe lo Strademonium?»”E’ una pianta coi semi neri e i fiori bianchi, ciò che all’inizio è nero col tempo diventa candido».Cerco di tergiversare mentre reggo in mano il cucchiaio:”Ma che sapore ha? Non sarà  pericoloso?»Sybil ingurgita due cucchiai colmi per incoraggiarmi. Mi decido a fare altrettanto. La polvere mi impasta la bocca e a stento trovo la saliva per mandarla giù.* * *Poco dopo timori e scrupoli lasciano il posto ad una grande sedazione, sprofondo in un torpore ovattato. Ogni rumore si fa lontano e attutito. In preda a un dolce oblio, smarrisco il ricordo del tragitto nel bosco, non rammento il motivo della mia presenza in questa casa, nè saprei dire che giorno sia oggi o che mese dell’anno. Comincio a percepire la bocca secca e asciutta. Ho fame d’aria, mi sembra di soffocare, non sopporto più di stare al chiuso e a tentoni salgo la scaletta, apro la botola e spalanco la finestra per respirare.Finalmente una boccata d’aria fresca. Guardo fuori, ma? Nel posto prima occupato dalla corona di montagne ci sono le guglie e le maestose colonne di gigantesche cattedrali. Le facciate gotiche sono illuminate dal chiarore lunare, una luce fioca esce dalle ampie vetrate ogivali mentre i rosoni iniziano lentamente a ruotare su sè stessi.Richiudo la finestra, stupefatto, sconcertato. Ad intervalli la vista mi si appanna. Cedo alla violenta eccitazione del delirio, il cuore mi batte all’impazzata, ho la gola arsa dalla sete e pur senza una goccia di sudore sento un caldo insopportabile che mi brucia la pelle. E’ il calore delle fiamme dell’inferno, ormai prossime.Segue una serie di allucinazioni….Vedo un massiccio di puro calcare, provvisto di merli e torri come un castello incantato. Avanzo nella sua direzione camminando in un vapore denso che ricopre il terreno fino al ginocchio e si disperde qua e la in lingue e vortici agitati da un vento leggero. Arrivo al portone principale, un passaggio ad ogiva decorato e scolpito.Appena entrato rimango a bocca aperta: l’interno è cavo, ombre di un verde latteo popolano l’enorme volta da cui pendono appuntite le stalattiti. Intorno, le pareti sono ricoperte da scultorei colonnati simili a fontane impietrite nell’attimo di traboccare piene di rivoli. Un cupo sottofondo di acqua che goccia rompe il silenzio di questo mondo immobile e sinistro.Mi dirigo verso l’area al centro della caverna, scendo una decina di gradini scavati ad anfiteatro e raggiungo un pozzo rotondo. Guardo dentro. Il chiarore soffuso del luogo si raccoglie sulla superficie dell’acqua come in uno specchio, vi vedo il mio volto riflesso e lo stupore mi travolge. Appaio ringiovanito… di molto, ho i lineamenti di quando ero adolescente: occhi vispi, guance rosee e capelli arruffati. E’ un pozzo prodigioso: la fonte stessa della Giovinezza!Mi contemplo a lungo incuriosito, incredulo mi tasto la faccia con le dita. Dopo un po’ giro lo sguardo verso il portone del castello, faccio per avviarmi ad uscire ma non riesco a sollevare le piante di piedi, sono incollate al suolo. Le caviglie si radicano in terra, cerco di liberarle con ripetuti sforzi delle ginocchia, inutilmente… vengo presto sopraffatto da una invincibile rigidità . Le gambe si immobilizzano del tutto. Disperato guardo di nuovo dentro il pozzo come vi potessi trovare una via di salvezza: e invece vedo la mia faccia soffusa di verde pallore. Giro le mani e osservo le palme, pure inverdiscono. Grido all’orrore! I piedi si trasformano in radici che penetrano contorte nel terreno. Le ginocchia si fanno grinzose e la pelle si muta in corteccia e le gambe si fondono in tronco che racchiude le cosce. Il fallo si erge ligneo a nodo del tronco, sento l’odore del muschio di quercia. Invano mi divincolo e torco il fianco, già  il petto è oppresso dalla scorza e la schiena si stira dolente. Non posso che agitare le braccia sopra il capo, ma in breve le mani s’accartocciano in foglie e agito nient’altro che fronde. Ecco un’energica spinta mi stira in verticale nel fusto di una grande quercia svettante sopra il pozzo.C’è un corto silenzio nella grotta. Il legno mi ha invaso la gola, nemmeno ho voce per gridare. Poi la montagna di calcare inizia a tremare e lampi e tuoni riempiono la cavità  e le stalattiti si staccano dal soffitto e i colonnati rotolano giù dalle pareti, l’ampia volta ruota su se stessa e tutto quanto gira intorno all’alto tronco!Bruscamente le allucinazioni finiscono. Mi ritrovo a barcollare in mezzo allo scantinato della strega e sono vittima di una violenta vertigine e incapace di coordinare i movimenti e di mantenere l’equilibrio, è come se la terra mi mancasse sotto i piedi. Finisco steso, sul pavimento di legno. Anche la vertigine si estingue. Mi coglie un intervallo di sonno ristoratore.Dolce risveglio: Sybil nuda e incantevole, sdraiata accanto a me sul pavimento. Mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. Vengo pervaso da incontenibile eccitazione, in ginocchio allungo il braccio, la mia mano raggiunge la tetta turgida e la palpa, ma cos’è? Ho la disgustosa sensazione che la sua pelle sia vischiosa e appiccicaticcia, subito la ritraggo per un dolore urente alle dita.La strega è sparita, sul pavimento c’è solo il rospo, inavvertitamente l’ho toccato mentre gironzolava su e giù imperterrito.Ma non mi rassegno. Traboccante di lussuria cerco ansiosamente Sybil: non me ne importa affatto se poco fa ho visto un fantasma, una diavolessa o una donna in carne ed ossa, voglio comunque possederla e godermela subito. Il guaio è che un velo fastidioso mi offusca la vista e mi impedisce di mettere a fuoco gli oggetti. Ah! Finalmente il velo si è diradato, Sybil è ancora lì distesa sul pavimento, nuda e incantevole. Che succede, adesso? Le sue grosse tette si raggrinziscono rapidamente e pendono fiappe sull’addome rigonfio, i capelli neri diventano grigi in pochi secondi e poi bianchi, la pelle del viso si copre tutta di rughe, i denti si fanno gialli e consunti, la faccia arrossisce di colpo e le pupille si dilatano fino a eliminare il verde dell’iride. Come ferita a morte la strega caccia un urlo demoniaco e contorce violentemente le braccia e le gambe.Vengo preso dal panico. Per cercare di alzarmi in piedi devo fare uno sforzo disumano. Lottando contro un’enorme spossatezza e articolando con difficoltà  le parole, supplico Gerione di trascinarmi via da quella casa infernale.* * *A parte quest’ultimo movimentato episodio, la vita pastorale che da quasi due mesi trascino lentamente sui monti sta diventando di una tranquillità  eccessiva e comincio a sentire la mancanza della convulsa frenesia della mia città . La nostalgia è troppo forte… torno a Venezia. Anonimo e mascherato approfitterò del Carnevale e della gran baraonda che tocca l’apice nell’ultima settimana di febbraio.Nell’oltrepassare il confine del mio Comune esco allo scoperto da un fitto boschetto. Sul prato, un verdeggiare di germogli annuncia la vicina primavera, sugli alberi le gemme di teneri ramoscelli spuntano già . Mi sono travestito. Ho sul viso una maschera di cuoio nero, in testa un berretto piegato sulle orecchie e indosso, sopra la calzamaglia gialla, una tunica attillata composta di pezze ricucite insieme in un esplosivo miscuglio di colori; la tunica è stretta da una cintura e appeso a questa ho un manganello di legno che, non si sa mai, potrebbe anche tornarmi utile in questi frangenti.Durante il Carnevale in qualsiasi ora del giorno e della notte è consentito a chiunque di girare in città  con la maschera addosso. Nessuno si è mai sognato di obbligare chicchessia a togliersela, nemmeno i gendarmi, dacchè ogni maschera possiede per tradizione un tacito privilegio di immunità . Fatalità , doveva esistere un bellimbusto intenzionato ad infrangere la regola. Raggiunta la gran calca della vigilia del Giovedì Grasso ecco lo spiacevole incontro, un soggetto che porta sul capo una testa di lupo imbalsamato, con il pelo che scende sulla nuca e in avanti a coprire interamente il volto.Solo i suoi occhi mi puntano sotto le zanne:”Alto là , sior strasson!»Mi blocca afferrandomi per le spalle e poi allunga le mani per strapparmi la maschera. Faccio appena in tempo a sbilanciarlo con una spinta e a falciargli le gambe con un calcio rasoterra. Mentre cerca affannosamente di rialzarsi sono già  confuso tra la folla. Mi mescolo alla colorita fantasmagoria delle maschere. Ci sono tutti i camuffamenti possibili e immaginabili, oltre ai soliti buffoni e diavoli burloni, ci sono finti re, finti frati, finti medici, finte contadine furlane, finti armigeri sul carroccio e finti briganti, finti gobbi, finti finti cioè i veri, veri gobbi che la gente scambia per maschere e non lesina loro gran pacche sulle spalle.Lungo le calli, manipoli di scalmanati avanzano danzando con l’accompagnamento dei tamburi, un ritmo da far venire la pelle d’oca, che ti scuote dentro, ti ipnotizza e ti contagia la voglia di metterti in coda. Negli spiazzi dei Campi si balla la moresca, un ballo cadenzato che simula dei colpi di scherma, basta la scintilla di quattro note improvvisate e sono pronti tutti a danzarla, ma le ballerine più ammirate sono le bambine, ragazzine di dieci dodici anni che incantano le platee con i loro movimenti aggraziati, col portamento solenne e deciso, la mascherina calata sugli occhi.In Piazzetta, personaggi tratti dalla mitologia calcano i palchi in curiosi e fantasiosi spettacoli, vere e proprie rappresentazioni teatrali ove è d’obbligo lo sfoggio delle più ardite trovate. A fianco gruppi di acrobati costruiscono piramidi umane secondo le complesse figurazioni che il popolo chiama Forze d’Ercole e poco dopo in Piazza S. Marco una folla atterrita e ammirata osserva a testa all’insù un abilissimo funambolo che si bilancia con la pertica e sale lungo una corda tesa fino alla sommità  del campanile.E’ una gran festa di popolo. Ogni anno attira da mezza Europa schiere di visitatori che vanno ad impinguare le borse degli albergatori e dei commercianti.Astrologi, cartomanti, esperti di Fisiognomia, Geomanzia, Cabala. I personaggi più pittoreschi del Carnevale fanno parte della combriccola dei ciarlatani e li si trova in ogni angolo della Piazza a vendere magie ed imbrogli. Costoro si guadagnano il pane vendendo fumo e sogni a modico prezzo e tuttavia ad alcuni di loro bisogna onestamente riconoscere non comuni doti di sottile destrezza. Primo fra tutti un prestigiatore alle cui magie ho l’onore di assistere.Quel giovanotto snello si avvicina a me e mi persuade a riporre nella sua coppa una monetina di rame, “un solo bagattino per una magia strabiliante» declama con un’espressione mobilissima sul volto. Ricevuta la monetina posa la coppa sul tavolino, vi fa roteare sopra la spada, mulina fra le dita una bacchetta magica tanto velocemente da farla scomparire alla vista… e in un batter d’occhio rapido movimento delle mani e copre il bordo della coppa col disco inciso di segni magici. Infine, mi chiede di sollevare il disco dalla coppa. Mi avvicino lentamente per eseguire, sollevo il disco e sbuca fuori un piccione che vola via sbattendo le ali. Il bagattino è sparito dal fondo della coppa. La gente raccolta intorno applaude.Uscendo da Piazza S. Marco faccio un breve tragitto sulla Riva degli Schiavoni, poi mi dirigo verso l’interno della città  e imbocco le Fondamenta dell’Osmarin catturato da un suono indistinto di cornamuse in lontananza. Lungo le Fondamenta, man mano riconosco un rullare di tamburelli e le corde del saltèrio pizzicate col plettro, la musica proviene dall’altra parte del canale, dalle finestre gotiche di Ca’ Priuli. Faccio il giro attraverso il ponticello della Salizzada Zorzi e mi fermo titubante sull’entrata principale.Prima di entrare in quella dimora di nobili mi tolgo il berretto per rispetto quand’ecco qualcosa mi colpisce alla testa, un liquido mi cola lungo i capelli e istintivamente porto la mano al capo nel timore mi abbiano ferito. Odo delle risa sguaiate sul balcone appena sopra, il liquido è denso e appiccicoso e percepisco un odore stomachevole di uovo marcio. Mi pulisco alla meglio ed entro nel palazzo. L’ingresso al popolo è proibito ma fortunatamente oggi nessuno controlla.Nell’ampio salone vedo i musici, cantano i Carmina Burana in versione goliardica:”Arpeggia l’asino e i buoi ballano,dei ciechi conducono altri ciechie tutti quanti finiscono nel fosso.San Benedetto frequenta le bettole,S.Girolamo vende pesci al mercato.Arpeggia l’asino e i buoi ballano,il mondo intero cammina sulla testa:tutto è sviato dal proprio cammino!»Intorno, sui tavoli zeppi di gente si mangia fegato alla veneziana e arrosto di maiale, sul pavimento si gioca ai dadi. Alcuni discutono animosamente della Lega Lombarda, il solito ubriaco fradicio crolla con la fronte sul tavolo.Tra quelli senza maschera non c’è nessuno di mia conoscenza. Tra i mascherati, chissà ? Non lo posso sapere, a parte lì nell’angolo quella donna grassa come un suino: se pure è riuscita a celare il viso dietro la mascherina non può in nessun modo nascondere il suo deretano enorme e inconfondibile. E’ la ricca moglie di Zuanne Zusto, il Procuratore di S. Marco. Ma chi c’è dietro di lei? Con la sua mole giunonica sta coprendo alla vista un uomo stravaccato sulla panca. Mi avvicino con risvegliato intento pettegolo. L’uomo sulla panca è probabilmente un nobile importante a giudicare dall’abbigliamento ricercato, ma con quei capelli rossi che escono da dietro la maschera sicuramente non è suo marito. Appena sono abbastanza prossimo da percepire odore di ascelle sudate, mi accorgo che la grassona ha introdotto la manina furtiva sotto la tunica del nobile e muovendo il pugno su e giù imprime alla stoffa un ritmico sobbalzare. Accelero il passo, mi giro intorno scandalizzato ma noto che la scena lascia i vicini indifferenti, e semmai li allieta.Improvvisamente entra nel salone l’uomo dalla testa di lupo. Mi allontano terrorizzato e prima ancora che si accorga della mia presenza sono già  sgusciato fuori dal portone.* * *Giro per le calli. L’ansia mi assale, sono teso per l’incertezza del mio futuro, devo assolutamente raccogliere le ultime notizie sul mio processo, devo correre il rischio e avvicinarmi di soppiatto a casa mia per parlare con mio fratello. Chi lo sa? Magari la pena che mi hanno accordato è soltanto una grossa multa.Passando nei pressi delle Fondamenta della Follatura varie pezze di lana e di feltro sono stese ad asciugare sui supporti di legno. Alcune donne muscolose attingono acqua dal canale e la versano in un’immensa tinozza, contemporaneamente due uomini armati di grosse mazze di legno vi battono la pezza immersa nel fondo. E’ il procedimento della follatura mediante il quale la stoffa si restringe, s’ispessisce e diventava più resistente. Una terra apposita è stata aggiunta all’acqua per estrarre gli oli dalla stoffa, ha un odore pungente, di putredine. Odore che associo istintivamente alle immagini del mio primo tragico impatto con i Pozzi: il corridoio delle prigioni, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali.Sono di fronte alla mia abitazione e aspetto che esca mio fratello o almeno che la mia carissima madre, come d’abitudine, si affacci un attimo alla finestra. Mi commuovo alla nostalgia della mia famiglia e mi è immensamente triste dover resistere alla tentazione di entrare in casa, ma non posso, non devo generare sospetti.Chissa se sono giunte notizie di mio padre? Non lo rivedo dall’età  di nove anni, da quando è partito per la Crimea e non è più tornato. Faceva parte di una spedizione commerciale indirizzata ai Tartari del basso Volga e dentro di me non è mai morta la speranza di vederlo ritornare un giorno all’improvviso, carico dei doni e delle meraviglie dell’Oriente. E’ partito da semplice marinaio ma ai miei occhi egli rappresenta il vero avventuriero, colui che osa oltrepassare le frontiere della Cristianità , non potrò mai emulare il suo coraggio di pioniere.Segue un’attesa snervante, ormai è quasi notte e da dietro le imposte del primo piano cominciano a palpitare le luci delle candele. Odo dei passi nella calle deserta, mi giro e vedo rincasare il mio fratello maggiore, ancora nei suoi abiti da muratore. Gli muovo incontro deciso scordando di essere avvolto nel mio bizzarro travestimento e conciato così lo colgo alla sprovvista. Egli mi fissa accigliato, sospettoso posa la mano sul martello in un atto di istintiva difesa.”Sono io, Petrangèsio!»Nel riconoscere la mia voce la sua espressione si muta immediatamente in felice sorpresa.Mi abbraccia:”Sei tornato?»”Son qua».Chiedo notizie di nostro padre. Mio fratello stringe le labbra e scuote la testa in segno di diniego.”Che nuove dall’Inquisizione?»”Il manoscritto è ancora nelle loro mani, l’Inquisitore lo sta traducendo per esaminarlo attentamente».”Non ha finito ancora di tradurlo?»”Pare che il doge stesso ne voglia leggere la traduzione, confidenze di un avvocato».”A che pena mi vogliono condannare?»”Non si sa niente», allargando le braccia.”Saluta a casa, dì alla mamma che sto bene e che non si preoccupi per me. A tutti gli altri dì che son pellegrino in Terra Santa».Mio fratello entra in casa.Mi avvio sconsolato nella calle buia e deserta, però qualcuno mi sta venendo incontro con fare insidioso dall’estremità  opposta della calle. Un boia incappucciato con in mano una finta mannaia, un uomo selvaggio con clava e pelliccia, un grottesco diavolo con la forca e Testa di Lupo che li guida. Mi blocco, faccio dietro – front, giro l’angolo di casa mia e mi allontano affrettando il passo. I quattro mi inseguono a distanza. Imbocco Calle del Carbon. Loro sono sempre dietro. Accelero il passo più che posso e mi dirigo alla riva attigua, ma loro si fanno ancora più sotto. Un attimo prima di Riva del Carbon giro di scatto per una calle stretta e lunga e comincio a correre, corro veloce verso Campo S. Angelo. Saranno senz’altro sbirri dell’Inquisizione camuffati così per spiare meglio i ricercati, penso impaurito. Cerco di seminarli, scelgo le calli più buie e tortuose intorno a Rio Terà  degli Assassini, ma quelli sono sempre alle calcagna. Ho il terrore di finire in un vicolo cieco, ce ne sono tanti in questo quartiere. Freno. Mi nascondo nell’oscurità  di un sottoportego, aspetto col cuore in gola finchè con la coda dell’occhio li vedo passare oltre di gran carriera. Attendo ancora un po’ ed esco allo scoperto nell’ampio Campo S. Angelo.Al centro, vicino al falò che rischiara il Campo, c’è un orso incatenato al palo. Gli aizzano contro una muta di levrieri impegnandolo in un cruento combattimento a colpi di morsi e di unghiate. Cerco scampo tra la folla raccolta intorno allo spettacolo, c’è chi scommette per l’orso e lo incita ad uccidere i cani uno per uno, c’è chi applaude i cani e attende che lo sbranino vivo. Mi faccio piccolo piccolo in mezzo a un gruppone di soggetti con le birre in mano, tutti vestiti da inglesi con la coda. Inutile! I miei inseguitori sono già  arrivati e si sono messi a danzare. Goffi e sgraziati oscillano sulle gambe, apposta con la faccia rivolta alle fiamme perchè la luce dal basso renda ancora più lugubri le loro maschere. Testa di Lupo mi ha individuato e defilatosi dai suoi compagni mi grida alle spalle:”Buonasera sior strasson!»Lo anticipo, mi giro di scatto e lo colpisco a bruciapelo, la punta del manganello affonda nella bocca del suo stomaco. Testa di Lupo ulula dal dolore.Fuggo da Campo S. Angelo a grandi falcate. Sono lucidissimo, albergo pensieri insolitamente vividi e veloci, privi di emozione, distaccati. Con movimenti automatici volo sopra i ponti e alla luce delle torce raggiungo Riva del Ferro. Mi affaccio sul Canal Grande: nelle vicinanze c’è un’unica gondola ormeggiata, fortunatamente una sola. La raggiungo con un balzo. Per pormi in salvo devo solo slegare frettolosamente le sue corde e poi con tutta calma remare alla riva opposta e mettere piede sull’approdo, a fianco di Ca’ Barbarigo. Invece rimango lì impalato, in piedi al freddo sulla gondola, a guardare se arrivano. Nell’attesa gli attimi si dilatano. Provo in me una distorsione del senso del tempo, come se fluisse al contrario dal futuro al passato.Eccoli! Frenano la rincorsa, si fermano sull’orlo della Riva, riuniscono il gruppetto davanti alla mia gondola. Con stupore li vedo agitare vistosamente le braccia e i fazzoletti per farmi oggetto di gran saluti. Al termine della pantomima i quattro uomini mascherati, a mo’ di commiato, si calano le braghe e ridendo come ossessi mi mostrano i loro quattro culi ordinatamente in fila.”Ostia, comincia a far freschetto», ironizzo mollando alla svelta gli ormeggi.Ne prendo atto, finalmente si sono tolti la maschera: queste facce da culo non sono sbirri, sono solo degli sbandati, fanno parte di quel genere di burloni che si esaltano nelle bravate e negli scherzi pesanti. Mi hanno scambiato per un altro… un loro degno compare del quale sior strasson sarà  il nomignolo. Volevano spaventarmi e devo ammettere che ci sono riusciti.* * *Oggi è Giovedì Grasso, il giorno della decapitazione del toro. Nel tardo pomeriggio vado a curiosare davanti al Palazzo di Giustizia ma arrivo fuori tempo, si è già  conclusa la cerimonia che commemora la vittoria sui friulani di Ulrico di Treffen. La folla che vi ha assistito si sta lentamente diradando, cerco un varco per avvicinarmi al palco ma non riesco a vedere nè il toro con la testa mozzata nè il fabbro nerboruto che l’ha staccata con un sol colpo di spada. L’unica cosa che vedo sfilare sono i rappresentanti dei canonici del Patriarcato di Aquileia, trottano in fretta e grugniscono spaventati, sono i dodici grassi porcelli.Il Maiale è il santo patrono del Giovedì Grasso, perchè ogni anno a Venezia questo è il giorno della sacrosanta abbuffata, la festa dell’ingordigia, la solennità  dei crapuloni e degli insaziabili; vergogna di chi si finge sobrio e temperato, letizia di chiunque smani l’eccesso, cavalchi la smodatezza e morbosamente ricerchi l’esagerato; è il trionfo dei vizi e degli abusi, della trasgressione sfrenata e licenziosa, del peccaminoso agire che esalta cuori traviati e depravati, la via libera agli illeciti amori legittimati dalla provvida copertura della maschera.Cala l’imbrunire, alle mie spalle si accendono le torce della Piazzetta. Vado a passeggiare sulle Fondamenta dell’Osmarin lungo il canale che allontana dal centro della città . Passo davanti alla staccionata delle ricche suore di S. Cassiano, quasi tutte nobildonne relegate in convento per risparmiare la dote. Scruto distrattamente oltre il cancello e intravedo nel cortile una donna… una mascherina travestita da Gnaga che si affanna a raggiungere di corsa l’uscita. Supera il cancello, lo richiude alle sue spalle e si appoggia ansimante al pilastro.Chiedo preoccupato:”Qualcosa non va, signora?»Da dietro la maschera mi risponde la voce seccata e cavernosa di un uomo:”Mi hanno beccato».Comprendo al volo, è uno di quei gaudenti che si mascherano da donna per non venire scoperti nel mentre inducono in tentazione le povere suore, è un genuino rappresentante dei cosiddetti monachini, scaltri impostori perennemente dediti alle avventure galanti, soggetti specializzati che hanno trovato la loro nicchia all’interno del monastero. D’altronde, quelle leggiadre monachelle dai capelli arricciati e ben pettinati sotto il minuscolo velo, stuzzicano non poco la fantasia degli uomini con il loro seno mezzo scoperto, lasciato bene in vista dalla scollatura dei loro abiti bianchi alla francese. Il Patriarca di Venezia, qualche anno fa aveva fatto sprangare il monastero per impedire lo scandaloso corteo dei visitatori mascherati, ma risentite le gentildonne l’avevano distrutto e gettato nel canale.Il monachino mi confida la sua disavventura con il tono di chi si vanta di una bravata:”Incredibile, incredibile… Ero in dolce compagnia nella cella di una novizia. La monachella rideva forte mentre palpava le mie tette finte e faceva il confronto con le misure del suo seno, piccolo che poteva stare nel cavo di una mano. D’improvviso abbiamo sentito battere i pugni sulla porta. Puoi immaginare lo spavento! Eravamo in trappola, ho dovuto aprire».”Chi era?»”Due suore infuriatissime. Non hanno detto una parola, mi hanno fatto segno di andarmene con l’indice teso in direzione dell’uscio. La novizia si è gettata ai loro piedi terrorizzata: Chiedo perdono – ripete in falsetto il monachino -, confesso il peccato carnale, datemi pure la punizione che mi spetta ma… vi prego, vi imploro, non dite niente alla Superiora!».”Che storia».”Io chiaramente me la sono svignata, però mi sono fermato all’esterno e protetto dal buio ho curiosato dalla finestra della cella: le due consorelle hanno tolto l’abito all’ingenua novizia e l’hanno messa nuda in ginocchio, a capo chino con le mani giunte davanti al petto, poi la suora dalla carnagione olivastra ha tirato fuori una bacchetta flessibile e ha cominciato a frustarle la schiena. Ad ogni colpo la novizia faceva uno scatto in avanti e una smorfia di dolore.Dopo alcune vigorose frustate l’altra suora, che aveva la bocca larga e le labbra esageratamente grosse, ha spinto a quattro zampe la novizia e si è chinata su di lei a sculacciarla a mani nude. Schiaffeggiava ora una chiappa ora l’altra, schioccava dei colpi secchi e precisi e la faceva piangere dal bruciore. Poi, la suora dalla bocca larga, si è messa in ginocchio dietro la novizia, con gli occhi fissi sulla fessura tra le due natiche e la lingua che fremeva all’angolo delle labbra…».”E che le ha fatto?»”Le ha divaricato le natiche per guardare meglio, ha preso la mira e le ha ficcato un dito nel buco del culo. La novizia, presa alla sprovvista dalla sensazione del dito che entrava nel suo corpo, ha sollevato il capo infiammata di rossore, il suo sguardo si è incrociato con il mio e così le altre due mi hanno visto alla finestra. Perciò mi hai visto scappare».”E adesso?»”Mi travesto da cappellano e torno dalla monachella per confessarla».Io non ho certo il coraggio di imitarlo, per uno ricercato dall’Inquisizione certe iniziative sono troppo rischiose, perciò abbandono il cancello di San Cassiano e proseguo a bighellonare per le calli.Fra gli svaghi notturni offerti in special modo dal periodo carnevalesco eccelle uno dei passatempi più antichi dell’umanità , a tutt’oggi fonte di alacri contese fra nobili e popolani. E’ l’unica onesta occupazione cui io stesso potrei dedicarmi senza timore di venir scoperto dagli sbirri dell’Inquisitore. Ho sulle spalle il carico di lunghi mesi di vita solitaria fra le montagne e negli occhi ancora il fantasma di Sybil, nuda e incantevole, che mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli neri mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. E’ un’ossessione, diventa un bisogno impellente, sì devo per forza sfogarmi, non ce la faccio più a resistere. Ecco che travolto dalla precipitazione, trepidante, vado a caccia di mamole.Mamole. Non le viole odorose, simbolo di modestia e pudicizia, bensì le rappresentanti dell’onorato mestiere di cortigiana.A scatti, muovendo gli arti come un automa alessandrino, mi dirigo al sestriere di Rialto e comincio a gironzolare sulle Fondamenta di qua dal Ponte delle Tette, la miglior zona di ritrovo per simili avventure. Sul ponte superaffollato vedo sporgersi le cortigiane con le facce pesantemente truccate, gli abiti bizzarri e discinti, alcune con il seno nudo. Alzo gli occhi al balcone che dal mio lato sovrasta il ponte. E’ affacciata una col vestitino di un vivace verde chiaro, la bella cortigiana ha ravvivato i capezzoli col carminio e tiene la scollatura abbassata per mostrare un seno prosperoso.Sento una fitta di desiderio. Agito il berretto e la cortigiana ricambia mollemente il saluto ma appena dopo, a gran voce, cerca di adescare due nobili d’oltralpe, vestiti alla moda raffinata dei ricchi di Francia:”Benvenui a Venexia, la mona del mondo!».La bella cortigiana mi attizza fin troppo, ho deciso che fa al caso mio, devo andarci prima che ‘sti qua me la soffino, ha salutato prima me ed io ho la precedenza. Però uno dei due francesi, butterato per giunta, ha colto al volo l’invito, mi precede sulla soglia e con male maniere mi da uno spintone perchè mi tolga di mezzo. D’istinto poso la mano sul manganello e tuttavia mi blocco, interrotto da un ripensamento. E’ una pazzia molestare un nobile; meglio abbandonare il campo a questo guastafeste, gli sbirri sono lesti a sbucare per ogni nonnulla e non è il caso di cercare rissa per una cortigiana. Neanche fosse l’unica sulla piazza! Ho tutto il tempo per sceglierne una anche più bella di questa. E’ la prima volta che vado a mamole e voglio spendere bene i miei soldi.Nell’angolo fra due pareti vedo la moretta, una maschera nera ovale che vien tenuta su con la bocca, stringendo i denti su un bottoncino. Il gran mantello che avvolge la prostituta rende inquietante quell’apparizione silenziosa. Appena gli sono vicino la cortigiana spalanca con le braccia il pesante mantello, sotto è nuda, divarica un po’ le cosce per mostrare meglio il pelo, ma ha le gambe magre e secche da far impressione.Proseguo. Altre cortigiane. Le passo in rassegna sempre più indeciso. Questa è troppo bassa, questa ha le tette fiappe, sta’ qua puzza come un letamaio, st’altra ha la mandibola in fuori, questa poi… sembra la madonna addolorata.Obliqua nella penombra, avanza una cortigiana che finalmente mi piace, accattivante, alta e snella, con lunghi guanti sulle mani affusolate.Ha la mascherina sugli occhi ma la bocca scoperta e abbondantemente cerchiata di rossetto:”Ciao, sono Lilith».Che voce profonda e sensuale. Il suo profumo dolciastro mi inebria, sa di mangereccio e godereccio. Vista da vicino ha lineamenti corporei veramente eleganti.La sto già  spogliando con gli occhi.”Ti piaccio?» chiede.”Certo che sì. Ma… ma mi consentiresti di tenere il viso coperto?» balbetto.”E’ tuo diritto, non preoccuparti è una domanda che mi sento rivolgere spesso. Nè tu nè io ci toglieremo la maschera», mi rassicura.”D’accordo Lilith, terremo su la mascherina però… ci toglieremo tutto il resto», aggiungo in preda all’eccitazione.Con il dito guantato mi fa cenno di andarle dietro. La seguo su per la scala esterna della casa. La sua camera è più che decorosa, le tende del letto sono ricamate e il pavimento è coperto da un tappeto di pelliccia. Appena entrato la spingo sul letto e mi avvento su di lei per alzarle la gonna. Ma quella, incredibilmente, fa resistenza:”Aspetta! Aspetta un momentino».”Che c’è?»”E’ meglio di no, sono vergine. Te lo prenderò in bocca».”Che? Una puttana vergine, roba da matti, ma perchè diavolo tutte a me devono capitare!»”Non arrabbiarti, stavo scherzando, possibile che tu non sappia stare al gioco» e appoggia le sue labbra serrate sulle mie, come per farsi perdonare.Irritato e perplesso mi tolgo con la mano il rossetto che mi ha lasciato addosso:”Ma a che gioco giochiamo, se sei mestruata dillo subito così me ne vado».”Ah no, non ho mai avuto le mestruazioni in vita mia».”Impossibile, tutte le donne le hanno. A meno che…», a meno che non sia un uomo, finisco la frase mentalmente.Gli guardo di nuovo la bocca mentre fa scivolare la lingua a inumidirsi le labbra e noto come il suo collo paia essere un po’ troppo prominente per una donna. Mi viene un dubbio atroce: che sia un travestito? Per questo non vuole che gli alzi la gonna! Però mi pare impossibile, è così carina e femminile. Seduto alla sua destra, le accarezzo con le punte dei polpastrelli le guance imbellettate, su e giù in contropelo per sentire la barba, ma la pelle è perfettamente liscia. E’ una prova certa, ho sbagliato a dubitare di lei. E adesso che cos’ha, sembra turbata, deve aver capito il perchè delle mie carezze in contropelo.Impacciato, mi azzardo a dire:”Sai, di questi tempi… con tutti i travestiti che ci sono in circolazione».”Ma stai scherzando? Secondo te che cosa sembro?»”Una donna».”E allora perchè ti fai tanti problemi».”Sembrare ed essere non è la stessa cosa».Sospira esasperata, poi:”Ritieni che fare l’amore fra uomini sia un’azione tanto abominevole?»”Abominevole appunto».”E se io fossi veramente un uomo? Cercando ciò che non puoi trovare finiresti per soddisfarti con quel che avrai trovato e così pian piano… scivolerai nell’azione abominevole che hai tanto in orrore. Come puoi illuderti che trovandomi uomo cesserai improvvisamente di desiderarmi, credi forse che possa sparire d’incanto quel qualcosa che ti è piaciuto in me quando posasti lo sguardo sul mio corpo? Al contrario, per appagarti ricorrerai ai mezzi offerti da un’immaginazione scatenata, ti convincerai di potermi trasformare in donna o peggio di poter diventare tu stesso donna».Aveva un tono da amica premurosa, provocava nella mia testa un confuso avvicendarsi di emozioni, pensieri che nascevano da abbozzi contorti e si smorzavano prima ancora di liberarsi dal bozzolo e di certo lei ne aveva in pugno le fila come se la sua sottile ambiguità  le desse prerogativa di tenermi in suo potere. Lilith sorride e disegna le fossette sulle guance, mi spia con la coda dell’occhio, getta indietro i suoi capelli neri, poi si avvicina, porta una mano alla mia nuca e mi bacia sulla bocca con impeto. Vacillo e cedo, ricambio il bacio, mi lascio trasportare in un molle abbandono, la mia mano accarezza i suoi fianchi da sirena, scivola sotto la veste a palpare il petto. E’ un seno vero, non grande ma morbido e cedevole sotto la pressione delle dita.Senza preavviso la cortigiana si slaccia la maschera e lentissimamente la fa scorrere davanti al volto: è affascinante come me l’ero immaginata, grandi ciglia scure ed occhi neri penetranti. E’ una donna, pure se ha un che di efebico.Mentre sta seduta sul bordo del letto mi inginocchio davanti a lei per toccarle i polpacci, alzo un po’ la gonna e scopro le sue caviglie sottili. Le gambe sono assolutamente glabre come quelle di una bambina. Lilith fa un timido tentativo per allontanare la mia mano, ma appena salgo al ginocchio inizia a sorridere compiaciuta. Le accarezzo le ginocchia e scivolo avidamente verso l’interno delle cosce mentre lei allarga le gambe.La sua voce sensuale tradisce l’eccitazione:”Golosaccio».Punto deciso alla radice della coscia e lei scatta in avanti col bacino offrendo il pube alle mie dita che frugano:”Go l’oseo!»Un pene piccolo ma duro, senza peli.Mi fa ribrezzo:”Ah!» lancio un urlo alzandomi in piedi indignato.E’ un uomo. Mi fissa come un animale braccato, con la bocca socchiusa e gli occhi spalancati. Per un attimo il suo sguardo spaurito mi fa pena, ma a colpo mi giro. Me ne vado scendendo le scale di corsa senza nemmeno ricordarmi di chiedere i soldi indietro.* * *Lentamente e inesorabilmente inghiottito, sto sprofondando nel fango delle sabbie mobili… e più ci mi muovo per cercare salvezza, più mani invisibili mi tirano verso il basso. E’ questa la sensazione viscerale che mi opprime mentre osservo dalla finestra le canne palustri limitrofe al mio alloggio, la squallida Taverna alla Laguna.Lascio la finestra, mi stendo sul letto e osservo i mutevoli riflessi dell’acqua sul soffitto.Da cinque giorni risiedo sotto falso nome nell’albergo più malfamato della città , noto per la discrezione con cui offre ospitalità  ai più loschi soggetti. Che vita di merda. In pratica non faccio altro che sprecare il mio tempo girando a vuoto per le calli. Le strade straripano di ragazzi e ragazze, è tutta gente allegra e non occorre sforzarsi per trovare la compagnia giusta, eppure appena cerco di aggregarmi ad un gruppetto di maschere ben presto mi sento emarginato e finisco per staccarmene. La cosa dipende forse da me, non riesco a partecipare al divertimento come gli altri anni, non sono abbastanza spensierato. Per forza, ho una spada di Damocle che pende sulla mia testa, quella dell’Inquisitore! Come risultato, sto conducendo una vita raminga e solitaria che non si confà  per nulla al mio carattere, nè alla mia dignità .Il giorno del mio esilio forzato, in gondola ricordo d’aver giudicato più fortunato di me l’ultimo degli straccioni cui era concesso di restare a vivere in patria… eppure adesso, che mi ritrovo pari straccione, capisco che senza la libertà  e senza il privilegio di un adeguato inserimento nel convito civile non si può sopportare di vivere nemmeno nella propria città , per quanto la si ami. Sono caduto in disgrazia, vivo al bando dalla grande famiglia del popolo veneto, costretto mio malgrado a far parte di un’altra genia, quella che i concittadini privi di compassione considerano la famiglia del Diavolo: l’insieme dei vagabondi, dei giullari, dei lebbrosi e degli Ebrei.Gli Ebrei, i più maltrattati di tutti! Dall’inizio delle crociate non si contano gli assurdi pretesti adottati per perseguitarli e massacrarli, capri espiatori per l’uccisione di Gesù Cristo, obbligati a portare il segno distintivo della rotella rossa, una vergogna non per loro ma per il perbenismo cristiano. Io non so capacitarmi del perchè nella Cristianità , quasi al pari di un eretico, lo straniero debba rappresentare l’escluso per eccellenza. L’intolleranza è spesso soltanto un segno d’ignoranza.Anche emarginato dai miei stessi concittadini… anche nella sventura… io resto fiero di essere veneziano, eppure ciò non comporta il disprezzo per chi semplicemente è diverso da me, perchè rispetto e stimo la cultura di qualsiasi altro uomo, sia esso norvegese o spagnolo, siciliano o prussiano.Mi alzo dal letto della mia camera e mi preparo a uscire. Ero l’unico rimasto ancora al chiuso, sull’uscio della locanda vengo sorpreso da un fracasso assordante, sono tutti fuori, tutti travolti da una grande allegria, una folla impressionante si accalca euforica in piazza San Marco.E’ Martedì Grasso, l’ultimo giorno di Carnevale e un evento particolarissimo verrà  a mutare radicalmente il mio umore.Dalla terra battuta osservo attentamente i gruppetti delle maschere alla veneziana che sfilano sfarzose sul Listone, lungo la striscia selciata. Sul volto la maschera classica è rigorosamente bianca. Tinte tenui avvolgono di veli il capo e tutto il corpo in mille fantasiose fogge. Quell’incedere lento e pomposo, tutto teso a far mostra di sè, altro non è che la vanitosa ostentazione della vacuità . Poichè dietro, dietro l’indefinibile ambiguità  delle maschere non c’è nulla, rappresentano il niente e altro compito non hanno se non rivestire con veli colorati un’assenza di presenza. Proprio il loro essere simulacri inconsistenti, privi di nome o significato, genera il riverente silenzio con cui lo spettatore cela il proprio disorientamento. Consce del loro immenso potere, le inquiline del senza tempo enfatizzano la propria equivoca essenza adornando il capo di rose ed ancora il corpo con veli trasparenti e piume variopinte.Sospinta dalla gran calca, una donna tra quelle maschere abbandona inaspettatamente il selciato del Listone, si è persa, gira alla ricerca dei suoi compagni. Subito mi conquista con la ricercatezza estrema del suo costume, con l’eleganza del portamento ed in particolare, con quel suo modo aggraziato di camminare ancheggiando. Un lungo vestito le scende fino ai piedi e pare vi abbiano preso posto tutti i fiori della terra tanto riccamente è decorato di motivi floreali. Ella cinge ai fianchi una larga cintura e porta una corona murale, alta sul capo, dai cui merli un velo trasparente cala ad avvolgerle i capelli. Il volto è coperto da una graziosissima maschera bianca, finemente decorata da un fregio e abbellita da pietre preziose. Sul petto, ha infilato una spilla d’argento a forma di chiave.Si avvicina. Dietro la maschera due luminosi occhi celesti cercano il mio sguardo. Mi faccio avanti, la saluto con un inchino e la prendo delicatamente per mano. Lei stringe la presa e mi trascina via, vuol condurmi lontano dalla folla, solca la Piazzetta dei Leoni e imbocca un sottoportego basso e stretto in cui non si vede passare anima viva.Sono un po’ titubante, temo mi stia tessendo un inganno. Mi porta in fondo al sottoportego ove questo termina in un piccolo cortile circondato dalle case. Si ferma e si gira verso di me, i suoi occhi hanno mutato colore con la variazione di luce ed ora sono di un verde intenso, simile a quello dei canali.”Chi sei?», le chiedo sottovoce.Il suo respiro ansimante tradisce l’alito vinoso. Non vuole o non può rispondere, con i guanti bianchi sfila la spilla d’argento che tiene chiusi i margini della scollatura e scopre le tette, belle e rotonde come due mele. Un soffio d’aria fresca le accarezza i capezzoli e li fa inturgidire. Indugio a contemplare quelle meraviglie, esito, quasi non oso toccarle.Improvvisamente udiamo uno schiocco sopra le nostre teste, si spalanca un balcone e si affaccia qualcuno. La bella sconosciuta richiude la scollatura alla rinfusa e corre via in un batter d’occhio. Io mi attardo un attimo a spiare in alto, vorrei cercare di capire chi si sia affacciato, ma non vedo più nessuno.Esco frastornato dal sottoportico, la mia compagna non è lì ad aspettarmi, perlustro la Piazzetta dei Leoni, ma ahimè è già  svanita in mezzo alla confusione. Che guaio! Niente di più difficile del rintracciare qualcuno nel marasma del Carnevale, ma tento lo stesso. Batto su e giù le calli in lungo e in largo alla disperata ricerca di quella donna apparsa e scomparsa così stranamente.Eccola! una volta tanto la fortuna mi assiste. Ha ritrovato il suo gruppetto di maschere e sta conversando sul cancello di un ricco palazzo affacciato sul Canal Grande. Poi il gruppetto si divide, per metà  entra nel palazzo. Un secondo dopo ne esce con la fiacca il portiere.Lo blocco fulmineamente sul portone:”Buondì, scommetto che i tuoi sono i padroni più ricchi del sestriere, a giudicare da un palazzo del genere… Che famiglia è?»”Orseolo».”Ti trattano bene, suppongo».”Beh, non posso lamentarmi, l’unica scassacassi è quella appena entrata, la riverita nobildonna Orseolo, fatalità  questa notte se ne va in Romania anche la megera».”Megera, non dirmi che la Orseolo è brutta?»”Ha i mustacchi e la faccia tonda come la luna».”Però ha un bel paio di… D’accordo, io l’ho vista mascherata, però non mi sembrava affatto che…»”Ah ah! Forse ti confondi con l’altra, la padroncina».”Probabile e quella che tipo è?»”Mona irraggiungibile».”Parte anche lei per la Romania?»”Sì, se ne vanno tutti nell’isola di Candia, con il nuovo imbarco di coloni».”E in quale città  andrebbero a stabilirsi, se è lecito?»”Archanes», risponde il portiere andandosene.Ora credo di saperne abbastanza, la ragazza mascherata si appresta a partire per Creta, isola sotto il dominio del doge al pari della quarta parte della Romania, nome che i veneziani danno ai resti dell’Impero Romano d’Oriente.* * *Domani inizia la quaresima e non sarà  più permesso nascondersi dietro una maschera, dovrò ricominciare a fuggire e ritornare fra gli sperduti monti di Zoldo a fare il bovaro.Sono stanco, ho bisogno di riflettere… con calma. Qui fuori è impossibile, non sopporto più lo strepito di Piazza San Marco, mi irrita questo baccano infernale di tamburi, corni e zufoli della malora. Andrò alla basilica, lascerò fuori del suo portone il Carnevale morente e il suo urlo di animalità  insoddisfatta, esausta forse ma non sazia.La Basilica d’Oro è la mia dolce casa, sempre pronta com’è ad accogliere ogni veneziano nell’intimo del suo rifugio. L’interno della Basilica è pressochè deserto, l’essere soli in questo immenso edificio ispira soggezione. Mi incammino lungo la navata, muovo compunto verso l’altare maggiore. Presto assorbito nel silenzio e nella quiete del luogo.In piedi sotto la cupola centrale, piego la testa all’indietro e le linee slanciate delle colonne attirano il mio sguardo verso l’alto e in alto percorro i mosaici illuminati dalle ultime finestre sopra la galleria e sto per venir colto da una leggera vertigine… quand’ecco noto un mosaico cui inspiegabilmente non avevo mai posto attenzione: un pozzo alla radice di un albero. E’ il polo altissimo e profondissimo, l’asse attorno cui ruota l’intero universo ed i cui estremi si perdono senza limiti all’infinito. Ogni coscienza individuale è posta al centro del proprio universo percettivo, il mondo intero ruota intorno a noi, non c’è scampo, la coscienza umana è la sola ad avere una posizione privilegiata nel cosmo.Uno spirito opportunamente purificato ha in sè facoltà  di coincidere con quel raggio di luce sfolgorante, può scendere con esso nei più profondi abissi e risalire alle più sublimi altezze. Ma purtroppo io sono vittima delle torbide scelte di un cuore arido ed il mio spirito somiglia semmai ad un albero rinsecchito. L’Albero Secco tramandato da Alessandro Magno, il platano immenso e poderoso che si erge solitario nella sterminata e arida pianura del Khorassan. Se solo esistesse un modo per farlo rinverdire? Che spettacolo sarebbe vederlo ricoprirsi di foglie verdi su di una faccia e bianche nell’altra, mentre gli zeffiri sereni ne agitano la chioma in pieno rigoglio. Ci vorrebbe l’azione vivificatrice dell’acqua, l’acqua pura del pozzo, ecco di che cosa ho bisogno!Nella navata sud mi fermo a pregare sotto l’immagine della Vergine. Alta e longilinea, ha una stella sulla fronte come Afrodite e avanti al seno protende le palme delle mani in un invisibile abbraccio. Ritta davanti alla porta del Paradiso, indossa una tunica bianca lumeggiata d’argento mentre un manto verde ornato a frange le scende dal capo. Solenne, maestosa, elegante, è la più bella immagine che io conosca del culto della Vergine. La vegliano due pavoni indiani, disegnati nel pavimento di mosaico ai suoi piedi.Quindi esco. Un tetto di stelle ricopre Piazza S. Marco. Alzando gli occhi al cielo individuo la bella costellazione dell’Orsa Maggiore. Sposto lo sguardo sull’Orsa Minore e cerco la sua stella più brillante, l’ultima del timone del piccolo carro, ecco la stella Polare al centro della volta celeste, fra miriadi e miriadi di stelle polverizzate nella via Lattea.”Chiunque Tu sia creatore di tutto questo: io Ti amo e ti prometto che riprodurrò in tuo onore lo sfolgorio del firmamento sulla volta di una cupola».Ho già  bene in mente il disegno: un rosone in mosaico, finto intreccio di archi e colonne ove le stelle traspaiono sullo sfondo. Al centro esatto la stella polare, splendente nelle sue otto punte fiammeggianti.Incamminandomi vedo dei bagliori. Nella Piazzetta adiacente la basilica un rogo arde tra le due colonne gemelle, il luogo da sempre consacrato alle esecuzioni capitali. Mi avvicino incuriosito, salgo sui gradini e appoggio la schiena alla colonna di S. Teodoro.Il popolo brucia un grande fantoccio e intona la nenia di addio al Carnevale:”El va! El va! El va! El Carneval el va!»Mi dirigo al molo. Oltrepasso i burchi del ponte della Paglia, costeggio le chiatte ormeggiate nei pressi e imbocco la Riva degli Schiavoni. La è attraccato il convoglio dei venti vascelli della carovana di primavera. A terra, dei coloni decisi a salpare prendono gli ultimi accordi.Mi piacerebbe vedere per l’ultima volta quella nobile, mentre si imbarca per la Romania. Spero che salga sulla passerella col lungo vestito ove han preso posto tutti i fiori della terra, con la corona murale ed il velo trasparente sui capelli, con la graziosa maschera decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose, divinamente mascherata come l’ho vista oggi altrimenti… altrimenti come farei a sapere che è lei, non ho visto il suo volto. Che controsenso. Assurdo: senza maschera non la conosco, con su la maschera la riconosco.Ehi! un momento, ho trovato. Mi imbarco al volo, mi unisco alla sua carovana. La scoverò a Candia, dove andrà  a stabilirsi con la famiglia. Archanes, Archanes! E’ musica per le mie orecchie.C’è una nave che riceve ancora gente, mi avvio deciso verso il suo ormeggio. Scocca lentamente la mezzanotte, i cupi rintocchi delle campane di San Francesco della Vigna decretano la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima. In lontananza il rogo non si vede più, è rimasto solo un cumulo di ceneri fumanti.Mi sento sulle spine, temo che facciano controlli sulle persone in procinto di imbarcarsi, ogni minuto in più sul molo non fa che aumentare le probabilità  di venire catturato. Devo sbrigarmi a mettermi in coda con gli altri, sono l’ultimo ad aver ancora il costume indosso e rischio di venire notato proprio per questo.In fretta e furia mi cambio d’abito dietro un pilastro del molo. Appena finito appendo la maschera nera a un chiodo che sporge dal pilastro e mi inchino a raccogliere il mantello per avvolgermelo addosso… d’improvviso una voce roca alle mie spalle:”Alto là , Petrangèsio!»Sussulto dallo spavento. Lentamente giro la testa e alla luce delle torce mi vedo venire incontro goffamente un nano vestito da buffone. Ha sulla testa un berretto a tre punte con tanto di sonagli. Cammina in bilico sull’orlo del molo, si equilibra a stento con il contrappeso di un fardello mentre pesta la coda a un gatto randagio che balza a mordergli le scarpe con l’intenzione di farlo precipitare in acqua.Tiro un sospiro di sollievo. Si tratta di Hyla, uno che tutti conoscono per essere completamente matto, anche gli saltasse in testa di fare la spia nessuno al mondo gli darebbe retta. Mi si pianta a un palmo dal naso e con gesti teatrali inizia a declamare il testamento del Carnevale:”Perchè ognun debba esser de mi pago e contento, sin che la testa è libera far voggio el testamento e perchè volentiera, e de gusto i lo leza, ghe lasso in soprapiù l’ultima mia scoreza» e girandosi con la gamba sollevata fa una rumorosa ed interminabile scoreggia.Poi arcua le sopracciglia e mi fissa serio:”Dove xe direto el to fantomatico vascello?»Osservo Hyla in silenzio e poi rispondo:”All’Isola Sommersa».”Ehi la conosco, la famosa isola che non esiste! L’isola che si raggiunge non arrivandoci mai».L’oro delle StregheL’isola della DeaCapitolo IIIConfinato nello scafo del nostro vascello, mi sento come entro un vaso ermeticamente chiuso, eppure il cielo mi confonde con la sua vastità : nubi madreperlacee alte nella stratosfera e spessi cumuli di nuvole basse ma lontanissime all’orizzonte, mi comunicano la profonda impressione di uno spazio sconfinato. Osservo dalla finestrella rotonda le onde che si gonfiano e ancora il mare in lontananza, mare e mare e soltanto mare intorno a me, in un’immensa distesa d’acqua.Per lo ionico Talete l’Acqua è l’Archè, ossia la sostanza originaria che nel trasformarsi ha dato luogo a tutte le cose. Talete non era un ingenuo pensatore era un filosofo, e non si riferiva all’acqua fisica ma al concetto di un acqua celeste ed immutabile che non bagna le mani: l’Umido radicale, umida sostanza del mare magnum dei maghi.Talete di Mileto, Aristotele, Democrito di Abdera. Vado enumerando le teorie dei filosofi greci intorno alla costituzione della materia mentre nel vascello sto con le dita appoggiate sull’orlo della finestrella, col vento nei capelli e lo sguardo smarrito nel turchese del mare. Per Aristotele la sostanza originaria è la Prima Materia, potenza assoluta totalmente priva di forma. Oltre la percezione sensoriale, oltre la molteplicità  delle forme, essa rappresenta l’unico comune substrato, impalpabile e sfuggente eppure materia.Per Democrito, a fungere da sostanza fondamentale, è invece un insieme di atomi indivisibili. Gli atomi sarebbero talmente minuti da non poter essere colti con la vista, nè con l’udito, nè con l’odorato, nè con il tatto, nè con il gusto, ma esisterebbero eternamente nel vuoto dello spazio. Assumendo questo punto di vista viene a cancellarsi il confine invalicabile posto tra le individualità  di un essere umano, di un albero, di una pietra, di un gabbiano… condizionamento senza via d’uscita nel mondo della percezione sensoriale. Nella lucida concezione di Democrito tutti gli esseri si fondono insieme nel vorticoso movimento degli atomi, simile a grandi onde spumeggianti nel burrascoso oceano del vuoto. Eternamente esistenti, gli atomi a composizione dell’individuo si sottraggono alla freccia del tempo per cui l’immortalità  dell’essere umano si fa solida certezza nella dimensione atomica ove, non soggiacendo a nascita, non si può essere soggetti a morte. L’irreversibilità  del tempo, il processo di putrefazione di un frutto, l’invecchiamento del corpo fisico, dal punto di vista dell’infinitamente piccolo sono pure illusioni, se pur dure a morire.L’Universo incarna così la pienezza dello stato di perfetto equilibrio, è esente da limitazioni, non nato e sempre identico a se stesso. Continuo ed omogeneo, rappresenta l’unico sostrato del mondo dei nomi e delle forme, l’Uno senza secondo, causa ciclica di produzione preservazione e dissoluzione del cosmo.La Basilica d’Oro illustra la creazione del cosmo attraverso i meravigliosi mosaici della Genesi. Ho vive davanti agli occhi le gratificanti immagini della loro bellezza.Sospesa sull’abisso una tenera colomba aleggia leggera sulle acque:Spiritus Dei ferebatur super aquas.Nei primi attimi della creazione, sorge ex nihil una bolla di luce che si espande sempre più e cresce con fulminea velocità  ad immani dimensioni. Nel mosaico in questione, il cosmo nascente è la piccola sfera sotto le ali bianche della colomba, la perfezione della simmetria originaria è resa in modo esauriente dalla geometria circolare, poichè è noto che facendo ruotare una sfera attorno ad un suo asse qualsiasi essa rimane immutata.Nel mosaico accanto, il secondo giorno della creazione. Attorniata dagli angeli, la sfera del cosmo abbraccia già  le dimensioni del firmamento e scorre sulle acque per dividerle. Al terzo giorno la gran massa delle acque riceve l’ordine di raccogliersi su se stessa e la terra emerge all’asciutto, solidamente fissata nel mezzo delle acque. Successivamente la terra viene popolata dalla moltitudine delle specie delle piante e degli animali. Infine, al sesto giorno viene creato l’uomo.Il mito iperboreo dell’ordine cosmico che sorge dal chaos, risuona nella mia mente e ancora le parole di Zagreo rivestono d’immagini dense di colore quei primi ineffabili istanti…All’origine Reitia emerse nuda dal Chaos. Non trovando nulla di solido ove posare i piedi Reitia divise il mare dal cielo e sola intrecciò una danza sulle creste delle onde. Ebbra danzava sulla spuma quando si accorse del vento che le turbinava alle spalle e riconoscendovi alcunchè di nuovo e distinto da sè, pensò di iniziare con questi l’opera di creazione. Si voltò d’improvviso e afferrato Borea, il vento del Nord, lo sfregò ripetutamente fra le mani finchè apparve il grande serpente Ofione. Ma il vento le aveva raffreddato la pelle e Reitia continuava a danzare per riscaldarsi, danzava a ritmo sfrenato, oscillava le anche, scuoteva i seni eccitando Ofione col vibrare del suo corpo nudo. Il grosso rettile si rizzò, le avvinghiò le membra e si unì a lei. Reitia assunse allora forma di colomba e volteggiò leggera sulle acque dell’oceano. Fecondata dal serpente, depose l’Uovo Cosmico e ordinò ad Ofione di circondarlo con le sue spire: per sette volte il serpente si arrotolò intorno all’uovo e facendolo schiudere, liberò tutte le cose che esistono nel mondo.* * *Il mare di Crono. E’ entusiasmante attraversare lo stesso mare anticamente solcato dagli Argonauti. Attendo con fervore il nostro passaggio nelle vicinanze di Trieste, voglio esaltare lo sguardo nella tumultuosa risorgiva del Timavo, la fonte che a dire di Zagreo alimenta da sola l’intero oceano sboccando in superficie da un fiume sotterraneo del quale nessuno conosce il tragitto. Ma non vedo ombra di coste.In Istria mi lascio prendere da rinnovato ardore. Desidero sfiorare come un falco la città  fondata a Pola dai Colchi… frenare in un porto lo slancio di un sogno leggendario e magari approdare nella rocciosa e frastagliata Lussino, l’isola coperta di fiori di giacinto. Dimora della famosa zia di Medea: la maga Circe. Ma con mia grande delusione la carovana punta dritta a sud e soltanto dopo un lunghissimo tragitto fa tappa in Dalmazia nel porto di Ragusa.Nella sosta vengono caricate le provviste. Scendo a terra dominato dalla morbosa frenesia di incontrare la ragazza dell’ultimo di Carnevale. Con che ardente desiderio amerei rivedere i suoi seni, godere di quella pelle lucida come la buccia delle mele. Quanto intensa la mia speranza di riconoscere fra la gente degli occhi che mutino alla luce da celesti a verdi e da verdi a grigi. Invece nulla. A Ragusa non incrocio il suo sguardo e nemmeno a Corfù nello scalo successivo.Trascorro la più parte delle mie giornate sul ponte di passeggiata, con i gomiti appoggiati sui bordi della nave, a spiare ogni vascello che si affianca nella beata lusinga di intravedere una ragazza che abbia la sua altezza e corporatura o magari soltanto la sua camminata aggraziata.Nulla. Più passano le settimane su questa nave, più mi rendo conto dell’assurdità  della mia ricerca. Che storia d’amore è questa? Con una nobile per giunta! A ben giudicare non sono rimasto in sua presenza per più di dieci minuti, non l’ho nemmeno baciata e già  la rincorro per i sette mari. In realtà  me ne sono infatuato per semplice effetto del totale isolamento in cui verso, è normale che si finisca per ingigantire il primo occasionale incontro che viene ad interrompere la nostra solitudine. Lei nemmeno si ricorderà  di me.Ora basta! Chiuso con questi innamoramenti da adolescente, finiamola con questa lamentosa ricerca della donna fatale. E’ ridicolo. Una donna di nobile famiglia sarà  sempre fuori della mia portata, io sono soltanto un morto di fame. Ecco, me l’aspettavo, disinganno e disillusione intaccano altresì la mia fede nella stregoneria, del resto la possibilità  di fabbricare l’oro è svanita da tempo col sequestro del papiro, insieme al papiro ho perso irrimediabilmente ogni speranza di diventare ricco. Ah! Rafael faccia d’angelo, se tu non m’avessi indicato quella locanda di eretici ora non mi troverei qui, su questa nave, a navigare in un mare di guai. Amico caro, ti giuro che se mi capita fra le mani quel dannato papiro lo rompo in mille pezzi. Non ho bisogno di libri, non voglio più cadere negli inganni della stregoneria.Col suo disincanto ellenico ha proprio ragione Zagreo:I sogni e le illusioni servono solo a rendere più sopportabile l’amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia.Il viaggio del convoglio prosegue all’insegna della noia sotto una bonaccia esasperante. Povero di scali, privo di novità , il tragitto per Candia è a dir poco eterno. Le nostre navi avanzano lentamente essendo dei vascelli mercantili. Provvisti di un castello di prua e uno di poppa, due ponti ed una coffa da combattimento, sono dei velieri tondi la cui lunghezza è tripla della larghezza e possiedono due alberi forniti ciascuno di una vela triangolare, detta vela latina. La mia nave è una taretta, ha lo scafo lungo e stretto, più basso, e ad un solo ponte, ma in condizioni di scarso vento è la più adatta a bordeggiare. Per seguire la rotta controvento la nostra taretta procede a zigzag e i marinai stringono il vento navigando di bolina, ossia utilizzando un cavo che serve a tirare verso prora il lato sopra vento delle vele, in modo che queste prendano il vento al meglio possibile. Osservo costantemente le manovre di bordo, giusto per distrarmi un po’ mentre me ne sto in silenzio per conto mio. Sono un ricercato e preferisco non espormi alla tentazione di scambiare parola con i passeggeri. Perciò niente viene a rompere la monotonia di queste giornate di navigazione, fino a una sera memorabile allorchè cambiano repentinamente le condizioni atmosferiche.Doppiamo Capo Matapan con estrema difficoltà  a causa dell’irruenza del meltèmi, un forte vento che piomba ad annunciare bufera. Raffiche violentissime sono costantemente sul punto di strappare la vela, i marinai calano allora il pennone e issano una piccola vela triangolare fatta di tela resistente. In piedi sul ponte sento fischiare le gomene, il vento mi strappa i capelli, m’impedisce di procedere in linea retta e quasi riesce a stendermi a terra, ma io rimango cocciutamente attaccato alle corde, esposto alla furia degli elementi: rimanere al chiuso in coperta mi procura un’ansia maggiore. Appena sopra la mia testa nuvole caliginose minacciano di traboccare pioggia e grandine da un momento all’altro. Il mare mosso scuote paurosamente la nave, si sollevano onde di altezza e impetuosità  impressionante, il loro colore si fa sempre più cupo, finchè la visibilità  si riduce del tutto e lascia il posto ad una nebbia di goccioline fitte e gelate. Il fragore dei flutti continua a incalzare con la prepotenza di un urlo. Arriva la tempesta. Una saetta tuona a bruciapelo e illumina nubi nere d’inchiostro. La pioggia inizia a martellare all’improvviso, mi frusta la schiena e in un attimo inzuppa la veste. La tempesta è talmente violenta che immagino passi presto, invece peggiora. Le onde spazzano rabbiosamente la superficie del ponte, comincio a scivolare sul bagnato, cozzo malamente un ginocchio sulla tolda, capisco che l’urto di un’onda potrebbe scaraventarmi in acqua da un momento all’altro. Mi decido allora ad andare in coperta e raggiungo gli altri che pregano all’interno.Passammo una notte insonne sballottati dalle onde e nessuno ebbe la grazia di addormentarsi sapendo che l’indomani avrebbe potuto ritrovarsi in fondo al mare.All’alba un vento mite e leggero soffia da ponente, lo zefiro viene a far da compagno al sereno. L’umore dell’equipaggio si ravviva per lo scampato pericolo. Nel mare calmo avvistiamo i delfini. Pinne argentee ruotano in superficie, scompaiono e riappaiono. I delfini si inseguono festanti e poi si lasciano per raggrupparsi ancora. Davanti alla prua un esemplare anziano mostra riflessi più chiari, lattescenti, a colpo salta fuori dall’acqua e dalla posizione verticale piroetta e torna sotto con una giravolta. La sua comparsa evoca nei miei ricordi la trasformazione di Pelope in delfino bianco e ancora una volta rivedo nell’oscurità  della cella i lineamenti greci del mio sfortunato compagno, con quella sua espressione seria dietro la barba e la mimica eloquente di un poeta declamante…Il sommo Zeus, toccato nel cuore dall’efferato delitto commesso da Tantalo ai danni del proprio figliolo, impose a Mercurio il pietoso compito di riportare Pelope, il re dei Veneti, alla piena integrità . Raccolti ad uno ad uno gli sparsi resti del fanciullo, Mercurio li fece bollire nel latte di un calderone sorretto dal tripode. Le membra prima separate si stavano saldando bene insieme, ma c’era un pezzo mancante: la spalla che Teti aveva inavvertitamente mangiato. Per porvi rimedio, la consorte del Titano Oceano fabbricò una spalla in avorio di delfino e la sostituì alla mancante. Reitia, soffiò in Pelope la vita e mentre Pan danzava per la gioia, il ragazzo uscì vivo e raggiante dal calderone. Lo splendore della sua bellezza adolescenziale colpì tanto profondamente Posidone che il dio del mare lo volle con sè sull’Olimpo e ne fece il suo personale coppiere.Nell’Olimpo però, da lungo tempo Posidone non si dava pace per i continui rifiuti di Anfitrite, una ninfa marina che sdegnava ostinatamente le sue proposte amorose e che riusciva sempre a sfuggire agli inseguimenti grazie alle più strane e fantastiche metamorfosi. Posidone pensò allora di affidare a Pelope il delicato compito dell’inseguimento e lo trasformò per l’occorrenza in un candido delfino. Per evitare il nuovo messaggero, la ninfa dai piedi d’argento si mutò via via in seppia, piovra, ippocampo, medusa, ma non appena la raggiunsero le parole gentili del delfino, cariche di inviti suadenti e persuasivi, la ninfa cedette e si decise a concedere al dio i suoi favori. Posidone, al colmo della gratitudine, immortalò il profilo del delfino tra le costellazioni del firmamento.* * *Il porto della città  di Candia, finalmente si sbarca. La città  rappresenta il nucleo principale dell’isola e ciascuno dei centotrentadue feudatari ha l’obbligo di tenervi una residenza, il che significa altrettanti ricchi palazzi che adornano il capoluogo. Giro a zonzo per il centro. Ho una semplice tunica azzurra cinta ai fianchi da un cordone, sul bordo rotondo del colletto è ricamata una linea argentea mentre sotto finisce appena sopra il ginocchio; porto calze gialle, scarpe basse e aperte e fermate da un laccio al collo del piede.Negli ultimi giorni di navigazione l’acqua potabile ci veniva razionata. Ho una sete terribile e cerco una fontana per bere. Per fortuna ce n’è una nella piazza, in fronte alla basilica di San Markos. La fontana possiede un orlo ondulato e sinuoso con i bassorilievi di Tritone che cavalca i delfini e con nove vasche absidate e scolpite. Sulla sommità  della fontana troneggia la statua di Posidone, ha un braccio teso sul mare e punta l’orizzonte un attimo prima di scagliare il tridente. Bevo acqua fresca a piene mani. Si calma l’arsura alla gola e mi sento rinascere. Inclino leggermente indietro il capo e serro le palpebre dal sollievo. Appena le riapro noto due ragazze uguali come due gocce d’acqua, alte e longilinee e di non più di sedici anni, sedute sull’orlo della vasca. Le osservo con aria innocente, hanno dei lineamenti troppo marcati però sono attratto dal colore biondissimo dei loro capelli, quasi bianchi, un platino che si intona piacevolmente con la loro carnagione abbronzata. Li hanno raccolti in due lunghe trecce che scendono sul petto e vestono esattamente nella stessa foggia e con le stesse tinte: rosa la veste leggera, stretta al collo ma ampia sulle ginocchia e fornita di strascico; verde la sottoveste di lino con le maniche aderenti che escono dagli spacchi alle ascelle.Mi asciugo la bocca con il dorso della mano e tanto per rompere il ghiaccio:”Ciao belle!»Una di loro risponde con accento straniero:”Chi è la più bella? Magda, che sono io, o mia sorella Beata?», scherzando con fare vanitoso.Mi gratto la testa e le esamino attentamente per cercare tra loro la minima differenza ma invano, perchè sono del tutto identiche: stessi occhi chiari, stessa bocca sottile e naso pronunciato, uguale ventre piatto, uguali gambe lunghe e piedi scalzi.Per attirare la mia attenzione la sorella, Beata, fa scorrere le mani su e giù lungo le cosce slanciate:”Scegli me, sulla gamba destra ho un bellissimo neo che lei non ha».I lineamenti di Beata mi sembrano atteggiati in un’espressione leggermente più dolce, ma non riesco proprio a decidermi.”Allora chi è la più bella?» incita di nuovo Magda e mi strizza l’occhiolino.”Magda» rispondo frettolosamente per trarmi d’impaccio.”Oh, ti ringrazio di avermi preferita, ma dimmi, cosa ho di più bello rispetto a mia sorella?»”Il tono della voce» concludo, e in vero ha la sonorità  limpida e squillante dell’argento.Regno di Danimarca? Contea d’Olanda? Langravio di Turingia? Da dove arrivano queste due sirenette?”Siamo sveve, – spiega Magda mentre le accompagno lungo la piazza – nostro papà  ha fatto il servitore alla corte pugliese. Lui sa parlare in siciliano, in arabo e in greco. Abbiamo abbandonato la corte in cerca di fortuna appena è morto Federico II».”Che cosa? Federico II è morto!»”Ma dove vivi, sulla luna? E’ morto ancora il 13 dicembre del 1250».Rimango confuso e sconvolto, crollo a sedere sui gradini della basilica. Io che un tempo ero l’uomo più aggiornato della Piazza ora non so nulla di un avvenimento del genere: il trapasso dell’Imperatore della Fine dei Tempi. Il Cristo aveva predetto la fine del mondo entro una generazione e invece la profezia l’ha posta dopo la morte dell’Imperatore sub Flore.”Come è morto? Avvelenato dai Milanesi?» balbetto.”Un suo medico arabo ci ha detto che è morto di dissenteria».Dunque queste due mocciose frequentavano la corte imperiale. Le tempesto di domande:”Voi potevate vedere di persona l’Imperatore?»”Certo, aveva un fisico striminzito, la faccia tutta rossa e la testa pelata» risponde Magda.”Va be’ che cosa c’entra, era un uomo di fine intelligenza e viveva attorniato da una schiera di saggi e di filosofi».”Come no, – continua Magda – c’era quello stregone di Scoto, mago e indovino, traeva auspici sul futuro anche dagli starnuti. Secondo i suoi calcoli astrologici la vittoria su Parma era una cosa più che scontata ed infatti… è stata la peggiore batosta di Federico II, la Lega Lombarda gli ha portato via l’intero tesoro imperiale, compresa la corona di gemme».Aggiungo serio:”Comunque si dice che l’Imperatore abbia scritto di suo pugno un libro di falconeria, aveva una grande passione per l’arte dell’andare a caccia di uccelli».”Perchè sorridete?»”…a caccia di uccelli senza piume, tipo quelli dei valletti saraceni» e scoppiano a ridere.Le ore scorrono veloci in loro dolce compagnia e verso sera le gemelle mi trascinano in una tipica taverna dell’isola. La taverna Phanes ha la facciata ricoperta di edera e smilace e ai lati dell’ingresso due grossi cespugli di mirto diffondono la loro fragranza sullo spiazzo antistante. All’interno è zeppa di gente. Musici indiavolati stanno scandendo ritmi ossessivi al fragore di cembali, campane e tamburelli, ma dopo un po’ alternano un accompagnamento di flauti e cominciano ad intonare dei cori pieni di passione e variazioni, oscillazioni e confusione. Al tavolo le gemelle ordinano del malmsey. Un vino dolce, robusto e quasi liquoroso.Spavaldo alzo il calice:”Brindiamo a Bacco!» urlo per farmi udire in mezzo a quel rumore assordante.Beata mi sta osservando mentre bevo un calice dopo l’altro:”Attento, il vino è un veleno che annebbia la mente».”Baccus dulce venenum. Alla giusta dose il veleno si trasforma in farmaco» preciso in tono cattedratico.”E tu da cosa dovresti guarire?»”Dalla secchezza delle fauci» ribatto.Le gemelle si stanno divertendo. In quanto teutoniche mi aspettavo di trovare in loro un carattere freddo e distaccato invece, forse addolcite dal clima mediterraneo, sono sempre più allegre e scherzose e non fanno altro che ridere a crepapelle per ogni stupidaggine che dico. Passo a simulare l’omaggio di un vassallo al suo signore e metto le mie mani giunte entro le loro:”Nobili fanciulle io divengo uomo vostro».Magda mi consegna il suo semplice anello:”Ecco a te l’oggetto dell’investitura».Mi infilo l’anello nel mignolo:”Ordinate pure, sono pronto a qualsiasi impresa pur di rendervi servizio».Magda punta i gomiti sul tavolo e fissa in aria indecisa:”Oh gentil cavaliere, più o meno dovrai mutare il corso del Meno, e noi ti daremo le nostre grazie in beneficio».”Le vostre grazie?»”Sì, in cambio ti daremo tutto quel che vuoi» dichiara Magda pimpante.”Proprio tutto? Anche quel feudo di praticello soffice soffice, quel bel triangolino che avete lì in mezzo?»”Certo. Perchè no» rispondono in coro.”Starò ai patti – sempre più arrapato -, ma come posso mutare il corso del Meno se non mi specificate i termini della sottrazione?»Le ragazze scoppiano a ridere:”Il Meno è il fiume che passa per Francoforte, nel Regno di Germania».Faccio una smorfia incassando il tiro:”Non voglio irritare i vostri compatrioti deviando loro il fiume, vi prego concedetemi un’altra prova?»E’ la volta di Beata:”Dovrai rubare per noi il chiarore della luna» e di nuovo a ridere.”Ho capito, ho capito; mi chiederete di volare come uno stornello o di catturare per voi il cinghiale bianco, tutte cose impossibili. Ma non importa, anche se non avrò i vostri favori mi accontento della vostra compagnia. Mi piace ogni cosa che fate».Beviamo come spugne, specialmente io, pur noto a Venezia come irrecuperabile e incallito astemio. Sì, in effetti solo nelle grandi occasioni mi azzardavo a bere sì e no mezzo calice, l’ultima volta fu tre mesi fa in compagnia di Zagreo. Dunque non sono affatto abituato al vino e a reggerne l’abuso e ben presto vengo colto dall’ebbrezza.Una delle gemelle si alza dalla sedia, fa il giro del tavolo e viene a sedersi seriosa accanto a me:”Cavaliere, esigo da te un comportamento franco. Certo, io percepisco il tuo carattere generoso e retto, apprezzo il tuo modo delicato, ma ti voglio più sicuro, più persuasivo nella condotta, disinvolto senza per questo diventare sfacciato, e sempre sincero, aperto, schietto».”Sarò sempre franco».Poi si strofina sul mio fianco e mi profferisce languide proposte amorose:”Mio bel cavaliere, questa notte mi concederò alle tue brame ma devi giurare fedeltà  a me sola».”Lo giuro».”Giura di non toccare mia sorella».”Lo giuro sul mio onore».Al che scatta via dal tavolo rapita dalle note di una melodia che conosce, raccoglie la sorella e va a ballare al ritmo vivace dei musicanti. La gente fa largo e batte il tempo con i piedi, applaude l’eleganza e le movenze del loro ballo di corte, una estampida. Dopo un po’ ritornano al tavolo, la gemella si siede sulle mie ginocchia a rinnovare carezze e segnali di disponibilità  amorosa, poi raccomanda:”Sarai ligio al giuramento di fedeltà ?»”Sì, mia Signora».”Allora toccami la tetta, nobile cavaliere» mi prende la mano e se la porta sul seno.”Ma tu chi sei? Sei…».L’altra gemella mi canzona gongolandosi sulla sedia:”Vassallo fellone, vassallo fellone. Avevi giurato fedeltà  a me sola!»Brillo com’ero avevo smarrito la facoltà  di distinguere fra loro le gemelle. Magda e Beata se n’erano ben accorte e continuavano a giocarci sopra alternandosi sulle mie ginocchia ed ogni volta che mi azzardavo a chiedere loro il nome rispondevano ora giusto ora l’inverso. Le gemelle erano l’una l’esatto specchio dell’altra e più mi applicavo a discernere l’identità  di ciascuna, più mi ritrovavo con le idee confuse. Il colpo di grazia fu l’acquavite all’anice, liquore che assume un aspetto lattiginoso allungato con l’acqua. Ci eravamo alzati tutti e tre e ballavamo saltellando con le braccia alzate, arcuando il corpo e rovesciando la testa all’indietro. Le due sorelle mi ruotavano intorno ancheggiando rapide in una specie di trance, la musica le aveva invasate. Le osservavo incantato, con gli occhi lucidi vedevo sdoppiarsi le linee dei loro fianchi. Sorridevano, ciascuna aveva due volti e le gemelle erano diventate quattro. Un ritmo primitivo echeggiava sempre più forte, mi entrava dentro irresistibile come una lama di cristallo, la risonanza mi faceva vibrare da capo a piedi, mi dissolveva in uno spazio etereo lontano e irreale, eppure ballavo con entusiasmo e con una carica mai avuta, un’energia animale mi scuoteva le membra, mi sembrava d’essere lanciato come una pantera nella notte.Ma le gambe in realtà  non mi reggevano e inciampavo e riaccendevo le risa isteriche delle gemelle, mantenevo a fatica l’equilibrio e le gemelle mi avevano dato un’asta e aveva una pigna in cima e così subivo lo scherno dell’intera taverna… poi senza preavviso un brivido che mi fa accapponare la pelle e mi drizza i capelli, una strana vertigine e cado a terra riverso privo di sensi. Una gemella mi prende per le braccia e l’altra per i piedi, di peso mi portano in un letto della locanda e mi lasciano abbandonato nel sonno.Il mattino dopo: brusco risveglio. Ho riacquistato la facoltà  di distinguere fra loro le gemelle, la luce del giorno ha rotto l’incantesimo.* * *Continuando a frequentare assiduamente le gemelle, il mio cuore e le mie attenzioni oscillano di giorno in giorno dall’una all’altra finchè mi impongo fermamente di corteggiarne una sola, per non correre il rischio di perderle tutte e due. Quale? Ho deciso per Magda. Il guaio è che Beata non si allontana un istante dalla gemella e le sta perennemente attaccata alle costole! Architetto quindi un piano per separarle e solo a Magda propongo una gita amena al boschetto sopra il lago di Vulismèni, un lago curioso perchè ritenuto senza fondo nella tradizione del luogo.Ma sul crocicchio dell’appuntamento trovo al suo fianco l’immancabile sorella. Ci incamminiamo in tre. Fra il profumo di corteccia sospinto a tratti dalla brezza calda e umida del lago, il sentierino si inoltra nella macchia, folto intrico di bassi arbusti di quercia spinosa dai fusti tortuosi e dal denso fogliame.Un vento leggero agita le foglie irte di aculei generando un fruscio musicale che attira l’attenzione di Magda:”Però prego l’Amoreche mi’ntende e mi svogliacome la foglia vento».”Bella, cos’è una poesia?» chiedo.”Una canzonetta di corte».”Ehi, la scuola siciliana dell’Amor cortese».”Allora conosci Rinaldo d’Aquino, Iacopo da Lentini?» replica sorpresa.”No».Prossimi alla cima di una bassa collina possiamo ammirare il lago sottostante, comunica con il mare attraverso uno stretto canale. Il posto ci piace per cui, nascosti dalla macchia e riparati dal vento, ci sdraiamo in una piccola radura erbosa.”Che lavoro fai – chiede Magda -, sei per caso un piede polveroso?»”No, non sono un mercante, sono artigiano. Faccio il mosaicista alla Basilica d’Oro».Beata mi fissa in viso ed esclama:”Oh, un artista veneziano! Allora il codino dietro i capelli è il segno distintivo di quelli come te?»”Sì, è il segno distintivo di coloro che non rinnegano ciò che hanno alle spalle, cioè il passato della loro gente. L’anima artistica del mio popolo vive come un sogno profumato nel cuore di chi come me non ignora le proprie radici, è il sogno che Federico II voleva distruggere tutte le volte che ha cercato di cancellare le nostre prerogative. Egli ci invidiava il valore immenso dei tesori custoditi a Venezia, non capiva che il vero valore di quelle opere non è nell’oro o nell’argento in cui sono forgiate ma nel segno che l’artigiano vi ha lasciato nel tempo» rispondo compito rivolto a Beata.Magda per dispetto mi scioglie i capelli strappando il nastro che li teneva insieme alla nuca. Per ripicca mi metto a disfare le sue trecce e si accende subito la lotta a cavalcioni l’uno sull’altro. Magda si difende bloccandomi i polsi con forza insospettata, riesce a divincolarsi e si alza. Fa finta di aver abbandonato ogni resistenza, sta ferma in piedi con le braccia conserte. Allora mi piazzo davanti a lei e finisco con calma di sciogliere il nodo a una treccia già  mezza scomposta.Magda mi coglie di sorpresa:”Artista da strapazzo!» e mi sferra una gran ginocchiata in mezzo alle cosce.Saltello goffamente dal dolore e infine crollo sull’erba. Mi ritrovo disteso sull’euforbia vicino un gruppo di narcisi, petali bianchi e coroncina gialla al centro. Magda si sdraia al mio fianco, scompone da sola le trecce e libera la sua chioma biondissima. Le sfioro teneramente i capelli ed ella contrae le labbra e socchiude gli occhi ad ogni passaggio della mia mano. Intanto spio Beata con la coda dell’occhio per vedere se capisce la situazione e magari si allontana per un po’. Invece no, Beata fa finta di non vedere, non vuole saperne di mollare la gemella. A questo punto gioco il tutto per tutto e incurante di ogni riguardo comincio a baciare Magda sulla bocca. Beata, imperterrita, è sempre lì seduta, dura come un bastone, con un’espressione indifferente e forse solo un po’ imbronciata. Mi assale un sussulto di rabbia. In aperta sfida sfioro il seno di Magda e lo spremo fin quando gli strappo un gridolino di sorpresa. Beata si alza di scatto e sparisce a grandi passi dietro la collina, finalmente soli.Magda allontana piano la mia mano e mi sussurra che è vergine.”Conosci il bacio alla sveva?» mi chiede eccitata.”No, com’è?»”Metti la lingua dentro la mia bocca».Eseguo e Magda inizia a mordicchiare dolcemente la mia lingua.Poi tocca a me chiedere:”Conosci il bacio dell’ape maia?»”No, com’è?»”L’ape maia si posa sulla corolla del fiorellino e gli lecca tutto il nettare, vibrando su e giù la linguetta sul pistillo e poi passandola petalo per petalo».”Dai fammi provare».A labbra tese e serrate imito il ronzio di un’ape e oscillo il capo mentre le sollevo delicatamente la gonna colorata di rosa. Quindi scendo a trasmettere la vibrazione alla sua pelle, ronzando scorro le labbra a contatto della coscia, liscia e glabra fino alla piega dell’inguine, anch’essa glabra poichè il ciuffetto di peli è spostato verso il centro. Poso la bocca sulla fessura, è incollata da una patina umida e la apro con la punta della lingua, poi scendo leccando fin dove la vulva finisce in basso e risalgo ritmando ogni passaggio sul bottoncino del clitoride.Magda è attraversata dalla sorpresa per le nuove sensazioni che nascono dal suo corpo ed ha sul viso un’espressione attenta e attonita. A tratti irrigidisce il tronco, contrae le natiche comandata da un impulso irrefrenabile e spinge il pube contro il mio mento. Alla fine si solleva dal suo letto di euforbia e rimane seduta in silenzio. Le chiedo se le è piaciuto. Fa cenno di sì con il capo, mi guarda seria per un attimo, poi sorride e abbassa la testa con delicatezza, come i narcisi che chinano la corolla pendula.E Beata, dove sarà  mai? Una lieve preoccupazione mi distoglie dallo stato di esuberante spensieratezza. Ordino a Magda di aspettarmi sul posto mentre vado a cercare sua sorella. Cammino lungo il sentiero per una abbondante decina di minuti. Non la vedo. Ma dove si è ficcata? Supero l’apice della collinetta, inizio la discesa e finalmente la trovo con le ginocchia fra le mani accovacciata sotto una quercia.”Scusa, – accenno fra l’imbarazzato e il pentito – ti stavamo cercando, perdonami per prima».”Non fa niente. Io e mia sorella ci capiamo, non c’è problema». Sospira, si alza in piedi davanti a me e mi fissa acutamente negli occhi con la bocca socchiusa.Mi sento di nuovo confuso e disorientato, le gemelle si somigliano in tutte le loro scelte e forse anche nella preferenza per lo stesso ragazzo. I suoi occhi chiari mi stanno persuadendo che attraverso Magda in fondo non ho fatto altro che accendere un interesse sopito per lei o forse la preferivo fin dall’inizio e vittima di una scelta affrettata non trovavo il coraggio di ammetterlo.La sua dolcezza mi riconquista piano piano, ma irresistibile. Beata mi fa un sorriso così tenero che il cuore mi scoppia nel petto, attraverso i suoi tratti adolescenziali mi è ora manifesto l’impenetrabile mistero della giovinezza che si fa eterna nella sua bellezza. Poso la mia sulla sua fronte pura, col corpo la premo contro la quercia, le stringo le trecce nei pugni, m’irrigidisco nel tentativo estremo di arginare un fiume in piena. D’impulso la bacio sulle labbra e assaporo dalla sua bocca il gusto genuino della felicita ritrovata.Dopo un po’ torniamo dalla sorella rimasta sul posto ad attenderci. Alla vista di Magda non riesco a nascondere il turbamento che mi rode. Magda e Petrangèsio, Beata e Petrangèsio, di nuovo Magda e Petrangèsio, che giri di ballo. Questa volta mi pare sia Magda ad essere imbronciata come se avesse letto l’accaduto negli occhi miei e di sua sorella.E’ già  l’ora di rincasare. Sulla via del ritorno le gemelle confabulano fra loro in un idioma incomprensibile, non è tedesco – mi spiegano sbrigativamente – ma un dialetto normanno di origine norvegese, lingua materna ereditata dai loro avi che svevi in realtà  non erano. Intuisco che Magda chiede qualcosa alla sorella, questa annuisce con la testa e continua a fissarmi con la coda dell’occhio. Non sono mai stato così imbarazzato in vita mia.Ad un certo momento Magda mi afferra per un braccio e mi dice all’orecchio senza tanti preamboli:”Domani faremo l’amore insieme io te e mia sorella, lei mi ha detto che è d’accordo».Davanti all’inaspettata dichiarazione uno stupore muto rimane stampato sul mio volto, chi si immaginava che le ragazze della corte imperiale fossero così disinibite.Comincia ad imbrunire, le accompagno a casa tenendole entrambe sottobraccio. Magda ha ritrovato il suo buon umore e intona per me una canzonetta:”Ohi! e non dovrà  piùsplendere nella nottepiù candido che neveil corpo suo ben fatto?Tanto m’ingannò l’occhida crederlo il chiaroredella splendente luna.Ahimè, il giorno spunta…».Siamo arrivati. Le saluto e torno al mio albergo. Fare l’amore con due ragazze è un’idea estremamente eccitante e mentre mi rigiro insonne nel letto la mia fantasia si scatena ad immaginare i modi e le varianti più idonee per misurarmi con quelle due sirenette. Nell’intreccio voluttuoso dei corpi, gioco con i grossi capezzoli di quattro tettine a punta, sode e dure da star dritte anche a schiena distesa. Mi aggroviglio con le loro cosce lunghe e tornite, sento tante dita affusolate sulla mia pelle, godo delle loro lingue che si alternano nella mia bocca e sul mio sesso. Un simile turbinio di pensieri mi provoca un sonno breve e agitato, le due ragazzine mi hanno sconvolto la ragione, sono totalmente in loro balia, sballottato in un’altalena di emozioni incontrollabili. Avevo creduto che fossero psicologicamente un po’ fragili, per via del loro essere gemelle, ed invece il più vulnerabile sono io, tanto che temo di toccare la soglia della follia. Perchè ho paura di due innocenti maliziose fanciulle? Nell’Isola che non c’è, due dolci vergini hanno teso l’insidia della loro rete da caccia ed io sono finito intrappolato nel potere suggente delle sue maglie invisibili.All’alba si installa nella mia mente un richiamo prepotente che credevo avere scordato: la signora dell’ultimo di Carnevale. Convinto di sottrarmi al sortilegio delle due ninfe e di ritrovare il senno perduto, decido improvvisamente di partire alla volta di Archanes. Interminabili piantagioni di ulivi riconsegnano alla pace il mio spirito.* * *Archanes fa parte della regione costiera del sestriere di San Polo, uno dei sei sestrieri in cui è stata suddivisa l’isola al pari di Venezia. Il paesello è adagiato al centro di lievi colline ricoperte di basse vigne rinomate per l’uva da tavola. Semplici case in muratura imbiancata occupano il fondovalle e gli scoscesi pendii. Su di una altura prospiciente, chiamata Fùrnu Korifì, c’è una ripida scalinata che porta ad un nucleo disabitato formato da un centinaio di stanze in pietra collegate fra loro da corridoi in muratura. Sono le rovine di un popolo sconosciuto e infondono al luogo il fascino arcano.Evidentemente, in mezzo alle casupole dei popolani greci una villa patrizia non può certo passare inosservata, il che rende fin troppo facile rintracciare la ragazza della famiglia Orseolo. Ecco che dall’unico elegante palazzo del centro esce una giovane aristocratica: ha la sua altezza e la sua camminata, è veneziana, è lei!Il cuore mi batte all’impazzata, le faccio subito un inchino, mi avvicino per vederla meglio da presso e incautamente le poso lo sguardo sul petto in cerca della spilla d’argento. Irritata, sprezzante, la ragazza passa oltre senza degnarmi di uno sguardo, le leggo in volto quella solita manifesta ripugnanza che le nobili riservano agli uomini di categoria inferiore.No, forse mi sbaglio, gli occhi sono chiari ma non abbastanza, non sembrano i suoi, sarà  meglio chiedere informazioni in giro. Entro nella locanda del centro, l’oste è veneziano sicchè mi è sufficiente interpellarlo per ottenere informazioni più precise. Il palazzo degli Orseolo è in realtà  nelle vicinanze del mare, un po’ appartato rispetto al centro.Edificato secondo lo stile delle ville venete, possiede classiche finestre ogivali che in quel clima assolato svolgono alla perfezione il loro compito di proteggere dalla luce eccessiva. I muri sono spessi. Il secondo piano ha una terrazza orlata di merli, il terzo piano si riduce ad una piccola torre fortificata. Il muretto di pietra che circonda il parco della villa è interrotto da un cancello abilmente lavorato e sorretto al lati da due colonne gemelle. I loro capitelli in stile ionico terminano con volute a spirale e portano scolpita la vocale Omega, ultima lettera dell’alfabeto greco ed iniziale di Orseolo.Prima di varcare la soglia ho un attimo di perplessità . Non vedo l’ora di dare un volto a quella sconosciuta ma nel contempo avverto il pericolo possa andare perduto l’alone di fascino che l’ha avvolta finora. Non voglio infrangere un sogno che ho coltivato con amore dentro di me: l’ho trasformata in una eterea creatura della mia mente, l’ho immaginata nelle sembianze di una superba regina ed ora, nell’imminente confronto con la realtà , temo di compromettere tutto.Rompo ogni indugio, prendo coraggio e supero il cancello, nel prato interno due lepri si rincorrono veloci. Percorro il sentiero ombroso del parco e poi tra i gigli e le erbe profumate proseguo in un giardino, costeggio al suo centro la fontana dei pesci e infine, sotto i rampicanti, vado a bussare al portone d’entrata.Al socchiudersi dell’uscio appare lei, la ragazza dell’ultimo di Carnevale e non può essere altri che lei, con quegli occhi celesti dolci come il miele, inconfondibili. Però la pensavo più giovane, avrà  un ventidue anni, ha il colorito un po’ pallido ed i capelli dai riflessi rossicci. In effetti me l’immaginavo assai più bella di quel che non sia e devo ammettere che pur nella gentilezza dei lineamenti… sopracciglia sottili, collo candido e bocca ben disegnata sopra la fossetta del mento, ella ha un viso comune a tante altre ragazze veneziane.Finalmente ho scoperto chi si cela dietro la maschera bianca decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose; lei al contrario non mi ha riconosciuto, non può immaginare di avere ora davanti a sè l’uomo della maschera di cuoio nero.La nobile ha dei lunghi capelli cinti alla fronte da una coroncina d’argento adorna di perle e porta una tunica bianca in fine e sottilissimo cotone di Bucherame; sopra, indossa un velo roseo, avvolto intorno al corpo come un mantello per coprire ciò che la tunica trasparente lascerebbe troppo facilmente intravedere. Nell’atto di scostare la tenda dal portone la mantellina scivola un po’ dalle spalle e scopre un’instante la tunica, quanto basta per riconoscere il profilo gonfio dei suoi seni: la tunica è così aderente da recare la delicata impronta dei capezzoli ed il cordone legato appena sotto le ascelle non fa che evidenziare le rotondità  di cui vedo in trasparenza le belle linee.Mi sento sopraffare, vacillo come sotto l’urto di un’onda troppo vasta e per alcuni attimi una densa oscurità  occupa la mia mente. Sono sull’orlo di cedere, quando una compiacente espressione dei suoi occhi suscita in quel buio una scintilla:”Signora gentile, sono un veneziano appena giunto con la carovana di primavera e cerco lavoro come maggiordomo. Ho saputo dall’oste che la vostra illustre famiglia è qui da poco tempo. Immagino abbiate già  trovato servitù greca a sufficienza, ma suppongo che vi manchi un maggiordomo, una sorta di siniscalco atto a coordinare e a stimolare i vostri sottomessi per ottenerne la massima efficienza. Solo un veneziano con la mia esperienza può fare al caso vostro. Nobile Donna, io vi prego, accettate il mio servizio».”Se ne può parlare, entrate pure».Mi pare di varcare le porte del paradiso, la cosa promette bene, troverò lavoro e chissà , forse il suo amore.Entriamo in un ampio soggiorno affrescato con scene marine e ci fermiamo al cospetto di una nobile d’una certa età , una cinquantenne esageratamente obesa, quasi più larga che alta, sprofondata nei cuscini di una possente poltrona ornata ad intaglio. Ha la faccia a luna piena, un po’ di peli al labbro superiore e la gobba di un bufalo. Regge fra le mani un rosario d’argento e subito comincia a sfogarsi mentre sto in piedi compunto ad ascoltarla:”Un veneziano! Ah, il clima di quest’isola maledetta mi rovinerà  l’esistenza, fa già  troppo caldo, in giardino c’è un’afa insopportabile, mi obbliga a starmene in casa all’ombra. Tu sapessi, la calura mi provoca una sete inestinguibile e l’eccesso di luce mi fa calare la vista, faccio sempre più fatica a ricamare i panni d’altare per la chiesa».Quando infine mi concede la parola apro la bocca per proporle la mia offerta di lavoro, ma la giovane mi previene:”Si è offerto di fare il maggiordomo per noi».La matrona mi squadra allibita, sicchè rimango muto e impacciato mentre ella va assumendo un contegno distaccato e un tono pieno di superbia:”Sei troppo giovane per fare il maggiordomo, ti manca sufficiente autorità  per comandare i greci a bacchetta, possediamo trenta famiglie di contadini tra il grande vigneto di Vathypetro e tutti gli oliveti di nostra proprietà . Quella marmaglia non ha voglia di far niente, ogni volta che si ordina qualcosa ci mettono il doppio del tempo. Per non parlare delle domestiche greche che non sanno nemmeno apparecchiare la tavola. Puah! Per fortuna siamo state previdenti, noi qui abbiamo una lavandaia, un sarto e un cuoco che sono veneziani… come pure Putiferio, il nostro fedelissimo servitore che ha l’incarico di custodire la stalla e di controllare stoviglie e candele. E’ un ragazzo veramente serio, nonostante il soprannome».La matrona ridacchia sotto i baffi e si gira indicando alle sue spalle un servitore paffuto e mezzo pelato benchè giovane, con l’occhio porcino, le sopracciglia rade e l’espressione sonnolenta e amimica di uno che si sia appena alzato dal letto. Intuisco che il soprannome del servitore afferma il contrario della sua natura, il suo aspetto esteriore non evoca per nulla un putiferio, cioè la fastidiosa confusione creata da persona che urli scompostamente, bensì evoca una tranquilla e silenziosa impassibilità .”Tu invece chi sei?- riprende a dire la balena – Il primo venuto, un illustre sconosciuto che viene a bussare alla porta! Non credere che fare il maggiordomo qui da noi sia semplice, nient’affatto, il lavoro è raddoppiato perchè manca mio figlio. E’ via per lavoro e non tornerà  prima di 40 giorni. Bel tipo anche quello. Mica si accontenta di aver appena ricevuto un piccolo feudo, e non gli basta avere il magazzino pieno di tessuti… macchè, deve mettersi a trafficare con i carichi di allume. Ci occorre l’allume per fissare da noi i colori sui tessuti dice lui, e così ne inventa un’altra di nuova per svignarsela, invece di rimanere qui a pensare alla famiglia. Non ha fatto in tempo a posare piede a Candia e organizzare il feudo in fretta e furia che ha voluto subito ripartire con un convoglio, ha detto che non poteva perdere l’occasione, a Bisanzio lo aspettava un carico di allume. Per conto mio vuol fare troppe cose insieme e finisce per trascurare sua moglie, una Cornaro poi».Ahi, ahi… sua moglie. Ma allora è sposata, questo complica le cose. Comunque sia, insisto:”Proprio per l’assenza del padrone vi è utile un maggiordomo di fiducia. Vi sarà  più facile istruire e addomesticare il personale, sorvegliare la qualità  dei pranzi ed assumere messaggeri per portare le lettere. Potrei aiutarvi a calcolare meglio i profitti e le tasse, a controllare i raccolti, la compravendita delle merci, la riparazione dei carri, il modo di uccidere il bestiame e di curarlo».”Onestamente ha ragione – interviene la giovane alzando un po’ il tono -. In sostituzione di vostro figlio, la responsabilità  di amministrare il feudo pesa unicamente su noi due e fra poco verremo sopraffatte dal carico di faccende se non riusciamo a demandare una parte degli incarichi. Voi non uscite mai di casa però a me tocca girare ogni momento per i terreni, ieri ho dovuto interessarmi personalmente perfino per ingrassare le ruote di un carro, lo sapete pure che i contadini non muovono un dito se non sono costretti».La suocera appoggia il mento sul palmo della mano e indecisa riflette sulle argomentazioni appena udite. Ne approfitto per rincarare la dose:”I villici conoscono mille trucchi per imbrogliare il padrone con falsi pesi e false misure, tutti conoscono la sordida guerriglia del contadino greco che sabota le corvè, ruba nei campi di nascosto e fa il bracconiere nelle riserve del signore».La giovane:”Dobbiamo pur difenderci da simili razzie!»”E va bene, Rèzia, lo assumiamo. Lo terremo in prova fino al ritorno di mio figlio, visto che non sarà  possibile informarlo per lettera della nostra decisione».”Vi ringrazio nobili Signore, lieto di pormi al vostro servizio».”A proposito come ti chiami?» mi chiede Rèzia.”Vanesio».Per la circostanza ho tirato fuori il mio soprannome, qui nessuno lo conosce. Alzo gli occhi ad osservare la parete del soggiorno: sull’affresco appena sopra la porta compaiono cinque delfini azzurri che nuotano in un mare lattescente e pescoso.* * *Un paio di settimane volano via senza che giunga l’occasione propizia per rivelare alla padroncina la vera identità  della mia persona.Pur avendo accettato la mia assunzione la signora Orseolo ha costantemente alcunchè da ridire intorno al mio operato, e forse a ragione, poichè in effetti pratico un mestiere frutto di improvvisazione. Per fortuna la Cornaro preferisce credere che quelle lamentele siano espressione del carattere petulante e brontolone della suocera piuttosto che della mia inesperienza. Nonostante le molte gaffes, ottengo stima e collaborazione da parte dei servitori perchè li tratto umanamente e con rispetto, tutti quanti, compresa la giovane schiava berbera che proprio per questo mi si è affezionata. Solo con Putiferio è impossibile stabilire una intesa, diffidenza e sotterranea ostilità  nascono in lui dall’invidia e dal risentimento verso di me perchè si ritiene defraudato dalla mia intromissione. Comunque nel complesso le varie faccende vanno in porto e la padroncina mi ha dimostrato la sua piena fiducia mettendomi nelle mani le chiavi della villa.Una sera la Cornaro mi manda a chiamare mentre è sola nell’ampia terrazza merlata, vuole lasciarmi delle disposizioni. Salgo in fretta le scale e la trovo seduta ad attendermi. Indossa un vestito alla moda tutto blu e ricamato di stelle, ha lo strascico e lunghissime maniche che scendono dai polsi fino a terra. Una cuffia di lino ricamato le raccoglie i capelli con l’ausilio di una reticella metallica che all’altezza delle tempie sale in alto e in fuori con due protuberanze a semiluna. La scollatura squadrata è poco ampia. La sua pelle è quella di una principessa, lucida e bianca, colorito che serba gelosamente umettandosi la pelle con il latte di asina e rinfrescandola con la rugiada che i servi le vanno a raccogliere all’alba.Mi accoglie con un accenno di sorriso:”Devi portare pazienza per le lamentele della signora Orseolo, non è mai contenta di nulla. Ho fatto i conti delle spese e delle entrate registrate e ho constatato che le cose non vanno poi male».”Faccio del mio meglio» rispondo con un inchino.”La Orseolo è asfissiante con il suo bigottismo, pensa che ha convinto mio marito a cedere un quarto del feudo alla Chiesa, tutto per avere la sicurezza di un posto in paradiso».”E’ una Signora molto generosa, fa spesso l’elemosina ai poveri» ma Rèzia sembra non aver udito.”In che sestriere abitavi a Venezia?» sussurra in tono d’intesa.”A San Marco. Avete forse nostalgia di Venezia?»”Sì un po’ – e sospirando si gira per sottrarre alla mia vista la sua espressione rabbuiata -.Qui mi annoio, non ho amiche, – si confida – ho perso perfino la compagnia della mia serva prediletta, piuttosto che rinunciare al suo fidanzato per venire a Candia ha preferito licenziarsi».”Perchè non visitate l’isola, è stupenda!»”Viaggiare è pericoloso, non mi fiderei nemmeno della mia scorta».”Organizzate qualche festa nella villa…».”Mio marito non vuole gente per casa, è selvatico e scontroso, e che altro potrebbe essere uno che si chiama Orso Orseolo» conclude concitata.”Vostro marito avrà  pur ricevuto visite quando abitavate a Venezia?»”Beh, un paio di amici, facevano interminabili partite con quei maledetti scacchi di ebano».”Ma allora come passavate le vostre giornate nella capitale?»”Segregata nelle mie stanze, perennemente reclusa come una monaca nel chiostro, non uscivo nemmeno per andare a messa perchè gli Orseolo possedevano una cappella all’interno del palazzo. Passavo l’esistenza a cucire, a leggere salmi e a guardare dalla finestra le gondole che passavano. L’unica cosa che mi dava un po’ di conforto era la lettura di un libro…».”Che libro?»”Il romanzo di Alessandro Magno, il condottiero che ha conquistato le terre del Levante fino ai confini con le Indie. Trainato da due grifoni, ha esplorato il fondo dei mari e le meraviglie dei cieli».”Ah sì, il bassorilievo della facciata nord della Basilica d’Oro, Alessandro sul carro trionfale e i grifoni che intrecciano le code» esulto.Ma dato che mi guarda in modo strano, cambio discorso:”Avevate altri libri?»”No».”Non avevate un laboratorio di telai? E’ un buon diversivo per le nobili stare a capo di quegli ambienti di sole donne, se non altro per chiacchierare con le filatrici».”Sì lo avevamo».Riprende contrariata:”Mi sarebbe piaciuto comandare il telaio, ma mio marito ha lasciato a sua madre l’esclusività  del compito».”E voi non vi siete ribellata?»”Lo sai bene che è inutile ribellarsi, l’uomo è il padrone della donna».”Perdonatemi se vi faccio troppe domande. Ma ha forse qualche rancore contro di voi?»”Sì, forse».”Dite, se potete».”Non gli ho dato ancora una discendenza, sebbene si sia sposati da molto. Avevo dodici anni quando ho celebrato le nozze».”E’ il minimo consentito dalla Chiesa».”Lo so, fu per volontà  dei miei genitori».Si alza in piedi e va verso il parapetto della terrazza. Nel grazioso incedere solleva appena la gonna con la mano, ha i piedi nascosti dallo strascico ricamato di stelle sicchè sembra scivoli leggera sul pavimento, senza muovere le gambe. Si ferma tra i merli di pietra del parapetto e fissa lontano oltre il mare.Mi accosto, deciso a rivelarle la mia identità :”Noi ci siamo già  incontrati a Venezia, -sottovoce- ma voi non potete ricordare».”Dove? Hai lavorato alla festa di matrimonio di mia sorella?» puntandomi gli occhi addosso alla luce della torcia.”Ricordate l’ultimo di Carnevale? La calle ove mi conduceste per mano…».Rezia arrossisce confusa e abbassa il capo:”Oh, eri dunque tu. Quel giorno avevo perso il gruppetto dei nostri amici, ero completamente ubriaca» e lo dice con un’intonazione che lascia trasparire, scoperta e vulnerabile, tutta la sua femminilità .Le prendo una mano:”Sono venuto fin qui per il semplice desiderio di rivedervi, vivo nella nostalgia del breve momento di felicità  che mi avete regalato quel giorno a Venezia, da allora non ho fatto altro che pensarvi, intensamente. Ho attraversato il mare alla vostra ricerca ed ora che vi ho trovato, rendo omaggio alla donna nobile e gentile che è in voi».”Tu sei tutto matto» esclama ridendo.”Sarà  che mi avete fatto andare fuori di testa» mormoro fissandola dritto negli occhi.Lei si morde le labbra e mi scruta con la coda dell’occhio:”Per fortuna che non c’è mio marito, altrimenti ti farebbe scorticare vivo».”Io vi amo» accostandomi con la voce carica di emozione.”Proprio un bel guaio» annuisce eguagliando il tono della mia voce.”Oltre, e più dell’amore, io sono una sola cosa con voi, acqua della vostra acqua, goccia del vostro mare».Rezia mi viene così vicina che trovo subito la sua bocca da baciare. Oh sì, quanto, quanto! Mai labbra di donna suscitarono in me gioia più intensa. Era un’emozione estremamente violenta ed estremamente delicata, sorpreso e incredulo non riuscivo a capacitarmi per virtù di quale prodigio un bacio, un semplice bacio, potesse darmi tanto!Intanto era scesa la notte e il suo vestito riluceva di stelle come una galassia, candide gocce sparse in cielo dalle mammelle di una dea. Rezia sorride, abbassa una spallina e poi l’altra e scopre quelle tette che da mesi sognavo senza posa. Ora posso sfiorarle con le dita e leccarne dolcemente i capezzoli.* * *Eludere la sorveglianza perpetua dell’intrigante suocera di Rezia non era certo un compito facile e richiedeva una buona dose di astuzia. Così avevamo preso l’abitudine di darci appuntamento col buio nel giardino del parco ove restavamo appartati vicino la fontana, una grande vasca di pietra piena di pesci. La signora Orseolo abitava al piano superiore, le nostre camere da letto erano invece al pianterreno e davano sul giardino, per cui, fingendo di andare a dormire, ci era sufficiente scavalcare le finestre per poterci tranquillamente incontrare nel cuore della notte.Nascosti dagli ulivi e inebriati dal profumo dei cipressi, stavamo comodamente adagiati nell’erba, stesi sotto i gigli che sembravano vegliare su di noi. I baci di lei erano dolci come latte e miele e a quella fonte la mia sete non si estingueva mai, più insistevo ad attaccarmi alla sua bocca più cresceva in me il desiderio di nuovi baci, e decine e decine di volte tra una carezza e l’altra le dichiaravo il mio amore.Una delle ultime sere di aprile, alzandoci dal prato, ci sediamo sul bordo della fontana. Rèzia indica il centro della vasca e mi confessa quanto la ecciti la Leda col cigno, una statua marmorea in effetti molto sensuale: vestita solo di una stretta collana di perle, Leda ghermisce con la mano il lungo collo del cigno e sfiora con le sue labbra il becco dell’uccello; il grosso cigno dischiude appena le ali, preme le zampe palmate contro i fianchi di lei e penetra tra le sue cosce con la coda di piume, in amoroso amplesso.Ella mi sussurra:”Vorrei che un mago ti trasformasse in cigno così potrei imitare Leda e accoppiarmi con te».”Certo, mentre ti monto ti farei aria con le ali, quando c’è afa» mimando con le mani uno sbattere d’ali.”Mhm, mi piace… farsi pizzicare i capezzoli col becco, mi fa venire i brividi. Capita anche a te di avere qualche fantasia erotica?»”Come no- in realtà  fantasie del genere non me ne venivano mai -. Se il mago potesse trasformarti nell’acqua della fontana, io vorrei essere mutato in un… pesce palla».”Un pesce palla? Perchè?» spalancando gli occhi.”Boccheggia boccheggia, ti sedurrei con le bollicine d’aria della mia bocca» e gonfio le guance per fare il gesto del pesce che boccheggia. Ma il mio gesto istrionico risveglia soltanto le sue risa.L’argento luccica nella penombra, è la sua spilla a forma di chiave, quella stessa che Rezia portava al petto l’ultimo di Carnevale:”Sono le chiavi di S. Pietro?» domando per scherzo.”Sì, io sono la Papessa!»Faccio per inchinarmi a baciarle l’anello ma mi fermo a mezz’aria, colto da un ripensamento:”Ma non è possibile, il papa può essere solo uomo: Habet duos testiculos et bene pendentes».”Non è vero, è esistita anche una Papessa».”Quando mai?»”Dopo la morte di papa Leone. Si era travestita da uomo ma era una ateniese di nome Giovanna».”La Papessa Giovanna! E come andò a finire?»”Sopraffatta dalla passione per un diacono restò incinta e un bel giorno… assalita alla sprovvista dalle doglie partorì in un affollato vicolo di Roma».”Mi immagino lo sbigottimento dei passanti, un momento prima fanno ala al suo passaggio, si inginocchiano supplici e osannanti, poi l’incredibile: a meta vicolo il papa si sente male apre le gambe e partorisce».Rezia muta espressione, si fa seria in volto, ha sentito un fruscio e si gira spaventata. Da dietro un cespuglio, avvolta in veli traslucidi, sbuca la giovane schiava berbera; sedendosi fra noi bacia Rèzia sulle labbra e poi lievemente la mia bocca.Ha sentito le nostre battute sulla Papessa e inizia con parole pacate e vibranti:”Questa è l’isola della Dea. Nella notte dei tempi, Zeus fu partorito a Candia in una grotta. Sua madre era la madre di tutti gli dei, la dea suprema che non ha alcuno sopra di lei…»”Qualcuno l’avrà  pur generata?» obietto.”La Grande Dea è sorta dall’Oceano, sotto le ali nere della Notte».”Dal nulla».”Proprio così».”Dunque l’eterno femmineo? Eterno scorrere della sostanza umida…» accenno.”Di più! La mappa dell’universo: colei che abbraccia tutte le cose».”Però i ministri del culto erano uomini».”No erano donne».”Donne? La donna, si sa, può essere solo incarnazione e strumento del diavolo! Chi ti ha raccontato queste storie?» scandalizzato.”A quei tempi vigeva nella società  il matriarcato, le sacerdotesse celebravano i loro riti ebbre del vino dei primissimi agricoltori del Mediterraneo».”Ubriache» interviene Rèzia.”Ubriache… e ballavano al ritmo fragoroso dei tamburi».”Un ritmo di tamburi assordanti, come può elevare lo spirito al divino?» obietta.”Il ritmo scuotente trasmette un’energia primitiva, risveglia un’animalità  irruente, ossessiva, e tuttavia infonde un sacro trasporto. Le melodie del coro comunicano la dovuta carica emotiva e al culmine della frenesia le sacerdotesse danzanti vengono invasate, cavalcate dalla Dea fino a frantumare i limiti della coscienza».”E la Papessa che le guida?» chiede Rezia.”Balla nuda al chiaro di luna, stringe serpenti con le mani e si abbandona alla voluttà  della carne per comunicare con la Grande Dea assisa in trono tra le due pantere».”Anche questo! I nostri preti dicono che il sesso è una cosa spregevole e impura» controbatte.* * *Beltane, la notte del primo maggio, Rezia arriva euforica all’appuntamento: l’è balenata l’idea del bagno di mezzanotte. Raggiungiamo insieme la spiaggetta poco distante, lei si ferma alle mie spalle e si slaccia dai fianchi la larga cintura da amazzone.Intorno è chiaro. Una luna piena incredibilmente grande e luminosa traccia sul mare una scia di riflessi argentei, innumerevoli luci che nella frazione di un attimo si accendono e si spengono lampeggiando sulle onde. Non dissimile da quel fugace brillare m’appare l’effimera mia vita, dispersa nell’immensa schiera di esseri che si creano e si annichilano nel grande oceano dell’esistenza.I miei pensieri volano al bellissimo, estasiante inno a Reitia:”Signora assoluta delle fiere selvaggevieni nella notte al fragore dei cèmbali,rapida come il vento sul carro di leoni.Potenza incarnata nella sposa di Cronoapri all’amore con la tua magica chiave,sciogli soave l’intricato nodo del cuore.O vergine pura, madre degli immortali,vieni nella notte al fragore dei cèmbalie donaci ricchezza, serenità  e fortuna».Girando la testa in dietro verso Rèzia mi accorgo che s’è frettolosamente spogliata e nuda stringe con le mani i seni rigonfi, drizzando i capezzoli in una vibrazione di piacere. Si bagna nell’acqua fresca mentre io mi sdraio lungo il bagnasciuga, a contemplare il divino incedere di quel corpo illuminato dal chiarore lunare.Mi è presto accanto, tanto vicina da poter carezzare con lo sguardo la rugiada di gocce che luccica sulla sua pelle. Sento sulle anche l’umido contatto del suo corpo bagnato, Rèzia mi solleva la tunica e si posa a cavalcioni sul mio membro… vi oscilla leggera, prima sospesa sulla punta poi scivolando fino in fondo, a ritmare su e giù ondate di indescrivibile voluttà . Intensissimo e ineluttabile, l’orgasmo viene a travolgere la ricerca stessa del piacere e la soffoca nell’appagamento. Poco dopo Rezia s’allontana e va a recuperare i suoi vestiti mentre io rimango a lungo steso sulla riva, immerso e abbandonato in uno stato di torpore profondo.Ad occhi chiusi rivedo i mosaici del soffitto della Basilica d’Oro e mi soffermo sui colori smaglianti dell’albero sopra il pozzo: il verde delle fronde, il tronco dorato e tripartito, il rosso vivo dell’incavo alla sua radice, il grigio perla e il bianco del pozzo. Ma? Adesso ho capito. L’albero sopra il pozzo è il Mercurio dei maghi! La spada dell’Ecate bianca…Penso al contatto con la potenza immensa della Prima Materia… ed ecco improvvisamente mi sento invaso da una potenza infinita, quella della materia indifferenziata substrato di ogni cosa… mi assale una certezza assoluta, esperimento la verità  con un’intensità  tremenda, tremenda, incredibile, senza paragone… ho la chiara consapevolezza dell’unita dell’universo… sono al di fuori del mio corpo, proiettato in tutte le direzioni dello spazio… sono ovunque… sono ogni cosa, partecipo intimamente di ogni essere. La mente vuota… serena, libera e pacificata.E’ per me la prova tangibile e concreta che la magia non mi ha ingannato, un immane potere ha effettiva dimora dietro l’innocua immagine di quel mosaico. I tesori del mondo intero non valgono la suprema avventura di questa esperienza, allorchè la Prima Materia pensa se stessa attraverso la mente di un uomo e accende se stessa nel bagliore della folgorazione.Mi sento trapassare da parte a parte da delle scariche di fulmini. Un fuoco mi sale alla testa lungo la spina dorsale. La schiena s’irrigidisce e rigirandomi sui ciottoli appuntiti mi accorgo di non percepire le sensazioni dolorose. Il respiro è affannoso, ha assunto un ritmo veloce a pieni polmoni, poi rallenta, lascia spazio a brevi periodi di apnea. Segue l’immobilità  completa. Mi è impossibile spostare gli arti, anche muovere un dito. Rimango a lungo in quello stato, non so dire quanto, a me parve un’eternità , avevo perso completamente la nozione dello spazio e del tempo.Man mano che riaffiora la debole percezione di ciò che mi circonda, mi giunge il fragore dei flutti che abbattendosi sulla riva rompono il profondo silenzio della notte. Lacrime scendono, prima di gioia poi di compassione verso tutti gli esseri, e vedo sfilare l’intera generazione delle specie, dagli enormi cetacei ai più fragili insetti che lottano per la sopravvivenza. Partecipe dell’interezza della natura mi confondo nei loro atti d’amore, nel volo felice di due gabbiani come nel polline che scende sulla corolla e là  si riposa. Mi fondo nel sottobosco della verde vita, sono pioggia che cade su foglie riarse, risalgo le vette innevate, esploro gli abissi marini ed ecco inumidirsi la mia pietra porosa… sono roccia di un’isola sommersa.Un coro gregoriano risuona dalle navate di una immensa cattedrale: Dies irae dies illa, solvet saeculum in favilla… e nel medesimo istante vedo da ogni parte innumerevoli bocche e braccia e palme protese. Milioni di occhi mi fissano sgomenti, son tutti lì, presenti all’appello, i vivi come i morti. C’è l’amato mio nonno che mancò precocemente, ne odo la calda voce: mi chiama come mi chiamava da bambino. Ci sono i miei amici di Venezia, e i miei nemici, sì anche loro, là  in disparte. Più oltre una moltitudine di storpi che tende le mani e sgrana gli occhi, a schiere avanzano i derelitti, miriadi e miriadi di sconosciuti che soffrono la malattia, l’ignoranza, il rifiuto, la prigionia.Qualcuno mi sta venendo incontro nel buio, è Zagreo, con i suoi ricci neri, la barba incolta e un sorriso luminoso sulle labbra. Lui non poteva mancare, finalmente lo riabbraccio, ora è più vicino che mai, come nei pozzi, la notte in cui lo tenni abbracciato piangendo, la morte non ci ha divisi siamo ancora uno, uno per l’eternità .Sul bagnasciuga sento sussurrare il mio nome:”Vanesio».Non riesco ad aprire gli occhi, le palpebre mi rimangono incollate. Passano alcuni minuti prima che possa socchiudere gli occhi in fessura e vedere Rezia, china su di me con i raggi della luna che filtrano attraverso i suoi capelli.”Che cosa ti è successo? Ti senti male?» chiede preoccupata.Non posso articolare le parole, i tentativi mi costano uno sforzo spropositato. A poco a poco rientro in me, mi guardo le mani per prendere possesso del mio corpo, sollevo la testa e mi guardo intorno per capire dove sono.”Che ora è?» chiedo per prima cosa, senza ascoltare la risposta.”Dimmi perchè soffri?» supplica Rezia per ottenere una spiegazione.Mi alzo lentamente e appena in piedi sento un brivido lungo la schiena, un raggio di luce mi attraversa e prosegue illimitatamente oltre i piedi e la testa, sto per richiudere gli occhi, devo lottare per non sprofondare nuovamente in quell’estasi.”Rèzia – pronuncio con dolcezza – non esistono parole al mondo… non c’è modo di spiegarti ciò che ho provato. Questa incapacità  mi spiace, come al pittore che dipinge e cancella, dipinge e cancella ma non riesce a riprodurre l’oggetto esattamente come vorrebbe. Cercherò di spiegartelo con uno scritto, parole comunque inadeguate».”Accetterò le tue parole inadeguate, non è da biasimare a che s’appiglia l’uomo che cade in mare. Ma…».Appoggio il dito indice sulle sue labbra:”Ti prego, ora non farmi altre domande. Non so quale fra gli umori corporei abbia potuto produrre questo stato di sonno inusuale, non può essere stata la pituita, nè l’eccesso di sangue, di bile gialla o nera che sia. Dev’essere stato un umore del tutto sconosciuto anche ai migliori medici».Rèzia tace e mi getta le braccia al collo. In piedi nel bagnasciuga restiamo abbracciati a lungo con l’acqua alle caviglie, ad ascoltare le parole del mare.* * *Le finestre della villa illuminate dalle torce e all’interno un gran trambusto: al ritorno dalla spiaggia comprendiamo di essere stati scoperti.Rimango appostato dietro i rampicanti mentre Rezia, spaventatissima, si decide ad entrare in casa per prima. Spiando dalle finestre la seguo con lo sguardo, di fronte a lei la signora Orseolo urla ed impreca furibonda, agita con gran foga un mantello e lo mostra alla servitù che si è raccolta intorno. E’ il mio mantello di cotone! L’ho dimenticato ai piedi del davanzale, nel giardino, mentre aiutavo Rèzia a scavalcare la finestra della sua camera.Inteso come stanno le cose, purtroppo non mi resta che allontanarmi dalla villa, o meglio, scappare via al più presto, perciò entro nella mia camera dalla finestra socchiusa, prendo i miei soldi e metto alcuni vestiti nella bisaccia, appena in tempo per udire la nobildonna che batte i pugni sulla porta chiusa a chiave. Salto dalla finestra e mi dileguo a gambe levate.La signora Orseolo ha ordinato al cameriere Arione e ad altri due giovani greci di rincorrermi per riacciuffarmi. Anche il grasso cuoco ed il sarto ossuto mi inseguono in coda ma presto si perdono per strada. I greci, più veloci di me, all’ingresso del paese stanno per raggiungermi quando di botto si fermano tutti e tre ed Arione mi grida alle spalle:”E’ stato Putiferio a fare la spia. Fa buon viaggio Vanesio, porcellone di un veneziano!»Passano i giorni. Solo e pensoso misuro i più deserti campi a passi tardi e lenti, rifuggo l’interagire con la gente e oltrepasso gli abitati a sguardo spento. Spesso, il bisogno di lei si fa intenso, bruciante, insopportabile, mi convince che non potrò resistere a lungo senza il conforto dei suoi baci… allora ansimo come un folle, cerco sulle mani il profumo rubato ai suoi capelli, evoco il tepore dolce della sua pelle e sento la sua umida bocca incollata, morbida sulla mia. L’amore che nutro per lei è un albero dalle tenere foglioline e non posso sradicarlo senza morirne, poichè esso possiede lunghe radici che penetrano in profondità  nel mio cuore. L’immagine di Rèzia è costantemente impressa nei miei occhi. Nell’acqua chiara o sopra l’erba io me l’immagino viva e sorridente, e quanto più selvaggio e più deserto è il luogo tanto più bella l’adombro nei miei pensieri. Il suo volto si stampa nella natura incolta ed ogni qualvolta appare, pallida sulle rocce, riesco a dimenticare me stesso e la mia pena. Così tanto mi appaga quest’illusione che altro non chiederei, se solo potesse durare in eterno.Errando senza meta, supero la cittadina di Rethimnon e cambio direzione dirigendomi verso l’interno dell’isola. Raggiungo così l’altipiano pianeggiante e circolare di Omalòs, coperto di acquitrini e abitato solo da pastori. Salgo ancora fino al passo da cui posso ammirare il maestoso innalzarsi delle Montagne Bianche, fittamente ricoperte da pini enormi e da isolati cipressi. E’ incredibile, eppure anche in primavera inoltrata quelle pendici sono solcate da lingue di neve che scendono ripide lungo i fianchi.Calo di quota. Oltrepasso il remoto villaggio di Samaria e là  nei dintorni, mi capita di perdere le tracce del sentierino. Finisco nel fondo ghiaioso di un torrente, un continuo susseguirsi di gole profonde e impressionanti, incassate tra le più alte cime delle Montagne Bianche. Pareti a picco salgono sopra la mia testa per oltre seicento metri mentre l’ampiezza del corridoio scavato dall’acqua non supera i tre metri. Nel camminare mi dolgono i piedi sui ciottoli, ostacolato dal rigoglio degli oleandri, costretto a superare ripetutamente il letto del torrente e talvolta piccoli strapiombi di roccia in discesa. Percorro faticosamente una ventina di chilometri. Avanzando verso il fondo della gola le pareti si accostano sempre più e a tratti il passaggio diventa talmente angusto che se fossi a cavallo rimarrei sicuramente incastrato, incapace di voltare il cavallo o addirittura di scendere da sella. Dopo quasi otto ore finalmente sbocco allo scoperto e mi affaccio su un’ampia insenatura: senza saperlo sono sceso al livello del mare e sono finito sulla riva opposta dell’isola.Mi denudo sprizzante di entusiasmo e mi tuffo nelle calde acque del Mar Libico. Nuoto. Le spalle spuntano in superficie come il dorso di un delfino e si inarcano. Roteo insieme le due braccia, tese parallelamente verso il fondo, e in sincronia vibro a piedi uniti il colpo di coda che imprime la spinta in avanti. Quindi allargo al massimo il torace e gonfio d’aria i polmoni… per un attimo mi abbandono all’inerzia, il bacino si immerge, penetrando trascina con sè il peso del corpo. Intanto le mani si risollevano a pelo dell’acqua e caricano la bracciata dietro la schiena. Ecco le braccia sfiorare la schiuma delle onde e disegnare un semicerchio nell’aria per ricongiungersi davanti alla fronte. La testa s’immerge. Tenendo gli occhi aperti sott’acqua osservo le dita che generano scie di bollicine, gocce di mercurio richiamate a grappoli in superficie.Rallento man mano il ritmo per assaporare meglio il piacevole benessere che sta invadendo tutto il mio corpo poi, all’improvviso mi lancio in uno scatto vigoroso proiettando intorno gli schizzi di schiuma. I muscoli del torace guizzano sotto la pelle, le natiche si contraggono rapide e le anche oscillano, su e giù, nella foga di un appassionato amplesso col mare.Ansimante, mi riposo galleggiando sul dorso. L’eco delle onde risuona dentro le gole e le creste disegnate dal gioco dei flutti rimbalzano i miei pensieri a quell’ultima notte con Rèzia. L’afflato amoroso mi ha sospinto ad innalzarmi oltre ogni altezza, a scendere oltre ogni abisso, e ora raccolgo nuovamente in me le sensazioni di tutte le cose create, avverto d’essere simultaneamente ovunque, in mare, in terra e in cielo, ho la percezione di non essere mai nato, di essere ancora un embrione, d’essere giovane, vecchio e oltre… uscito da me stesso, mi sono rivestito di un corpo che non muore.Solo nell’estasi, la conoscenza della Prima Materia può essere raggiunta in tutta la sua evidenza, altro mezzo non v’è poichè la mente, instabile per natura, è sempre incline ad associarsi ad altre percezioni. Avendo realizzato identità  tra la Prima Materia ed il Mercurio dei maghi, la mia mente con tutte le sue attività  è svanita… Non potrei esprimere con parole, nè concepire con pensieri lo splendore ineffabile della loro unione. In questo oceano essenza di beatitudine la mia mente si è disciolta, come un chicco di grandine nel mare.Esco dall’acqua e m’incammino. Dirigendomi a est, lungo la costa raggiungo Ierapetra e da lì varco il punto più stretto dell’isola, affacciandomi nuovamente sulla frastagliata costa settentrionale. Col suo color smeraldo il Mar Egeo tinge una baia di superba bellezza naturale, mentre un bianco manto di chiese ricopre ovunque il pendio. Nei presso del villaggio di San Nikòlaos mi decido ad entrare in una di esse. E’ una chiesetta bizantina ad una navata e con volta a botte, la cupola che corona l’edificio presenta delle decorazioni di notevole efficacia ornamentale. Questi disegni geometrici sono il segno lasciato dal periodo iconoclastico allorchè, proibite le raffigurazioni religiose ed il relativo culto delle immagini, si giunse ad una ipertrofia dei motivi ornamentali (come negli esempi eccelsi dell’architettura araba). Ma proprio qui, accanto ai resti degli affreschi raschiati dalla furia iconoclasta, la fortuna mi ha riservato una magnifica sorpresa.Una stella splendente in uno squarcio di nubi dorate, la discesa della colomba dello Spirito Santo e sulla riva rocciosa, aspra e frammentata, il Battista coperto di pelli che battezza con le mani: è un bellissimo mosaico del Battesimo di Gesù. Al centro, il Messia è immerso nel fiume fino alla cintola mentre l’acqua limpida ne lascia trasparire i contorni evanescenti. La sua mano benedicente esce in superficie mentre, sulla riva, tre stupendi angeli si prosternano a adorarlo. Grande la ricchezza dei dettagli, un’ascia bipenne sotto un cespuglio, una moltitudine di pesci colorati sotto la tremula increspatura delle onde e come non poteva mancare, il genio del fiume con l’anfora in mano.Per ore e ore rimango incantato a contemplare gli effetti plastici evocati dai contorni tenui e da una ricercatezza cromatica che sa sfruttare abilmente tutte le possibili sfumature di colore: questo mosaico è una grande opera da maestro.* * *Da San Nikòlaos mi spingo ad est in direzione della cittadina di Sitìa. Lungo le coste rocciose si inerpica imperiosa una strada maestra. La percorro fiancheggiato ai due lati da continui cespugli di ginestre in fiore. Per tutta la zona mi sembra di attraversare un superbo giardino, profumato come il respiro di una dea. Le candide rocce della costa sono abbellite da un’esplosione di fiori primaverili: primule dalle foglie turgide e venose, orchidee, ninfee, margherite, papaveri… bianche campanule, splendidi iris, e anemoni, ciclamini e mirto.La vegetazione è in prepotente risveglio, ogni pianticella cerca il suo spazio vitale, lo strappa al vicino, un bisogno impellente spinge a cercare la luce, a crescere di più per non rimanere in ombra. Nuove tenere radici assorbono dalla terra arida il maggior nutrimento possibile, le foglioline sfruttano ogni residua umidità  dell’aria, i boccioli sono impazienti di aprirsi per sottrarre ai concorrenti le api. Irresistibile, pressante, violenta, la vita è in pieno rigoglio e sfoggia il suo rinnovato vigore, lo stesso con cui è riuscita a negare l’inverno.Guardandomi attentamente intorno, ho riconosciuto due portentose piante magiche, una è la famosa mandragora dalla radice a forma di corpo umano, l’altra è il vischio, le cui bacche adornano come perle i rami delle querce. Ho identificato alcune delle piante medicinali che vidi nella casa della strega, per esempio il timo (profumatissimo), il salice piangente, la melissa dai fiori rosati, il ricino e il fieno greco.Gironzolando oltre i margini della strada con gli occhi fissi a frugare il terreno, mi ritrovai attonito tra l’erica e i tulipani: dall’alto di una rupe a strapiombo sul mare osservavo incantato i gabbiani che volteggiavano a volo radente, in basso in lontananza, simili a puntini bianchi su un blu intenso che si perdeva all’infinito, senza apprezzabile confine tra il cielo e il mare. Fu allora che capii perchè gli antichi avessero eletto quest’isola a culla e dimora degli Dei: immersi in un ambiente di tale bellezza sorge del tutto spontaneo pensare al divino e creare miti immortali che diano anima e poesia ad un qualcosa che ovunque in questa terra si respira e si avverte.Utilizzando la stessa strada dell’andata faccio ritorno a San Nikòlaos. Dai greci ho ricevuto indicazioni esatte circa l’ubicazione della zona descritta da Zagreo quale sua residenza. E’ verso l’interno dell’isola e devo salire parecchio, arrampicandomi lungo una via che sale tra colline aride ed aspre. Appena raggiungo quota, una nube bassa mi impedisce la vista. Cammino nella nebbia. Al suo diradarsi non più pietraie, ecco invece lo spettacolo del verde altipiano di Lassìthi, segnato dal disordinato rifiorire di una terra fertile ma abbandonata a se stessa. Raggiunti i resti del villaggio incendiato dai veneziani, mi metto a cercare confusamente finchè trovo le rovine di un mulino. Ha fondamenta di pietra a forma di ferro di cavallo allungato e potrebbe essere il mulino di Zagreo.I mulini a vento furono immessi in Europa dalla Cina e dalla Persia e la loro introduzione a Candia seguì allo sbarco dei primi crociati di ritorno dall’Oriente. L’arrivo dei veneziani ne aveva semplicemente incrementato l’uso, perfezionandolo in base all’esperienza acquisita a Venezia ove già  i mulini andavano assumendo sviluppo industriale nell’ambito delle più varie applicazioni, tipo la follatura dei tessuti, la lavorazione della carta o del ferro.Il mulino da macina di Zagreo era speciale, non era solo la sede in cui i contadini greci portavano il loro frumento, facevano la coda e aspettavano la farina, ma anche un luogo privilegiato d’incontro. Sedendomi sulle sue rovine mi par di vedere Zagreo sotto le pale in movimento mentre organizza la rivolta contro il tiranno veneziano e arringa un gruppo sempre più folto di contadini e diseredati, scuotendo gli animi con l’accorato e irresistibile appello ai miti antichi della sua gente.Faccio ritorno ad Archanes. Una quindicina di chilometri prima della città  di Candia sono già  sul luogo. Vorrei incontrare qualche servitore della villa Orseolo e mi apposto presso i negozi usualmente frequentati per le provviste.Dalla latteria esce la giovane schiava berbera avvolta nei vivacissimi colori del suo abbigliamento esotico, quasi fosse arrivata oggi stesso dai regni arabi e avesse portato con sè il loro profumo sensuale e carezzevole. E’ carica di bracciali e collane di metallo. Porta degli orecchini d’argento i cui contorni ricalcano una figura femminile, vi si riconosce una gonna triangolare e il volto scolpito in rilievo al centro del torace, mentre dei piccoli pendagli affusolati pendono in luogo delle mani e dei piedi. La schiava tiene la bocca coperta da un fazzoletto e ha occhi dalle grandi ciglia, allungati, incredibilmente teneri. Si chiama Ishtar, un nome pieno di fascino, e le origini di lei sono a dir poco misteriose dato che non si ritiene araba, ma figlia di un popolo che abita il deserto.Mi saluta con i suoi modi dolci, festosamente, e trattomi in disparte, mi racconta le ultime notizie:”Mentre eri via è ritornato il padrone. Quella megera della signora Orseolo gli ha spifferato tutto e lui è andato in bestia, si è messo a urlare ai quattro venti che la moglie l’aveva tradito, l’ha presa a schiaffi davanti a noi e ha cominciato a insultarla brutalmente.Gli gridava che è più puttana di Eva, che si è messa in testa certe cose solo perchè sono proibite. Per lussuria, dunque, gli faceva spendere soldi con le tuniche di Bucherame… per eccitare un servo, invece di comportarsi da moglie casta, come si conviene in una buona famiglia».”E lei cosa rispondeva?»”Nulla, non ha più aperto bocca, subiva tutto in silenzio ad occhi bassi».”Che altro le ha detto?»”Che conosceva la debolezza delle donne e non era tanto per l’infedeltà  in sè ma perchè lo aveva tradito con un morto di fame. Questo proprio non gli andava giù, sua moglie si era rovinata la reputazione e aveva disonorato la famiglia.Ho tutto il diritto di punirti -diceva- e ringrazia il cielo se non chiedo alla Chiesa l’annullamento del matrimonio… per sterilità , non è certo un mistero dopo dieci anni di matrimonio. Per castigo, – minacciava stringendo i pugni – pretendo che d’ora in avanti tu mi segua in tutti i miei viaggi di lavoro, tutti, anche i più disagevoli e lontani. Ti inculcherò io il controllo di te stessa e l’obbedienza al marito.Mentre noi saremo in viaggio, autorizzerò mia madre ad amministrare da sola il feudo. Quanto a quel pezzente, lo denuncerò per adulterio alle autorità  di Candia e lo farò incatenare al remo di una galera!»”Povera Rezia, cosa le tocca sopportare per colpa mia, che pena mi fa».”Il signor Orseolo predica bene ma razzola male. Il giorno in cui mi ha comprata mi ha fatto spogliare nuda davanti al venditore e la notte stessa mi ha posseduta, poi ha giurato che mi avrebbe uccisa se lo avessi rivelato a qualcuno».”Dimmi, quando sarà  il loro prossimo viaggio?» le chiedo con un barlume di speranza.”Fra dieci giorni si dirigono in Oltremare».”Dove, dove vanno esattamente, lo sai?»”Vanno a… a Paphos, un porto di Cipro, sarà  la loro prima sosta. Ho udito il marito parlare a lungo di un commerciante di Paphos con cui deve concludere un importante affare. Dovrà  dedicare diversi giorni all’acquisto di chermes, cotone e tessuti in seta, in cambio di lanerie e fustagno veneziano».”Ti ringrazio, sei una vera amica, ma ti prego Ishtar concedimi un ultimo favore, consegna di nascosto questa lettera a Rezia, ti supplico, per me è molto importante».La schiava berbera accetta. Ricevuto lo scritto Rezia ne imparerà  a memoria le parole e lo brucerà  per non lasciare tracce. Eccone il contenuto:…non è da biasimare a che s’appiglia uomo che cade in mare…Con argentea chiave egli apre d’un tratto le porte del mondo invisibile ed il suo petto s’inonda d’amore sciogliendo l’intricato nodo del cuore. La Dea dalla potenza assoluta, dolcissima appare sopra le acque del mare: ha la pelle umida di rugiada e con le mani spreme il suo latte virgineo, mentre nuda cavalca il fedele delfino oscillando leggera sulla schiuma. Sulle sue ali piumate egli ha riconosciuto gli occhi dei vivi e dei morti e nel silenzio della notte viene rapito fuori dal tempo, nell’onnipresenza. Il Mercurio dei maghi tocca la Prima Materia nell’immutabile simmetria e le particelle dello Spirito suo entrano in unità  con quelle del tutto, egli ha il respiro ansimante e paralizzato, non riesce a proferire parola, un brivido gli corre sulla schiena e la mente si perde tra vuoti spazi.O scintilla di gioia, viene colui che rinuncerà  a te in dono a ogni essere.L’oro delle StregheAmazzone, fa ciò che vuoiCapitolo IVA fine maggio decido di imbarcarmi per Cipro, anch’io con destinazione Paphos. Rèzia non sarà  mai mia sposa, non succederà  che tornando a casa la sera la trovi ad aspettarmi davanti al focolare, nè ci capiterà  di parlare a lungo di noi guardando nella fiamma; so che non sarà  mai possibile, la condizione di adulteri e le differenze di casta non ci consentono di costruire una vita comune alla luce del sole, ma non per questo mi arrendo. Mi farò valere ad ogni costo, sono pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di rivederla, per lei ho attraversato l’Adriatico e lo Ionio e se necessario la seguirò in capo al mondo. Prima o poi Orso Orseolo dovrà  assentarsi per comprare il chermes. La lascerà  da sola e se potrò approfittarne, lo farò.Salpiamo le ancore dalla città  di Candia, sono a bordo di un mercantile genovese che esporta legname ai mussulmani. Assi costosissime, lunghe e tutte d’un pezzo. La nave cessa di costeggiare le rive settentrionali dell’isola e prende il largo spavalda nel golfo di Mirabello. Sopra un ripido isolotto, collegato alla terraferma da una stretta lingua di sabbia, si ergono in lontananza le fortificazioni del caposaldo veneziano di Spinalonga. Imponenti torri con piccole feritoie e merlatura a sbalzo lo rendono baluardo inespugnabile a sbarramento dell’insenatura di Oloùs, importante centro di estrazione del sale. Mura massicce cingono l’intero isolotto: i bastioni Barbarigo, San Michele, Molino, sporgono taglienti agli angoli dell’isola e l’arco del bastione Riva domina la porta principale, stretta tra due enormi colonne. Sul lato occidentale dell’isola sono arrampicate le case e i magazzini, più in alto corre una seconda cinta muraria, edificata sulla cresta rocciosa e armata di numerose fortificazioni dette cavalieri.Lasciato il golfo, segue il mare aperto. Mentre vengo cullato dalle onde le mie sensazioni vanno a fluttuare in senso opposto alle categoriche affermazioni che hanno preceduto la partenza. Non capisco perchè il mare abbia sempre l’effetto di sciogliere i miei più radicati propositi. Ora mi sento di nuovo in balia degli eventi, paragonabile a un tronco d’albero alla deriva, trascinato e sballottato dalla corrente. Pur tuttavia, mi figuro amena e lussureggiante la spiaggia sconosciuta ove i flutti sospingeranno il mio relitto, tronco inerme che va a depositarsi tra le dune e insabbia di giorno in giorno sotto l’azione inesorabile del vento. Migliaia e migliaia di granellini sollevandosi in aria ne levigheranno la superficie, l’ostacolo vincerà  la loro caotica corsa e li farà  depositare ai lati del tronco, creando una duna in fiore là  dove non esisteva.Cipro è all’orizzonte. Ci stiamo avvicinando velocemente. Sotto la chiglia, banchi di corallo e gorgonia colorano di rosso i bassi fondali della baia di Paphos e alcune barche di greci stanno pescando in quantità  il corallo rubrum. La nave approda alla costa e getta le ancore. Si sa che l’essere sulla stessa barca fatalmente conduce a fraternizzare, è successo anche a me e andandomene saluto calorosamente l’equipaggio, benchè sia interamente composto da spilorci genovesi. Scendo al trotto la passerella e mi scaravento sulla vicina spiaggia, impaziente di calpestare terra dopo un così lungo viaggio di mare. La sabbia è finissima e dorata, anche più fine del lido di Venezia. Ho sul viso un’espressione raggiante di contentezza, che soddisfazione ritrovare sotto di me la sensazione della terraferma, quel saldo massaggio sotto le piante dei piedi che solo la gente di mare sa apprezzare a pieno.Il gran caldo dei primi di giugno. Tolgo la tunica e mi metto a torso nudo, rimango solo con le brache attillate di cotone, tolgo anche le scarpe a punta arricciata. Cammino a piedi scalzi tra le palme da datteri e mi aggiro tra un posto e l’altro saltellando sulla sabbia bollente. A corta distanza vedo un pellicano sul suo nido, poche cannucce ammucchiate in una piccola depressione della sabbia. Il genitore si dirige verso di me avanzando goffamente sulle pinne e bilanciandosi sulle ampie ali semi aperte. Vistosi scoperto, è mosso dal paterno istinto di attirare su di sè l’attenzione dell’intruso e distoglierla nel frattempo dai due piccoli sistemati entro il nido. Il grosso uccello bianco ha un collo allungato che continua in un gozzo giallo sotto il lungo ed affilato becco. Appena mi è abbastanza prossimo, noto sulla punta del suo becco una piccola macchia di color rosso vivo. Proprio a cagione di questa macchia è sorta la leggenda del pellicano a corto di cibo che suole ferirsi il petto col becco per nutrire i piccoli con il sangue che ne sgorga. Ho nella bisaccia un ultimo pesce e glielo getto. L’uccello accetta volentieri il pasto fortuito e se ne ritorna pigramente al nido. Non voglio perdermi lo spettacolo e mi apposto non lontano, appoggiato e nascosto dietro una palma per osservare comodamente il pellicano. E’ indaffarato a nutrire i suoi piccoli batuffoli di piume con il rigurgito del pesce triturato.Intanto sullo sfondo, nel laghetto salmastro appena dietro la spiaggia, vedo approdare stormi di fenicotteri che vanno ad unirsi agli aironi cinerini e a qualche rara gru. Gli ambienti costieri di Cipro sono luogo di ritrovo per le varie specie di uccelli migratori che provengono dalle foci del Nilo e proseguono poi nel continente europeo. Poco più all’interno, laddove iniziano le piantagioni di canna da zucchero, vi sono invece i molti uccelli residenti tipo le originali e diffusissime capinere, le pernici e le gazze sassaiole.Prima notte a Paphos. A mezzanotte l’usignolo mi obbliga a lasciare il giaciglio, non rinuncio ad ascoltare le note del suo canto melodioso. Mi affaccio alla finestra: brilla nel cielo una falce di luna calante. Diafane al chiarore lunare, le case addormentate sul pendio lasciano intravedere il loro cuore carico di nostalgia, trepido e paziente nell’attesa del navigante che tarda a tornare. Il rumore del mare accompagna i virtuosismi dell’usignolo come fosse un’orchestra distante e la notte vi aggiunge la sua voce: vento che soffia, foglie che ripetono emozioni lontane. Nelle pause sapienti dell’usignolo, quando anche il mare tace… una veste oscura incanta la mente ed i sensi, e la notte rivela il suo segreto: il silenzio che turba come la radice della paura e del profondo desiderio.* * *Di buon mattino mi metto alla ricerca di Rezia e perlustro strada per strada la piccola comunità  di Paphos, interrogando osti e albergatori se abbiano visto aggirarsi una coppia di nobili veneziani. Rintracciarla in un porto di mare è ben più difficile che ad Archanes ma sono ottimista, mi fido ciecamente delle indicazioni della schiava Ishtar. Nel pomeriggio batto la periferia di Paphos. In groppa all’asinello sto oltrepassando un boschetto di ulivi dai rami contorti e di cipressi slanciati in verticale. Il profumo dei cipressi mi riporta al giardino della villa Orseolo, al cigno che cingeva Leda e alle allettanti lusinghe della mia avventura con Rezia.Eccola, e non si tratta di un miraggio, è lei assorta nei suoi pensieri, pallida con i capelli dai riflessi rossicci, seduta sui resti di un capitello fra cumuli di pietre lavorate e frammenti di antiche colonne. Salto giù dall’asino e l’abbraccio forte:”Ti amo troppo. Non posso stare senza di te!»”Nemmeno io, da quando ti ho perso ti penso sempre» risponde affondandomi le dita nei capelli.”Vieni qua a pensarmi?»”Sì, mi piace questo posto, la gente di Paphos dice che qui sorgeva il tempio di Afrodite».”Ne ho sentito parlare. Nei tempi antichi migliaia e migliaia di pellegrini sfidavano i pericoli di un lungo viaggio di mare per venire in questo tempio a venerare la statua di Afrodite, scolpita in un marmo bianco come il latte. Dietro l’altare del tempio veniva celata agli sguardi una pietra sacra a forma di cono, a nessuno era dato profanarla».”Pensa, dal tempio han portato via un sacco di pietre per costruire uno zuccherificio a Paphos, è gente che non capisce niente!»”Vieni via, monta in groppa che andiamo in un posto dove nessuno ci può scoprire» tirandola per un braccio.”Non posso, è troppo pericoloso mio marito è in città » piagnucola.”Se non ti sbrighi ti rapisco, non sto scherzando, ti porto via con la forza».Rezia mi guarda sorpresa, poi guarda l’asino, lo indica col dito e scoppia a ridere:”Con quell’asino!»Esaurita la risata un’ombra di preoccupazione le attraversa il viso:”Attento Vanesio, mio marito ti ha già  denunciato!»”Vanesio è il mio soprannome, a Venezia mi conoscono tutti come Petrangesio, il mosaicista della Basilica d’Oro, e non me ne importa un fico delle denunce di tuo marito, se è per questo sono già  ricercato dagli sbirri dell’Inquisizione».”Cosa?»”Sono reo contumace, a Venezia avranno già  bruciato la mia statua».”Che cosa hai combinato?»”Mi hanno trovato in casa un manoscritto proibito».”Lo vedi, il nostro amore non può avere futuro, tu sei solo un avventuriero senza scrupoli» sentenzia con alterigia.”Avventuriero per forza è chiunque va pel mondo in disgrazia della sua patria – scandisco lentamente in tono ferito -. Dal giorno della mia fuga da Venezia sono un uomo in preda al tormento, non mi rassegno a vivere in nessun luogo, se non oggi qui e domani altrove. Ho pace solo vicino a te».Rèzia si sente a disagio per avermi trattato con sufficienza, un’impercettibile velo di vergogna le cala sugli occhi e le sue guance arrossiscono graziosamente come due rose in mezzo ai gigli. Mi porge i fianchi chinando il capo confusa e si lascia alzare in groppa. L’asinello s’incammina e ci conduce lontano.Sulla baia denominata Petra Tou Romiu si erge imponente un enorme scoglio marmoreo il cui bianco candore risalta sul verdeblu intenso del mare. Il vento d’occidente solleva grandi cavalloni che si gonfiano rapidi e s’infrangono sulla riva danzando vorticosi. Nei pressi del bagnasciuga chiazze di schiuma bianca ribollono di miriadi di bollicine, create e annichilate nelle fugaci fluttuazioni del moto ondoso.Ci tuffiamo subito nelle acque della baia, le più fresche dell’isola per effetto delle correnti e di numerose sorgenti sottomarine. Abbracciati e immersi fino alla cintola ci scambiamo baci appassionati. A un tratto lei si stacca dalle mie braccia e si avvia verso la riva camminando spedita nell’acqua che le arriva sotto il ginocchio.Da dietro la guardo incantato: il suo sedere è quanto di più perfetto abbia mai potuto ammirare, rotondo, le natiche disegnate con leggiadra armonia, ai miei occhi un autentico miracolo della natura. Rèzia ancheggiando s’allontana e rompe, nella giostra di un ballo, la bella simmetria delle sue natiche gemelle.Le corro dietro irresistibilmente attratto, mi tuffo ad afferrarla per le caviglie, la sbilancio, e la faccio ruzzolare con le braccia protese in avanti. La sua buffa posizione è un invito ad approfittare, avido le blocco le anche a pelo dell’acqua e le mordo la carne molle dei glutei. Lei lancia un gridolino di dolore immaginario, mi sfugge, ma mentre drizza le ginocchia per rialzarsi… un’isola bruna fa capolino dove finisce la fessura che le divide le chiappe, Rèzia ride e scappa via proiettando alti cerchi di schiuma all’intorno. Rinnovo la rincorsa.Raggiunta alle spalle, la blocco in piedi nella morsa delle mie braccia, incollato alla sua schiena porto avanti le mani a premerle le poppe. Poi, con la lenta pressione del mio peso la piego in ginocchio a quattro zampe. Ora posso osservare le linee dolci delle sue spalle, scostarle teneramente i capelli e mordicchiarla sulla nuca. La pelle d’oca le avviluppa il corpo in un’esile rete dalle maglie invisibili, Rezia piega la testa all’indietro, inarca la schiena in un brivido di piacere e si abbandona tutta alle mie tentazioni. Allora, gonfio di voglia, penetro nel folto dell’isola bruna, oscillando e danzando al ritmo delle onde.Si libera impetuosa un’energia repressa. Mentre crollo prono sul dorso della mia compagna proietto lo sguardo sulla riva: vicinissimo, riluce il profilo di due manti maculati, sono due giovani leopardi, hanno il portamento altero, le zampe agili e silenziose, gli occhi verdi e taglienti come lame. Eleganti superano al trotto un tronco riverso, si rincorrono sulla spiaggia, sono la sublime incarnazione della vitalità  selvaggia e aggressiva. Fredda bellezza di una energia incontenibile, unghie e zanne di una forza primordiale… pericolosamente distruttiva, forgiata nella sottile e penetrante violenza di un fascino irresistibile. Rezia è pimpante, i felini sono appena scomparsi dietro le rocce, gli domando se l’hanno spaventata, ma lei spalanca gli occhi e scoppia a ridere. Ho avuto una allucinazione visiva. Non mi era mai successo. Forse sono matto.Nell’apprestarsi ad abbandonare le sue dolci acque, Rezia si china a sussurrarmi all’orecchio:”Ora mi devo vestire».In risposta raccolgo dal fondale limpido una grossa valva di conchiglia bombata e pettinata e ancora seduto nell’acqua, gliela mostro esultante:”Eccoti il vestito!»Divertita, prende la conchiglia dalle mie mani e maliziosa la accosta a coprire il pube:”Mi calza proprio a pennello».Sulla riva, mette su per primi gli stivaletti a metà  polpaccio e ancora nuda inizia a lottare col vento per annodarsi i capelli, lunghi sulla schiena e belli del color del rame. Quindi si affretta ad indossare la gonna rosso mattone tutta ricamata di fili dorati, stringe alla vita la cintura a losanga e copre il capo con un ampio velo azzurro. Il vento le incolla addosso le vesti e mi vieta ancora di staccare lo sguardo da quelle sue curve.Mi angustia vederla rivestita così alla svelta, vorrei fermare il tempo e il magico incanto di questi attimi d’amore, incatenarla a braccia alzate sull’enorme scoglio… nuda, completamente nuda ma ricoperta di splendidi gioielli. Una coroncina alta e ingioiellata ai cui lati dei pendenti di perle ricadono sulle spalle, collane di turchesi e lapislazzuli, bracciali d’argento ai polsi e sul braccio, anelli di topazi e zaffiri che luccicano sul candore della pietra.Montiamo in sella, schiocco la lingua e l’asino si muove. E’ piccolo ma robusto e il dolce peso aggiuntivo non sembra affaticarlo più del solito. Fisso avanti lo sguardo sul sentierino alberato per Paphos. Come in una favola a lieto fine Rèzia è in groppa alle mie spalle ed io non posso sottrarmi al bisogno incessante di contemplarla, di confinarla entro l’immagine della sua bellezza, vestita d’acqua e conchiglie e pietre preziose, è più forte di me e mi giro a guardarla. Sorride e il suo sorriso mi persuade di aver ritrovato per sempre il paradiso, invece…L’indomani Rèzia non sarebbe venuta all’appuntamento, avrei perso bruscamente le sue tracce. Sparita! Scomparsa all’improvviso da Paphos, partita insieme a suo marito per destinazione a me ignota. Non mi resterà  che vagare insistentemente per l’isola nella vana speranza di ritrovarla.* * *In quel tempo Cipro era un regno vassallo del Sacro Romano Impero. Enrico I vi dominava in nome della dinastia francese dei Lusignani, ma fin dall’inizio del suo regno l’isola fu travagliata dalla lotta fra due opposte fazioni che se ne contendevano il controllo. Da una parte c’era il lignaggio del tutore di Enrico I, quel Giovanni di Ibelin che aveva esercitato il governo effettivo dell’isola durante l’infanzia del re, dall’altra parte c’era la fazione rivale di Amalrico Barlais e dei suoi quattro baroni.Nel luglio del 1228 l’Imperatore Federico II intervenne attivamente nella faida fra le due famiglie, cogliendo l’occasione della sua tappa a Cipro durante la crociata in Terra Santa. Lo spunto fu dato da un sontuoso banchetto organizzato in suo onore dagli Ibelin nei pressi di Limassol, nel grande castello fortificato di Kolossi. Quella festa divenne tristemente famosa perchè guastata dall’ingresso degli armigeri imperiali a spade sguainate. Giovanni di Ibelin fu minacciato di arresto se non avesse fatto atto di sottomissione incondizionata all’Imperatore e consegnato tutte le fortezze. Di malanimo, gli Ibelin dovettero riconoscere la sovranità  di Federico II su Cipro e accettare di dare i loro figli in ostaggio, ma non appena l’Imperatore ripartì per la crociata essi ruppero la pace loro imposta e ripresero le armi contro Amalrico Barlais.Dalla Terra Santa Federico II spedì in risposta il contingente di Etienne de Botron che piegò gli Ibelin e li cacciò dall’isola con tutta la loro consorteria. In tal modo l’Imperatore potè affidare ufficialmente la tutela del giovane Enrico I ad Amalrico Barlais, che acquistò la reggenza dell’isola mediante una forte somma in denaro. Malgrado ciò la contesa fra le due famiglie era solo apparentemente risolta, il lignaggio degli Ibelin covava un odio duraturo nei confronti degli avversari e la rivincita non si fece attendere. Nel luglio del 1229, gli Ibelin fecero vela per l’isola assetati di vendetta, sospinsero nel nord dell’isola Amalrico Barlais e attaccarono le formidabili piazzeforti in cui si erano arroccati i suoi quattro baroni. Ne seguì uno strascico di rappresaglie all’insegna del più bieco terrore e soltanto adesso i combattimenti andavano scemando con l’ormai pieno controllo di Cipro da parte del lignaggio vincente degli Ibelin.Nella faida di Cipro i crociati Ospitalieri si sono schierati dalla parte vincente e contro il protetto imperiale Amalrico Barlais. Ciò è la conseguenza dei dissapori avuti con Federico II all’epoca della crociata in Terra Santa durante la quale, in ossequio alle direttive papali, essi avevano manifestato una palese e caparbia opposizione all’Imperatore scomunicato.Proprio in questi giorni assolati di giugno, gli Ospitalieri hanno piegato l’ultima sacca di estrema resistenza che avversava le loro truppe asserragliate nell’antica fortezza di Kolossi. I crociati l’avevano edificata dopo averne ricevuto le terre da re Ugo, il padre di Enrico I, ed ora Kolossi di Limassol è la sede incontrastata della Commandaria dell’ordine cavalleresco degli Ospitalieri.Ma non tutti a Limassol sono prodi cavalieri a cavallo, c’è anche chi come me deve accontentarsi di girare in groppa a un asino. Col mio fedele compagno ho percorso alla ricerca di Rèzia una trentina di chilometri lungo la costa a sud est di Paphos e ora imbocco la strada che conduce sotto le mura merlate del castello di Kolossi. Gruppi di Ospitalieri sfrecciano a cavallo, le otto punte della croce di Malta sventolano bianche sul nero dei lunghi mantelli. Sono armati di tutto punto con lancia, spada, scure da combattimento e pugnale, e lanciati al galoppo frustano con le briglie il collo dei cavalli, enormi cavalli da guerra alti al garrese quanto il mio mento. Si solleva un turbine di polvere e gli zoccoli schizzano il terriccio sulla mia tunica azzurra mentre, intimorito, scosto l’asino ai lati della strada.C’è in giro un gran fermento, gli ultimi irriducibili ribelli di Amalrico sono caduti nelle mani degli Ospitalieri. Si dice che alcuni morti giacciano ancora sul campo, resti del fallito contrattacco ai bordi della fortezza. Costeggio tutt’intorno le alte mura esterne e curiosando direttamente nei luoghi degli scontri vedo poco distante una macchia di rosso, spicca in primo piano sul fogliame di un enorme mandorlo secolare addossato alla facciata posteriore del castello, è il colore smagliante del panno carminio che ricopre una maglia ferrata. Appartiene ad un cavaliere impiccato a testa in giù, con le mani legate dietro la schiena, appeso per una sola gamba ad un grosso ramo dell’albero. E’ un uomo d’età  matura, la corporatura è massiccia e la sua altezza sembra superiore alla media. In terra, appena sotto la sua testa giace lo scudo, una rosa rossa in campo bianco con sei giri concentrici di petali.Scendo dall’asino e mi avvicino ai rami del mandorlo per costatare se l’uomo è morto. La sua chioma bionda pende sciolta in giù, intrisa di sangue. Mi giunge alle narici l’odore del sangue raggrumato. Ha la faccia gonfia, bluastra, però… osservandolo attentamente mi sorge il dubbio che possa essere ancora vivo.Qualcosa luccica in alto sotto il fango degli stivali, concentro lo sguardo tra i raggi che filtrano attraverso il fogliame e mi accorgo dei suoi speroni d’oro cesellato. E’ molto strano che gli aggressori non se ne siano appropriati, forse avevano fretta oppure sono stati vittima di un attacco inatteso. Decido di impadronirmene subito, prima che attirino l’attenzione di qualche altro crociato di passaggio.Controllo che non mi veda nessuno, rimonto sull’asino e tolgo agevolmente lo sperone dal piede che penzola libero a ginocchio piegato. Poi, stando in piedi sulla sella, cerco di slegare il nodo gordiano che lega alla caviglia l’altro piede e ne blocca lo sperone. Quel nodo è un intreccio formidabile di corde, sotto il peso del corpo si è stretto tenacemente ed è impossibile scioglierlo. Rinuncio ad inutili sforzi e avvicinate le spalle dell’impiccato alla groppa del mio asino, recido col coltello la corda che pende tesa. Guidando la caduta del cavaliere sono riuscito a adagiarlo riverso sulla sella, anche se sotto la spinta del contraccolpo ruzzolo in terra. Mi rialzo. Gli tolgo lo sperone rimanente e lo infilo nella borsa della sella, insieme all’altro.Nel mentre sono indaffarato a richiudere la borsa odo una voce imperiosa alle mie spalle:”Che stai facendo?» due crociati Ospitalieri mi fissano minacciosi, immobili sui loro giganteschi cavalli.”Lo sto portando a cristiana sepoltura» rispondo loro compunto e senza badarli ordino all’asino di muoversi. L’asino non vuole fare un solo passo in avanti, si intestardisce, qualcosa deve averlo spaventato. Lo tiro con forza per le briglie. Niente da fare. Devo tirarlo per le orecchie perchè alzi lo zoccolo e cominci a muoversi. I due crociati si scostano e mi lasciano passare mentre mi allontano dal castello.Nei dintorni la vegetazione spoglia ispira una selvaggia desolazione. Potrebbe essere il luogo adatto per seppellire il cavaliere, sempre che sia morto. Comunque nel dubbio è meglio aspettare un po’, per non rischiare di seppellire cristianamente un uomo vivo. Durante il tragitto il cavaliere va assumendo un colorito più roseo e a un certo punto mi pare che sollevi il torace sotto la maglia ferrata: sorpreso balzo giù dall’asino, metto il palmo della mano davanti al suo naso e colgo un impercettibile alito di respiro, miracolosamente è ancora vivo.In fretta mi dirigo al monastero di Sant’Elena. Questo sorge poco distante, sulla riva di un lago stretto entro una breve penisola, il luogo di fondazione scelto dalla madre stessa di Costantino. Dentro il chiostro fiorito del monastero chiedo aiuto a un giovane frate francescano e adagio il cavaliere sul soffice tappeto erboso, sotto i rami spinosi di un grande arbusto di melograno. L’albero dalla corteccia rosso grigiastra ha un fusto contorto, si erge vigoroso per almeno otto metri e l’ombra della sua folta chioma può fornire al ferito il necessario refrigerio.Il cavaliere riprende coscienza e spalanca occhi di un colore grigio cinereo. Allora alzo la mano tra le foglie oblunghe del melograno e ne colgo il frutto tondeggiante. Tolgo la buccia gialla arancio soffusa di rosso e metto in bocca al cavaliere alcuni semi succosi che gli danno sollievo. Per farlo respirare meglio gli levo la maglia ferrata:”Spiacente cavaliere, non c’è una dolce damigella a toglierti l’armatura e a curare le tue ferite, ma perlomeno qui sei al sicuro, siamo in un monastero».Da pallide e bluastre che erano, le sue labbra hanno adesso il colorito rosso acceso del rubino, il cavaliere sembra ritornato pienamente in sè e quindi mi azzardo a domandargli:”Ricordi qualcosa di quel che ti è successo?»Egli solleva il tronco e porta la mano alla testa:”Hèlas, mi hanno fracassato la testa, ho percepito uno strano ronzio e ho perso conoscenza».Parla in volgare francese, lingua peraltro non molto differente dal veneziano; il frate traduce le parole che mi risultano incomprensibili e così riusciamo ad intenderci a sufficienza.”Rammenti, – gli domando – quando eri appeso all’albero?»Corruga la fronte spaziosa e mi fissa sgomento con il suo sguardo adamantino:”Quale albero? Ah si, mi pare, ma ero in bilico tra la vita e la morte, ricordo soltanto delle strane visioni».”Sforzati di ricordare, – insiste il francescano – si dice che in punto di morte ai giusti venga incontro un angelo del Paradiso».”Altro che Paradiso, mi ritrovai a galleggiare dentro un tunnel tenebroso, quella galleria sembrava senza fine, era il ventre di un enorme drago. Ho estratto la spada dal fodero e ho cominciato a menare colpi a destra e a manca contro le pareti del suo stomaco».”Ostreghèta, deve aver preso una bella botta in testa» commento.”Il drago si contorceva rabbiosamente sotto i miei colpi, le pareti del suo stomaco rimbombavano di conati spaventosi e a un tratto fui vomitato fuori dalle sue fauci. Il mostro mi abbandonò su una riva brumosa e si allontanò nel mare agitando le zampe a forma di pinna e la sua lunghissima coda. Era buio. Come un naufrago feci qualche passo di perlustrazione e vidi una cosa incredibile».”Lo spirito di un defunto?» chiedo.”No! Nell’oscurità  della notte un uovo lucente scendeva dalla luna sospinto dal vento. Oscillava leggero e man mano la sua luce si ingrandiva nel cielo».”Ti è caduto in testa?» accenno.”No! Appena toccò terra una luce bianchissima avvolse ogni cosa ed io corsi entusiasta alla ricerca del suo punto d’impatto. Lo trovai, l’uovo era adagiato su uno stupendo tappeto di rose dai petali candidi, lucenti e profumati, e… semiseduta sull’uovo c’era un’amazzone, la sua armatura era così rossa che arrossava gli occhi a fissarla e lo scudo era anche più rosso del fuoco, illuminato dalla torcia splendente che stringeva tra le mani:Non è ancora giunta la tua ora. Hai un compito da svolgere! mi ha detto.Ero in bilico sul punto del non ritorno eppure mi attardavo indeciso e riluttante, stavo mille volte meglio là  dove ero: il candore di quel luogo mi comunicava una serenità  perfetta e una beatitudine senza confronti.Gli istanti cominciarono a stirarsi, l’amazzone alza a due mani la torcia sopra la sua testa e lentamente con un movimento molto molto rallentato, va a colpire l’uovo. Vedo frantumarsi a poco a poco il guscio e l’urto proiettare intorno degli schizzi di sangue. Grosse gocce gocciolavano nell’aria descrivendo lentissimamente una parabola finchè esplodevano sulle rose, ne piegavano i gambi e intrisero i loro petali.Il tempo torna a contrarsi. Rapide, le corolle assorbono il sangue, lo bevono come avide bocche dalle labbra vellutate, agitano i petali come lingue, le spine come denti e il loro colore si muta da bianco in rosso vivo».”Le rose ti hanno divorato?» azzardo.”No! D’improvviso vengo proiettato sopra i rami del mandorlo, levito qualche metro sopra il mio corpo che penzola impiccato a testa in giù. Sono spettatore indifferente e distaccato dei quattro crociati che percuotono il mio petto con le mazze».”Ma poi sei tornato dentro il tuo corpo?» chiedo.”Sì, poco dopo fui risucchiato all’interno del mio corpo» fissandomi sprezzante.* * *Teobaldo Spadalunga, tale è il nome del cavaliere, rimane qualche giorno tra i frati di Sant’Elena a curarsi un paio di costole rotte e un’ampia ferita al cuoio capelluto. Io avrei dovuto proseguire per la costa orientale dell’isola, per dimenticare Rèzia avevo in mente di tuffarmi nei molli piaceri di Famagosta, città  celebre per la prosperità  e per i suoi vizi, ma per il momento rimando e resto con lui al monastero.Il terzo giorno già  cammina spedito entro le solide mura del monastero mentre percorre avanti e indietro il giardino. All’ombra delle palme e tra le siepi, Teobaldo da sfogo ai sentimenti mentre l’incenso delle funzioni si mescola al profumo di fiori. Piuttosto che finire a Cipro ad ammazzarsi fra Cristiani, si rammarica sarebbe stato più onorevole finire prigionieri del sultano d’Egitto, insieme a quel santo re di Francia. Mi racconta che un paio di anni fa Luigi IX aveva svernato a Cipro prima di dirigersi in Egitto. Quel re cavaliere, alto e biondo, consumato dalle pratiche ascetiche, era un principe assetato di carità  e innamorato della pace. Ma per colpa di Innocenzo IV i compagni di Teobaldo non poterono unirsi alla crociata: il papa aveva proibito a tutti gli uomini dell’Imperatore di parteciparvi attivamente. Così restarono a presidiare l’isola, fedeli ad un impegno preso con Federico II.Mediante l’espressione sconsolata del volto e dei gesti, Teobaldo cerca di farmi capire quanto fu grande la sua personale frustrazione allorchè, appena un anno fa, venne a sapere della disfatta del delta del Nilo e della cattura di Luigi IX. Con atteggiamento di circostanza mostro comprensione per i suoi sentimenti e tuttavia gli faccio presente come non sia il caso di rammaricarsi per la mancata partecipazione alla crociata, visto che i superstiti giunti stremati a S. Giovanni d’Acri furono poche migliaia. Il sultano aveva sì liberato il re grazie ad un ingente riscatto di bisanti, ma aveva riservato ben altra sorte ai cavalieri catturati, li aveva fatti uccidere al ritmo di trecento per sera.Egli replica:”I mussulmani sono ormai a ridosso di Bisanzio, la Chiesa deve arginare con tutti i mezzi il vertiginoso avanzare dell’Islam e deve riconquistare la fiducia dei giovani se non vuole la fine di ogni crociata, n’est-ce pas?»”Ma perchè la vedi così tragica, è passato solo un anno dalla crociata di Luigi IX e poi il regno di Gerusalemme è ancora saldo».”Sì, d’accordo, ma l’ideale delle crociate sta perdendo terreno fra i giovani, non esistono più i novelli cavalieri che partivano pieni di entusiasmo da Ratisbona, come ai tempi del Barbarossa. Chissà  cosa è cambiato?»”I giovani colgono nelle crociate il peso di un bilancio negativo, fatto di risultati mediocri. Quale buon frutto abbiamo raccolto dalle crociate in Terra Santa, a parte le albicocche?».”C’è poco da scherzare, se l’Occidente non si fosse mobilitato compatto ora io e te parleremmo in arabo. Non capisci? Islam e Cristianesimo sono dei colossi che si fronteggiano in una lotta all’ultimo sangue, ciascuno dei due mira ad un controllo esclusivo sull’intero Mediterraneo. A gran fatica la cristianità  è riuscita a riconquistare la Spagna e la Sicilia, e solo con enormi sacrifici ha strappato ai mussulmani il Regno di Gerusalemme, ma ora il nostro momento favorevole sembra dileguarsi».”La Cristianità  ha perso la sua occasione d’oro quando si è affacciato sul Mediterraneo il terzo grande colosso».”Quale colosso, s’il vous plait?»”L’Impero mongolo. Purtroppo le tribù dei mongoli idolatri hanno sconfitto quelle convertite al Cristianesimo e la Chiesa ha perso il suo alleato decisivo, il solo che avrebbe potuto indebolire e annientare il potere mussulmano in tutta l’Asia. Cinquant’anni fa a nord del deserto del Gobi, Gengis Khan sgominò le tribù del Prete Gianni e così s’infranse il sogno di un imperatore mongolo che in nome di Cristo avrebbe potuto lanciare la moltitudine delle sue genti contro i mussulmani».”E tu credi che il capo delle barbare genti di Gog e Magog si sarebbe mosso in nome di Cristo?».Gli spiego dettagliatamente che il Prete Gianni era un cristiano nestoriano e come re delle tribù della Mongolia centrale aveva iniziato un approccio amichevole con l’Occidente. Aveva spedito a Federico II una lettera e insieme una pietra che valeva, a suo dire, più di tutto il sacro romano impero. Nella lettera, per sondare la saggezza dell’Imperatore cristiano gli aveva chiesto quale fosse la cosa migliore del mondo e Federico II aveva risposto che la cosa migliore era la giusta misura, risposta saggia e bene accetta.Tuttavia l’Imperatore trascurò di porre domande intorno alla natura e alle virtù della preziosissima pietra, sicchè il Prete Gianni ne fu risentito e temendo che la pietra perdesse ogni virtù provvide a farla ritirare. I magici poteri della pietra consentivano di vivere sott’acqua e di rendersi invulnerabili o invisibili, e avrebbero permesso a Federico II di far resuscitare la leggendaria Aquila nera dipinta sulle sue insegne.Teobaldo si avvia pensoso verso il chiostro e inizia a passeggiare all’ombra degli archi acuti del porticato:”Sono un reduce della crociata di Federico II» spiega.”Quando sei partito?»”Nel 1228».”Ti confesso che non ho mai ben capito i termini della diatriba tra il papa e Federico II circa la questione della crociata, perchè mai l’Imperatore è stato scomunicato se ha portato a termine con successo la sua crociata? Immagino tu ne sappia qualcosa».”Gregorio IX, papa fin troppo vigoroso nella parola e nell’azione, pretendeva dall’Imperatore una totale sottomissione e cercava ogni possibile pretesto per dimostrare al mondo che Federico II agiva contro gli interessi della Fede.Ricordo il settembre del 1227, quando con gli animi accesi eravamo tutti ammassati a Brindisi, insieme ai cavalieri tedeschi, ai mercenari e ai pellegrini, tutti pronti a salpare. Esplose un’epidemia di colera e l’Imperatore, sebbene febbricitante, diede ugualmente l’ordine di partenza ai superstiti. Dopo un breve tragitto in mare, la malattia di Federico II purtroppo si aggravò e costrinse la flotta a ripiegare. Gregorio IX prese la palla al balzo, disse che l’Imperatore non era stato ai patti e lo scomunicò, tutto questo nonostante la spedizione non fosse stata annullata ma semplicemente rinviata alla guarigione di Federico II.L’anno successivo la crociata potè finalmente ripartire con sessanta navi fra galee e vascelli d’appoggio. La flotta costeggiò le isole Ionie, Creta, Rodi, l’Asia Minore e fece tappa a Cipro. A suo tempo, colui che aveva assegnato il regno di Cipro a Guido di Lusignano fu il padre di Federico II, perciò Federico II sbarcò a Limassol a pretendere i suoi diritti di vassallaggio».”Sì, ne ho sentito parlare».”Io fui tra quelli che ricevettero l’ordine di entrare ad armi sguainate al banchetto degli Ibelin».”Nel salone del castello di Kolossi» aggiungo e mi par di vedere la scena.”Le musiche si interruppero bruscamente e dai tavoli riccamente imbanditi si alzarono di scatto i presenti, quel giorno avevano deposto gli abiti neri per il lutto del re Filippo di Francia e si erano vestiti di scarlatto per festeggiare l’Imperatore. Federico II tuonò il suo duro ammonimento davanti ai ciprioti sbalorditi:”Sir Giovanni di Ibelin vi chiedo in spirito d’amicizia che mi rimettiate tutti i redditi che avete ricevuto come reggente di Cipro e tutto ciò che i diritti reali hanno dimostrato essere di valore e hanno procurato sin dalla morte di re Ugo, padre di Enrico, e cioè i redditi di dieci anni giacchè questo è il mio privilegio secondo l’usanza dell’Impero».”Che arroganza».”Da Cipro mi sono imbarcato con l’Imperatore alla volta della Terra Santa. Ero ansioso di combattere duramente, di faticare e di soffrire, volevo dimenticare l’infelicità  della mia vita nel sudore della battaglia. Invece…».”Invece?»”Dovetti assistere alle manovre tutte diplomatiche di Federico II».Teobaldo mi spiega che l’Imperatore aveva stretto legami di alleanza con al-Kamil, il sultano egiziano preoccupato dalle mire espansionistiche di suo fratello al-Mu’azzam, l’allora governatore di Damasco e alleato dei Turchi.Chiedo se la crociata ha puntato dritto su Gerusalemme.No, risponde che approdò a Tiro. L’Imperatore fu accolto dai cavalieri Templari che si prostrarono in terra ad abbracciargli le gambe. Dovevano comunicargli una importante notizia.Strizzo l’occhiolino e insinuo che si sa pur com’è, fra eretici se la intendono… I Templari pare siano adoratori del demonio, si dice che in segreto adorino Baphomet, una creatura che ha testa e zampe da caprone, braccia e seni di donna, fianchi coperti di scaglie e ali da pipistrello.Teobaldo obbietta che sono soltanto dicerie.Insisto, gli rendo noto che quei sodomiti usano leccarsi l’ano davanti al loro idolo!Nega risentito, afferma che nessuno ne ha le prove e mi ordina di smetterla con queste calunnie. Fa dietro – front nel corridoio del chiostro quindi riprende a narrare dei Templari, intenti a riferire all’imperatore la notizia dalla morte del governatore di Damasco, nemico e fratello del sultano egiziano al-Kamil. L’inatteso evento modificò gli accordi dell’alleanza, nel senso che al-Kamil avrebbe colto l’occasione al volo per dirigersi alla conquista del nodo commerciale e militare di Damasco, mentre l’Imperatore in cambio della non belligeranza avrebbe ottenuto Gerusalemme, città  di per sè in preda al più misero abbandono ma culla del Cristianesimo.”Con la firma di un trattato, senza un sol colpo di spada, l’Imperatore ottenne l’obiettivo della sua crociata» conclude.”Però non gli fu tolta la scomunica».”L’Imperatore non se ne fece scrupolo, benchè interdetto dalla scomunica entrò nella basilica del Santo Sepolcro e si mise sul capo la corona del Regno di Gerusalemme».”Beh, il popolo come l’ha presa?».”Male. In realtà  la volontà  di imporre ovunque il suo impero universale aveva scontentato i Franchi d’Oltremare e quando Federico II si imbarcò ad Acri, la folla inferocita lo riconobbe e lo bersagliò con il tiro di budella e frattaglie raccolte da un vicino macello».”Che bella figura. Fortuna sua che almeno i crociati gli erano rimasti fedeli».”Non tutti, per la verità  alcuni se li era inimicati, soprattutto i crociati Ospitalieri, estromessi a causa dell’opposizione che avevano più volte manifestato nei suoi confronti. Ne beneficiarono i suoi fedelissimi, i cavalieri Teutonici cui assegnò tutte le terre conquistate».Dal chiostro entriamo in una sala interna stipata di banchi, i monaci vi tengono esposta la loro collezione di minerali. Teobaldo li guarda distrattamente, senza interesse. Io invece ne sono affascinato, mi soffermo attento sui cubetti frastagliati di un campione di rame, vi noto le incrostazioni verdi che ne hanno tolto la lucentezza, poi osservo dei cristalli a forma di piramide, si tratta di zolfo, mi attrae il suo colore giallo limone, come pure il giallo metallico e iridescente della pirite. I monaci hanno scritto il nome vicino a ciascun pezzo: Gesso, il cristallo chiaro e trasparente geminato a coda di rondine; Salgemma, il cubo perfetto e incolore; Terra d’Ombra e tanti altri.”Che ne è del tuo Ordine?» chiedo a Teobaldo sollevando il capo dalla collezione.”Non faccio parte di un Ordine cavalleresco formalmente riconosciuto, diciamo che un gruppo di cavalieri stava coagulando le proprie energie in attesa di distinguersi in Terra Santa e venire accettato come Ordine vero e proprio. Però al seguito di una crociata diplomatica come quella di Federico II non ne abbiamo avuto l’opportunità  ed in pratica siamo rimasti nel novero delle truppe irregolari… crociati senza nome».”E la rosa sullo scudo?».Teobaldo non risponde, da un colpo di tosse e appoggia la mano sul torace dolente. Riprende cambiando discorso:”Il nostro Gran Maestro riuscì tuttavia a strappare una promessa a Federico II. L’Imperatore avrebbe riconosciuto ufficialmente l’Ordine se avessimo riconquistato Cipro, poichè subito dopo la sua partenza e nonostante la pace da lui imposta, gli Ibelin avevano ripreso le armi contro i rivali. Il Granmaestro dovette perciò unirsi al forte contingente di cavalieri che fece vela per Cipro sotto il comando di Etienne de Botron».”Così vi siete cacciati nei guai».”All’inizio avemmo successo e finalmente riuscimmo a distinguerci per valore. La spedizione piegò le resistenze degli Ibelin che questa volta furono costretti a consegnare tutte le fortezze e ad andarsene».”Per lasciare il posto alla fazione di Amalrico Barlais?».”Esatto, egli acquistò dall’Imperatore la reggenza dell’isola».”Per quanti soldi?».”Diecimila marchi. Sì, ma non durò a lungo. Appena sembravano calmate le acque non tardò a calare funesta la vendetta degli Ibelin che tornarono sull’isola a rinnovare la faida degli orrori e delle uccisioni. Col tempo purtroppo le cose volsero a loro favore e oggi gli Ibelin hanno il pieno controllo dell’isola.Come vedi sono finito impastoiato fino all’ultimo in questa faida, il tutto per ottemperare al voto di obbedienza prestato al Granmaestro. Costui, cieco di fronte all’imminenza della sconfitta definitiva, fidava ancora nel miraggio della fondazione del suo ordine e ha continuato imperterrito a mandarci al massacro contro le forze soverchianti degli Ospitalieri. E’ stato un sacrificio inutile ma non potevo tirarmi indietro, gli amici e i nemici m’avrebbero avuto per un vile.Ora tutto è perduto, la vendetta degli Ibelin è compiuta. E pensare che avevo lasciato la Francia per liberare la Terra Santa dai mussulmani».Mentre usciamo dalla stanza un drappello di frati francescani attraversa frettolosamente il chiostro, ma egli non sembra vederli, è assorto, sta viaggiando lontano col pensiero, oltre le mura del convento. La sua chioma ricciuta riceve ora la luce del giorno e la bocca socchiusa è al solito accesa come un rubino.Gli poso una mano sulla spalla come per distoglierlo dai suoi tristi pensieri:”Credimi, la guerra è pur sempre un male e non soltanto quando è fra cristiani. Tuttavia rispetto la nobiltà  dei tuoi propositi, so che per te il fine ultimo è la liberazione dei luoghi santi e mi spiace ti abbiano allontanato dalla Palestina per sostenere le faide dei signorotti di Cipro».Con gli occhi lucidi mi rivela cosa gli passava per la mente:”Gerusalemme, sguarnita e abbandonata è caduta nelle mani dei Turchi. Dopo un mese di assedio i Turchi avevano promesso libera ritirata ai Cristiani e seimila fra uomini donne e bambini fuggirono da Gerusalemme diretti alla costa. Ma quando, di lontano, si volsero per l’ultimo estremo saluto alla città  celeste, sorpresi videro sventolare sulle torri le bandiere franche. Precipitosamente fecero marcia indietro, convinti che fossero giunti rinforzi all’ultimo momento. Fu un fatale errore. Sotto le mura li attendeva un agguato mortale, furono massacrati a migliaia ed i rimanenti fatti schiavi.Non c’era nessun crociato a difendere quegli innocenti, sarebbe stato mio dovere proteggere quelle donne e quei bambini e invece… ancor’oggi quell’eccidio pesa sulla mia coscienza».* * *Teobaldo afferra una scala di legno appoggiata al muro e sale agilmente sopra il tetto del chiostro. Lo seguo e ci ritroviamo in cima a un terrazzo popolato da un gran numero di gatti, oltre una decina di grossi esemplari che accolgono con sorniona indifferenza la nostra intrusione, soltanto i più vicini a noi prendono con calma le debite distanze allontanandosi a coda dritta verso l’alto.Fissiamo muti la distesa dell’orizzonte: una stretta striscia di terra arida separa dal mare il lago salato, e poco profondo, che occupa quasi interamente la penisola in cui si trova il monastero. Appena sotto di noi tra le canne, nuotano folti gruppi di anatre selvatiche, i beccaccini saggiano il fango con il lungo becco e l’airone cenerino se ne sta immobile all’aspetto della preda. Sulla riva opposta, presso l’arco di costa rocciosa che si inoltra nel mare, superbi falchi dalle ali lunghe e snelle cacciano controvento schierati in formazioni collettive. Sono noti come i falchi della regina Eleonora.Allorchè ci sediamo sul bordo del terrazzo con le gambe sospese penzoloni dalle mura, prendo la parola in tono sommesso. Mi sforzo di fargli intendere come troppo spesso le aspirazioni dei crociati siano state pervertite e allontanate di proposito dai loro nobili obiettivi. Quante volte sono state esse strumentalizzate a causa di ambizioni di parte, mi chiedo, quanti i compromessi fomentati dai potenti, da uomini attratti unicamente dal possesso di nuovi feudi e ricchezze. Gli porto un chiaro esempio di spedizione travestita da crociata: la quarta crociata del 1202.Nel corso di questa il governo veneziano riuscì a distogliere i crociati dalla Palestina e dall’Oltremare e lo fece al fine di consolidare la sua affermazione politica ed economica in Romania, per ottenere un incontrastato predominio su tutto il Mediterraneo orientale.Il doge Enrico Dandolo aveva costruito in cambio di 85000 marchi d’argento la potente flotta che avrebbe dovuto trasportare i crociati in Terra Santa. Dicono che fu uno spettacolo stupefacente la visione di quelle duecento navi nel porto di Venezia, cariche d’armi e di bei cavalli da guerra, con gli scudi vermigli disposti intorno ai parapetti e gli stendardi multicolori spiegati al vento, mentre i cavalieri intonavano estasiati:”Veni creator spiritus,mentes tuorum visita,imple superna gratia,quae tu creasti pectora».Però gli animi si raffreddarono subito quando si trattò di fare i conti con i veneziani, perchè mancavano ancora 34000 marchi d’argento, nonostante il comandante dei crociati Bonifacio di Monferrato avesse radunato il denaro dai diecimila presenti e nonostante i nobili avessero consegnato perfino il vasellame d’oro e d’argento. In effetti nelle galere e nelle navi da trasporto era stato previsto posto per il triplo degli uomini presenti, mancavano in molti all’appello, rimasti a casa o imbarcati altrove per proprio conto.I Veneziani erano adusi a leggere il vangelo secondo i propri interessi e sfruttarono quel credito per ricattare i crociati, per sviarli dalla Terra Santa e dirigerli su mete foriere di lucrosi saccheggi, atti a saldare il debito fino all’ultimo marco.”Il saccheggio di Zara, dal vangelo secondo marco d’argent» commenta Teobaldo.Vedo che hai capito l’antifona, rispondo. I soldati di Cristo furono trasformati in mercenari di Venezia e nonostante il malcontento generale ci fu quella prima diversione verso la città  di Zara, ribelle al dominio di Venezia e aspirante a divenire sua rivale. Caduta la città  e ripulita meticolosamente di ogni oggetto di valore, fu concordata una seconda diversione dalla meta originaria, questa volta niente meno che verso lo sfolgorante miraggio di Bisanzio.Teobaldo si rialza in piedi e lancia un sasso contro il gatto più grasso della compagnia provocando un fuggi fuggi generale dei nostri vicini:”Bisanzio, la superba Bisanzio. L’incantatrice che avvelena la Cristianità  con il lusso e la mollezza. Quella città  scismatica era cristiana solamente di nome, il suo imperatore Alessio III era un usurpatore e un ipocrita, sospetto di patti segreti con il Saladino!»Tutte buone scuse, ribatto. Comunque Bonifacio di Monferrato mosse da terra il primo attacco alla città  e fu respinto dai mercenari danesi ed inglesi della guardia varega.Mercenari contro crociati! esclama lui concitato e sentenzia che quando un impero deve ricorrere ai mercenari vuol dire che è giunto sulla soglia dello sfacelo.Riprendo con ordine la mia narrazione a partire dai veneziani, rimasti sulle navi e decisi semmai a penetrare dall’estuario che fiancheggiava a nord la città , il Corno d’Oro. Spezzata la grossa catena che ne bloccava l’ingresso essi sbaragliarono presto la flotta bizantina ridotta a poche navi dai legni marci e tarlati, conquistarono diverse torri e incendiarono le case vicine. Il primo uomo a sbarcare fu lo stesso Enrico Dandolo, benchè ultra ottantenne e cieco. Il doge stava ritto e armato a prua della sua galera, aveva in mano lo stendardo di San Marco in oro su fondo rosso (quel rosso ocra che traeva colore e origine dalla terra di Sinope) e appena la galera cozzò la banchina, il Doge ordinò a gran voce ai marinai di condurlo subito a terra o altrimenti li avrebbe puniti a dovere.Teobaldo Spadalunga è attento alla mia descrizione, si sta entusiasmando a sentir parlare di battaglie.Spiego come dopo un mese si giunse all’assalto decisivo e come i crociati si valsero egregiamente delle macchine da guerra costruite dai veneziani, mangani per il tiro a distanza, trabocchi che lanciavano proiettili al di sopra delle mura, baliste e catapulte, oltre i comuni arieti, le scale e i martinetti. Tra tutti i mezzi d’assedio il più efficace era una piattaforma da combattimento sistemata sugli alberi maestri delle navi, da essa i crociati scendevano mediante scalette di corda e piombavano dall’alto sui nemici appostati nelle mura.Gli assediati rispondevano agli attacchi con archi e balestre, e lanciavano i proiettili incendiari del cosiddetto fuoco greco, che costringeva i veneziani a coprire in fretta le loro navi con panni inzuppati d’acqua. Una notte poi i greci cercarono di incendiare la flotta nemica sorprendendola nel sonno con dei battelli in fiamme, ma i marinai veneziani furono lesti ad uncinarli e li trascinarono via in zona non pericolosa.Giorni di duri combattimenti si susseguirono a ritmo serrato finchè fu conquistata una torre e vennero avvolte delle funi ai suoi merli, dalle funi altri salirono sulla torre, caddero le torri vicine e infine cadde la città .”Devo continuare?» chiedo.”Avanti» mi esorta Teobaldo.Mi tratteneva il timore di offendere i suoi sentimenti di crociato. Avrei voluto moderare i termini della descrizione, non infierire con particolari raccapriccianti, evitare implicite condanne, usare i toni pacati del sereno distacco che raffredda le passioni legate ad avvenimenti ormai lontani nel tempo ed invece… non riesco a non farmi trascinare dalla cruda violenza delle immagini.Comincio cautamente col domandargli se ha un’idea di quanto abbagliante fosse lo sfarzo di Bisanzio, la fiera magnificenza dei suoi monumenti, l’aristocratica bellezza dei suoi palazzi, la ricca moltitudine dei negozi e dei magazzini esorbitanti di mercanzie. Non esisteva al mondo città  più nobile e raffinata, non un polo di attrazione più fulgido.Ebbene, i Vandali a confronto dei cristianissimi crociati avrebbero fatto meno danno. Per tre giorni la popolazione fu martoriata da rapine e violenze di ogni genere, migliaia di cittadini vennero uccisi senza motivo e ai più irriducibili vennero ficcati i rospi in gola, una morte orribile. I crociati assalivano i conventi, rincorrevano le monache per i corridoi, stappavano loro le vesti e le violentavano a turno.La Basilica di Santa Sofia fu spogliata di tutto ciò che si poteva asportare ed il resto fu ridotto a brandelli. I crociati giocavano a dadi sugli altari, bevevano ubriachi dai sacri calici e le prostitute ballavano in chiesa e una di loro cantava canzoni oscene, assisa sul trono del patriarca. Alcuni crociati avevano fatto entrare i muli nella basilica perchè volevano caricare l’argento cesellato e l’oro divelto alle decorazioni, ma gli animali erano caduti sul pavimento scivoloso e non riuscivano a rialzarsi, così li avevano trafitti con la spada e avevano insozzato di sangue il luogo sacro.I sacerdoti venivano sistematicamente minacciati di morte se si rifiutavano di consegnare le reliquie, gli oggetti in assoluto più ricercati e ben valutati. I crociati facevano a gara per impadronirsi del braccio o della mascella di un santo, chi andava fiero del piede di San Cosma, chi ostentava un dente di San Lorenzo, chi la veste della Madonna o una goccia del sangue di Cristo. In compenso, per tre volte fu appiccato il fuoco alla città  e furono distrutti irreparabilmente testi unici e preziosissimi, conservati nelle famose biblioteche di Bisanzio.Certo, a conclusione i veneziani ottennero il saldo del loro debito e intascarono la somma di denaro convenuta e anzi, pretesero in aggiunta la metà  dell’ingente bottino accumulato. Detto per inciso, le sculture dei quattro cavalli bronzei che troneggiano sulla facciata della Basilica di S. Marco sono lì a rammentare le prede di guerra di allora.* * *Sei giri concentrici di petali, rosa rossa in campo bianco: una mattina riporto a Teobaldo il suo scudo, l’ho recuperato nel luogo dell’impiccagione.Il cavaliere è da solo nella cella che i frati gli hanno assegnato in foresteria. E’ seduto sull’unico mobile presente, un letto sbilenco. I frati gli hanno accordato il lusso del letto poichè col dormire in terra sul pagliericcio i suoi dolori al torace si acuivano. A mo’ di barella, quattro piccole ruote sono incastrate sulle gambe del letto, il che lo rende trasportabile ovunque ce ne sia bisogno.Appoggio lo scudo sul pavimento di marmo e distolgo il cavaliere dai tormentosi pensieri in cui come suo solito è immerso:”Ecco il tuo scudo, è intatto».”Oh grazie, mon cher».”Non lasciartelo più sfuggire».Mi fissa guardingo:”C’è stato un terremoto, questa notte?».”Pare di no, io non mi sono accorto di nulla».”Un prodigio allora?».”Perchè mai?».”Nel pieno della notte mi sono svegliato di soprassalto, il letto tremava e le ruote cigolavano e si muovevano avanti e indietro, scivolavano nel marmo come fosse vetro e andavano a sbattere contro la parete, e avanti e indietro sempre più rapide. Rischiavo di cadere sul marmo o di sfracellarmi contro la parete, facevo di tutto per rimanere incollato al letto, ho dovuto fare degli sforzi sovrumani per non venirne sbalzato fuori. Ero tutto coperto di sudori freddi. Ho sentito un rimbombo, un ruggito tremendo, come se la terra si scuotesse e si aprisse sotto di me, poi improvvisamente è tornata la calma… e mi sono riaddormentato».”No, non c’è stato nessun terremoto, te lo sei semplicemente sognato, sei ancora stordito per la gran botta che hai preso in testa».Osservo Teobaldo nella nuda cella. E’ vestito con un rozzo saio del convento. Ci scherzo sopra:”Hai forse intenzione di farti frate?».”In pratica, è come se lo fossi».”Raccontami qualcosa di te. Non mi parli mai della tua vita privata» e mi siedo sul pavimento ad ascoltarlo.”Ereditai il diritto al cavalierato da una nobile famiglia di Vannes, in Bretagna. Ho quarantun anni e sono il maggiore tra due fratelli, ma come cavaliere feci voto di povertà  rinunciando al feudo della famiglia in favore del fratello minore. Partii da casa a diciotto anni e andai errando per la Francia. Alcuni mesi dopo ero già  in procinto di partire per la crociata, che come si sa è viaggio oltremodo lungo e incerto, per cui volli prima salutare la mia famiglia. Cavalcai giorno e notte, attraversai il Ducato di Aquitania, superai a Nantes le acque della Loira e giunsi stremato in Bretagna.Avevo avvistato i dolmen e i menhir, finalmente ero nelle vicinanze di Vannes. Arrivai davanti al cancello di casa mia, ma con sorpresa lo trovai sbarrato, il passaggio era bloccato da quattro guardie armate e minacciose. Feci loro presente che ero il fratello maggiore ma queste non vollero sentir ragioni, avevano ricevuto ordine perentorio di non lasciarmi passare, mio fratello temeva che fossi tornato a rivendicare i possedimenti della famiglia. Quel pomeriggio mi sarei accontentato di un letto per riposarmi dall’estrema stanchezza, mi sarebbe bastato un po’ di zuppa per rifocillarmi e invece mi avevano sbattuto la porta in faccia.Amareggiato, girai il mio cavallo e me ne tornai via. C’era la bassa marea, le spiagge avevano acquistato una smisurata profondità  e si erano ricoperte di alghe scure. Il granito rosa delle scogliere mutava colore al tramonto e sulle rocce si stampavano ombre viola, grigio perla e blu notte; calato il sole, forme inquietanti s’impossessarono dei profili creati dall’erosione, vedevo le silhouette di enormi diavoli e streghe, di mostri e draghi spaventosi.Dov’erano finite le amate scogliere della mia fanciullezza, avevo forse vissuto in sogno la mia vita? Improvvisamente il mio paese, la mia gente, la famiglia in cui ero cresciuto, tutto mi appariva estraneo e mi faceva sentire un intruso».Come mai – rimugino fra me – un uomo ricco, affascinante e coraggioso come lui, ha voluto abbandonare ogni cosa per una vita di privazioni?”Dimmi Teobaldo, se ti è lecito farmene confidenza, cosa ti ha spinto ad abbracciare la cavalleria crociata?»”Un amore infelice per una ragazza della Bretagna. Si chiamava Aretusa. La vidi per la prima volta mentre assisteva al nostro torneo. Eravamo quindici contro quindici in una finta battaglia senza spargimento di sangue, la mia squadra ottenne la resa degli avversari e li catturammo tutti, io mi ero messo particolarmente in mostra e alla fine del torneo andai al palco della fanciulla per renderle omaggio. Lei mi sorrise e mi gettò in pegno il suo fazzoletto carminio. Da allora presi i suoi colori e mi vestii sempre di rosso.Suo padre però non accettò mai la mia corte. Fu irremovibile, aveva già  deciso di darla in sposa ad un altro, un certo Odoardo».”Ma lei lo amava?».”No, Aretusa non lo amava affatto e si rifiutò di obbedire al padre, che per castigo la recluse nel palazzo».”Perchè la ragazza non ha fatto ricorso al tribunale ecclesiastico?».”In Francia i preti non difendono le donne che denunciano nozze forzate, il consenso all’unione è diritto primario dei genitori».”Potevi rapirla».”Ci ho provato… una volta, ma il tentativo è fallito. Credimi, ho fatto di tutto per impedire che quel matrimonio andasse in porto. Ho perfino sfidato Odoardo ad una giostra, volevo incontrarlo a cavallo in duello armato, l’avrei disarcionato e combattuto a terra, vinto al giudizio dei punti e umiliato davanti agli occhi di Aretusa, ma quel vile ha rifiutato di misurarsi. In preda al più cupo sconforto, ho deciso di andarmene lontano dalla Bretagna e di prendere i voti cavallereschi; voto di castità  compreso, pure quello, tanto non potevo avere in mente altra donna all’infuori di lei».”Davvero la gente si sbaglia quando dice che i Bretoni sono incostanti e volubili».”Ora vivo di ricordi, dei dolcissimi momenti trascorsi con lei alla fonte… L’acqua sgorgava da sotto le rocce ricoperte di muschio e, ben nascosta dalla fitta vegetazione, ella si bagnava nuda con me in mezzo al galleggiare delle ninfee. Avrei voluto mutare me stesso in acqua e avvolgere per intero ogni centimetro della sua pelle, toccare nello stesso istante davanti dietro e a lato ogni rotondità  del suo corpo, lambire ogni piega dei suoi arti, agitare come alghe i suoi capelli e inumidire come muschio il suo pube. Che bello! Essere fresca limpida corrente che accarezza l’intimo delle sue cosce e dolcemente culla il suo peso su invisibili braccia d’acqua che appena increspano la superficie.Invece per mala sorte, un demone invidioso si è impossessato di quelle acque, l’ha terrorizzata chiamandola ripetutamente per nome, l’ha risucchiata e inghiottita nel vortice di un gorgo senza ritorno. Irrimediabilmente preclusa ai miei sensi, ella espia la mia inabile virtù. Mai più le mie mani potranno raggiungerla, le acque di quella fonte sono sprofondate tumultuosamente nell’oscurità  della terra e si sono immerse in caverne insondabili e inarrivabili.Oh mia Aretusa, fonte proibita che sei dolce nel momento d’amore e amara nel ricordo».* * *Oggi è l’ultimo giorno. La nostra permanenza tra i frati è al termine. Nella spoglia chiesetta del monastero, Teobaldo fissa nel vuoto con i suoi occhi cinerei, sembra che sogni il sogno di un orizzonte illimitato. Mi inginocchio al suo fianco:”Hai negli occhi la Terra Santa?».”Sì… Quando vi sbarcai per la prima volta fui sconcertato da quel deserto di arida sabbia, raramente interrotto da oasi di palme e melograni e verdi alberi da frutto. La conformazione del territorio era esattamente speculare a quella dell’Argoat, il mio paese delle foreste, che è una sconfinata distesa di alberi interrotta da poche radure abitate. Ma col tempo lo smisurato silenzio del deserto mi affascinò.Laggiù le piste si perdono dritte davanti a te a perdita d’occhio e la terra riempie ovunque lo spazio, tutto intorno, fino al cerchio lontano dell’orizzonte. La sabbia è rosso-dorata oppure bianca e finissima, pulita, i granelli scorrono fra le dita come acqua. Le dune sembrano immobili e invece il vento le sposta in modo impercettibile, ne cambia continuamente il profilo e la notte, quando giganteggia la luna piena, un gioco di ombre le trasforma in un mare di onde di cristallo.Nel deserto non c’è nulla, quel che ti pare di scorgere è soltanto un miraggio lontano, acqua che non esiste, golfi, insenature, isole illusorie, carovane di cammelli che non si avvicineranno mai. Eppure il deserto vive e non solo nell’effimero rinverdire che segue il prodigio di una pioggia: il deserto miracolosamente vive nel pulsare delle città  dei bambini. Ho ancora impressi negli occhi i ragazzini che uscivano a nugoli dalle rovine degli insediamenti cristiani, piccole oasi di speranza nel cuore del deserto».Nel raccoglimento della chiesetta decido di mettere al corrente l’amico delle mie disavventure con la Santa Inquisizione:”Teobaldo, sono ricercato dall’Inquisizione per colpa della stregoneria».Egli si volge a fissarmi preoccupato:”Mon Dieu! La stregoneria proviene da Lucifero, in principio una gemma di luce era al centro del suo diadema, ma si è staccata quando l’angelo più splendente del cielo è precipitato nell’abisso a causa della sua superbia».”Il profeta Isaia» accenno dalla Bibbia.”Come sei caduto dal cielo, o Lucifero che nascevi all’aurora! Sei stato abbattuto a terra, tu seduttore delle genti, tu che dicevi nel tuo cuore: salirò in cielo, al di sopra degli astri di Dio innalzerò il mio trono, sederò sulla sommità  delle nuvole e sarò simile all’Altissimo! Sarai invece trascinato negli Inferi, nel profondo della fossa».Teobaldo rimane per un po’ in preghiera in ginocchio sul banco. Poi, siccome gli ho salvato la vita si sente in dovere di sdebitarsi e decide di aiutarmi. Mi rivela una confidenza fattagli di recente dai monaci:”Il 21 giugno, alla vigilia del Corpus Domini, i crociati di Kolossi prenderanno dal loro forziere un calice dorato e lo porteranno segretamente nella cappella di San Eustathios, chiesetta che appartiene ai monaci e sta entro le mura del cortile, sul davanti della fortezza. Nel pomeriggio i signorotti del castello vi si recheranno per l’adorazione.La coppa era di proprietà  della famiglia veneziana dei Morosini, di quella parte di loro che si era trasferita a Bisanzio. Un avo del Doge Morosini la ricevette in dono di nozze quando sposò la figlia del re d’Ungheria. A Bisanzio rappresentava l’oggetto più prezioso della comunità  veneziana: ha un valore inestimabile, è tutta in oro finissimo, rubini grossi come mandorle ne adornano in cerchio il bordo superiore e a metà  manico, da parte a parte, v’è incastonato un diamante giallo che brilla degli stessi riflessi dell’oro, si tratta di una pietra enorme ed appartiene ad una varietà  estremamente rara.Nel lontano 1171 a seguito dei soliti tumulti tra la colonia veneziana e quella genovese, le guardie dell’imperatore Manuele Comneno avevano colto il pretesto per precipitarsi ad arrestare i Veneziani di Bisanzio e sequestrare loro tutti i beni. Fra gli oggetti tolti ai Veneziani c’era appunto il calice dei Morosini che finì nel tesoro della Basilica di Santa Sofia e lì rimase».”Come mai è finito a Kolossi?».”Con la caduta di Bisanzio ed il sacco della città  da parte dei crociati, il calice cadde nelle mani degli Ospitalieri che lo trasferirono nella loro sede di Cipro, la fortezza di Kolossi.Se tu vuoi riscattarti, impadronisciti della coppa d’oro e riportala al Doge Morosini, in tal modo ti sarà  facile ottenere i suoi favori e la libertà , o per lo meno una pena meno grave poichè sei spontaneamente comparso a riconoscere il tuo errore. La notte del 21 giugno dovrai agire da solo, io non posso entrare con te nel castello, mi riconoscerebbero subito.Non puoi fuggire tutta la vita, è ora di tornare nella tua città  a chiedere umilmente perdono».”Sì, hai ragione, devo tornare a Venezia e affrontare le mie responsabilità , ci sono obiettivi nella vita di un uomo a cui non si può sfuggire. Ti ringrazio per avermi indicato la via giusta».”Non devi ringraziare me, le giuste aspirazioni nascono dentro l’Anima del Mondo» mentre i suoi occhi cinerei tornano a guardare lontano.Viene l’ora di separarci e di continuare ognuno per la sua strada. Ci avviamo insieme al portone principale del monastero. Martedì scorso, a sua insaputa, avevo venduto al mercato di Limassol i due preziosi speroni cesellati in cambio di uno scudo d’oro, la moneta francese di re Luigi. Però adesso, dopo la sua confidenza sul calice Morosini e le amichevoli esortazioni a redimermi, mi sento tremendamente in colpa. Appena raggiunto il portone del monastero decido di tornargli lo scudo francese e mi scuso per quell’azione indegna:”Questo è l’oro dei tuoi speroni servirà  per ricomprarti la spada, ti prego di perdonarmi».Teobaldo prende la moneta senza replicare. Ha il capo fasciato da una benda, tiene lo scudo da crociato al gomito e indossa la veste scarlatta sopra la maglia ferrata. I monaci chiudono alle nostre spalle il pesante portone.Al momento del congedo definitivo, veniamo raggiunti dagli occhi supplicanti di un giovane ragazzo che striscia verso di noi reggendosi sulle braccia tese poichè i suoi arti inferiori, rattrappiti e deformati dalla malattia, sono ridotti ad inutili appendici. Teobaldo, tira fuori lo scudo d’oro e lo consegna al ragazzo.”Dove andrai Teobaldo Spadalunga?» gli chiedo nascondendo a stento la commozione.”In Terra Santa. Laggiù ho ancora un compito da svolgere» risponde sorridendo.* * *Osserverò per prima cosa l’ubicazione della chiesetta di San Eustathios e le abitudini del sacrestano, devo elaborare un piano molto accurato se voglio impadronirmi del calice senza correre rischi. Vestito da frate, attenderò dentro il confessionale il giro di chiusura del sacrestano e mi metterò il più possibile all’interno del confessionale, starò schiacciato nell’angolino dietro la tenda sicchè, semmai gli venisse in mente di controllare, anche spostando la tenda non mi vedrebbe, e se per maledetta sfortuna mi dovesse proprio scoprire, posso sempre dire che sono un frate di passaggio. Poi, a notte inoltrata, esco dal confessionale, forzo la porticina dell’altare con il piede di porco e mi impadronisco del calice ingemmato. Semplice! Per uscire basterà  togliere la spranga dal catenaccio del portone principale, la porta laterale viene sempre chiusa a chiave… ma accidenti, se c’è un giro di chiave anche nel portone principale, sono spacciato! Non è detto, basta avere un arnese affilatissimo con cui intaccare il legno, mi devo portare dietro anche uno scalpello. Posso lavorare comodamente tutta la notte intorno alla serratura, ammorbidire e carbonizzare il legno col fuoco dei ceri… finisco con tutta calma il lavoretto ed entro le prime luci dell’alba la serratura è già  divelta. Mi resta soltanto da uscire dalla chiesetta, il ponte levatoio viene regolarmente abbassato al mattino presto.Se però i crociati di guardia alle mura mi dovessero vedere nel momento in cui esco dalla chiesetta? Finirei impiccato. La paura mi stringe un nodo alla gola.Arriva subito il 21 giugno, vigilia della grande festa del Corpus Domini. Nel pomeriggio mi mescolo alla folla del castello. Il vasto cortile antistante è cinto tutto intorno dalla cerchia di mura esterne che partono dai due angoli della facciata nord della fortezza. Ho sottratto ai monaci di Sant’Elena un saio dalle maniche svasate e ampie fin quasi a toccare terra.Il Granmaestro degli Ospitalieri ed i signori di Kolossi hanno terminato l’adorazione preliminare e con gran boria se ne escono dalla chiesetta dei monaci; controllo che nelle immediate vicinanze non vi sia alcuna sorveglianza armata, tutto è calmo come nelle sere precedenti; osservando bene da lontano mi accerto che non entri più nessuno e in orario prossimo alla chiusura muovo spedito verso il suo portone.Entro. All’interno, le fresche pareti imbiancate. Sono spoglie. Semplicemente una preziosa icona dell’arcangelo Raffele ricorda la sacralità  del luogo. E’ sopra l’altare. Ritto in piedi con due brocche, l’arcangelo alato solleva un gomito per travasare il vino dalla brocca d’argento alla brocca d’oro che sorregge in basso con l’altra mano. E’ una raffigurazione molto elegante, con i colori scelti egregiamente.La cappella è deserta. Mi dirigo verso il confessionale e mi siedo ad attendere dietro le tende rettangolari. D’improvviso sento dei passi pesanti e decisi, devono essere dei crociati, sussulto dallo spavento e rabbrividisco sotto la tonaca. Li sento inginocchiare con un tonfo, la punta delle loro spade batte sul pavimento, il silenzio amplifica i minimi rumori. Intuisco che si dirigono all’altare, sento sbattere e richiudere a chiave la porticina metallica, dietro è nascosto il calice, probabilmente ne controllano la presenza.Tutto il piano è andato in fumo. Di nuovo i passi pesanti, si stanno avvicinando al confessionale. Sono paralizzato dalla paura.Un crociato sposta la tenda col guanto:”Padre, ho bisogno di confessarmi».Non fiato per timore di avere la voce tremante.Il crociato si inginocchia sul pavimento a lato della tenda e comincia con voce lamentosa:”Devo confessarle un peccato, è successo una settimana fa dopo gli scontri sotto la fortezza. Deve comprendere, ero ancora eccitato dalla frenesia della battaglia, avevo combattuto in duello con un cavaliere, l’avevo ferito al braccio e stavo per ucciderlo ma è riuscito a sfuggirmi grazie all’intervento del suo scudiero.Noi avevamo vinto, piegato definitivamente gli avversari e ancora sporchi di sangue ci siamo lanciati al saccheggio di Palamidi, l’ultimo covo dei ribelli».”Vieni al sodo, io non capisco molto bene il Francese» con un filo di voce.”Voilà . In compagnia del mio scudiero mi sono precipitato a Palamidi alla ricerca del cavaliere che avevo ferito, sapevo bene dove abitava…Aveva una ricca casa di pietra. Lo stemma scolpito sopra il portone era un mostriciattolo, donna nella meta superiore e serpente dall’ombelico in giù. All’interno lui non c’era. Abbiamo trovato sua moglie, teneva fra le braccia un bambino di pochi anni. Lo scudiero le ha strappato dalle mani il bambino, io l’ho preso per i capelli e ho minacciato di sgozzarlo con la spada se la moglie non mi avesse consegnato tutto il denaro. Terrorizzata, è subito corsa a tirar fuori uno scrigno da sotto il focolare e l’ha messo sul tavolo. Conteneva monete d’argento e qualche gioiello.Poi ho voluto controllare se il marito ferito fosse nascosto in casa, ho spalancato un armadio, e niente, ho aperto una cassapanca e sorpresa, ho trovato dentro una ragazza rannicchiata. Era la figlia sedicenne del cavaliere, pallida di paura. L’ho tirata fuori per un braccio. E’ stata colpa sua: si era nascosta come un serpente e la cosa mi ha irritato, se si fosse mostrata subito non mi sarei sognato di toccarla, così invece… le ho strappato la veste con uno strattone e l’ho violentata lì per terra».”La ragazza ha fatto resistenza?» chiedo.Il crociato fa una breve pausa, non si aspettava che questo particolare potesse interessare al confessore:”All’inizio sì, si divincolava e contorceva le gambe, ma poi le ho dato un ceffone col guanto ferrato e si è lasciata allargare le ginocchia».”Avevi ancora addosso l’armatura?».”Ero in guerra padre, portavo ancora l’elmo e la maglia ferrata».Fa un’altra pausa.”E’ finita la confessione?» chiedo.”No».”Avanti allora».”La madre, che assisteva alla scena, ha tirato fuori un coltellaccio dalla cucina e mentre ero offuscato dal piacere è scivolata alle mie spalle per tentare di sorprendermi. Ma il mio fido scudiero si è accorto appena in tempo e girandosi di scatto ha estratto la spada dal fodero e gliel’ha puntata sul cuore. Io mi sono rialzato, ho ordinato alla donna di consegnarmi il coltello e con un sorriso malevolo ho fatto cenno al mio scudiero di godersi pure la figlia».”Poi?».”Ho atteso con calma che lo scudiero finisse, ho fatto sedere la madre sul bordo del tavolo e l’ho stesa giù con la schiena, aveva dei grossi seni, poi… poi le ho tagliato la veste col coltello e le ho fatto un piccolo sfregio sulla pelle di un seno… ho piantato la punta del coltello sul legno del tavolo e da in piedi l’ho violentata».”La condizione di cavaliere ti obbliga alla difesa dei deboli, non ad approfittarti di loro, devi ricordare che il tuo ordine non è solo militare ma anche monastico». Taglio corto perchè non voglio addentrarmi nel catechismo, un campo dove per ignoranza potrei dire qualche sproposito. Borbotto l’assoluzione. Non vedo l’ora che se ne vada, per penitenza gli ordino solo tre avemarie.Se la cava con poco, meriterebbe le multe salatissime che sono in vigore a Venezia. Qui invece, chi rischia la peggior punizione sono io: avendo ascoltato una confessione e avendo assolto un penitente senza essere sacerdote, ho sufficienti motivi per farmi consegnare in direttissima al braccio secolare.Il crociato si congeda. Scosto in fessura la tenda e vedo che finito di pregare va all’esterno a raggiungere il compagno a guardia della cappella. Ha richiuso il portone alle sue spalle.Devo agire subito, adesso o mai più. Il sacrestano non ha ancora fatto il giro, devo anticiparlo.Rapido mi dirigo all’altare, sono davanti alla porticina metallica, uso la mia sbarra incurvata e col minimo rumore faccio saltare la serratura: splendente oro massiccio, sul bordo superiore una moltitudine di rubini che brilla alla luce soffusa delle candele, ai quattro lati quattro grossi smeraldi e incastonato a meta manico… un magnifico diamante dai riflessi dorati, enorme, raggiante come la stella del mattino che annuncia l’aurora.Nonostante l’incombente pericolo indugio a rimirare incantato la pregevole manifattura del calice: porta incise in rilievo delle figure di spighe di grano, un lavoro d’artista dal disegno ben riuscito ed accurato ma purtroppo destinato a sfuggire all’attenzione della gente, penso fra me.Il calice è vuoto. Lo corico mentre la mano sinistra ne sorregge il peso e infilo il pugno entro la sua concavità . Ho incrociato i polsi a manicotto e li premo contro l’addome contratto, il calice è ben nascosto entro le ampie maniche che pendono fino alle ginocchia.Guardo verso il portone d’uscita. Lungo il pavimento faccio le prove per quella che dovrebbe essere una camminata disinvolta. Con l’aiuto di un gomito apro in fessura il portone e lo spalanco poi con la punta del piede.Le due guardie oseranno perquisire un frate? Sono una per parte di fianco al portone. Passo in mezzo a loro senza cappuccio e con gli avambracci ben incrociati. L’Ospitaliere che ho appena confessato mi saluta riverente, gli rispondo con un cenno del capo.Faccio quattro cinque passi e mi blocco, mi giro su me stesso, fisso il crociato dritto in mezzo agli occhi finchè vi scorgo dei segni di imbarazzo, quindi gli dico severo:”Mi raccomando, fate bene la guardia al calice, è molto prezioso!»Il ponte levatoio è ancora abbassato, ancora per poco, comincia già  ad imbrunire. Lo attraverso in scioltezza. Le sentinelle non mi degnano di uno sguardo. Un secondo dopo possono vedere soltanto le mie spalle.E’ fatta, ha funzionato, e non so che santo ringraziare… beh, potrei ringraziare il dio Mercurio, protettore dei ladri. Anche se in realtà , sto semplicemente riportando il calice Morosini al suo legittimo proprietario. Dopo un duecento metri tolgo il saio, ne strappo il cappuccio per inserirvi la coppa e avvolgo il rimanente su di una pietra che getto nel fosso. Dai cespugli mi giro a contemplare il ponte levatoio mentre viene sollevato, le prime ombre della sera conferivano alcunchè di fosco ai contorni del castello.* * *Il 25 giugno è atteso a Paphos lo scalo della carovana partita in agosto da Venezia e ora sulla rotta di ritorno dopo aver svernato in Oltremare nella città  di Acri.In groppa alla mia fedele cavalcatura, ho raggiunto il porto di Paphos dopo un’intera notte di viaggio. Mentre aspetto con impazienza l’arrivo della carovana ho dovuto sacrificare il docile compagno dalle lunghe orecchie, l’asinello che come me rimpiange il dolce peso di Rèzia. L’ho venduto a dei contadini. Volevano macellarlo a tutti costi ma non l’hanno fatto, sono riuscito a convincerli ad usarlo come animale da lavoro. L’asino aveva denti ancora buoni, gli ho scurito il pelo con un colorante e l’ho spacciato per un cucciolo della Catalogna, invano i villici avrebbero atteso che crescesse per diventare enorme e forzuto.In questi giorni di trepida attesa ho avuto il piacere di conoscere un uomo sicuramente più forte di qualsiasi animale da soma. Nel porto lo si nota subito, è parecchio grosso, di corporatura robusta e massiccia, muscoloso ben al di sopra della media. Sale in bilico sulle passerelle del molo e scarica a bordo la merce. Indossa una tunica logora che gli arriva al ginocchio e tiene i piedi scalzi per meglio aderire ai gradini abbozzati sul dorso delle passerelle.E’ un cipriota, uno scaricatore di porto, e nel vederlo trasportare sulle spalle quei sacchi pesantissimi non si può esimersi dal manifestargli ammirazione:”Chi sei per sollevare pesi del genere? Ercole in persona?».”Ellah, veneziano» il greco mi saluta con entusiasmo senza rilasciare quella rigidezza muscolare che fa sembrare esagerato e sovrabbondante di energia ogni suo movimento. “Riconosco il tuo accento, ho navigato su navi veneziane» dice in Francese continuando a lavorare.Quando finisce di caricare i sacchi sulla nave si concede una pausa e mi viene vicino, la fronte gronda un sudore che odora di legno di sandalo e i muscoli delle mandibole gli guizzano nervosamente sotto la pelle:”Amico mio! Tu conosci le fatiche d’Ercole?».”Beh, la fatica del cervo…».”Non del cervo, la fatica della cerva dalle corna d’oro!» precisa.”Sulla facciata della Basilica di Venezia c’è un Eracle piuttosto gracile che porta una cerva sulle spalle, è scolpito in un bassorilievo, un genere di rilievo appiattito ispirato ai codici tedeschi; io nella Basilica ci lavoro però a dire il vero nessuno mi ha mai raccontato la fatica nei suoi particolari».”Te la racconterò io, Erimanzio – stringendomi con forza la mano come se avesse intenzione di stritolarmi le ossa -. Ercole mosse alla cattura della cerva di Cerinea confidando nella sua forza prorompente, armato di una clava ricavata da un tronco di oleastro e protetto dall’invulnerabile pelliccia del famoso leone Nemeo. La cerva era consacrata ad Artemide ed era empio non solo ucciderla, ma anche semplicemente toccarla. Le sue corna d’oro avevano attirato l’attenzione della dea come pure le sue quattro magnifiche ed enormi compagne, ma mentre queste ultime erano state catturate ed aggiogate alla quadriga divina, la cerva di Cerinea era riuscita a mettersi in salvo».”Le cerve non hanno corna, poteva trattarsi unicamente di una renna, la sola specie che si adatti al traino di un carro e la sola in cui la femmina sia cornuta» puntualizzo a mia volta.”Non è vero, mia moglie non è una renna eppure ti assicuro che le corna le ha.Chiamala come vuoi, la cerva possedeva zoccoli di bronzo incredibilmente veloci e aveva corna d’oro lucenti come i raggi del sole. Il monte di Cerinea era avvolto in un alone carico di mistero, Ercole percepiva la costante presenza di un qualcosa di incorporeo che condizionava i suoi passi. Egli inseguiva sul fango impronte eccezionalmente grandi e profonde, si fermava davanti i segni lasciati sulle cortecce da denti terribilmente aguzzi, la cerva rimaneva però confusa nel fitto fogliame. Per un anno intero Ercole s’impegnò in una difficile e affannosa ricerca, finchè un giorno riuscì a stanarla… ma la cerva non si lasciò domare e balzò via veloce e irraggiungibile.Lontan d’ogni sentiero ora scendeva ora saliva, valli e monti essa varcò, attraversava in un lampo infinite foreste ed Ercole fu costretto in luoghi ostili e selvaggi pur di seguire le sue tracce. Solo di tanto in tanto, sulle cime delle colline dirette a settentrione, egli poteva veder luccicare in lontananza le corna d’oro della cerva. Imperterrito Ercole continuava ad inseguirla. Attraversò l’Istria, varcò il Po, si inoltrò a nord lungo la via dell’ambra e arrivò fin nel paese degli Iperborei, agli estremi confini lambiti dal Mar Baltico.Lassù egli la raggiunse, in un giardino ove crescevano degli alberi carichi di splendide mele d’oro. Tese fra quei rami la sua rete e riuscì a catturarla senza recarle offesa. Quindi, con il benevolo permesso di Artemide, Ercole caricò la cerva sulle proprie spalle e la riportò in Grecia».Arriva un carro ricolmo di sacchi e si ferma poco distante, il conducente scende. Seguo Erimanzio che si avvia silenziosamente verso il carico.Gli parlo alle spalle:”Ho capito, il racconto deve avere un significato allegorico, mi spiego, hai presente l’Unicorno?».”No».Ai bordi del carro Erimanzio piega il ginocchio verso un sacco che pesa oltre il quintale, emette un grido soffocato, contrae l’addome e con uno sforzo poderoso alza il sacco sulla spalla destra. I muscoli del dorso si gonfiano, le vene del collo si inturgidiscono e le sue braccia possenti stringono il sacco come morse d’acciaio.Cammino al suo fianco mentre si dirige con il carico verso la passerella:”Mi ascolti?- con voce stridula – Si dice viva nelle Indie, ha un unico corno sulla fronte, grosse zampe da elefante, pelle glabra e molto spessa simile a un’armatura. E’ raffigurato sul pavimento della Basilica di Venezia e ti assicuro, non è il docile animaletto che il popolo si figura in braccio alle vergini».”E allora?».Erimanzio si blocca a un passo dalla passerella e scaraventa a terra il sacco, visibilmente irritato.”Allora, -proseguo- come l’introvabile unicorno è immagine dello Spirito così la renna dalle corna d’oro è immagine dell’Anima. Ne deriva, se permetti, che la virtù di Ercole non va intesa nel senso della forza fisica, bensì nel senso della forza d’animo».”Non hai capito un corno! – Esplode gesticolando con le grosse mani. – Come poteva caricare la cerva sulle spalle senza avere muscoli eccezionali? Una cerva enorme e pesante come quella! Cinque uomini robusti non bastano a sollevarla un millimetro da terra. Hai mai visto la forza d’animo sollevare qualcosa?».”Ma, ascolta…».”E poi, – concitato – senza le sue gambe grosse e super resistenti ti sembra che Ercole avrebbe potuto inseguire la cerva per mezzo mondo?».”L’anima sta al corpo come l’intenzione di camminare alle gambe» cerco di spiegare.Alza le spalle:”Seghe mentali, seghe mentali… la filosofia dei rammolliti».* * *Il 25 giugno non avrei potuto festeggiare meglio il patrono: mentre oggi a Venezia si celebra il giorno di San Marco a Paphos pronuncio davanti al capitano il giuramento prescritto dal codice d’imbarco e puntuale salgo a bordo della carovana.La mia nave reca mercanzie, le meno voluminose ma le più preziose. E’ una galera leggera, mezzo di trasporto molto caro ma altrettanto sicuro, le galere veneziane sono infatti veloci e facili da manovrare e sono in grado di controbattere efficacemente gli attacchi dei pirati. Dai fianchi dello scafo lungo e stretto sporgono le scalmiere che alloggiano il ginocchio del remo. E’ una bireme, nel senso che per ogni banco ci sono due uomini, uno accanto all’altro e ciascuno con un proprio remo. Per sfruttare al massimo la disponibilità  di posti, ai remi non ci sono degli schiavi ma scalognati passeggeri che si pagano il viaggio remando. Pur essendo adibita a fini mercantili la nave è armata, nel senso che ciascuno degli ottanta uomini di equipaggio deve essere provvisto di scudo, elmo e cotta di maglia; le armi a disposizione consistono in spade, lance e pugnali… soprattutto armi bianche perchè il corpo a corpo è decisivo sia negli assalti di una flotta nemica sia per difendersi dai pirati all’arrembaggio.La stiva è carica del profumo delle spezie che arrivano dall’Oriente e dai lontani mercati dell’India. Un naso esperto vi potrebbe riconoscere ed isolare ciascuna fragranza: la corteccia aromatica della cannella, il pepe, lo zenzero pungente, la noce moscata, i boccioli dissecati dei chiodi di garofano, il cumino, il coriandolo. Sono tutte spezie ricercatissime, richieste da un enorme mercato e pagate a peso d’oro. Il pepe, pur essendo il meno costoso, è quello più resistente al trasporto e le grandi quantità  che arrivano in occidente non sono mai sufficienti, tanto che in molte località  i diritti di transito sono pagabili in pepe, come pure le imposte e le ammende. Le spezie vengono adoperate per preservare dal deterioramento le carni e gli insaccati, per insaporire i cibi o aromatizzare il vino cotto. Alcune sono utilizzate come droghe medicinali, tipo la noce di galla e la costosa canfora di Sumatra, tipo l’ossido di zinco usato per la cura degli occhi o lo zucchero dalle proprietà  sedative.Un effluvio dolciastro emana dai legni pregiati: aloe odoroso dell’Indocina, sandalo dalle inebrianti varietà  bianca e rossa. Col nerissimo ebano si fanno calamai e anche dal verzino si ottiene dell’ottimo legname. L’incenso viene prodotto con l’ausilio degli alberi incidendo col coltello certe cortecce e raccogliendone le gocce resinose; del pari il balsamo è secreto dagli alberi sotto forma di un liquido che a contatto dell’aria diviene vischioso e solido. Ci sono ovviamente i profumi veri e propri, tipo il benzoino o l’ambra grigia, quest’ultima ha l’effetto di un potente afrodisiaco e viene ricavata da una formazione calcolosa del capodoglio, un cetaceo delle coste tropicali del Madagascar.Il cotone a fiocchi figura nelle capienti stive delle altre navi, da noi al posto della bambagia c’è la bambasina, un cotone più pregiato intessuto in maniera finissima. Abbiamo a bordo anche i coloranti per le stoffe, come la radice rossa di robbia o la gomma lacca. E per concludere in bellezza, ecco il nostro forziere. Le pietre preziose giunte espressamente dall’isola di Ceylon: topazi, zaffiri, granate, ametiste. Le perle dei cacciatori di ostriche e gli enormi diamanti del Deccan e i turchesi del Khorassan, i lapislazzuli della Tartaria.Tutte queste merci sono state caricate nel porto di San Giovanni d’Acri, capitale del regno di Gerusalemme dopo che la città  santa è caduta definitivamente in mano mussulmana. Acri è un centro commerciale attivissimo in cui trovano posto tutte le colonie dei latini, cioè i Pisani, gli Amalfitani e soprattutto, in perpetua discordia coi veneziani, i ricchi coloni Genovesi. La città  importa dall’Europa le merci di scambio che i veneziani acquistano nel Baltico e nell’Europa settentrionale, ossia ambra, pelli, pellicce e i pregiati tessuti delle Fiandre.Nell’entroterra siriano c’è l’altro importantissimo nodo commerciale di Damasco, capolinea delle grandi piste carovaniere provenienti dall’Oriente. Due sono le piste principali che collegano la lontana India con la città : una di esse risale il corso del fiume Indo, supera i colli dell’Hinducush, prosegue nel Khorassan persiano e poi, attraverso Bagdad, costeggia il fiume Eufrate raggiungendo la Siria.L’altra pista, via mare dalle Indie, raggiunge a ovest il golfo stretto tra continente africano ed asiatico e fa tappa in Arabia nel porto di Aden. Le sue navi risalgono poi le coste del Mar Rosso parallelamente alla lunga barriera rocciosa che argina il deserto arabico, quindi sbarca a La Mecca e prosegue via terra nel Mare di Sabbia a dorso di cammello fino a Damasco.La Via della seta, grande itinerario terrestre, è invece riservata al broccato, alla mussolina, alle balle di seta greggia e ai drappi lavorati in oro. Il viaggio delle carovane dura circa dieci mesi, parte in Cina da Shangai, attraversa il deserto del Gobi, sfiora Samarkanda e poi raggiunge le rive del Mar Caspio.Dalla Cina arriva anche il carbon fossile. Per i Veneziani è una semplice curiosità , cioè una pietra nera estratta dalla montagna che arde mantenendo fuoco e calore molto meglio della legna, però presso i cinesi pare sia un materiale usatissimo per scaldare le stufe.La cosa più bizzarra, la salamandra, arriva dalla Mongolia. Bisogna sapere che essa non è l’anfibio che vive nel fuoco senza bruciarsi, come risulta comune credenza, la salamandra è invece un metallo incombustibile che si estrae dai giacimenti dell’Altai. Il suo vero nome è amianto e si estrae in filamenti flessibili che messi nel fuoco diventano bianchi come la neve. I mongoli vi fabbricano delle tovaglie di tessuto resistente al fuoco sicchè, quando le tovaglie si macchiano o si insudiciano, le mettono sul fuoco e le lasciano temprare finchè tornano candide.Messaggero delle inesauribili meraviglie del Levante, lo stormo delle navi veneziane migra da Cipro diretto a Occidente. Le ore di sole sono tante, l’afa di fine giugno è insopportabile e la scalogna di dover remare col caldo vi assicuro è una cosa esasperante. Per fortuna, verso la prima meta di luglio si leva un vento favorevole che gonfia le vele e ci spinge verso l’Anatolia alla costante velocità  di quattro nodi.L’oro delle StregheLa leonessa dei mariCapitolo VLasciamo il porto alle nostre spalle. Un altro stretto, questa volta tra le coste della Caria e la fruttifera Kos, l’isola ove Ippocrate giurava ad Apollo. Anticamente vi sorgeva l’Asklepeion, centro insieme medico e religioso dedicato ad Esculapio. L’Asklepeion domina ancor oggi da un’alta collina. Un tempo le sue tre enormi terrazze erano gremite di statue e torme di maestri e allievi nell’arte medica e, ovviamente, di malati con ogni genere di affezioni. Come Rodi e Kos ciascuna delle dodici meravigliose isole del Dodecanneso è in realtà  un mondo a sè, ciascuna con la propria peculiare atmosfera raccolta intorno ad un corredo mitologico esclusivo.Sfiorando l’Anatolia in direzione nord, la nave solca un mare dalle stupende sfumature: gli scogli disegnano sott’acqua macchie di indaco, seguono a distanza strisce di verde chiaro e grigioverde e all’orizzonte un verde smeraldo intenso. In mezzo a quel tripudio di colori attendiamo l’avvistamento della foce del Meandro, il cui bacino fluviale era anticamente abitato dalla tribù dei Carii. Dall’originaria sede iperborea, essi erano migrati a est sotto la guida di Telmisso e presso un’ansa del fiume avevano fondato la città  di Laodicea.Un canuto marinaio del nostro equipaggio, sporgendosi dalla nave riconosce l’antica Didimo e a braccio teso ne indica le rovine sul profilo della costa, là  i Carii avevano innalzato un grandioso tempio ad Apollo. Egli l’ha visitato: il tempio ha un dittero che misura 40 metri per 80 e conta in tutto 112 possenti colonne. Sulla parte superiore dell’adito, ai lati di una cetra, sono scolpiti due superbi grifoni, leoni alati sacri ad Apollo. Il loro compito era quello di difendere le miniere aurifere degli Iperborei dagli incauti cercatori d’oro.Il marinaio, un lupo di mare che ne sa una più del diavolo, fa sorridere la ciurma per il suo accanimento nel sostenere che lo stesso leone alato, in cima alla colonna di Piazza S. Marco, sia originario di quel tempio. Avrebbe avuto funzione di supporto ad una statua di Apollo in equilibrio sul suo dorso:”Apolo el stava in piè su la schena del leon! E al leon i ha taià  col scalpel le do corna, ghe xe ‘ncora el segno».Poco più oltre, tra le coste frastagliate della Caria è sempre lui ad avvistare per primo la foce ove il Meandro conclude la tormentosa serpentina del suo corso. Sulla foce sorgeva anticamente la città  di Efeso e oggi restano le rovine del tempio di Artemide, rimasugli del poderoso colonnato innalzato alla sorella gemella di Apollo sulle fondamenta di un precedente tempio di Cibele. La furia distruttrice dei Cimmeri, che per oltre un secolo terrorizzò l’Anatolia costringendo re Mida al suicidio, ha lasciato in piedi una sola colonna e tuttavia la statua di Artemide è miracolosamente sfuggita alla devastazione.Il vecchio lupo di mare, cui sole e salsedine hanno reso coriacea la pelle, fa divertire il gruppetto dei mozzi mentre mima, con eloquenti gesti delle mani, le decine di mammelle rigonfie che pendono dal petto della dea; descrive due leoni scolpiti sulle aperte braccia e poi sulla gonna fiori, api e ogni specie di animali, e sul collo una collana di grappoli d’uva, e sul capo una torre cilindrica le cui colonne s’innalzano solenni verso il cielo.* * *Nel cuore dell’Egeo c’è un ducato veneziano esteso su tredici isole. L’arcipelago delle Cicladi fu conquistato dai Veneziani a seguito di una spedizione privata organizzata da Marco Sanudo nel 1206 ed ora Naxos ne è divenuta la sede principale.La nostra carovana ha finito di superare le ultime isole settentrionali del Dodecanneso e vira verso il centro dell’Egeo in direzione dell’isola di Naxos, ove come d’obbligo effettua il primo scalo. Chora è il nome della cittadina arroccata sul cucuzzolo della collina che sovrasta il porto. La scelta di quella posizione elevata, serrata intorno alla fortezza, fu dettata dalla necessità  di difendere la popolazione dalle feroci incursioni piratesche che in ogni epoca hanno martoriato l’isola.Mi arrampico per le strette vie di Chora e salgo le gradinate assolate al canto delle cicale in festa. Scale inerpicate sulle facciate delle case o ripidi gradini a semicerchio portano all’accesso delle abitazioni, qualche volta sormontato da stemmi nobiliari. Le porte dei più umili sono invece interrate e semi nascoste nella penombra, sotto il livello del selciato. La sonnacchiosa Chora con le sue case quadrate e imbiancate di gesso, con le sue imposte blu, le porticine blu, le ringhiere blu, i vasi blu e blu ogni cosa che non sia muro, sembra la fiabesca città  dei nani.Dall’alto delle mura della fortezza l’arido terreno dell’isola appare coltivabile. Il mio sguardo è rapito sulle pianure intorno, attratto dal gradevole contrasto tra il verde scuro delle siepi e il colore dorato dei campi di frumento. A tratti l’alternanza di oro e verde si rompe in modo esplosivo nei cespugli fioriti e macchie rosa e arancio si accendono vivide sul bianco delle case. Respiro spazi nuovi ed il celeste è più celeste oltre le dolci colline all’orizzonte.Uscendo da un sottoportico e nell’imboccare una via in discesa, odo l’accompagnamento musicale di un canto che proviene da dietro il balconcino. Riconosco la famosa canzone dei gondolieri: Venetia mundi splendor. Colto alla sprovvista mi fermo ad ascoltare quelle note, presto sommerso da un’accorata nostalgia. Mi fa uno strano effetto sentire la musica di casa, così lontano e per troppo tempo lontano da Venezia.E’ un mottetto. Due voci femminili si inseguono e si rincorrono agili e sollecite, la voce più acuta scavalca la più bassa, la sorpassa, sale in alto, si esalta, e di colpo si smorza. Ricongiunte, chiare e soavi, le due voci di soprano gorgheggiano sul sottofondo del loro robusto accompagnatore, un trombone, quasi fosse la voce maschile di un tenore. L’Amen conclude il mottetto con l’enfasi di una fanfara, la vocale A viene stirata, sostenuta per un tempo interminabile, librata in aria, fatta oscillare come la coda di un aquilone.I suoni, danno corpo alle immagini di un tenero tramonto sulle forme bombate di cupole d’oro… le note ne seguono il ritmo dei profili, fanno pausa ai pali del molo per subito riprendere vigore e d’incanto vedo passare i gondolieri che remano in piedi poggiati sui remi e cantano, alla luce delle lanterne.All’indomani mi sveglio molto presto e già  alle primissime luci del giorno salto giù dalla galera ancorata nel porto. A lato, sulla sommità  di un piccolo promontorio a dirupo sul mare, si staglia imponente verso il cielo una enorme porta di pietra. Lassù mi sembra di distinguere qualcuno in mezzo ai resti di antiche rovine, c’è un piccolo gruppo di persone. Cerco le tracce del sentierino nella tenue luce di un’alba incipiente e salgo spedito sul promontorio. In cima non faccio domande, non oso turbare il clima di raccoglimento degli enigmatici personaggi fermi sulle pietre con lo sguardo rivolto all’orizzonte.Che cosa stanno aspettando costoro, davanti la monumentale porta marmorea chiusa per sempre su un passato ormai condannato all’oblio? Ma è chiaro: sono convenuti quassù per il sorgere del sole e ripetono per l’ennesima volta un rito millenario. Supero i miei scrupoli e chiedo spiegazioni a uno dei presenti: trattasi appunto del tempio di Apollo.L’astro spunta in questo istante imperioso e infuocato, traccia sul mare una scia dorata, una strada di luce compatta e dritta che viene a toccare le rive del promontorio. Me ne sto in piedi impacciato, sono consapevole della sacralità  del luogo e ne afferro il momento magico, ma non so come onorare in modo adeguato questa spettacolare manifestazione del divino.Sette mesi sono trascorsi dai giorni di Zagreo e ho dimenticato le parole dell’inno orfico ad Apollo, tento allora di ricapitolarne il contenuto. In sintesi, l’inno diceva che il dio incoronato d’alloro fu costretto ad una dura lotta con il guardiano di un oracolo. L’insidioso nemico era il serpente Pitone, acerrimo persecutore di Latona quando ancora ella era incinta del dio. Apollo era deciso a vendicare le aggressioni subite da sua madre, perciò puntò l’arco su Pitone tese la corda e scoccò la sua freccia invincibile. Trafitto, l’enorme serpente contorse le spire dal dolore, spalancò le orride mascelle e strisciando cercò di sfuggire, ma Apollo osò inseguirlo nei recessi del tempio della Terra e lo finì, dinanzi al sacro crepaccio.Mi arriva l’ispirazione e improvvisando con le mie semplici parole, intreccio sugli sfumati ricordi dell’Inno di Orfeo una piccola devota poesia:”O splendido Apollo dai riccioli d’oro,bello di luce come il sole raggiante,lancia dal cielo i tuoi dardi infuocati,incalza implacabile Pitone il Serpente,inchioda davanti alla sacra fessurail persecutore di Latona incintae fissalo alla Terra con le frecce dell’alba.Un canto si leva alto nell’immenso:ritmo entusiasta è vibrare in sintonia,giusta misura scoprire l’Armonia,cogliere poesia, arte e saggezzain nove sorelle di sublime Bellezza.Artemide saltella la danza della Corda,echeggia della lira la soave melodia,l’aurea catena che riunisce cielo e terra.Grifone difenderà  la porta del tempio,i doni avvolti nella paglia di frumento,custodirà  fiero degl’Iperborei l’oro».Al canto del gallo il sole risplende alto nel cielo cancellando i veli arancioni e rosa sul giovane corpo di Eos, la dea dell’alba. Il tempio si svuota. Ognuno scende giù dalla collina e si dirige appagato alle proprie occupazioni. A Chora, già  fervono intensi i traffici di carico e scarico dalle navi, presto la carovana ripartirà  e i passeggeri si attardano ad affollare le più recondite botteghe dell’isola.Mentre mi avvio pensoso al porto penso ad Abari, il sacerdote iperboreo che avrebbe conosciuto il segreto dell’invincibile dardo di Apollo (la Freccia del Tempo). Abari la custodiva nel tempio circolare dedicato al dio e la utilizzava di volta in volta per viaggiare a cavalcioni su di essa superando in un baleno gli oceani e i luoghi altrimenti invalicabili. La fatidica Freccia, diceva Zagreo, instaura la direzione univoca ed irreversibile dello scorrere del tempo: ponendo un prima e un dopo nell’ordinata successione che va dal passato al futuro, essa determina il senso implacabile degli eventi.* * *Candia, Cipro, Naxos… ho già  visto tutto della Grecia? Nient’affatto, a mia insaputa mi sto avviando all’appuntamento più stupefacente. Dopo qualche ora di navigazione si delinea in controluce il profilo di un’isola mitica, evanescente e sfumata sullo sfondo. Per un curioso gioco di correnti più la nave si avvicina, più l’isola sembra allontanarsi. Prossimi a lambirne le rive una nube nasconde il sole, interrompe il controluce e la costa si staglia nitida nelle vicinanze, ma subito i flutti ci riportano lontano e l’isola ritorna evanescente.Delo fu il centro sacro dell’Egeo, la capitale ideale di una nazione che si estendeva entro i confini di un mare, delle sue isole e delle sue coste. Fu l’Ombelico del mondo: qui nacque il cosmo da un punto di densità  infinita, in una regione inesplorabile ove anche la Pitonessa esauriva ogni facoltà  di predire il futuro. L’Omphalòs veniva custodito nel recinto più interno del santuario ed era una grossa pietra ovoidale che rappresentava il sacro ombelico. In superficie i sacerdoti di Febo vi avevano scolpito una rete intrecciata, per alludere alle infinite curvature dello spazio e del tempo.Le rovine silenziose di un grande santuario. E’ tutto ciò che rimane da contemplare mentre sfioriamo le sue rive flagellate dai flutti, si può comunque riconoscere la Via Sacra che conduceva al tempio di Febo e molti altri diroccati resti degli edifici di culto pagano. Le colonne spezzate e le pietre sparpagliate alla rinfusa sopra i lastricati, lasciano solo lontanamente immaginare cosa potesse essere un tempo quel grandioso baluardo di templi. Sull’isola incolta, oggi ridotta a rifugio di quaglie, cerco di ricostruire il santuario di Apollo nel periodo del suo massimo splendore quando era un luogo di straordinaria magnificenza e attirava re, principi e pellegrini da ogni parte dell’Egeo. A stento posso figurare nella mia mente i templi integri, dorati e dipinti con tinte tenui e ricercate; indovinare eleganti affreschi alle pareti, pavimenti musivi che nulla avrebbero da invidiare a quelli di San Marco e le statue intatte delle divinità  sugli altari e i simboli sacri scolpiti da ogni parte. Quanti misteri, quante cose curiose… anche buffe, come ad esempio i grandi, enormi falli di pietra, orgogliosamente innalzati sui piedistalli del tempio di Dioniso.Come doveva essere affollata la Via Sacra. Colma di pellegrini in atti di devozione, di schiere di novizi, di curiosi, uomini politici di passaggio, sacerdoti dei culti più disparati. Ecco le vesti variopinte, differenti per ogni culto e specifiche per ogni grado iniziatico; spiccano i copricapi egiziani dei sacerdoti di Serapide e le classiche divise dei Rabbini; incantano irresistibilmente i veli trasparenti delle sacerdotesse di Iside, i costumi sensuali e il trucco ammaliante delle siriane, languide veneratrici di Astarte.In disparte, i sacerdoti delle divinità  esotiche stanno a colloquio in civile confronto di idee, poi a gruppetti, abbandonano la ressa, escono dal recinto del santuario di Apollo e raggiungono i loro templi nella collina riservata ai culti stranieri, segno illustre del grande spirito di tolleranza e di rispetto che vigeva in Grecia nei confronti delle religioni altrui!Odo la preghiera sommessa delle vergini davanti alla sfinge, si recidono una ciocca di capelli e la posano delicatamente sulla tomba di Laodice ed Iperoche. Laodice ed Iperoche, le vergini iperboree che si prodigarono in un lunghissimo viaggio per portare a Delo, avvolti nella paglia di frumento, gli oggetti sacri del culto apollineo.Nel tempio di Febo risuona la voce ispirata della Pitonessa seduta sul tripode, ha masticato l’alloro e ora annuncia l’oracolo a un fedele ansioso di risposte. Le fa da sottofondo il suono chiaro e puro della lira, un fluire d’acqua cristallina che s’intreccia alla sua voce e al canto dei danzatori intorno all’altare: Iè iè Peana, iè iè Peana. Stanno danzando in cerchio il ballo della Gru e ondeggiano insieme avanti e indietro, indietro e avanti, per ore e ore, finchè cadono a terra in preda al capogiro.Profumo d’incenso esce dai recessi del tempio, si praticano riti segreti in onore a Febo; al termine gli iniziati si riuniscono nella navata e poco dopo dalle colonne del frontone parte una processione solenne, passa davanti alla fila dei nove leoni scolpiti, si snoda lentamente sulle pendici del Monte Cinto e nell’infilare l’entrata dell’Antro incrocia dei devoti che escono, hanno il volto stralunato di chi ha assistito a cruenti sacrifici.Ben poco rimane oggi a testimonianza di quel sontuoso passato, innumerevoli ruberie hanno spogliato l’isola di ogni tesoro. Gli abitanti l’hanno completamente abbandonata. In quell’isola arida, fatta di strati di scisto e granito, oggi si può scorgere da lontano un unico segno di vita: la macchia verde di una grande palma da datteri radicata nell’esile scoglio al centro di un laghetto perfettamente circolare. Una palma, per ricordare il mito della nascita di Febo.Leggenda narra che Latona si aggrappò alle fronde di una palma sullo scoglio nudo e sterile che appena affiorava a pelo dell’acqua. Caduto dal cielo come una cometa e sprofondato negli abissi del mare, lo scoglio vagava sommerso ed invisibile nelle acque dell’Egeo. Quando risalì sotto la superficie per diventare la piccola isola di Delo, ancòra non possedeva solido sostegno cui fissarsi e galleggiava sospinto dalla corrente, simile a un gambo di asfodelo cullato ora dal soffio del Noto ora da quello dell’Euro.Con le spalle appoggiate al tronco della palma e le caviglie nell’acqua, Latona diede alla luce i due gemelli Febo e Artemide. All’istante Delo emerse all’asciutto, ben visibile a tutti i naviganti, e smise di spostarsi perchè saldamente ancorata da catene adamantine. Il suolo che accoglieva Febo neonato si tramutò in oro, anche in oro si mutò la folta chioma della palma, come pure il letto del vorticoso torrente Inopo che traboccò colmo del prezioso metallo. Il magico nitore dell’oro faceva rilucere l’isola e per sette volte i cigni, sacri uccelli delle Muse, girarono intorno a Delo emettendo il loro canto melodioso.Saluto il santuario che pian piano s’allontana. Forse il vasellame di qualche tesoro è ancora sepolto tra quei ruderi, ma non è questo che mi interessa. Ho la tentazione di scendere giù con la stessa foga smaniosa del cristiano a caccia di reliquie. Io mi accontenterei di un frammento del quarzo bianco e lucente che appartiene al basamento del tempio di Febo. E’ un vandalico sacrilegio ma reca in sè l’illusione di impadronirsi del chiarore che i raggi di mille albe divine hanno imprigionato nella pietra.Comunque non mi è possibile, la galera prosegue decisa la sua rotta, attraversa le Cicladi occidentali, entra nel golfo dell’Argolide e costeggia la costa greca del Peloponneso. Modone e Corone sono i due occhi di Venezia incastrati sulla punta della Morea. Il nostro comandante scende brevemente a Modone per raccogliere le ultime notizie sui pirati del Mar Jonio. L’insidia della pirateria è andata scemando negli ultimi anni rispetto alla baraonda d’inizio secolo quando i normanni assaltavano le navi pisane, i greci abbordavano le navi latine, i Veneziani quelle anconetane e i corsari anconetani le navi veneziane. Anche i Ragusei dell’Adriatico meridionale e i Saraceni dell’Africa settentrionale hanno smesso di seminare ruberie e morte. Ancor oggi, tuttavia, il nome del famigerato corsaro genovese Alamanno da Costa o del siciliano Guglielmo Porco risveglia terrore al solo accenno. Ed è purtroppo notizia fresca l’arrembaggio di una nave anconetana da parte di corsari Almissani: hanno depredato i passeggeri e ripulito la nave; hanno sgozzato i bambini, violentato le donne e ridotto in schiavitù gli uomini validi; i rimanenti, vecchi o inabili che fossero, li hanno uccisi e abbandonati sulla riva.Un paio di ricchi mercanti sono stati orrendamente squartati. Gli Almissani sapevano bene quel che fanno i mercanti appena vedono issare la bandiera pirata: ingoiano le loro gemme preziose. Perciò hanno inciso l’addome dei poveretti e, ancor vivi, tirate fuori le budella ne hanno dipanato il gomitolo per incidere longitudinalmente, col coltello che scivola lungo il tubo intestinale, con le mani nelle feci e nel sangue a frugare in cerca delle gemme.* * *Zara rimane una città  incline alla ribellione. La lezione della quarta crociata non è stata sufficiente a placarla. La sua fazione di oppositori si appoggia al re d’Ungheria perchè promette libertà  dai monopoli commerciali veneziani. Per Zara può significare molto, ossia sottrarsi al controllo esclusivo e dispotico esercitato da Venezia sui traffici marittimi, nonchè sfuggire all’imposizione di scambiare le merci in nessun altro luogo della Dalmazia e dell’Alto Adriatico all’infuori di Venezia. La rivolta del 1243, l’ultima di Zara e la quinta in ordine di tempo, ha dato adito ad un controllo ancor più severo, evidentemente Venezia non intende rinunciare a quello che considera semplicemente uno scalo di secondaria importanza ove caricare legno bestiame e schiavi, oltre ai consueti rifornimenti di derrate alimentari.A Zara la nostra carovana fa l’ultima sosta. Ne approfitto per recarmi al cantiere edile della chiesa di Sant’Anastasia. Maestro Bernardo è ad un tempo architetto, ingegnere, capomastro e organizzatore del cantiere; si reca personalmente nella cava e nella foresta a scegliere i materiali da impiegare, nè disdegna all’occorrenza di compiere lavori manuali, specie se si tratta di usare lo scalpello per rifinire le statue più importanti e delicate, egli non dimentica di aver cominciato la sua lunga carriera proprio come scalpellino.Lo scorgo nel cantiere all’aperto: chino sul tavolo sta disegnando una sezione della chiesa mediante un piccolo compasso a puntasecca adoprato su della carta da stracci (la carta da stracci è una nuova applicazione dei mulini ad acqua e sostituisce in pratica le costose pergamene). E’ attorniato dai più stretti collaboratori, incaricati di vegliare affinchè le sue concezioni vengano materializzate e fedelmente riprodotte. Alcuni di loro, ricopiano il disegno di Bernardo sopra un ampio pannello formato da uno strato di gesso, inginocchiati a terra usano enormi compassi a settore curvo. Incidono il gesso a graffito e ingrandiscono i particolari della sezione per evidenziare con maggior chiarezza i pilastri che delimitano le navate laterali, gli archi rampanti di supporto e i contrafforti di sostegno. Altri collaboratori sono intenti a preparare dei modelli in legno che forniranno ai cavatori le esatte dimensioni cui devono attenersi nel dare forma alle pietre con piccone e scalpello.Tutto intorno brulicano gli operai indaffarati, chi controlla il muro col filo a piombo, chi verifica lo spigolo con la squadra, chi misura la facciata con pertiche di ferro. Il cantiere è un alveare in costante attività . I manovali stanno scaricando dal carro una decina di grosse pietre tagliate e le portano via con le barelle. I muratori spalmano uno strato di malta con la cazzuola, vi posano sopra la nuova pietra e raschiano via la malta di troppo, poi controllano l’orizzontalità  della pietra con la livella ad acqua e se pende da un lato, la aggiustano col martello finchè si allinea perfettamente. In cima ai muri doppi della facciata ci sono delle impalcature: alcuni muratori lavorano lassù, sospesi sulla parete a strapiombo, sorretti soltanto dalle piattaforme dei graticci di vimini; a terra i compagni tirano su per loro le tinozze di malta, a forza di braccia e carrucole. Gli archi di pietra del colonnato non sono stati ancora eretti, però i carpentieri hanno già  innalzato dei modelli curvi sopra i quali si potranno posare ad una ad una le pietre a cuneo destinate a dare agli archi la forma definitiva. Su tutto domina il maglio di contro all’incudine, accompagnato dal concerto degli scalpelli che echeggiano sui fregi di pietra.Si sta mettendo in movimento la cosiddetta gabbia di scoiattolo. Somiglia ad una grande botte di due metri e mezzo di diametro e gira come una ruota attorno ad un grosso asse centrale. Sull’asse è avvolto un cavo di canapa collegato al peso da sollevare. Il marchingegno viene azionato dall’interno, dentro la gabbia c’è un uomo che si limita semplicemente a camminare in avanti ed è sufficiente il peso del suo corpo per farla ruotare su se stessa. L’uomo nella gabbia sta sollevando una pietra enorme, pesa almeno 500 chilogrammi e probabilmente si tratta di una chiave di volta.Bernardo da Treviso alza gli occhi e mi riconosce. In un attimo si disimpegna dai suoi fratelli muratori, zoppicando mi viene incontro col regolo in mano e mi cinge le spalle con la mano libera. Attraversiamo un angolo della chiesa, i muratori stanno chiudendo il tetto di una cupola tonda, usano un’asta di legno con un estremo fisso ed uno mobile, fissano un capo dell’asta al centro geometrico della cupola e spostano l’altro capo verso l’alto in tutte le direzioni, a mo’ di raggio della calotta in costruzione.Entriamo in una baracca che funge da deposito di attrezzi. Sono emozionato:”Ti ammiro Mastro Bernardo, innalzare una cattedrale è sempre opera d’inaudita arditezza».”Spero di vivere abbastanza a lungo per vedere completata la costruzione. Così potrei tornare a vivere a Venezia. Tu, hai per caso intenzione di fermarti a Zara, nel nostro cantiere?».”No, Maestro non posso… sono di passaggio, vengo dalla Romania».Egli posa il regolo sul tavolo:”Peccato. Certamente avrai imparato qualcosa di utile dal tuo viaggio».”Beh… ecco qualcosa sì, ma non riguarda direttamente il mio lavoro, ricordi quando accennavi ai tre arcani del medaglione, Mercurio – Sale e Zolfo, l’uomo che cavalca il mostro mezzo cane e mezzo ariete? Ebbene da allora ho iniziato a vedere le cose con occhio diverso e grazie ad un’improvvisa rivelazione ho finito per scoprire il significato anche dell’altro medaglione, il Pavone assiso sulla sfera.La sua ruota dai cento occhi è l’emblema della Prima Materia, è lo specchio della verità , e chiunque vi si rifletta con gli occhi dello spirito immediatamente si riconosce nella sostanza dell’universo. Credimi Maestro non si tratta affatto di un concetto astratto, sebbene la Prima Materia sia pura potenzialità  assoluta ho potuto sperimentarne direttamente la tremenda potenza e darei la vita perchè ogni essere umano possa provare altrettanto. Questa esperienza mi ha cambiato profondamente, ora non ho più interesse per le ricchezze terrene: ho fra le mani una coppa preziosissima, se volessi venderla diventerei ricco all’istante e invece… invece la restituirò a coloro cui era stata sottratta, la famiglia del Doge. Lo vedi, se ora bramo dell’oro è soltanto quello magico, poichè la diretta conoscenza della Prima Materia vale più di tutto l’oro del mondo messo insieme».”Lascia stare i voli pindarici della magia, smetti di fare il sognatore e torna coi piedi sulla terra. Causa l’inverno, a dicembre abbiamo fermato i lavori della cattedrale e abbiamo ricoperto i muri con paglia e letame perchè il gelo non facesse danni. Della pausa ho potuto approfittare per riflettere sul progetto ma ho trovato anche il tempo per ascoltare un po’ di sana filosofia: un frate di Zara ha avuto la bontà  di parlarmi delle opere di Aristotele tradotte in latino da Giacomo da Venezia».”Forse l’erudita filosofia di Aristotele nega valore ad esperienze come la mia?».”Stai tranquillo, la via alla conoscenza era concepita da Aristotele non come sterile erudizione ma come una serie di esperienze e di stati d’animo che accentuano fortemente la sensibilità  interiore. Per una filosofia rivolta più alla terra che al cielo la Prima Materia resta un concetto intelligibile, in altre parole è possibile accedere ad essa con un atto di pensiero e dunque pur essendo priva di forma può essere oggetto di esperienza diretta. In concreto…».”Scusa se ti interrompo. Però, per quanto eccellente filosofo, Aristotele non ha mai trovato…».”La pietra filosofale? Chi te lo dice, la pietra filosofale non è soltanto quella che trasmuta il piombo in oro, la si può intendere anche come espressione simbolica di una operazione interiore che richiama le operazioni di laboratorio solo per analogia. In questo senso Aristotele corona la ricerca della pietra filosofale nel concetto del Sinolo, cioè l’unione della sostanza e della forma nell’armonioso equilibrio tra l’Essere e il Divenire».”Grandioso!».”La pietra grezza così com’è nella cava è sostanza che giace in potenza, diventa forma sotto l’azione dello scalpellino che la trasforma in pietra tagliata, ma solo nel cubo perfetto della pietra cubica si ha il compimento, l’equilibrio e la stabilità  che ci consente di usarla come pietra angolare su cui basare l’intera struttura dell’edificio».”Sei un vero filosofo Maestro Bernardo, quel che dici è pieno di saggezza. Mi resta un ultimo dubbio… da molto tempo c’è un problema che mi assilla: io mi domando ove sia la dimora della Realtà .E’ nel Divenire, nell’implacabile scorrere del tempo? O è nella quiete dell’Essere che al tempo invece si sottrae? Che ne dice Aristotele?».”A dire il vero… il frate non me ne ha parlato».* * *Non c’è un filo d’aria. Pur essendo in grado di bordeggiare, la nostra galera fa una sosta in alto mare insieme ai vascelli pesanti, la loro andatura risulterebbe così lenta che l’intero convoglio preferisce gettare le ancore e aspettare l’arrivo di un vento favorevole. Ne approfitto per tuffarmi in mare, il bordo del parapetto è solo a un paio di metri dalla superficie. Il tuffo carpiato mi riesce abbastanza bene, penetro in acqua a braccia tese, risalgo in superficie e afferro la corda che pende dal fianco della nave. Mi arrampico a forza di braccia puntando le gambe contro lo scafo, guadagno il parapetto, lo scavalco e approdo sul ponte.Il ponte unico della nave è sovraffollato, le donne ricamano, i bambini giocano a rincorrersi, gli uomini si allenano con le armi e in disparte, alcuni mercanti fiamminghi discutono animatamente fra loro. Infilo la tunica sulla pelle bagnata e mi fermo ad osservare due uomini che si affrontano a torso nudo con delle mosse di lotta greco-romana. Il milanese, più alto e robusto, stringe le braccia come una morsa d’acciaio, le aggroviglia con le membra dell’avversario, lo atterra e lo costringe alla resa. Quindi si rialza dando la mano all’avversario, si gira sorridente e mi saluta appena mi riconosce.Alberto Rossi è un trentenne del Comune di Milano e ha combattuto con la Lega Lombarda a Cortenuova. E’ imparentato alla lontana con una famiglia di banchieri all’apogeo della ricchezza, ma a causa della loro avarizia non vi ha tratto alcun vantaggio e deve perciò guadagnarsi il pane facendo il servitore al soldo dei mercanti fiamminghi. Al contrario dei suoi parenti, i fiamminghi sono molto prodighi anche se lo costringono ad un incessante impegno per soddisfare le loro esigenze perchè sono ghiotti, fannulloni e molli come il burro.Sul ponte della nave il sole cocente batte sulle nostre facce e risfavilla negli occhi di Alberto, egli mi soverchia di ben tutta la spalla e la bruna capigliatura gl’inonda il collo e le ampie spalle. Mi intrattengo piacevolmente col nuovo amico mentre rievoca le ultime battaglie contro Federico II, non abbiamo opinioni comuni di contro alla politica imperiale, qualcosa ci differenzia e traccia una linea di demarcazione tra le nostre rispettive posizioni.Egli narra che nell’autunno inoltrato del 1237 Federico II li trasse in inganno e fece loro credere di ritirarsi a Cremona, per il riposo invernale delle truppe. Gli uomini della Lega fecero altrettanto e levate le tende da Pontevico, risalirono a nord lungo la riva sinistra del fiume Oglio per muoversi alla volta di Milano. Raggiunto il terreno ormai molle e fangoso di Cortenuova, stavano iniziando il trasbordo sulla riva opposta del fiume quando furono colti di sorpresa da un’avanguardia di Cavalieri Teutonici e di masnadieri di Ezzelino. Seguì ben presto il grosso dei ventimila imperiali alla carica. Con il fiume alle spalle i Lombardi erano sul punto di venire travolti e schiacciati, ma loro, duri sotto la pioggia, si schierarono intorno al carroccio carico degli stendardi consacrati, della croce e delle reliquie. Fu una autentica carneficina, ma riuscirono a resistere caparbi fino al calar del sole, allorchè le due parti si ritirarono esauste negli accampamenti.Le prospettive di dare battaglia il giorno seguente erano pessime, perciò approfittarono delle tenebre per andarsene di nascosto. Fu una disfatta umiliante: il carroccio con le ruote impantanate nel fango venne abbandonato al nemico, il podestà  di Milano (un Tiepolo) fu ridotto in catene a Cremona, si contarono diecimila perdite tra morti e prigionieri, molti detenuti furono mutilati, e le vedove e gli orfani costretti a subire ogni sorta di tribolazioni.Segue il mio turno:”Mio malgrado, anch’io fui in armi contro Federico II, dodici anni fa, durante la crociata anti-imperiale di papa Gregorio IX. Ero sotto il comando dell’ammiraglio Marco Zorzano e ho partecipato alla battaglia navale contro Ancona. La Marca Anconetana, ex feudo pontificio degli Estensi, era ritornata da non molto sotto il controllo di un vicario imperiale.Quel giorno il mare era calmo, l’Adriatico era illuminato dai raggi obliqui di un sole già  basso e rifletteva il cielo come uno specchio. Vedemmo spuntare il nemico all’orizzonte, un nugolo di vele protese su di noi col vento a favore. Presto le due schiere vennero ad impatto e nei pressi della costa si addensò una moltitudine di navi che si cercavano a vicenda nella mischia. Una lunga galera anconetana sfiorò la nostra a tutta velocità  e i tiratori di balestra arrampicati sugli alberi ci scagliarono contro uno sciame di frecce. La balestra è veramente un’arma micidiale: accanto a me uno dei nostri uomini fu trapassato da parte a parte da una freccia d’acciaio e venne proiettato all’indietro contro il castello di prua, rimase appeso in piedi con la punta della freccia conficcata nella parete, impallidì e morì sul colpo.Appena il vento cambiò direzione, ne approfittammo per dirigerci a tutta forza verso una nave vicina puntandole contro gli speroni della prua… ci fu un boato, l’urto si accompagnò ad una scossa violenta, la nave vibrò paurosamente e ci aggrappammo per non cadere a terra.Subito le voci secche dei comandi, rumore di ferraglia, di armi sguainate: arrembaggio, arrembaggio!I nostri armeggiano con ramponi e catene di ferro per saldare i fianchi delle due navi, alcuni appoggiano le scale e altri si arrampicano a mani nude sui bordi della nave nemica. Gli anconetani lanciano frecce sugli assalitori e li aspettano al varco sporgendo agguerriti le picche».”Ma tu cazzo hai fatto?».”Panico, avevo diciassette anni. Scappo indietro e finisco sulla spada spianata di un ufficiale: dal suo sguardo deciso capisco che se faccio un altro passo indietro mi uccide sul posto. E allora corro all’attacco, metto il pugnale fra i denti e salgo su per una scala, supero con un salto il bordo della murata e atterro sulla prua nemica a dare man forte ai nostri. Si cerca di strappare terreno sul ponte, avanziamo a scatti fulminei cui seguono ritirate altrettanto rapide e così avanti e indietro, a ondate, per alcune volte. Ad ogni ritirata il corpo a corpo lascia sul terreno morti e feriti. Gli anconetani non riescono a ributtarci in mare, si asserragliano attorno al trinchetto e si difendono coi coltelli, sembrano meno numerosi e dopo una lunga resistenza all’improvviso si arrendono. Vengono fatti tutti prigionieri. Sui pennoni della galera conquistata viene alzato lo stendardo di S. Marco. I galeotti cristiani vengono liberati dai ceppi e muniti di armi, gli infedeli restano legati ai remi.La battaglia infuriò cruenta fino a sera, allorchè cominciò a volgere a nostro favore. Intorno c’erano gruppi di tre o quattro navi incastrate insieme, i Veneziani passavano speditamente dall’una all’altra alla rincorsa dei fuggiaschi. Gli anconetani allo sbando si tuffavano in mare, nuotavano disperatamente tra i remi spezzati e tra i rottami di carena che galleggiavano mezzi sommersi.Con una manovra larga, gli equipaggi freschi della retroguardia veneziana si erano portati alle spalle della flotta nemica e l’avevano costretta a rasentare la costa con la chiglia a un pelo dal fondo. Accerchiate e strette in una morsa, le navi anconetane vennero catturate ad una ad una e ammassate al centro. Fu appiccato il fuoco a una galera, divampò rapidamente e si propagò al fianco delle navi vicine. I Veneziani si liberarono in fretta dai vincoli dei ramponi e con una tempesta di frecce infuocate estesero l’incendio a tutte le navi nemiche.Intorno alla ammiraglia di Marco Zorzano i marinai esultavano per la vittoria e intanto ci si allontanava dalla flotta anconetana in fiamme».”Accidenti, chissà  che spettacolo impressionante eh? vedere una flotta in preda alle fiamme, galere costosissime e perfette, costruite con lunghe fatiche e distrutte in un baleno».”Sì, impressionante. Scesa l’oscurità , davanti ai nostri occhi si staglia uno scenario spaventoso: le navi si accendono in rapidi bagliori di fiamme, esplodono tizzoni ardenti che proiettano scie nella notte e, simili a lava incandescente, i riflessi del fuoco sull’acqua si rincorrono vividi. Gli alberi maestri cadono rovinosamente, con uno schianto secco. Si ode un sottofondo infernale di urla atroci, i galeotti incatenati ai remi e impotenti davanti al fuoco. L’odore acre della carne bruciata arriva dalle salme abbandonate sul ponte, divampano in un lampo per effetto dell’intenso calore.La tragedia delle navi nemiche volge all’epilogo, dopo tanto clamore di battaglia un silenzio mesto e profondo scende sul mare. Gli anconetani s’inceneriscono nei roghi sull’acqua come nel corteo funebre di un funerale vichingo. Il fuoco si consuma divorando ingordo le ultime navi: si tinge di rosso brillante, l’onda che a sera spinge lontano le barche con il rogo, con tremulo baglior di luce muore danzando l’ultima fiamma, nel mare tenebroso».Un silenzio glaciale segue per un attimo la mia esposizione, guardo Alberto profondamente negli occhi:”Sarò forse un ingenuo sognatore, ma non riesco ad accettare che tante giovani vite siano finite inutilmente in preda alla morte a causa delle smodate ambizioni di un uomo, uno soltanto, curvo sotto il peso dei rimorsi».Alberto mi appoggia una mano sulla spalla:”Telo lì, sua eccellenza l’Imperatore doveva pur sbizzarrirsi a passare il tempo».”Poteva allora limitarsi alle prede innocenti gettate nelle unghie dei suoi prediletti falconi. Non gli bastava… condurre sul terreno il falco incappucciato tenendolo sul pugno durante la cavalcata, seguire la muta dei levrieri che cercano di scovare gli uccelli e appena avvistata la preda, scappucciare il falcone per lanciarlo alla caccia. Non gli bastava… ammirare il Falco Pellegrino che solleva la testa arrotondata, gonfia il petto chiaro e barrato, spalanca le ali scure e volteggia in alto nel cielo scrutando lontano con i suoi occhi sporgenti. E vederlo d’improvviso chiudere le ali, gettarsi in picchiata sulla preda a velocità  vertiginosa: ecco l’impatto, uno sfortunato volatile viene centrato, il falco gli ha sferrato il colpo d’artiglio, lo stordisce, gli fa perdere l’equilibrio e lo finisce con un colpo di becco sulle vertebre cervicali.Immagino sia un passatempo attraente, misto di forza agilità  e abilita di caccia, cruento… ma sempre meglio del lanciare l’aquila imperiale alla conquista dei Liberi Comuni».”Il fatto è che se non era per quel tedesco figlio di macellaio, ce n’era sicuro un altro al suo posto. In ogni epoca il nostro travagliato mondo ha dovuto subire guerre e distruzioni a causa del prepotente di turno, perchè appena un regno raggiunge prosperità  e ricchezza subito si avventa sulle regioni confinanti, ed è sempre lo stesso male ricorrente, l’ingordigia sfrenata che schiaccia ed umilia i più deboli.Quando i Romani cercavano oltre i mari e ai deserti nuovi regni da devastare e incatenavano principi e popoli liberissimi, si sono eletti a ladroni del mondo e hanno inaugurato il vicendevole divorarsi delle nazioni. I barbari, da loro schiavi che erano ne son divenuti i padroni. Terminate le invasioni barbariche sono arrivati i Bizantini e i Franchi e i Longobardi e gli Arabi, e non ha avuto fine la catena delle nazioni che sono oggi tiranne per maturare la loro schiavitù di domani».”Se è così, ora è il turno dei Mongoli! L’Orda d’Oro dei discendenti di Gengis Khan ha invaso la Russia, ha saccheggiato Kiev e ha sconfinato nella Polonia e nell’Austria. Il gran khan dei Mongoli, ha messo in pericolo le frontiere dei baroni tedeschi, addirittura ha spedito una lettera a Federico II per invitarlo a sottomettersi al suo volere. L’Ungheria è stata invasa e distrutta e le orde tartare incombono ora direttamente sull’Adriatico, a Spalato si sono già  affacciate sul Golfo di Venezia.Quella massa umana spinta dalla violenza preme alle porte dell’Oriente annunciando sciagura al popolo greco: in Asia Minore i mongoli Turcomanni stanno smembrando l’Impero Latino d’Oriente e hanno risparmiato solo la stretta fascia costiera dell’Anatolia occidentale».”L’indipendenza dei regni è cosa fragile, no?, sotto la continua minaccia di eserciti votati alla conquista. Eraclito diceva bene che la guerra è in tutte le cose, che la giustizia è conflitto e che tutto accade necessariamente come frutto di una lotta. Visto che ferro e fuoco non si possono evitare, non resta che imparare a vivere nel fuoco senza bruciarsi».”Con la costanza della salamandra?».”Eh».”E’ un vero miracolo che in mezzo a questa mischia di predoni Venezia sia rimasta indipendente per più di 500 anni e che tuttora rivendichi la propria autonomia sull’autorità  dell’Impero e di chiunque altro, fosse anche il Papa».”Non così per Milano. Noi ci appoggiamo di fatto alla sovranità  indiscussa del Papa, sarà  che siamo cittadini di un libero Comune e quello che vuoi… ma poi i milanesi, anche se non sembra, sarebbero disposti ad accettare pure la sovranità  dell’Imperatore. Eh, sì. La questione non è se i milanesi riconoscano o no sul loro Comune un’autorità  superiore, ma quali ne siano i limiti e le prerogative».”Pure i Veneziani sarebbero dispostissimi ad accettare un Imperatore che, al di sopra delle parti, rappresenti un’Europa unita nella giustizia e nel rispetto dei piccoli popoli; un Imperatore saggio e onesto che si limiti a tenere a bada i ladroni di turno. Se io fossi un nobile sarei ghibellino».”Io invece sono un guelfo, per la madonna. Mi inchino alla sovranità  del Papa e non tornerei indietro neanche se mi ammazzano, senza contare che tra la mia famiglia e i ghibellini c’è sempre stata una vecchia ruggine, il mio bisnonno era andato a giurare a Pontida per la libertà  dei Comuni».”Mi son prima venexian e despò cristian. Finora la Grande Ladrona e la sua alleata non hanno mai posto limiti alle loro prerogative, avide unicamente di preservare e mummificare il loro potere, due mostri sbucati fuori dall’Apocalisse.La bestia scarlatta e la sua amante seduta sopra a gambe larghe, madre delle meretrici e delle abominazioni della terra, la ricca signora che fornica con le sette lingue e i cento tentacoli della sua compagna. Bestia riboccante di nomi blasfemi, colei che era ed è ancora».”Porca puttana, mi pare che stiamo esagerando un po’».”Hai ragione, mi son lasciato un po’ trascinare. Però senza la loro oppressiva presenza ogni comune potrebbe vivere in pace sul suolo italico, liberandosi dal fardello delle tasse e della corruzione onnipresente».”Non è mica facile. Senza il controllo e il benestare pontificio tutto finirebbe nel caos e nella disgregazione. Scusa tanto, ma non vedi l’incontrollabile formicolio di Comuni sparsi sul suolo italico, tutti infarciti di invidie, ognuno in guerra col vicino? Milano contro Cremona, Venezia contro Verona. E’ un tale casino. Alleanze, guerre, tradimenti, e nuove alleanze e nuovi voltafaccia si intrecciano a ritmo vertiginoso. Al di fuori della Lega Lombarda non è pensabile altra forma di coesione fra Comuni, se non con i metodi dispotici di Ezzelino da Romano che solo grazie all’uso della forza ha potuto riunire sotto di sè Verona, Padova, Vicenza, Trento e per un paio d’anni anche Treviso».”La Lega Lombarda ha commesso un errore. E se continua su questa strada non potrà  certo estendersi al di là  della pianura Padana. Si è intromessa a Verona con il pretesto di ristabilire la pace fra le fazioni in lotta, ha imposto alla città  un podestà  milanese e poi, quando Ezzelino le ha consegnato in catene il conte Rizzardo di San Bonifacio, lo ha liberato. I da Romano possedevano una lunga tradizione antisveva, Ezzelino era nella Lega, non dovevate beffarlo e sottrargli il sostegno politico per favorire i suoi rivali Estensi».”Ma cazzo dici, pur dopo molti contrasti e con grande diffidenza Ezzelino era stato confermato nella Lega e se egli ha cambiato insegne è perchè comodava ai suoi interessi.Noi favorire gli Estensi? Bella scusa, ricordati che nella battaglia di Cortenuova, ben cinque anni dopo il tradimento di Ezzelino, gli Estensi erano ancora e sempre schierati dalla parte dell’Imperatore».”Certo, hanno dimostrato fedeltà … ma voi fin dall’inizio li avevate lusingati per poterli tirare dalla vostra parte in cambio di Ferrara, e che cosa avete ottenuto dalla girandola di alleanze rovesciate? Che la Lega ha perso la Marca Trevigiana e ha guadagnato un avversario scottato e diffidente come Ezzelino. Egli ha combattuto nemici personali ed ex alleati con tanto di avvallo del bando imperiale e ha aperto il passo della Val d’Adige alle migliaia di cavalieri provenienti dalla Germania».”Niente, non c’è soluzione a queste beghe senza fine».Interviene sommariamente un genovese che stava ascoltando i nostri discorsi: “La soluzione equilibrata e realistica è una ventina di grandi Ducati, federati in un unico regno. Solo una Lega del genere potrebbe andare bene anche a Genova, perchè per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa propria».”Forse sì -ribatte Alberto-. Pensandoci bene non è poi un’idea tanto assurda, perfino la Germania è divisa in una ventina di regioni tra Ducati e Contee e in effetti queste sarebbero rimaste libere se non si fossero lasciate comprare dalla moneta sonante dell’Imperatore».”Certamente -incalza il Genovese-. Ogni Ducato e quello Genovese ne sia d’esempio, può avere in sè la capacità  di autodeterminarsi e questo vale per tutti i Ducati l’Europa».”Un’Europa in cui tutte le lingue hanno il diritto di essere parlate liberamente» ancora Alberto.”Ecco, hai capito, ovunque c’è una lingua c’è un Ducato da rispettare. La faremo finalmente finita con il Latino, la lingua universale del Sacro Romano Impero, la lingua morta della messa che nemmeno i preti capiscono più. Il futuro sarà  nelle lingue volgari» aggiunge il genovese.L’espressione di Alberto si rabbuia:”Grazie tante, a me il futuro mi mette in ansia. Cazzo ne so, prima o poi i successori dell’Imperatore potrebbero spuntarla sulla Lega Lombarda. Se questa volta dovessimo cadere sotto il giogo di un nuovo Imperatore sarebbe finita per sempre, non vedo futuro possibile. Quel pirla di Corrado IV si prepara a scendere in Puglia per rivendicare il titolo imperiale, il che è di pessimo auspicio».”Comunque vada non bisogna mai disperare -conclude il genovese-. Io mi consolo pensando che se fatalità  un giorno, vittima di un Mongolo o di un perfido tiranno, il nostro Ducato dovesse cadere sul campo di una formidabile battaglia il popolo genovese continuerà  pur sempre ad esistere, poichè se anche vengono cancellati i nostri confini non è detto che muoia la tradizione e la lingua della nostra gente. Ne sia d’esempio l’ammirevole popolo ebraico che senza avere un proprio reame da più di millecinquecento anni e cioè da quando il regno d’Israele fu distrutto dagli Assiri, pur tuttavia ha mantenuto la fermezza di una compagine cosciente della propria peculiarità  ed autonomia di pensiero».* * *Un preziosissimo calice d’oro massiccio, una moltitudine di rubini sul suo bordo superiore, quattro grossi smeraldi ai quattro lati e incastonato sul manico un diamante enorme, stupendo, raggiante di riflessi dorati come la stella del mattino che annuncia l’aurora: di sicuro non torno a mani vuote dal Levante, ho un tesoro inestimabile da consegnare ai piedi della regina dei mari.Dopo aver costeggiato la Dalmazia e le coste dell’Istria, le vele della carovana si spingono nel golfo schierate come lo stormo di aironi in arrivo da un lontano continente. L’acqua della laguna è iridata, ha i riflessi mobili e cangianti dell’opale. Nidi abbandonati, costruiti con canne ed erbe palustri, occupano i salici degli isolotti.In piedi sul ponte della nave fisso costantemente i canneti all’orizzonte. Attendo con ansia l’avvistamento. E’ vicina. Lo sento. Da quando la lasciai ho subito una profonda trasformazione e non solo nell’animo, fisicamente sono cambiato al punto di essere quasi irriconoscibile. Sono molto più robusto di quand’ero partito: a forza di remare sui banchi della galera sono diventato muscoloso, pur restando stretto in vita e armonico nelle proporzioni. Sul viso la pelle è liscia e abbronzata, le labbra carnose hanno ritrovato un costante sorriso e i capelli, strapazzati dalla salsedine, si sono ricoperti di ciocche bionde che s’illuminano di riflessi dorati sotto i raggi del sole.Ecco… Venezia esce dal mare! La prima potenza marittima del Mediterraneo emerge dalle acque. Sei secoli fa, era la sede di una minuta comunità  di pescatori e salinai, una remota provincia bizantina sperduta tra paludi e canneti, ma metro dopo metro ha strappato lo spazio per le sue case alla viscida melma della laguna, si è fatta Ducato e Libero Comune, ha ottenuto lode e riconoscimento dagli imperatori d’Oltralpe e con audacia sproporzionata ha proiettato nel lontano Levante le sue ambizioni. Oggi, grazie alla corale volontà  di sopravvivere del suo piccolo popolo di mercanti, di falegnami e di artigiani, la città  lagunare si impone vincente ad arbitro e protagonista nella scena del Mediterraneo.L’approssimarsi del molo d’attracco di Riva degli Schiavoni mi comunica una tale frenesia che non sto nella pelle dalla voglia di scendere giù a riabbracciare forte la mia città . Al colmo della gioia, con il cuore che sta per scoppiarmi nel petto, mi sforzo di trattenere le lacrime davanti agli occhi della ciurma.So che questo momento rimarrà  indelebilmente stampato nella mia memoria. Affascinato dall’incanto della visione non riesco a staccarmi dal Leone assiso sopra la colonna della Piazzetta, a fianco delle architetture bizantine del Palazzo Ducale. E’ in arrivo un temporale estivo e già  si scorgono in lontananza i bagliori dei lampi, ma uno squarcio di cielo terso sovrasta ancora la colonna. Il Leone ha zampe possenti e i riccioli della criniera scendono ondulati sul collo a mo’ di raggi solari, il volto ruggente è scolpito come una maschera su occhi imperscrutabili e le sue ali da cherubino si aprono maestose verso il cielo. Questa chimera a me cara sopra ogni cosa è l’emblema vivente di un’unica storia intessuta da milioni di vite. V’è chi la dice antica di mille e più anni, miracolosamente scampata a infiniti tentativi di annientarla, eppure la chimera vive, respira l’arco dei secoli, è ancora qui, integra, a testimoniare l’arcano mistero della Pax profunda ai centomila Veneziani sparsi fra la città  e le coste orientali del Mediterraneo.All’improvviso dall’alto dell’albero maestro un marinaio grida a gran voce:Viva San Marco! e quel nome, come goccia che cade in un vaso colmo e lo fa traboccare, trae ai miei occhi lacrime irrefrenabili.Scendo a terra, è il 19 agosto. Che effetto mi farà  incrociare lo sguardo terribile del Doge? Quale fine mi toccherà  dopo avergli consegnato la Coppa?Indossando una grande cappa di cotone entro direttamente nel cortile interno del Palazzo Ducale. Mi piazzo sulle panche del porticato con le spalle appoggiate al muro, fatalità  sono seduto appena sotto la bocca del mascherone, quello in cui si depongono le denunce segrete indirizzate all’Inquisizione. E’ comunque la posizione ideale per osservare indisturbato la scala che scende dal portale interno del Palazzo. Ho l’ampio cappuccio abbassato sugli occhi e spio di traverso fra le colonne e non stacco un momento lo guardo dalla scala, nella speranza di cogliere l’uscita del doge. Al centro del cortile mi fa compagnia un uomo alla gogna con i piedi trattenuti nei ceppi di legno.Trascorro un giorno intero in trepida ed immobile attesa, nessuno mi riconosce. Solo la tonaca di alcuni domenicani di passaggio mi fa rabbrividire. Finalmente vedo il doge Marino Morosini che esce dal portale e scende frettolosamente la scala, lo seguo con lo sguardo e dalla sua direzione intuisco che va alla Basilica.La Basilica d’Oro è collegata al Palazzo Ducale ed in pratica rappresenta la cappella personale del doge, tanto che la sede del vescovo sta altrove. Il Morosini non ama mescolarsi alle cerimonie ecclesiastiche ed alle messe sontuose della Basilica, se non quando vi sia costretto da obblighi formali. Egli preferisce raccogliersi entro una graziosa cappelletta basilicale addossata alla facciata che da sul cortile del Palazzo Ducale, appunto di rimpetto alla scala del portale interno.Proprio alla cappelletta è diretto il doge, solo, senza scorta. E’ invecchiato moltissimo; dalla notte del processo sono passati solo otto mesi, un periodo volato per me alla velocità  della luce, eppure a vedere lui sembra siano trascorsi dei secoli.Mi alzo dalla panca e lo seguo stringendo fra le mani la bisaccia che contiene la Coppa. Stremato, incapace di sopportare ulteriormente la penosa incertezza della mia condizione, sono pronto a rischiare il tutto per tutto. Non rinuncerò al compito che mi sono prefissato, un impulso imperativo e categorico mi obbliga a riconsegnare la Coppa al doge, ottenga o no il suo perdono affronterò il mio destino, qualunque esso sia.Sono davanti alla porta della cappelletta. Busso. Entro al cospetto di Sua Serenità  e da in ginocchio che era egli s’alza in piedi con aria interrogativa.Spiego con voce calma:”Voglio consegnare un prezioso oggetto: appartenente alla Sua nobilissima famiglia, andato perso quando Manuele Comneno arrestò i Veneziani di Bisanzio, finito nelle mani dei Crociati Ospitalieri col saccheggio della Basilica di Santa Sofia. L’ho ritrovato a Cipro e lo porgo al suo legittimo possessore».Estraggo il calice dalla bisaccia e glielo presento a braccio teso. Il doge lo afferra in silenzio con lo sguardo pieno di stupore, è ammaliato dal vivace luccicare del suo oro e delle sue pietre preziose, lo innalza sopra la fronte nel chiarore evanescente del tempietto.La cappella sale slanciata ed elegante verso l’altissimo soffitto, al di sopra dei pilastri sei archi a sesto acuto si riuniscono all’apice e vanno a formare le nervature della volta a crociera. Lo spazio tra i sottili pilastri è interamente occupato da lunghe finestre ogivali che inondano di luce l’interno.Oh chiara luce! Le vetrate multicolori diffondono un nitòre senza confronti e comunicano la netta sensazione di un luogo in cui regni il soprannaturale. Sospesi sopra la porta d’ingresso spiccano i dipinti degli scudi di famiglie nobili e fra questi lo stemma dei Morosini, una striscia azzurra in campo oro.Il doge fa qualche passo sulle sue calzature scarlatte e posa la Coppa sull’altare. Prende poi del vino rosso, lo versa nel vaso finemente decorato di spighe e beve dal calice sollevandolo a due mani.La mia mente arde d’intenso fervore, in ogni particella del mio spirito sento palpitare un’energia sconosciuta, una sensazione di totale pienezza appaga in me i lunghi tentacoli del desiderio. Per un attimo il mio spirito non ha più confini… sprofonda negli abissi del tempo, vi raccoglie la luce dell’anima e vibra all’unìsono con la grande Anima del Mondo.Il Doge si volge sorridente:”Ora mi rammento di te, sei Petrangèsio, il mosaicista della Basilica d’Oro. Fra tre giorni ti comando da me in udienza al Palazzo Ducale».Mi inchino ed esco.* * *”Il Papyrus di Micca non figura nell’Indice dei libri proibiti – sentenzia il doge seduto nella saletta delle udienze -. E’ stato analizzato a fondo dall’Inquisitore, grande esperto di lingua greca latina ed ebraica. Egli me ne ha letto personalmente la versione tradotta.Manifesta conclusione: il manoscritto è una semplice raccolta di ricette per fabbricare tinture e vernici, non contiene alcun riferimento a dottrine eretiche. Già  il suo nome fa sorridere… Micca vuol dire pappa: il papiro della pappa…» e ridacchia fra sè.In piedi al centro della saletta, alzo gli occhi al cielo e faccio un ampio respiro di sollievo. Sopra le spalle del doge noto soltanto adesso un grande affresco.Poi chiedo:”Mi perdoni Sua Serenità , che ne è … del mio compagno di cella?».”Il greco?».”Sì, Zagreo».”Siamo ancora in attesa che il Consiglio voti la pena» secco.”Ma, allora è vivo?».”Il giorno dopo l’interrogatorio abbiamo catturato il suo complice, un greco che ha confessato tutto.Zagreo ha fatto scalo a Smirne e là , nell’Impero di Nicea, ha incontrato il complice. Hanno fatto il viaggio insieme su un mercantile genovese.La missione di Zagreo non si esauriva a Verona col raccogliere i fondi di Ezzelino: bisognava consegnare a Genova un messaggio urgente di Giovanni Vatace.Il messaggio dell’Imperatore di Nicea sanciva la disponibilità  dei greci ad accettare il patto loro proposto dai genovesi. Il piano congiunto prevedeva un abbandono degli accordi tra genovesi e veneziani, nonchè un trattato di alleanza tra Genova e Nicea per la riconquista di Candia».Il doge Morosini è seduto su una poltrona riccamente intarsiata e indossa una semplice tunica che unicamente per il suo colore purpureo attesta la regalità  del personaggio.Egli intende conferirmi un incarico ufficiale per il vestibolo della Basilica e cioè la decorazione a mosaico della cupola laterale, proprio quella che esternamente corrisponde al riquadro dei quattro medaglioni della piazzetta dei Leoni:”Da ora innanzi sei reintegrato nel tuo ufficio presso il laboratorio dei mosaicisti della Basilica d’Oro. Il vostro Capomastro è gravemente ammalato e si è ritirato definitivamente dal suo posto…».”Oh, Mastro Apollonio, quanto mi spiace».”Sarà  tuo compito dirigere la decorazione della seconda cupola del vestibolo laterale, riprenderai la storia di Giuseppe iniziata da Mastro Apollonio, egli aveva finito la prima cupola ancora vent’anni fa ma il doge che mi ha preceduto, troppo impegnato a trattare con gli Armeni e a combattere Ferrara, non ha completato i mosaici.Dovrai concepire lo svolgimento della storia come l’illustrazione di una lezione morale. Lo scopo catechetico, anzitutto, prima di quello storico ed estetico. Il mosaico dovrà  essere facilmente comprensibile alla gran massa dei popolani che non può apprendere la Bibbia da una diretta lettura.Poichè ha detto l’evangelista Marco: a voi è dato il mistero del regno di Dio, ma a coloro che ne sono privi, ogni cosa è fatta tramite parabole».Uscito dall’udienza del doge, ritorno tra le vetrate della cappelletta. Essa è riservata al doge e a pochi altri eletti ma io vi avevo libero accesso in qualità  di addetto alla manutenzione dei pavimenti musivi. Al suo interno prego San Marco con devozione, in ginocchio a terra sul mosaico con la punta delle mani giunte a contatto delle labbra. A capo del laboratorio non sono mai stato ed il ruolo di direttore dei lavori è pieno di incognite e responsabilità , perciò chiedo aiuto al nostro evangelista e invoco la sua benevola ispirazione per l’opera di abbellimento della cupola.Poi alzo lo sguardo dal pavimento e nuovamente assaporo la suggestiva atmosfera che avvolge e satura quel luogo sacro. Osservo la volta che s’innalza con slancio e le altissime finestre istoriate che riempiono le pareti e creano una struttura così aerea che pare sorretta da un incantesimo. La luce del sole attraversa i vetri colorati e li fa rifulgere, l’effetto è carico di fascino, un vibrare di immagini pulsanti che danno vita a personaggi di sogno. Sulla finestra avanti a me è descritta l’apparizione che si verificò nel solstizio d’estate di duecento anni fa, allorchè l’evangelista si mostrò ai fedeli della Basilica sotto la forma emblematica di un leone alato.Mentre lo guardo con occhi trasognati, il leone di San Marco s’illumina sulla finestra, vibra in un gioco di vividi colori, fa risaltare i nitidi contorni della sua immagine e comincia ad animarsi di vita propria… Nel buio si accendono bagliori di fugaci esplosioni e lunghe colate di lava scendono dalle bocche aguzze dei vulcani: tra fiumi infuocati e zampilli ardenti che proiettano scie nella notte si scatena lotta furiosa tra il sulfureo leone e l’aquila d’argento vivo. Agitando ali maestose, l’aquila si difende col becco e con gli affilati artigli, si batte coraggiosa, accanita, ma è sul punto di soccombere e vittima del calore intensissimo del luogo, all’improvviso s’incendia.Rimane un misero cumulo di ceneri. Ma ecco da questo prende corpo una sagoma d’uccello e tornata miracolosamente in vita l’aquila ricomincia a lottare. Il combattimento sembra destinato a non avere fine, più volte il leone serra le fauci sulle sue ali, la piega, la trascina in terra, cerca di assestarle il colpo di grazia con la zampata, inutilmente: all’ultimo momento, il leone deve ritirarsi veloce per non venire avvolto da un rogo di piume in fiamme. Così, mentre ogni volta l’aquila risorge dalle sue ceneri fresca e rinvigorita, con l’andar del tempo il leone è sempre più affaticato, coperto di ustioni e di profonde ferite.Al colmo dell’ira il leone spicca un ultimo fulmineo balzo, calpesta rabbioso le ceneri fumanti, e grossi rivoli di sangue scendono lungo le zampe sulle polveri argentee e la cenere si mescola al sangue e il sangue accende la cenere e genera un eccezionale prodigio: il manto del leone riluce d’oro, ali incandescenti si fissano mirabilmente sul dorso felino!* * *Arnaldo da Villanova è un medico di successo, ha studiato a Montpellier e alla Sorbona di Parigi, la più celebre delle università . Alla Sorbona ha conosciuto i maghi Alberto Magno e Ruggero Bacone e si mormora sia in possesso di una pietra magica. Sempre in giro per l’Europa, noto per alcune sue guarigioni quasi miracolose, è ovunque ricercato da uno stuolo di nobili e popolani bisognosi di cure.Nel mese di ottobre domino nuovamente la Piazzetta dei Leoni e tornato ad essere l’uomo più informato del sestriere, vengo a sapere del suo arrivo in città . Sono subito preso dal vivo desiderio di conoscerlo e di vedere finalmente da vicino un sapiente in carne ed ossa. Perciò una mattina raggiungo il suo studio e mi metto in coda con i malati, aspettando pazientemente il mio turno.Tocca a me. Entro e sono alla presenza di Arnaldo da Villanova. Sulla scrivania sono appoggiati i suoi lunghi guanti di camoscio ed il berretto da medico. Dalla sua magnetica persona promana grandezza d’animo, vengo colto da soggezione e tuttavia sono subito esplicito:”Non sono venuto per la salute del mio corpo, bensì per rendermi partecipe di una briciola del vostro sapere filosofico… qualche lume sulla pietra magica».”La pietra magica?- perplesso si sofferma un attimo a lisciare il mento ben rasato -. Sono cose da lasciar stare, non val la pena.Chi vi ha detto poi che io ne sappia qualcosa».”Vi prego siate caritatevole, non lasciatemi nel dubbio».Apre la porta per vedere quanta gente abbia ancora in coda, quindi torna a sedere:”Chi siete?».”Sono un mosaicista, dirigo il laboratorio della Basilica d’Oro».Udito ciò, scioglie le sue riserve ed assume un tono franco e cordiale come fossimo amici da lunga data:”Ah, il procedimento per ottenerla è scritto per intero sui medaglioni del portale centrale di Notre Dame, a Parigi. Quand’ero studente, dopo aver ascoltato la fisica aristotelica di Tommaso d’Aquino, andavo a riflettere in quella severa cattedrale e passavo ore ed ore a meditare sui medaglioni».Colgo l’occasione per farmi decifrare l’ultimo oscuro medaglione della Basilica d’Oro:”Anche nella nostra Basilica i medaglioni custodiscono dei segreti magici: sulla facciata laterale v’è un medaglione in cui è scolpito un uomo nudo che avanza tra due alberi di quercia, cavalca un leone sorridente e suona il flauto con gli occhi rivolti al cielo».”Sì, è chiaro, trattasi della medesima operazione magica che a Notre Dame figura nel medaglione del grifone».”Grifone, il guardiano delle miniere d’oro degli Iperborei? Lo stesso che veniva scolpito sui templi d’Apollo, le cattedrali dell’antichità ?».”Perchè no, trattasi della medesima chimera, un animale mostruoso con corpo e zampe da leone ma testa e petto d’aquila. Il grifone simboleggia l’equilibrato compenetrarsi delle due opposte nature.I maghi nel descrivere la realtà  ricorrono a coppie di concetti complementari ognuno esclusivo dell’altro sebbene, pur escludendosi logicamente a vicenda, dipendano l’uno dall’altro per loro stessa definizione».”Come ci può essere un equilibrato compenetrarsi tra due nature che si escludono a vicenda?».”Hai studiato la geometria?».”Un po’».”Ponendo in connessione l’insieme dei campi del sapere umano si ottiene una visione unificata della realtà : in geometria, per definizione, si considerano enti complementari il punto fisso e la circonferenza tracciati dal compasso».”Non afferro».”Pensa alle onde concentriche sollevate da un sasso che cade sulla superficie dell’acqua stagnante».”Lo so è un’immagine che risveglia armonia».”Pensa ora al fondersi del cerchio e del punto nella spirale».”I cerchi concentrici della spirale? Sono un gioco di illusione ottica, non possono descrivere la realtà  del mondo».”Pensa a un mondo costituito da innumerevoli spirali che s’intrecciano l’una all’altra e vibrano insieme all’infinito».Per un attimo Arnaldo da Villanova rimane assorto in silenzio, assente. Poi continua:”A te dirò apertamente e in tutta sincerità  che entrambi i medaglioni delle nostre care cattedrali simboleggiano la Pietra magica. Nel grifone v’è l’armoniosa fusione del leone sulfureo e dell’aquila mercuriale. Una volta ricongiunti entro la compagine individuale, il Mercurio e lo Zolfo fanno da tramite all’ineffabile unione tra Fisso e Volatile sovra-individuali.Così, in virtù della grazia divina, gli irriducibili princìpi del Macro e microcosmo trovano finalmente pace nella Pietra magica».Non riesco più a seguire l’intricarsi dei suoi ragionamenti, ho perso il filo mentre ripensavo al suonatore di flauto. Agitando le dita su un flauto immaginario aggiungo qualcosa giusto per trarmi d’impaccio:”Perciò nella musica è l’armonia dei contrari, nell’uomo che suona il flauto come nella cetra d’Apollo».Leggo nell’espressione del suo volto che la mia conclusione non c’entra per niente. Mi inchino, ringrazio e mi avvio per uscire.La voce del medico mi blocca sulla soglia:”A cosa stai lavorando, mosaicista?».”Adorno una cupola della Basilica con la storia di Giuseppe».”Domattina devo partire per università  di Napoli ma sulla via del ritorno passerò per Venezia e verrò a trovarti nella cupola».”Sarà  per me un grandissimo onore».Ringrazio di nuovo con una serie di inchini ed esco nella calle lasciandolo al suo pressante lavoro.Il ponte di Rialto. Unico passaggio sul Canal Grande e spina dorsale di Venezia. E’ sovraffollato, i venditori ambulanti lo hanno invaso e trasformato in un mercato a sè, mi meraviglio come questo ponte di legno non crolli sotto il peso di una tale densità  di passanti. Salgo i gradini. Per avere un po’ di spazio a mia disposizione devo fermarmi nel mezzo del ponte, nel tratto levatoio, quello che consente il transito degli alberi alle galere mercantili. Appoggio i gomiti sul parapetto e rifletto sulle parole dell’illustre medico, mi paiono di grande profondità  speculativa ma non riesco ad afferrarne a pieno il reale significato.Forse non sono sufficientemente iniziato al linguaggio contorto della magia o forse mi mancano la grammatica e la dialettica, le basi degli studi classici cui un artigiano come me non può accedere. Il grifone dovrebbe riunire in sè il simbolismo del Cielo e della Terra, magari legati insieme dall’aurea catena di Omero? O forse no, può darsi che gli opposti siano attirati l’uno verso l’altro semplicemente come la calamita attira il ferro…Accidenti, ecco cos’è, mi sono scordato di porre la domanda cruciale, il dubbio che mi tormenta dal tempo della prigionia nei Pozzi, il mio antico e insoluto problema, risolto il quale scioglierei l’enigma degli opposti.Dove collocare la Realtà  ultima?! Nel Fisso o nel Volatile? In pratica: nel mondano o nello spirituale?Mi sembra sia questa la questione fondamentale, sapere ove alberghi il reale nell’insanabile contrasto fra due mondi paralleli, quello terreno e quello celeste, l’uno ricettacolo del peccato l’altro espressione della perfezione.Forse in nessuno dei due?…nessuno dei due? Ma no, da qualche parte deve pur essere, priva di Realtà  la vita perderebbe ogni senso, diventerebbe simile alla storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di rabbia, ma senza significato.* * *Mentre scendo i gradini del ponte di Rialto mi viene in mente Didi. Voglio comprarle un regalino, è un modo per ingraziarmela. Ho da farmi perdonare uno scherzo piccantuccio che le ho fatto. No, non si tratta della solita piramide cabalistica, l’oracolo che usai per raggirare quella fanciulla e permettere al mio amico di spassarsela. Didi è una cara ragazza e ne ho abusato fin troppo, non sospetta di niente ma non appena le consegnerò il dono intendo palesarle la burla. Chissà  che sorpresa per lei.Il quartiere commerciale di Rialto attira gente di ogni razza e colore: mercanti di Samarcanda, ricchi sceicchi d’Arabia, commercianti ebrei ed armeni, ambasciatori ungheresi, tedeschi dell’Hansa, trafficoni pisani e amalfitani, servitori neri, schiave egiziane, qualche raro mongolo Ilcano, marinai spagnoli, attori francesi, affaristi inglesi e olandesi. Rialto mi è sempre parso la sintesi del mondo intero sin da quando vi gironzolavo da ragazzino, curiosissimo a spiare le merci esposte alla rinfusa sulle bancarelle, e credevo veramente vi fosse rappresentata la completa varietà  delle cose esistenti sulla terra.Fra i chiassosi richiami dei venditori passo davanti a un commerciante di cavalli arabi, grandi e massicci destrieri da battaglia; dei veneziani si avvicinano mostrandomi sul braccio i girifalchi incappucciati, l’astore e il falco pellegrino; a lato, un commerciante russo invita i nobili a bere la cervogia, la birra con miglio e miele, e intanto declama i pregi delle sue pellicce di zibellino, ermellino, scoiattolo e volpe argentata, piuttosto che consegnarle alla spietata concorrenza dei tedeschi dell’Hansa egli ha preferito venire fin qui, a venderle di persona.Le nobildonne veneziane chiacchierano rumorosamente sotto il porticato, a gara tastano le stoffe multicolori: i raffinati cremisini e i finissimi zendadi, i tessuti di seta e oro dei Curdi, la seta preziosa di Mosul, la seta Jasdi di Persia. Una ricca signora esce dalle colonne per controllare alla luce viva un drappo in seta colorato con l’indaco e le popolane la guardano con invidia mentre i loro mariti, con finto entusiasmo, chiedono il prezzo del tessuto in pelo di cammello… tutto per distrarle da quella seta costosissima, ben al di fuori della loro portata.Le scene di quei poveri mariti imbarazzati mi rattristano e penso a Didi che è una setaiola e sbozzola, fila, tesse la seta tutto il santo giorno, ma per ironia della sorte non possiede un solo abito in seta. Ecco, se fossi ricco avrei già  trovato cosa regalargli, un bel campione di seta Jasdi, purtroppo nemmeno io ho sufficiente denaro in tasca, devo accontentarmi di un dono più semplice. Mi guardo in giro.Il pescivendolo ostenta sul banco il viscido prodotto della pesca: i branzini dalle bocche spalancate e dalle branchie vistose; le orate dalle scaglie cesellate, che emettono riflessi azzurrati, gialli e argentei; e lo scorfano, alquanto apprezzato nella zuppa di pesce ma oltremodo brutto e pericoloso, mostriciattolo marino le cui pinne da pipistrello nascondono spine velenifere.Le chele degli scampi e le zampette dei gamberi brulicano nervosamente, le anguille vibrano nella vasca come serpenti d’acqua e i tentacoli che promanano dal corpo gelatinoso di una seppia s’intrecciano con quelli dei calamari.Passeggiando, passo bruscamente da un odore all’altro, ho appena abbandonato il banco del pescivendolo e non ho ancora finito di godermi il profumo di un fioraio che mi giunge il lezzo di formaggio del negozio accanto e un attimo dopo, nell’imboccare la Ruga degli Speziali, ecco i profumi pungenti delle spezie d’Oltremare.Allora mi fermo, entro nella bottega dello speziale e osservo ogni cosa con sguardo indagatore. Le spezie sono etichettate ed allineate sulle mensole di legno, entro vasi di vetro che lasciano trasparire i colori esotici e vivaci… gialli, rossicci, marroncini, lì la galanga, il tamarindo, il turbitto, più sopra il rabarbaro e il cubebe rampicante. Al bancone lo speziale sta pesando attentamente sulla bilancia un pugnetto di una rara pianta aromatica, è una novità  giunta dall’oriente e ne orecchio il nome mentre vien detto al cliente: Spigo di Giava.Come rinunciare al chiosco della fruttivendola? Ligio alla consuetudine mi fermo da questa ragazza prosperosa per scambiare qualche battuta di spirito, mi offro di darle una mano a raddrizzar banane, sorrido e intanto la spoglio con gli occhi. Indugio a lungo sulle sue curve apposta perchè lei se ne accorga, so che quegli sguardi indiscreti la gratificano, quasi vada fiera del suo corpo e ci tenga ad esibirlo sulla piazza al pari delle sue ceste colme di frutti e aggraziate con fiori come cornucopie.Trascinato da scabrose fantasie la succhio e la mangio fino a saziarmi di lei. Ha una bocca rossa come le ciliege, denti bianchissimi di cocco e una lingua tenera come la polpa di caco. Tutto il suo corpo è mangereccio, anche i polpastrelli sono pistacchi e le unghie mandorle acerbe. Il colore verde del vestitino nasconde le sue delizie quanto il manto di un albero da frutto… allora, con le dita scosto delicatamente le foglie di un rametto e scopro due lucide mele al posto delle tette e datteri appiccicosi ai capezzoli. Godo a indovinare liscio e tondo come un cocomero il suo sedere, vellutata come buccia di pesca la pelle delle cosce, e in mezzo, una bella susina succosa.Arrivato in fondo al mercato, torno indietro verso il cuore di Rialto, svolto in Ruga dei Orefici ed entro nei muri di un edificio che ha le finestre ridotte a strette fessure. E’ la gioielleria del mio amico, lui è un furbastro, espone sul banco monili ed anelli ma so bene quanto accuratamente nasconda le pietre più preziose. Per pura curiosità  gli chiedo di mostrarmi un diamante del Deccan, egli lo estrae dal forziere e mi invita ad ammirarne la trasparenza ed i riflessi iridati.Non ho certo le lire di grossi per acquistarlo, tuttavia:”Mi piace, lo prendo, – scherzando – andrebbe giusto bene per farci un anello di fidanzamento, ti propongo in cambio una enorme pietra di carbon cinese… ti avverto subito che qualcosetta ci rimetti».”Già , il carbone brucia e ti lascia come ricordo un bel mucchietto di cenere, questo invece è incombustibile e nessuna pietra al mondo lo può scalfire.Per la tua innamorata ti posso dare… posso scambiare il tuo carbone con quella statuetta di Cupido» e indica sul banco una piccola statuetta di metallo dalle fattezze piuttosto grezze, un uomo adulto con la faretra sulla spalle.”Ma quello è Apollo. Da dove arriva?».”Da Montegrotto – risponde -. L’ha trovata un contadino che stava arando il suo campicello».”Montegrotto, in quale zona della Grecia si trova, è forse un’isola?» chiedo infervorato.”No, niente Grecia. E’ vicino a Padova».Deluso lascio perdere la contrattazione:”Lasciamo stare, usa la tua statuetta per turlupinare qualche francese in gita di piacere. Io mi terrò il carbone».”Prova a venderlo ai Mamelùcchi d’Egitto, quelli sì che sono svegli… Due dinar d’oro in cambio di un grande zaffiro blu, in autentico vetro di Murano».Saluto ridendo ed esco nel via vai.Non l’intrico del bazar di Damasco, ma il labirinto di calli e callette di Rialto! Apoteosi del superfluo, vortice di fantasia e tinte smaglianti, provetto ingegno dei manufatti in vetro, avorio e porcellana. Ecco le tovaglie di pizzo e le spade pregiate in acciaio indiano e il muschio afrodisiaco ricavato dal cervo e l’incenso dello Yemen a quaranta bisanti al vaso; laggiù, i vini della fiera dello Champagne, qui a lato l’olio di sesamo e la farina di sagu delle palme della Malesia, poco più in là  i coralli del Mar Rosso e le conchiglie dell’Indocina con le loro forme bizzarre, spiraleggianti e uncinate.Cerco qualcosa di bello per Didi e butto l’occhio distrattamente a destra e a sinistra in mezzo a quel grande assortimento. Finalmente mi decido davanti a una bancarella di bigiotteria, acquisto un paio di graziosi orecchini d’ambra, sono l’articolo più carino e hanno un buon prezzo, sufficientemente all’altezza della mia borsa.Nell’accingermi a pagare il venditore tiro fuori dal borsellino una moneta consunta che sul momento non riesco ad identificare, la giostro fra le dita, la giro e la volto, osservo una faccia e poi l’altra, e vi riconosco l’uomo e la donna congiunti in amplesso: ad occhi spalancati rivedo il dito di Zagreo che disegna il sole e la luna sulla parete dei pozzi.La medaglia di Diomede! Sull’istante una folgorazione, ho la chiara consapevolezza di afferrare la Realtà  ultima:”Le molteplici forme del mondo e l’omogeneo sostrato della Prima Materia sono come le due facce di questa medaglia senza valore: la sua faccia visibile e la sua faccia invisibile mi costringono a scegliere senza sosta fra un punto di vista e l’altro, tra un mondo attuale e uno virtuale. Però le due facce sono soltanto aspetti complementari, corrispondenti ad un unico elemento di realtà  insito nella moneta in sè.Ora ne ho la certezza, la Realtà  ultima è la Cosa Unica. La Pietra magica è nell’unione del Sole e della Luna! Non a me la gloria ma alla grazia di Dio che sola concilia l’inconciliabile».Colori, macchie indistinte prendono forma di oggetti, un suono confuso già  udito ma non inteso mi desta da un sonno beato. La voce belante del commesso mi rituffa bruscamente nel chiasso del mercato:”Ti! Ti beo! Utu darme sto scheo?».* * *Dacchè ho rimesso piede a Venezia, riabilitato e ufficialmente inserito nel laboratorio dei mosaici, un mucchio di cameriere mi fa la corte nella speranza di sposare un capo artigiano, ma io ho la mente occupata e non si tratta della ragazza degli orecchini.Non ho scordato Rezia, nè è passato giorno che non l’abbia pensata, da più di un mese controllo assiduamente se per caso sia tornata a Venezia. Sera dopo sera, cammino solitario lungo Calle dei Botteri e raggiunte le Fondamenta dell’Olio mi fermo sul bordo del Canal Grande, a fianco delle imbarcazioni che scaricano l’olio d’oliva proveniente da Candia. Seduto sulla riva opposta al palazzo di Rezia, me ne sto con l’animo sospeso nella speranza di vederla affacciarsi al balcone e passo ore e ore a fissare quell’edificio, al punto che ne ho imparato a memoria la posizione di ogni singola mattonella.Posto a fianco di Ca’ Sagredo, il pregevole palazzo è una costruzione a tre piani dotata di un’originale merlatura sul tetto e di un porticato che funge da fondaco a livello dell’acqua. Nei due piani superiori i balconcini dei loggiati possiedono colonnine orientaleggianti ad archi fioriti, intrecciati, e arricchiti elegantemente da preziose fasce e cornici. Sul lato sinistro della facciata ci sono tre semplici finestre quadrate, una per ciascun piano al centro di uno spazio di parete spoglia. Ancora più a lato, presso l’angolo che delimita la parete, c’è un raffinato balconcino ad ogiva. L’arco acuto del balconcino è ornato alla sommità  da un giglio sistemato tra due cerchietti che, ciascuno col punto nel centro, sono i simboli astronomici del sole. Per finire, finissime decorazioni in oro aggiungono sfarzo ai marmi traforati e alle tinte delicate dell’intero rivestimento.Le gondole in arrivo si assicurano alle strisce bianche e rosse dei pali dipinti con i colori araldici della casa; alcune persone scendono ed entrano nel palazzo, altre si riuniscono nel fondaco e ripartono, ma di Rezia nessuna traccia.Ogni sera come di consueto, un lume si accende all’imbrunire nel balconcino che fa angolo. Se fosse la sua stanza? Lei potrebbe essere tornata a Venezia e il marito geloso potrebbe averle proibito di affacciarsi al balcone, magari l’ha rinchiusa nel palazzo ed è ripartito per la Romania.Nel morboso attaccamento a quel genere di illusioni che traggono alimento da se stesse pur di non darsi per vinte, grido il suo nome a squarciagola:”Rezia! Rezia!».Niente, nessuno si affaccia. Patetico e imperterrito mi risiedo sull’argine, restio ad abbandonare il Canal Grande, e continuo a fissare ossessivamente quel lume acceso.L’invincibile attrazione esercitata dall’arco fiorito e intrecciato del balconcino mi indurrà  a perseverare nel quotidiano pellegrinaggio a quella dimora, anche ora, che è arrivato di nuovo il Carnevale e non vedo più uomini e donne approdare in gondola al palazzo ma uno spettrale andirivieni di maschere, evanescenti gelide immagini di un vuoto incolmabile che, in me, ha nome nostalgia.Rezia è tornata ad essere ciò che era in principio, la misteriosa signora dell’ultimo di Carnevale, la donna senza volto celata dietro una qualsiasi delle maschere che arrivano in gondola a palazzo. Potrebbe essere lei là  alla tremula luce delle torce, dietro quella doppia maschera d’argento, vestita di carminio e guanti bianchi. Lei, avvolta in ampi veli rosa, con il gran turbante sul capo e il mazzo delle sette mascherine colorate. Lei, quella che ride al centro dell’allegro gruppetto o l’altra ancora… E forse è proprio così che la voglio, darle ancora un volto significherebbe negare la sua essenza impalpabile, poichè a me è dato possederla intimamente solo attraverso un velo trasparente che lasci appena indovinare le linee dolci del suo corpo. La custodisco priva di qualifiche, perfino del suo stesso nome, perchè anche solo un nome può offuscare la bellezza inesprimibile della sua velata nudità .Ottobre a Venezia. Un mese che dichiara subito guerra all’incombente grigiore dell’inverno. Il Carnevale è appena cominciato e già  impazza nelle calli. Didi, la ragazza degli orecchini, appare in fondo a campo S. Maria Formosa puntuale all’appuntamento che le avevo fissato pochi giorni prima, durante un trasbordo in gondola.Quel giorno ero salito nella sua gondola alla fermata di riva Ca’ da Mosto; le gondole multicolori sovraffollavano il Canal Grande cariche di passeggeri, si facevano strada in mezzo a una baraonda di barche e barconi, di burchi e burchielli, incrociavano le grosse imbarcazioni da trasporto colme di mercanzie o le zattere vuote degli ortolani chioggiotti che avevano già  scaricato all’Erbaria i loro prodotti.Le puntavo addosso lo sguardo protetto dalla maschera. Aveva gli occhi color dell’ambra, almeno ventidue anni, un bel colorito acceso e un qualcosa nei lineamenti che mi era stranamente familiare. Mi cullavo in quella sensazione di affinità , mi piaceva che ricordasse vagamente mia madre. Finchè mi ravvidi, ricostruendole sul volto l’identità  un tempo nota: in realtà  quella ragazza era mia cugina, da bambini si giocava sempre insieme in Campo della Fava, ma a 13 anni lei e la sua famiglia se n’erano andati da Venezia. A motivo della maschera che ora portavo, mia cugina non m’aveva riconosciuto e così avevo colto lo spunto per corteggiarla per ischerzo, fino a quando non gli avessi rivelato chi ero. Grintoso, attaccai discorso col pretesto del fermaglio a falce di luna che raccoglieva con cura i suoi capelli castani, dissi che la sua pettinatura alla moda denotava buon gusto e la sommersi di complimenti, che mi venivano tanto più bene in quanto recitavo la mia parte senza la tipica ansia delle conquiste impegnative. Allegra e vivace, ella si mostrava una ragazza piena di spirito e intanto la gondola rosa salmone, drappeggiata di seta multicolore, passava ondeggiando sotto il ponte di Rialto. Raggiunto il centro sinuoso del Canal Grande, appena dopo Ca’ Barzizza la gondola si fermò sulla destra a Ca’ Businello. Scesero gli altri due passeggeri e restammo soli con il nostro fiacco gondoliere che un po’ ammiccando, un po’ prendendoci in giro, non trovò di meglio che mettersi a fischiare una sdolcinata melodia. Arrivati al traghetto di San Toma, ove l’angolo del Canal Grande si fa più acuto, la mia cuginetta mi saluta e si prepara a scendere; a me sarebbe toccato di proseguire e allora, stringendole la mano “voglio vederti ancora, incontriamoci un pomeriggio…”, così con fare convincente ho fissato lì per lì un appuntamento galante e lei ci è cascata.Rieccoci al pomeriggio dell’appuntamento in campo S. Maria Formosa. Didi si sta avvicinando. Sono venuto senza la maschera e voglio vedere la sua faccia quando mi riconoscerà , il divertimento sta tutto qui.Si ferma a un passo da me. Ho un orecchino per mano e in piedi, rigido davanti a mia cugina, attendo che mi lanci le braccia al collo felice di rivedermi. Invece no, saluta e mantiene le distanze contegnosa. Rimango immobile e inespressivo.Cerco di aiutarla:”Allora, sai chi sono?».”Come posso saperlo se non mi hai ancora detto il nome».Rimango impalato come un fesso con i due orecchini che penzolano dalle mani trattenuti tra pollice e indice:”Ehm, già  è vero. Mi chiamo Pe… Pe…».”Peppe Nappa» anticipa e ride del mio disorientamento.Le metto addosso gli orecchini d’ambra e le sussurro:”Hanno lo stesso colore dei tuoi occhi. Ascoltami bene, c’è un legame di… io…» sto per dirle che sono suo cugino ma i suoi occhi mi fissano con una tale affettuosa dolcezza che le parole mi vengono meno e prima ancora di richiudere la bocca inceppata, le sue labbra si posano sulle mie in un bacio leggerissimo, un breve istante che stabilisce l’umido contatto fra lingue.Il gioco ha oltrepassato il limite, mi affretto a chiudere lo scherzo con la canzonatura finale:”Io abito in Campo della Fava!» e soffermandomi sul doppio senso della fava, con gesto goliardico mi porto la mano in mezzo alle cosce.Lei però non coglie, cambia repentinamente umore, si fa ombrosa, non parla più, sembra diventata timida e impacciata.”Dunque ti ricordi di me?» insisto.”No!».Mi sa che sta mentendo. Ha intuito ma tarda ad ammetterlo, sta di fatto che adesso ormai più di così non ce la faccio a spiegarglielo e se lei non vuole saperne d’intendere… io non ne ho colpa.Nel concordare gli appuntamenti successivi, benchè ella abiti in Merceria San Salvador cioè sulla strada che faccio ogni giorno per andare al lavoro, la cuginetta mi impone di incontrarci nella parte opposta della città , nel lontanissimo campo di S. Giacomo dell’Orio, e questa stranezza, unita al perseverare di una certa sua reticenza, mi fa appunto ben supporre che abbia perfettamente capito chi sono e che tuttavia voglia far finta di niente.Spero non si sia innamorata di me, macchè! Sta piuttosto tramando qualcosa, vuole architettare una caustica vendetta per farmi perdere la faccia davanti a tutti i miei parenti. Chissà , forse non si espone perchè ha un altro amante o magari è già  sposata da un pezzo, comunque io non voglio darmi troppa pena nè sforzarmi di indagare: i Veneziani, si sa, in politica e in amore sono sempre stati misteriosi.Ma alla fine di ottobre, dopo un’assidua frequentazione, ecco la reciproca, dolorosa presa di coscienza. E’ sera inoltrata. Didi, si appoggia sfinita ad una colonna della chiesa di S.Giacomo dell’Orio, non ce la fa più a tenersi dentro il suo silenzio, mi fissa accorata con i suoi occhi color dell’ambra e finalmente si sfoga tra la vergogna e le lacrime:”Io sono tua cugina Diana. Una delle figlie di tuo zio. Non ti ricordi quando giocavamo insieme da piccoli? Avevo i capelli tagliati corti come un ragazzino. Andavamo insieme a Cannaregio a caccia di quaglie con l’arco e le frecce, e si tornava sempre con un magro bottino – accenna al riso asciugandosi le guance -. Ricordi a Carnevale quella volta che ci siamo dipinti la faccia con l’impiastro bianco che non veniva più via?Il seguito lo sai, a 13 anni ho finito l’apprendistato nella corporazione delle setaiole e la mia famiglia si è trasferita nell’Elide, giusto di fronte all’isola di Zacinto. Poi qualche mese fa siamo tornati, tuo fratello ci ha detto che eri lontano in pellegrinaggio… non sapevo fossi tornato. Perdonami ti prego. All’inizio non mi ero accorta di nulla, ma quando mi hai detto dove abitavi… è stato… è stato un colpo per me».Diana cerca di indovinarmi i sentimenti scrutando i miei occhi allungati e socchiusi come due fessure. Sono imbarazzatissimo. Solo adesso mi avvedo quanto sia stato crudele lo scherzo di cui l’ho resa bersaglio e a stento trovo la forza per denunciare la responsabilità  della mia leggerezza:”Io me ne ero accorto fin dal primo momento e adesso non so più cosa dire, sono sconvolto… Son passati otto anni ma mi ricordo tutto come fosse ieri. Un mese prima che tu partissi avevo preso l’abitudine di spiarti dal buco della serratura mentre facevi il bagno nuda, che spettacolo! Ero inebetito dallo sbocciare della tua giovinezza; eri un frutto proibito, ancora troppo acerbo per essere colto. Le emozioni risvegliate dal guardare il tuo corpo adolescente erano dardi avvelenati che avevano per bersaglio il mio cuore, diffondevano il loro veleno in ogni goccia del mio sangue ed erano la fonte maliziosa di una febbre incurabile. Mai un nemico mi fece tanto danno quanto i miei occhi.Beh, ma ora che importa, anche se siamo un po’ consanguinei… mica siamo fratello e sorella» dondolando la mano in aria.”Poco ci manca, mio caro. L’incesto cade entro il quarto grado di parentela, noi siamo cugini stretti, abbiamo peccato ed è tutta colpa mia».”Sei sicura che sia proprio peccato?» fissandola.”Guglielmo il Conquistatore aveva sposato sua cugina Matilde ed è stato scomunicato».”Sì, però poi è stato incoronato lo stesso re d’Inghilterra».Diana abbassa gli occhi:”Ho timore del giudizio degli altri. Ieri sera abbiamo fatto l’amore».Le passo la mano sui capelli:”Perchè hai preferito tacere quando ti ho fatto capire chi ero, perchè non volevi parlarne?».”Avevo paura di perderti, mi sono innamorata di te dal primo momento, non so come sia potuto succedere… mi sembravi così convincente, mi ispiravi sicurezza. Ai sentimenti non si comanda, l’amore è un tiranno, non è in nostra facoltà  decidere quando innamorarsi e di chi innamorarsi. Io brucio come dentro una fornace, non sono più padrona delle mie intenzioni» conclude mentre posa la testa con tenerezza sul mio petto.Le afferro la nuca con la mano:”La sincerità  è il primo dovere del maschio e se vi rinuncia perde ogni sua forza, ma tu sei donna e ti è lecito nascondere i tuoi pensieri. Tu nascesti per me… il resto non conta» e nel gioco di un’altalena, ora lei si riposa fra le mie braccia ora io mi abbandono nelle sue.Diana è una ragazza semplice e dolce, nei mesi successivi cerca di compiacermi in ogni cosa e mi riempie costantemente di tutte le attenzioni possibili ed immaginabili, come se avesse da farsi perdonare quella consanguineità  che teme sia un impedimento al nostro amore.Dopo un anno di fidanzamento deciderò di sposarla. A quell’epoca avrò compiuto trent’anni. La data del matrimonio resterà  fissata per il 23 settembre 1252, giorno dell’equinozio d’autunno. Quel giorno davanti all’altare, nella Basilica d’Oro, il padre di lei la consegnerà  sotto la mia tutela con le parole di rito:”Ecco io ti do questa mia figlia per onorarla come sposa, per la metà  del tuo letto e delle tue chiavi».Quindi ci porgerà  un calice di vino da bere insieme secondo l’usanza.Dopo lo scambio degli anelli, il prete aggiungerà  in tono solenne:”Che il giogo che ella dovrà  portare sia un giogo di pace e amore».Si tratterà  in vero di un caso di impossibilità  di matrimonio a causa della nostra consanguineità  e il prete non avrebbe assolutamente consentito a celebrare il rito non fosse per il fatto che Diana era gravida già  da sei mesi ed il padre non era altri che io.L’oro delle StregheL’oro delle stregheCapitolo VILavora lavora e passa un anno consacrato alla storia di Giuseppe. La stesura dei mosaici della cupola è andata avanti sotto la mia direzione, in ossequio ai requisiti didattici imposti dal Doge e alla devozione verso l’evangelista Marco.Di tanto in tanto camminavo rasente ad un braccio della Basilica, entravo in una sua costruzione rotonda detta casa capitolare e chiedevo al sacrista la Bibbia in prestito (se avessi dovuto comprarne una di tasca mia sarei stato costretto come minimo a vendere la casa). Il nostro sacrista era un personaggio d’alto rango, cortese e rispettato, e aveva la responsabilità  di tutto ciò che fosse attinente alla sacralità , i riti, le reliquie, i paramenti e ovviamente i testi sacri.Ma l’otto di ottobre del 1252 il vecchio sacrista non c’è più, è diventato vescovo oltre confine e dentro la casa capitolare trovo ad accogliermi un nuovo sacrista, più giovane. E’ magro e alto, ha i capelli rossicci con la tonsura tonda sul vertice e indossa una tunica bianca, stretta e lunga fino ai piedi, ornata da pietruzze colorate e da fasce ricamate in oro che circondano le spalle e gli ampi margini delle maniche. Dopo mille preamboli finalmente il pedante spilungone si decide ad esaudire la mia richiesta, si fa strada tra i sontuosi paramenti che i ministri del culto hanno deposto alla rinfusa sopra i cassoni, sposta in un angolo il bastone pastorale, apre le ante intagliate di un armadio e afferra la Bibbia a due mani, la trasporta appoggiata al petto e infine la posa sul tavolo, spostando più in là  il grande candelabro ingemmato.Con un cenno il sacrista mi invita a sedere sulla panca di legno mentre lui, in piedi a fianco, cerca il capitolo di Giuseppe sfogliando le pagine con le sue dita secche e affilate:”Questa Bibbia è un pezzo unico, la prima traduzione in lingua veneta, anche se vi mancano parecchi libri dei Profeti. Considera tuo obbligo leggerla entro la sacrestia e riporla ogni volta al suo posto, e ricordati di fare il segno della croce ogni volta che la apri. Inoltre, prima di consultarla, devi lavarti le mani se sono sporche di malta e poi devi manipolarla con cura, senza stropicciare le pagine».Lo spuzzetta non mi crede capace di leggere e fa sfoggio della sua cultura prodigandosi in un riassunto a voce:”Ecco qui. La storia di Giuseppe è nel libro della Genesi, primo Libro del Pentateuco.I fratelli di Giuseppe erano invidiosi della considerazione che egli aveva ottenuto fra la gente grazie alle sue qualità  profetiche. Pieni di astio, lo accusavano d’essere uno stregone e un giorno lo catturarono con l’intento di gettarlo dentro un pozzo profondo.Però, al momento della cattura, i suoi fratelli videro passare una carovana di mercanti diretta in Egitto e concordarono di venderlo come schiavo anzichè ucciderlo come era nei piani. Quindi congegnarono di intridere la sua tunica col sangue di un becco per mostrarla al loro padre Giacobbe, magari dicendo che Giuseppe era finito nelle fauci di una belva selvaggia.Vedendo la tunica strappata ed insanguinata Giacobbe esclamò sconsolato: ahi il mio figliolo è stato sbranato, una bestia feroce l’ha divorato!Invece era in Egitto presso il nuovo padrone, il capitano delle guardie del Faraone, e come schiavo Giuseppe era giunto a godere di grande fiducia e responsabilità , tanto che il capitano aveva messo nelle sue mani l’amministrazione dei propri beni e gli aveva consegnato perfino le chiavi di casa.Colpita dal suo bell’aspetto, la padrona di casa lo condusse tuttavia in tentazione e una sera gli propose di giacere a letto con lei. Giuseppe rifiutò di peccare adducendo che in nessun modo avrebbe tradito la fiducia incondizionata del capitano. La donna non intendeva cedere e infuocata dalla lussuria gli strappò di dosso il mantello, il servo diede allora il buon esempio e fuggì sdegnato dalle braccia della sua padrona. Ma quella moglie perversa si sentì offesa e volle vendicarsi con la calunnia, raccolse da terra il mantello e lo mostrò infuriata alle ancelle gridando che Giuseppe aveva tentato di sedurla.Subito fu catturato dalle guardie e tradotto in carcere».”Ora vengono i sogni» con impazienza.”Calma, ci stavo arrivando. In prigione, egli usò le sue doti profetiche per interpretare i sogni dei due compagni di cella, entrambi condannati per offese al Faraone.Il panettiere aveva sognato tre uccelli, divoravano dai canestri le paste pronte per il Faraone e Giuseppe sentenziò senza mezzi termini: fra tre giorni il Faraone ti farà  impiccare ad un albero e gli uccelli sbraneranno le tue carni.Il coppiere aveva sognato che piegava i tre tralci di una vite e ne spremeva l’uva in una coppa, per porgerla quindi nelle mani del Faraone, e Giuseppe commentò: fra tre giorni verrai liberato e pienamente reintegrato nel tuo ufficio presso il Faraone.Il destino dei due compagni di cella si avverò esattamente come previsto, il panettiere fu condotto al supplizio e il coppiere ritornò a corte. La notizia dei portentosi poteri di Giuseppe si diffuse in poco tempo ed il Faraone in persona lo volle interpellare per un sogno che lo aveva molto turbato: sette vacche magre che divoravano sette vacche grasse. Giuseppe diede un responso che col tempo si rivelò esatto e cioè sette anni di carestia che sarebbero seguiti a sette anni di abbondanza.Il Faraone riempì allora i granai di riserve e alla fine ricompensò Giuseppe nominandolo vicerè».Cerco di liberarmi del sacrista:”Va bene, grazie per il riassunto. Non oso trattenerti oltre», con le braccia conserte.”Ti garba conoscerne l’interpretazione morale? Resterò qui con te a darti una mano» addolcendo il tono della voce mentre si siede al mio fianco a tastarmi confidenzialmente il braccio.”No, non ce n’è bisogno, voglio arrangiarmi da solo» rispondo risoluto.”Dunque il Doge ha dato a te l’incarico della cupola, – soggiunge inalberandosi in una smorfia di sufficienza – e come mai fa dirigere il laboratorio a uno come te, che non conosce neanche la Genesi?»”Perchè farò il mosaico più bello della Basilica».Si mette a canzonarmi con la voce in falsetto:”Ma va e perchè il più bello di tutti?””Perchè creerò il mosaico, – pronuncio in tono solenne a braccio destro sollevato – a mia immagine e simiglianza».Scatta in piedi indispettito e scandisce:”Petrangèsio… Mago Vanesio!» la solita tiritera che circola in Basilica.Finalmente se ne va via sdegnato sollevando il mento e mi lascia solo con il testo, a ridacchiare cinicamente.Procedo al mio ennesimo ripasso e continuo a leggere e rileggere la storia di Giuseppe, il primo romanzo dell’umanità .Nel proiettarne l’intreccio sulla cupola dei mosaici, vi ho inserito a poco a poco la dottrina dei Magi d’Egitto. In che modo? Ricorrendo a un messaggio che raggiunge il destinatario al di sotto della soglia cosciente ma che pur ridotto ai minimi termini è capace di provocare delle impressioni profonde, legate a significati nascosti che possono divenire coscienti solo se del messaggio è nota la precisa chiave di lettura. Sicchè gli Inquisitori non potranno avvedersi dello scherzetto che sto giocando loro: mi servo di un edificio consacrato alla religione per propagare sotto gli occhi di tutti una dottrina in sapore di eresia. Con perversa sottigliezza mi sto prendendo la rivincita su coloro che mi hanno ostacolato e imprigionato. La miglior vendetta è mettere in ridicolo il proprio aguzzino, farò gioire i maghi di passaggio che dei mosaici sapranno decifrare il codice di lettura, a loro mostrerò i simboli più classici della magia sviando invece i prelati sulla falsa riga di un innocente fine ornamentale e quando pure nel popolino si spargerà  la voce di oscuri significati magici rideranno tutti alle spalle dell’Inquisizione, tutti coloro che passeranno sotto la mia cupola nei secoli dei secoli e finchè la Basilica rimarrà  in piedi.***Un felce profumata adorna l’ingresso laterale del vestibolo della Basilica, entrando stacco un rametto e noto subito che la sua struttura ramificata richiama l’intero fusto; poi, dal rametto stacco una fogliolina e mi accorgo come anche la foglia riproduca in piccolo il rametto; dunque le varie parti, se pur a diversa scala, hanno la medesima forma per autosomiglianza.In un più ampio gioco di risonanze e coincidenze, i momenti salienti della mia stessa vita ricalcano stranamente la storia di Giuseppe, a sua volta la storia di Giuseppe collima con la struttura della dottrina dei Magi d’Egitto e il tutto si corrisponde, esattamente come la foglia sta al ramo e il ramo alla pianta.Grazie al principio dell’autosomiglianza ecco vorrei scoprire in qualche angolino inesplorato della mia mente la sede originaria dell’ispirazione.E’ sera, la cupola è deserta. Mi distendo ad occhi chiusi sulla panca di pietra.Non ancora del tutto addormentato nè più completamente sveglio rimango fra i due come sospeso e lasciandomi trasportare da una girandola di luci colorate cerco di abbozzare le varie forme da selezionare, mi occorre l’idea per le decorazioni delle fasce da porre a cornice della rappresentazione musiva.Sorgono splendidi e variopinti colori in un vorticoso spiegarsi di motivi geometrici, ogni volta il disegno dell’intero soggetto ritorna su se stesso nei particolari sfrangiati dei contorni: vedo le macchie figlie sulle estroflessioni dei bordi e vedo palloni ricoperti di schiuma e vedo palline infuocate che rotolano e immagini spezzate simili a lampi o simili a bracci di stelle riavvolte a spirale.Come sullo scudo disegnato sullo scudo, l’immagine si concentra nell’immagine, e nell’infinito ossessivo riproporsi del tema colgo sempre le medesime tinte gialle e verdi e blu, le stesse fantastiche forme l’una all’interno dell’altra, differenti solo per la scala, sempre più piccola, sempre più minuscola.Vedo chiazze di colore con gradazioni progressivamente più intense, tali da dare al centro la sensazione di profondità  insondabili, la mia immaginazione penetra nei recessi dell’abisso e si spaurisce, nello sfiorare l’ultimo inafferrabile confine.Rifaccio il percorso a ritroso, dalla scala più piccola alla più grande. Le immagini si concretizzano in schematiche imitazioni di oggetti reali: una cattedrale gotica dalle grandi e piccole guglie, un acero riccio con i fiori gialli e le foglie palmate, gradini di catene montuose dal profilo frastagliato.Ecco, le idee che cercavo trovano posto nella mia cupola e vanno ad ornare le decorazioni circolari: alla base dei mosaici una fascia verde con dei gradini che formano scale ascendenti e discendenti, iscritte l’una nell’altra; ed ancora petali grandi e piccoli nei fiori degli archi che salgono dalle colonne portanti; e più in alto sopra i mosaici di Giuseppe, una fascia rossa di foglie di acero larghe e lobate; in cima alla cupola una grande stella raggiante, circondata da stelle di media grandezza a loro volta mescolate ad un cielo di stelle più piccole.L’arte è sublimazione della follia, creare dal nulla un mondo di illusioni, un coro di voci che ammalia come la lira di Orfeo. L’artista si esalta in questa magia, fa sorgere animali e figure umane, ricopia archi e colonne, e iscrive scene di vita la dove c’era solo una nuda e insignificante parete.Nelle tendenze artistiche di questi anni domina il carattere naturalistico ispirato alle concezioni estetiche dei primi cristiani, un ritorno alla purezza e alla semplicità  originaria. Spesso si prende spunto dalla sensibilità  dell’arte macedone pur senza rinunciare agli apporti della tradizione locale, eccelsa in quanto a sapiente senso del colore. Il gusto delle tinte vivaci è chiaramente veneziano e alla base della gamma cromatica ritroviamo sempre gli stessi colori, azzurro e oro, i colori araldici di Venezia.La Grande Opera dei Magi d’Egitto?Entro la rappresentazione delle vicende di Giuseppe ho già  iniziato a indicare i principali passaggi delle operazioni magiche. Tali arcane operazioni si riferiscono ad effettivi procedimenti di laboratorio ma possono essere lette anche nel senso di operazioni interiori, elaborate nell’individuo stesso anzichè all’interno di un laboratorio vero e proprio. I Magi d’Egitto tengono strettamente associati questi due aspetti ritenendo che il procedere delle operazioni sul piano fisico comporti di pari passo un progredire sul piano psichico.Mi alzo dalla panca di pietra su cui ero disteso e in piedi al centro della cupola riesamino quel che finora ho realizzato, tanto per cominciare l’emblema base delle operazioni: la materia prima, ciò che si trova nella miniera allo stato grezzo e mescolato (da non confondersi con la Prima Materia!). Eccola nel mosaico del panettiere e del coppiere sottoposti a giudizio, ricordandomi della mia esperienza nei Pozzi ho legato strettamente i due alla cintola in modo da evocare l’idea di un solo corpo con due teste.E’ il simbolo più classico della magia: il Rebis, res-bis cioè la Cosa Doppia.E’ quella maschera con due teste che mi aveva fatto morire di spavento quand’ero piccolo.Per prima aveva posto il rebus:”Com’è che da Cosa Doppia nasce la Cosa Unica?”In che modo la nobilissima Pietra dei Magi deriva da una cosa vile e disprezzata come la materia prima?Lo spiegherò nei mosaici ancora da stendere, intanto a fianco e a destra del precedente riquadro prosegue la storia e compaiono il panettiere e il coppiere coricati sui materassi della cella. Sognano l’uno i grappoli d’uva da spremere nella coppa, l’altro i panieri ricolmi divorati dagli uccelli.Un quadretto di grande armonia, realizzato dalla mano che piega i tralci carichi d’uva, dal fremere d’ali degli uccelli che beccano e dal sopore dei due prigionieri sognanti: sono molto soddisfatto del risultato estetico, questo mosaico è veramente bello.Sul lato opposto all’apice della colonna interna, ecco la prima delle sei operazioni dei Magi d’Egitto, la Separatio. Il mosaico raffigura il panettiere sottoposto al supplizio mentre viene divorato vivo dal terzetto degli uccelli; essi rappresentano i tre princìpi individuali che il mago deve opportunamente separare all’inizio, il corvo per il Sale, l’uccello marino per il Mercurio ed il rapace per lo Zolfo; i quali altro non sono che l’Ecate nera, Ecate bianca ed Ecate rossa dell’antica religione.Il panettiere è appeso a una croce che passa sotto le ascelle. L’espressione del suo volto, con le labbra rinserrate e gli occhi socchiusi, è piena di mestizia.***Tornano le eterne domande: Quando? Dove? Cosa fare? Chi? Come? Quale? Perchè? Le risposte mi consentiranno di valicare i sette cancelli di diverso metallo (piombo, rame, ferro, stagno, mercurio, argento, oro) per salire i livelli logici del Caduceo.Ad autunno inoltrato, causa il Carnevale si registra in città  un sensibile aumento dell’affluenza di stranieri, il vestibolo della Basilica è frequentato da una moltitudine di gente di passaggio in aggiunta alle solite assemblee, alle rappresentazioni e ai mercati che si tengono al suo interno; fatico a trovare la concentrazione necessaria al mio lavoro, così cerco di tenere lontano i curiosi con gli steccati di vimini e spesso sono costretto a scacciare con male parole i giocatori di dadi che si piazzano a lato della cupola e mi infastidiscono con i loro continui schiamazzi. Ma alle volte si avvicinano personaggi speciali, che lasciano in me una scia di emozioni e turbamenti.Tra loro, i primi tre che mi vengono in mente sono individui di bassa lega: un barbone, una cortigiana e uno scaricatore di porto…Il barbone mi piombò fra i piedi nella confusione di un sabato sera; sul muro intonacato di fresco stavo mettendo ad una ad una le tessere di mosaico, scartavo e sceglievo fra quelle dello stesso colore alla ricerca della tonalità  adatta, quando percepisco un odore cattivo alle mie spalle. Con la coda dell’occhio guardo giù dall’impalcatura dove sono seduto e scorgo un uomo attempato con la barba incolta, si appoggia a un bastone di bambù, tiene in mano una lampada ed è vestito di stracci con tanto di pezze ai piedi.”Uh che puzza! -esclamo- Ma il Comune… non si era preso l’impegno ufficiale di scacciare i vagabondi?»”Il non lavar le membra è un preciso dovere cristiano», risponde quello semiserio.Sospendo il lavoro, mi giro completamente verso di lui e squadrandolo dall’alto in basso noto al suo dito un grosso anello nero:”Che pietra è quella? Carbone».”Onice di Charchan».”Onice! Stattene alla larga, non lo sai che l’onice attira gli incubi notturni? Certo che sei un tipo curioso – scrutandolo come per indovinare il suo passato -. Mi devi spiegare che diavolo di attività  facevi per poterti guadagnare onestamente quella pietra?»”Beh, diciamo, il commerciante».”Chissà  che fini investimenti al mercato delle pulci».”E smettila di sfottere! Sei un caga alto con la puzza sotto il naso».Per un attimo si fa severo nello sguardo, ma poi riprende confidenzialmente la conversazione e mi parla spensieratamente della sua condizione, quasi la trovasse divertente:”Passo il tempo senza preoccupazioni e senza obblighi di sorta, vado in giro tutto il giorno a vagabondare. La gente mi evita e mi disprezza vedendomi così conciato, mi danno la carità  tanto per liberarsi della mia presenza, ma non sanno che i veri poveri sono loro. Mi ghe sboro, no voio storie. Mi basta trovare qualcosa da mangiare e sono contento».Interpreto le sue parole come una richiesta di cibo, salto giù dall’impalcatura, tiro fuori dalla bisaccia una grossa pagnotta e gliela porgo. Egli la tasta per sentire se è fresca di giornata, estrae un falcetto dalla tasca e la taglia a meta tornandomene una parte.”Accidenti che falce tagliente», commento sorpreso.”I barboni che mi ronzano intorno sono pronti a rubarsi fra loro anche le pulci, ma se qualcuno si azzarda a toccarmi l’anello, sacramento gli taglio le balle.Beh, grazie del pane tornerò a trovarti fra non molto, sempre se ti onori della mia amicizia…»”Perchè no, non mi dispiace avere un amico pezzente. Chi trova un amico trova un tesoro».”A proposito, ti porto i saluti di un certo Zagreo».Balzo dalla sorpresa e gli afferro il torace per la veste:”Zagreo, tu lo conosci, dov’è? E’ vivo?»”Il 15 dicembre del 1250 un prigioniero dei pozzi è stato sepolto nella notte, recava i segni dello strangolamento, ma non v’è la certezza che fosse proprio lui».”Posso essere edotto su come la signoria vostra sa tutte queste cose» mollo la presa mentre continuo a fissarlo negli occhi.”Sono amico intimo dei becchini. Piuttosto, dimmi, pare che tu conoscessi molto bene Zagreo? Sei l’ultimo che l’ha visto prima dell’arresto».”Si, e allora?»”Dovresti sapere dove è finita una certa lettera?»”Certo che lo so – estremamente irritato -. Ma non lo dirò mai a un fottuto spione come te e ora vattene all’inferno!»Quel barbone non l’ho più rivisto per un pezzo.Ho visto di meglio…Una mattina, ecco apparire sulla soglia una ragazza belloccia e formosa, viene verso di me ondeggiando languida languida col passo della colomba:”Mi occorrono smeraldi, lapislazzuli, acquamarina… un bel mucchietto di pietre preziose per farne gli occhi dei pesci».Apre in fessura il mantello e il verde chiaro della tunichetta aderente e scollata, mi aiuta a ricordare chi sia. E’ la cortigiana che avevo intravisto l’altro Carnevale sulle Fondamenta delle Tette, quella che poi era finita a letto con il butterato; la veste è la stessa ma il seno, pur sodo e appuntito, non è fuori della scollatura come quella sera… con i capezzoli dipinti di carminio.”Come è fatto il tuo costume di Carnevale?» mi informo prima di indicargli i mucchi di pietruzze colorate.”Pesci finti attaccati a una rete da pesca che mi fa da vestito», spiega con gli occhi scintillanti.”E sotto la rete?»”Sotto nuda».Un brivido di eccitazione mi stuzzica i sensi, inghiotto un fiotto di saliva:”Ma come, dentro una rete trasparente? Senza coprirti…»”Che c’è di strano, io mi vesto da povero pesciolino finito nella rete e i pesci sono nudi: hai mai visto un pesce che si copre la mona?», con una risata sguaiata.Le mostro in terra i cesti ripieni di pietruzze, ogni cesto per un diverso colore. Mentre lei si accovaccia, chinata in avanti a scegliere le pietre più belle, la gonna le scopre fino alla radice la coscia bianca e liscia come il marmo. Dove la coscia finisce, risalgo a spogliarla con la coda dell’occhio guidato dal desiderio di costruirmi un’immagine mentale del suo corpo, così da poterla fantasticare nuda sotto la rete. Inebetito, desidererei allungare la mano sulla coscia e d’istinto lo faccio, ma alla sua risata sguaiata mi ritraggo cercando di controllarmi. Nel far mente locale prendo atto di come una signora dedita all’onorato mestiere di cortigiana sia penetrata nel recinto di un luogo sacro.Ha importanza? I preti di questi tempi non danno certo il buon esempio in fatto di castità , visto e considerato che i parroci si consolano volentieri con le perpetue, che molti vescovi mettono al mondo figli con le mantenute e che addirittura, un vescovo incline agli affari ha fatto costruire un bordello.Mentre distolgo gli occhi dalla cortigiana china sulle ceste, si profila alle mie spalle una incredibile sorpresa.E’ grosso come un manzo, pare un giovane capo pronto per la macellazione. Emana un sudore che sa di corteccia d’aloe, effluvio che si mescola all’odore di cuoio dei suoi bracciali.Erimanzio, si è imbarcato nuovamente alla volta di Venezia. Anche oggi è di cattivo umore, mi fa sapere che per un pelo volavano botte da orbi.Lui aveva posato a terra sulla banchina la carne di cinghiale, per caricarla poi sulla nave, ma due marinai gliel’avevano messa dentro un vaso di bronzo: per questo non riusciva a trovarla!Mentre rievoca i futili motivi della discordia e indugia concitato sui particolari dell’odioso battibecco, gli leggo chiaro in volto il gusto per il confronto e per la contesa fine a sè stessa. Ciò cui tiene Erimanzio è soprattutto il mettersi in mostra sempre e dovunque; anche se ora i suoi discorsi non interessano la cortigiana, che lo ascolta distrattamente senza degnarsi di interrompere la sua occupazione.Per far rabbia a quel guastafeste, mi diverto a aizzarlo ancora di più e pretendo dare ragione ai due marinai. Obietto che egli ha torto ad infuriarsi a quel modo con chi fa semplicemente il proprio lavoro, il vaso di bronzo era un recipiente idoneo al trasporto, dovevano forse lasciare la carne per terra, nella sporcizia? Era loro diritto metterla al suo posto dentro il vaso.Erimanzio replica che loro non dovevano immischiarsi in quello che faceva lui e che il diritto è del più forte e che la ragione sta sulla punta della spada, che tutto il resto non conta e via così. Dunque egli non può darla vinta a dei rammolliti, non è la prima volta che quei due lo prendono in giro e oggi ne hanno sentite tante che non oseranno più fiatare per un pezzo. Così hanno imparato a rispettarlo.A conclusione del discorso, Erimanzio gonfia le spalle stirando fin quasi a strapparla la tunica scarlatta, contrae i bicipiti delle braccia erculee e scaraventa il pugno chiuso a percuotere sonoramente il palmo dell’altra mano. Allo schiocco la cortigiana solleva il capo dalla cesta, si gira e lo squadra.Improvvisamente Erimanzio si rilassa, tutta la sua collera è svaporata, sembra quasi un’altra persona. Incuriosito dalla cupola, fissa attentamente i mosaici del soffitto e pur in tono amichevole, sfodera il suo sarcastico commento:”Bah, io questi pupazzi non li capisco».La cortigiana ha racimolato il suo bel mucchietto di pietruzze, abbastanza per i costumi di tutto il bordello, e a titolo di congedo mi da un bacio schioccante sulla guancia… ma non mi è sfuggito che mentre mi baciava ha strizzato l’occhiolino ad Erimanzio.Ferma sulla soglia continua a fissarlo obliquamente, estende il collo, passa la mano sui capelli e lo invita con calore:”Ci tengo a che tu veda ultimato il mio costume di Carnevale. Dai, vieni a trovarmi questa sera nella Casa dei bagni pubblici, vicino al Ponte delle Tette. Chiedi di Bellela!»Mi accosto all’orecchio dello scaricatore e gli dico sottovoce:”E’ una onorata signora di Venezia, possiede un patrimonio in pietre preziose e potrebbe regalartene qualcuna, non lasciarti sfuggire una simile occasione».Aperto la tunica sul torace, Erimanzio pompa i muscoli, oscilla le ampie spalle, esagera ogni suo movimento agitando ingalluzzito le membra. Scopre infine la serie dei suoi denti un po’ guasti e rivolto alla onorata signora annuisce con la testa.E’ cascato nella rete come un baccalà .***C’è chi arranca per vivere e chi vive per arrancare. Zuanne Zusto è il classico rampante che appartiene alla seconda categoria. Orfano di padre per una scorreria del corsaro genovese Alamanno da Costa, ora è diventato Procuratore di San Marco. La carica comunale a vita che detiene ha il compito di amministrare i fondi in dotazione alla basilica, di provvedere alla manutenzione e alla decorazione dell’edificio e di soprintendere ai suoi cappellani, nè esulano dalle sue mansioni l’amministrazione dei testamenti e la tutela dei malati di mente o dei minori.Non nobile ma di famiglia benestante, Zuanne Zusto ha potuto accedere agli onori della carica nel contesto dell’ascesa del popolo grasso, un fenomeno che appena in questi ultimi anni si comincia a registrare. I non nobili vogliono porre fine alla loro esclusione dal potere, a gran voce chiedono di partecipare all’amministrazione e alla politica comunale, sicchè il rigido ordine della società  veneziana ha dovuto aprire una breccia alle possibilità  di carriera di varie figure professionali, concedendo a ciascuna di esse lo spazio per esercitare le specifiche prerogative e competenze.Zuanne Zusto ha saputo muoversi abilmente in mezzo a questo fermento, sfruttando al meglio ogni occasione per scavalcare i concorrenti. Il popolo minuto non fa che sparlare sul suo conto. S’è arruffianato coi più ricchi tra i nobili di Venezia per ottenere favori e sostegni alla sua carriera politica, fino alla candidatura di Procuratore di S. Marco. La giovialità  del suo carattere nasconde in realtà  tutta la determinazione e il dispotismo accentratore che l’autorità  della sua particolare magistratura gli consente di esercitare, già  nella sua mezza età . Comunque, nonostante tutto, gli si deve riconoscere il merito di saper eseguire in perfetto ordine ogni compito che gli venga assegnato.Nel 1249 fu lui uno degli intermediari delle proposte guelfe presso quei Comuni lombardi che erano ancora fedeli a Federico II. Zuanne Zusto aveva degli ottimi agganci e grazie alla sua abilita negli intrighi, sicchè Como abbandonò gli imperiali ed entrò nella Lega Lombarda.A mezzogiorno il Procuratore supera il portone della basilica sotto un cielo di nubi minacciose, il suo torace sproporzionatamente grande è avvolto in un largo mantello, il naso aquilino spicca sulla faccia squadrata e i suoi imperiosi occhi celesti mi incutono subito una certa soggezione.Discutiamo di acquisto di materiali e di stipendi degli operai.Al termine lo accompagno all’uscita ma una folata di vento ci blocca sul portone e ci ricaccia dentro, un fulmine annuncia con fragore l’arrivo del temporale. Il nubifragio si scatena improvviso e violento.Al che il Procuratore si ferma sulla soglia e inizia a chiacchierare pacatamente con me:”La verità  è che i giovani d’oggi sono più pronti ad abbracciare il fascino dell’eresia che non i sacrifici della Fede – dice intercalando un lungo sospiro -. Così la Chiesa di Roma si ritrova a dover tener testa a un fronte interno di dissidenti.A Como, in Lombardia, l’eresia catara è in grande crescita proprio fra i giovanissimi, i catari sono dei fanatici manicheisti…»”…dei pazzi furiosi» aggiungo.Una saetta cade nelle nostre vicinanze, tuona e illumina il volto arcigno del Procuratore mentre si infervora in un crescendo di anatemi:”Ogni religione deve fare i conti in casa con una setta di svitati, i Mussulmani hanno i sufi, Israele i cabbalisti, i Cristiani hanno la peste dei catari. E non basta, non esiste mica solo un tipo di eretici, ce ne sono di tutte le specie e crescono come la zizzania, le streghe al rogo non si contano più, stanno diventando un numero spropositato, e ci sono i maghi, e ci sono i filosofi della natura, quelli dalle idee troppo particolari, troppo contrarie ai dogmi della religione. La Chiesa ha il preciso dovere di difendersi, deve trarre le armi migliori dal suo arsenale e usarle a manifesta battaglia contro i nemici».I discorsi che infiammano Zuanne Zusto cadono immancabilmente sul medesimo tema, troppo esperto ed informato nel campo degli eretici egli si accende non appena se ne parli.Ho il sospetto che faccia l’informatore per l’Inquisizione e inizio a sondarlo con tatto e circospezione:”La cosa più difficile è stanare gli apostati».”Ne esistono ancora? Se si voglia individuare i rinnegati che tornano al paganesimo è d’obbligo fare riferimento alla situazione precedente il Messia.Rispetto a Roma centro del mondo esistevano i pagani del Nord, del Sud, dell’Est e dell’Ovest, differenti fra loro ma provenienti da un unico ceppo diabolico. L’idolatria non è stata estirpata alla sorgente e nonostante l’avvento dell’unico Dio ai quattro angoli dell’Europa il male serpeggia ancora fra i cristiani, occultato come un fiume sotterraneo».”Fammi un esempio».”A occidente ad esempio sopravvive la magia dei Druidi, ben camuffata nella leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca del Santo Graal. Oggi c’è un gran rifiorire di quei racconti perversi e circolano libri sulle profezie di Mago Merlino, la Chiesa dovrebbe proibirne la lettura perchè sono fonte di corruzione e invece li ignora perchè pensa si tratti di banale letteratura».”Lasciami indovinare, i pagani del Sud onoravano gli dei della mitologia greca e i pagani dell’Est?»”Alle porte dell’Oriente, molto prima del Messia gli uomini umiliavano la loro virilità  davanti a una dea, quella che con minimo sforzo delle dita spalanca le fauci del leone. E’ scolpita sul secondo arcone del portale centrale della basilica, se osservi con attenzione la puoi vedere con le chiome al vento fra la serie che rappresenta le virtù.L’immondezza mascherata da Fortezza testimonia che gli apostati hanno costume di frammischiarsi a noi» conclude sottovoce fissandomi allusivamente.Un brivido di terrore mi fa accapponare la pelle. Ho l’impressione che sappia molte cose sul mio conto e vacillo all’idea che possa scoprire i significati segreti della mia cupola. Da come sfoggia la sua vasta cultura intorno ad ogni tipo di eretici ed eresie, non mi stupirei se fosse così esperto e smaliziato anche nel territorio della Magia Egizia.Accenno:”Gli Iperborei, allora? Gli adoratori di Apollo dove li metti?»”A Nord».”Ecco, a mio modesto parere ti sbagli, voglio dire che la classificazione dei pagani secondo i punti cardinali mi sembra un po’ artificiosa, troppo teorica, non tiene conto delle migrazioni. Gli Iperborei non si possono collocare soltanto a Nord».”E perchè no, tutti gli autori greci li hanno posti a Nord».”Gli Iperborei non rientrano in particolare in nessuno dei quattro gruppi perchè da Nord si sono mossi a Sud, da Sud a Est e da Est a Ovest, se vuoi ti posso anche dire l’itinerario, precisamente essi migrarono dall’Apollonia in Macedonia, dalla Macedonia sbarcarono in Anatolia e infine, dall’Anatolia vennero a occidente portandosi seco il culto apollineo».”E adesso dove sarebbero finiti secondo te, questi indecisi?»”Qui».”A Venezia? Ma sei matto!»”No, è vero».”Devi dimostrarlo, spiegami ad esempio in che modo sia sopravvissuto il loro culto, visto che a Venezia minima traccia di costoro non s’è percepita».”Lo posso testimoniare in base a quanto mi ha confidato personalmente un trovatore greco» spavaldo.Gli strizzo l’occhiolino e assumo un’aria di complicità .Il Procuratore si fa guardingo e inizia a parlarmi sottovoce:”Fidati di me, io non amo i sotterfugi, tu hai sentito or ora il mio parlare esplicito, il carattere che ho mi impedisce ogni comportamento che non sia chiaro e dritto come la spada della giustizia.So di quel trovatore greco… quell’apostata di Candia.Qualcuno mi ha incaricato di controllare se ti mantieni ligio al giuramento dell’abiura, ma non temere io ho una buona opinione di te, so che vuoi perseverare nel giusto… e allora, quale mezzo è migliore per affermare la tua estraneità  all’eresia se non, conoscendone alcuni come tali, denunciare gli eretici all’Inquisizione?Sono certo che hai qualche informazione da darmi».E’ uno scaltro agente dell’Inquisizione, stavo scherzando con il fuoco. Mi vengono i sudori, sbottono il colletto della mia tunica rossa e azzurra:”L’arte, la musica, la raffinata ricerca del bello, ti palesano niente? Sono l’evidente sopravvivenza del culto apollineo degli Iperborei» in tono sibillino.”Continua, dove vuoi arrivare? A buona informazione buon prezzo, alludi forse ai tuoi compagni d’arte? Voglio prove precise sugli adoratori di Apollo, un segno inequivocabile della loro presenza, un qualche emblema distintivo che ci indichi con certezza il loro covo».”Una buona manciata di piccoli?»”Avrai le tue monete».”Quand’è così ti consegnerò la prova lampante, il segno che dissuggella e rende flagrante ciò che hai in animo di sapere.”La pioggia è cessata, lo afferro per la manica della tunica e lo trascino fuori in piazza S. Marco.A braccio teso gli indico la colonna del leone:”Ecco!»”Ecco cosa?» e fa un gesto interrogativo.”Il grifone di Apollo Iperboreo! Aveva le corna e le hanno scalpellate».”Ma va all’inferno. Non ho tempo da perdere con gli scherzi di Carnevale, ho cose ben più serie per la testa!» impreca allontanandosi seccato.***Un bambino, mia moglie, un trovatore, l’innocenza, la dolcezza, l’eloquenza, ecco le visite cui tengo in più alto rispetto…Il bambino entra di corsa nel vestibolo della cupola volteggiando dall’estremità  di un bastoncino due nastri gialli che serpeggiano lunghi in aria. Si ferma di colpo e mi osserva con il visino all’insù. Sono sospeso sull’impalcatura e sto lavorando agli ultimi ritocchi della figura di Giuseppe venduto a Putifarre, il capo delle guardie del Faraone. Il mio visitatore ha nove anni e dice di chiamarsi Marco, dal vestire e dall’aspetto curato riconosco la sua origine nobiliare.Appena ha la parola inizia a tempestarmi di domande:”Chi è quello lì?» indicando con il braccino teso la figura.”E’ Giuseppe schiavo degli Egiziani» gli spiego e proseguo a incollare pietruzze per finire la pelle scura e rugosa dei mercanti di schiavi.Egli osserva tutto in silenzio con l’espressione vivace di un cucciolo, si gratta la testa coperta dal caschetto di capelli biondi e poi ricomincia a fare domande:”Perchè disegni favole sul muro?»Il quesito non facile mi costringe a riflettere un attimo per imbastire una risposta adeguata, finchè risolvo così la questione:”I grandi non credono alle mie storie, povero me, e allora mi sono messo a disegnarle per i bambini, questa è la favola delle sette mucche magre che mangiano le sette mucche grasse».”Le mucche mangiano solo erba, me l’ha detto la mia mamma» esclama.Mi ha incastrato, comunque sono entrato nelle sue simpatie e ogni giorno viene a trovarmi, per un po’ si ferma a guardare serio le nuove figure che ho creato, quindi vuole che mi pieghi e che lo faccia salire a cavalcioni sulle mie spalle per vedere più da vicino le figure. Poi scende a terra, furtivamente mi sottrae qualche pietruzza colorata e scappa via di corsa nella piazzetta adiacente a giocare a mosca cieca con gli altri bambini.Marco mi da da pensare. Si dimostra troppo avveduto e coscienzioso per essere un bambino, potrei sospettare in lui la reincarnazione di un sapiente del passato se credessi come Platone nella metempsicosi. Ma non ci credo, o meglio, ritengo che l’anima di un uomo sia sì di natura immortale ma possa incarnarsi in un altro corpo solo attraverso il veicolo dei propri figli, modellandone le sembianze fisiche e operando le loro scelte fondamentali senza che essi se ne accorgano. Ne deriva che ogni uomo ha in sè una particella dell’anima di tutti i suoi predecessori ed è davvero una grande responsabilità  per ciascuno di noi, sapersi il frutto delle lotte e delle sofferenze di una innumerevole schiera di antenati, indietro, indietro nel tempo, fino ai giganteschi Titani, dalle cui ceneri nacque il genere umano.I bambini sono nanetti ma a cavalcioni sulle spalle dei giganti possono vedere più lontano di loro.I lavori nella cupola proseguono senza tregua.Nella posa finale di un pezzo di mosaico i ritmi di lavoro si fanno più pressanti, spesso lavoro ininterrottamente per ore e ore dimenticandomi perfino di mangiare, finchè crollo dalla fatica e mi addormento, disteso sul sedile di pietra che corre parallelo alla parete della cupola.E’ quello che è successo oggi e sto dormendo un sonno così pesante che nessun sogno è ancora venuto ad allegerirlo. Qualcuno si avvicina in silenzio e posa delicatamente le labbra sulle mie palpebre chiuse. Aprendo gli occhi in fessura, a poco a poco metto a fuoco la figura di una donna vestita di rosa sgargiante e i suoi lunghi capelli e i due grandi cerchi d’argento ai lobi delle orecchie. Ha gli occhi color dell’ambra, luminosi e trasparenti.Mia moglie Diana ha voluto farmi una improvvisata, è una novità  dacchè prima d’ora non aveva mai messo piede nella cupola.Sento di volerla con tutta l’anima. L’oggetto del desiderio è qui davanti a me, dentro la sua pelle vellutata, è una realtà  che adesso posso toccare e tuttavia si mescola alla favola che ho dipinto sulla cupola.Come posso sapere dove termina il sogno e dove comincia la vita?Strade parallele mi hanno portato alla realizzazione dei miei sogni:meta impalpabile del mio volere è ciò che ho raggiunto nella Pietra dei Magi e solo per vie traverse, tra l’opposizione dell’Inquisitore e l’aiuto di Zagreo, la magia mi ha infine condotto alla Cosa Unica e alla consapevolezza della sua natura;tangibile punto di partenza dell’osare, docile bersaglio della mia voglia maschia, è questo fiore di ragazza, in lecito servaggio a me aggiogata in dono da Venezia e dai suoi canali poi che smisi d’esserne disgiunto.Le accarezzo il viso ed ella ricambia il gesto passandomi le dita sui capelli, e va alla nuca e al collo, scende sotto la tunica a tastarmi il torace, accarezza a due mani i miei fianchi, mi massaggia il dorso delle cosce, poi prende le mie dita e le succhia piano con la lingua.Perchè proprio Diana è la mia sposa e non un’altra fra migliaia di donne che popolano la città ? Non lo so. orse lei, perchè ha saputo entrare nella mia favola, rubare il posto al servo coppiere, saldare l’intreccio delle nostre anime intorno a un sogno vissuto insieme.Per chi sogna il sognare è realtà  fin tanto che l’illusione non si spenga al risveglio, viceversa per colui che è desto, la realtà  è realtà , solo che il sonno non gli rubi le membra.Ma c’è per me un confine d’amore misto di vigile torpore ove scivolano le sue carezze dulcamare, tenere e inflessibili, loquaci e pur mute nel loro dolce tacere.Prendo in mano la cazzuola, lei prende la brocca e versa acqua sulla malta.Alcuni giorni dopo finirà  il mese.Nella prima quindicina del dicembre 1252 un flusso di ricordi accompagna di pari passo il rallentamento dei lavori nella cupola.Un ciclo, un ciclo di due anni si è compiuto e i miei pensieri si ripiegano all’amaro rimpianto di Zagreo.Chissà ? Forse ho sbagliato a crederlo morto, posso anche aver male interpretato le allusioni di Cengio, le parole di un ubriaco non sono attendibili. Ma la salma che ho visto trascinare quella notte? L’uomo avvolto nel lenzuolo poteva essere un altro, lo strangolato che hanno visto seppellire pure, forse il mio trovatore è vivo, probabilmente resterà  nei pozzi a vita e comunque non si può mai dire… la grazia di un prigioniero politico, uno scambio di prigionieri.No, forse mi sto solo illudendo, dubito che lo vedrò apparire un giorno sul portale della basilica, con i riccioli arruffati e la barba nera, col mare di Grecia negli occhi in quel suo sguardo fiero e dolce.Di fatto, ecco un trovatore venire alla cupola, ma non gli assomiglia per niente, è molto diverso da Zagreo tanto nel fisico che nel carattere. E’ in abito da cavaliere, avrà  più di trentacinque anni, biondissimo e longilineo sovrasta tutti in altezza e porta sull’elmo lunghe piume di gallo.Mi colpisce il tipico aspetto da uomo dell’estremo Nord:”Qual’è la vostra patria cavaliere?»”L’Islanda. Paese governato dalle forze contrapposte della natura, il calore delle eruzioni vulcaniche e il gelo dei ghiacci eterni».”Ah».”Ora sono alloggiato a Rialto nel fondaco dei Tedeschi. Mi chiamo Snorri, sono un trovatore».”Onorato. Fui molto amico di un trovatore greco, non ho mai dimenticato la bellezza dei suoi inni, l’eco della sua voce credo mi accompagnerà  per tutta la vita».”Dov’è quel trovatore? Incontrare un collega d’arte mi fa sempre piacere, è una delle ragioni per le quali ho scelto la vita errante».”Quel greco dovrebbe essere morto».”Dovrebbe?»”Vivo… morto… non so. Di certo vive nella mia memoria».”Ah, l’immortatilità  è il privilegio di pochi, poeti ed eroi che hanno lasciato una traccia nel ricordo degli uomini».”Voi piuttosto, come mai così lontano dalla vostra terra?»”Giovanissimo approdai in Prussia dall’Islanda. I Prussiani tenevano in alto conto i doveri dell’ospitalità , io facevo il trovatore nel castello di un certo Pipino, ma dopo qualche tempo si abbattè su di noi una catastrofe».”Cos’è successo?»Snorri si toglie l’elmo e si mette a sedere sulla panca di pietra, ha i capelli biondi tagliati corti a spazzola:”Ecco, i Prussiani erano poligami e adoravano il dio della folgore. Erano gente abituata a non avere padroni. I contadini possedevano i campi di grano senza dover rendere conto a nessuno e ciascuno poteva pascolare le proprie mucche dove voleva, poteva raccogliere il miele, cacciare ovunque nella foresta e pescare liberamente nei laghi. I loro nobili erano semplici capi militari, in tempo di pace non avevano alcun potere e le decisioni importanti venivano prese all’interno dell’assemblea generale degli uomini liberi.Ma erano pagani e la crociata dei Cavalieri Teutonici invase le loro terre con il pretesto di convertirli. Nel 1230, forte dell’appoggio di Federico II, l’Ordine Teutonico si radunò nella Marca di Lusazia e attraversò la Vistola per entrare in Prussia. In pochi anni i Teutonici assoggettarono la regione e vi governarono con estrema durezza, trattando come schiavi i Prussiani convertiti.Pipino, il mio signore, pur essendosi convertito al Cristianesimo fu giustiziato atrocemente e solo per essersi ribellato all’Ordine Teutonico».Snorri corruga la fronte assumendo un’espressione tesa e corrucciata.”Dalla Prussia dove ti sei diretto?»”In Baviera. A Ratisbona ho stretto amicizia con Tanhuser, un famoso trovatore del Minnesang. Poi sono andato a corte».”Dove?»”Nel castello di Wolfsteine, presso Landshut.Per inserirsi nelle corti tedesche lo straniero deve superare grandi difficoltà , ma io ero entrato nelle simpatie del conte Mainardo di Gorizia che mi ha presentato alla consorte dell’Imperatore Corrado IV».”Vuoi dire Elisabetta, la madre di Corradino di Svevia?»”Sì, ero al castello quando è nato Corradino, il 25 marzo di quest’anno».”Caspita, la corte Sveva!»Il trovatore indossa la maschera dell’attore ed entra nell’espressività  dei suoi temi poetici:”Col liuto cantavo gli ultimi giorni di Thor, Odino, Freya e di tutte le potenti divinità  dei Popoli del Nord. Annunciavo la fine dei tempi: il corno del Valhalla che sta per suonare l’ora del Ragnarok, il crepuscolo degli dei».”Ragnarok, la sola parola mi fa venire i brividi».”Alla caduta degli dei un violento terremoto aprirà  la crosta terrestre ed il lupo Fenrir, incatenato nel mondo degli inferi, uscirà  allo scoperto e inghiottirà  il sole e la luna. Le stelle cadranno dal cielo, il cielo si spaccherà  in due e dallo squarcio sbucheranno al galoppo i Giganti di Fuoco a seminare ovunque la distruzione. Naglfar, la nave fatta con le unghie dei morti, salperà  dalla Spiaggia del Cadavere ove attendeva questo istante da tempo immemorabile.Quando il corno del Valhalla avrà  suonato, gli eroi del bene e del male si annienteranno a vicenda combattendo in duello: Thor, con l’invincibile martello riuscirà  a spaccare il cuore del Serpente del Mondo ma dopo nove passi cadrà  esanime, ucciso dal suo fiato velenoso; Odino lanciato al galoppo contro il lupo Fenrir verrà  inghiottito per sempre nell’abisso delle sue fauci spalancate; a nessuno sarà  dato sopravvivere. L’universo scomparirà  nel grande collasso di un cataclisma di fuoco ritornando ad essere ciò che era in principio: caotico, informe, silenzioso nulla».Balbetto:”Quando scoccherà  quell’ora terribile?»”E’ prossima».”La profezia sub Flore… Non sopravviverà  proprio nessuno?»”Finito il Ragnarok tornerà  il figlio di Odino: Vali, il vendicatore. Lo dice la profezia di Volva la maga Veggente.Sarà  per i popoli del Nord la riscossa contro le oscure forze dell’Anti-Europa, che stanno pianificando l’appiattimento delle coscienze» conclude mentre si alza in piedi rimettendosi l’elmo piumato.***Fedele alla promessa è ritornato il barbone, ma il mio primo visitatore è ora pressochè irriconoscibile: sembra più giovane, ha la barba rasata con cura, un ricco vestito addosso e tanto di servitore appresso.”Però, paga bene il governo per fare lo spione!» lo apostrofo con sarcasmo.”Ma signore, vi prego, state parlando con il nobiluomo Labia» precisa il suo servitore.”Ah ah che ridere, il Nobiluomo Labia!»”E’ vero sono uno degli uomini più ricchi di Venezia – senza sbilanciarsi -. Tanto ricco che posso buttare i piatti d’oro dalla finestra».”Puoi anche andare a fartelo mettere…» mi blocco a meta frase, al posto dell’anello di onice vedo al suo dito un gigantesco diamante. Cambio espressione.In effetti il suo portamento appare consono al ruolo e se dicesse il vero?Egli riprende la parola togliendomi d’imbarazzo:”La mia enorme ricchezza mi consente di avere a disposizione tutto ciò che voglio però, benchè il denaro possa esaudire qualsiasi mio desiderio, mi mancava ancora l’esperienza di una sola cosa: la povertà . Quindi vestito a Carnevale ho provato per alcuni giorni a fare la vita del barbone ed è stato un vero spasso osservare le reazioni della gente e divertirmi alle loro spalle, specie di quei citrulli che hanno le narici troppo sensibili».Sono rimasto senza parole, mi si è inceppata la lingua.Con un cenno egli allontana il suo servitore e rimaniamo soli, ha una espressione tesa e severa:”Ora posso parlare liberamente. Il governo ha rotto il trattato con Genova grazie alla nostra fazione filo-lombarda, pochi ma ricchi nobili fortemente contrari agli accordi. Il piano di Zagreo ci era utile per destabilizzare le relazioni diplomatiche tra le due città , ma era un piano fasullo perchè il complice di Nicea era pagato da noi».”Voi avete avete pagato il complice?!»”Sì ed è il suo complice che l’ha denunciato all’Inquisizione, ha condotto gli sbirri fin sotto la scala dell’albergo e poi se l’è squagliata. Il Doge doveva venire a sapere di un piano congiunto per la liberazione dell’isola di Candia, convincersi di inesistenti proposte genovesi per un nuovo patto di alleanza coi Greci e a favore dei ribelli. ».”Inesistenti proposte genovesi… Qualcosa però non ha funzionato, perchè Zagreo ha nominato soltanto la Verona di Ezzelino».”La lettera da Nicea, la lettera di risposta ai Genovesi da parte del despota greco Giovanni Vatace».”Ho capito, carte false per seminare zizzania tra Genova e Venezia: Creta di nuovo sobillata dai Genovesi come nel 1216…».”La falsa lettera doveva averla con sè Zagreo nella camera dell’albergo al Pellegrino. Invece no. Non sapevamo dov’era finita, si pensava l’avessi tu e per questo, con una denuncia anonima, abbiamo consigliato all’Inquisizione di perquisire la tua casa».”Ah, siete stati voi – sempre più sorpreso -. E come mai il complice di Nicea è finito in carcere. Qualcos’altro non ha funzionato?»”No, il complice vero è fuggito, l’abbiamo fatto tornare a Nicea.Dovevamo comunque rimediare all’intoppo, abbiamo riscritto la finta lettera di Giovanni Vatace e l’abbiamo consegnata al Doge assieme ad uno schiavo greco, uno che era salito a Nicea sulla stessa nave di Zagreo, un mercantile che batteva stendardo genovese.Naturalmente sotto tortura lo schiavo ha confessato colpe non commesse pur di sottrarsi al carnefice».”Che infami carogne» voltandogli le spalle e ricominciando a lavorare.”La Lega Lombarda giova alla nostra difesa, Genova invece lede i nostri interessi commerciali. A Smirne, a Bisanzio, nelle isole di Samo e di Chios, nella stessa Acri, ovunque i Genovesi stanno mettendo le basi della loro espansione commerciale e sempre in diretta concorrenza con i nostri mercati. Dobbiamo guardare lontano, fermare i Genovesi prima che sia troppo tardi, se necessario anche finanziando una flotta per distruggere con la forza le loro colonie».”Perchè sei venuto qui?» girandomi con lo sguardo di fuoco.”Per farti sapere che se ti azzardi a consegnare al Doge la lettera di Giovanni Vatace finirai arrostito come un fagiano, questa volta abbiamo le prove per incastrarti!»Queste inquietanti minacce, rinvigorite dalla paura che il nobile Labia o il Procuratore o chi per loro abbia scoperto i significati magici della mia cupola, fa sì che nel sonno di quella stessa notte la mia tensione si risolva in un incubo, un sogno terrifico dalla trama lunga e complicata, sicuramente provocato dalla mia consapevolezza di avere la coscienza sporca.Non l’idilliaco sogno delle sette vacche magre ma nudi e raccapriccianti sette tra i visitatori della cupola: il nobile Labia nudo e con la maledetta pietra di onice al dito, nuda la puttanella e nudo Erimanzio, nudi altri quattro che sul momento non riconosco. Minacciosi e armati di bambù muovono verso di me dal pascolo di Mas di Sabbe, mi accusano di eresia e mi spingono con la punta delle canne. Cerco di fuggire, temo di venire arrestato, ma le gambe si muovono a rilento come se dovessero vincere una estrema resistenza, il mio corpo non risponde ai comandi, vinto da una fastidiosa sensazione di pesantezza inciampa sotto le spinte, cado in ginocchio a quattro zampe sull’erba. Il nobile Labia mi sputa addosso e mi percuote la natica con un colpo di bambù, ma non sento dolore o meglio patisco orribilmente per il mio stato ansioso, più terribile di qualsiasi sofferenza fisica. Mi rialzo in piedi, zoppico, cerco di allontanarmi ma Erimanzio mi blocca a mezz’aria con un pugno violentissimo alla bocca dello stomaco, mi piega in due, non riesco a respirare, barcollo in preda al panico. Salta fuori una donna nuda con la testa di mucca, è senza bocca e mentre mi morde la mano pur non avendo la bocca, termina il primo spezzone dell’incubo.Poi ricordo lo specchio di casa mia. Guardandomi dentro vedevo la mia faccia deformata, allungata e stirata verticalmente come se lo specchio fosse concavo. D’improvviso, mi sento risucchiare in un tunnel e mi ritrovo oltre la barriera, dall’altra parte dello specchio.In una penombra fitta ed inquietante appare la veste del Procuratore di San Marco. Zuanne Zusto ha un magnifico mantello dorato che pende dalle sue spalle in un ampio strascico e sul capo ha diverse corone, una sull’altra. Il Procuratore stringe tra le mani il calice Morosini e lo tiene sollevato in avanti come per porgermelo. Muovo incerto verso di lui, sono stordito e zoppicante, disturbato da lampi di luce a una tempia.Odo rimbombare l’eco della sua voce metallica:”Bevi, bevi il veleno. Elixir nelle tue vene. Bevi, bevi…»E’ a pochi passi da me, i suoi imperiosi occhi celesti mi incutono soggezione, protendo le dita e la bocca verso la coppa, ma? Sbatto il naso contro la superficie dura del vetro. Un brivido gelido mi corre sulla schiena, paura e sconforto mi assalgono, mi tolgono ogni desiderio di vivere.Alle mie spalle echeggia la risata sghignazzante del Procuratore: Ah, ah!… Ah, ah!… Si ripete a intervalli regolari, in modo innaturale.Mi giro e vedo il Procuratore con a destra una spada dalla lama larga e corta, è riflesso su una serie di grandi specchi disposti a cerchio, colgo un sorriso ironico dipinto sulle sue labbra. Di quelle immagini riflesse una sola corrisponde al vero Procuratore e allora, barcollando come un ubriaco, giro da specchio a specchio, fluttuo dall’uno all’altro. Finchè mi accorgo che sto tastando sempre gli stessi specchi, non è il caso di continuare a girare a vuoto, le mie gambe sono instabili e non mi reggono più, cedo, appoggio il palmo della mano sulla superficie riflettente e mi accascio giù desolato, con la mano che striscia umida sullo specchio.Ma dopo mi ritrovo in piedi davanti a un Procuratore con due spade, una al fianco destro e una al fianco sinistro, mi avvicino, afferro deciso la coppa e bevo il veleno come mi ha ordinato. Il liquido odora di assenzio, il suo gusto è terribilmente amaro, mi impasta lingua e gengive con un sapore che sembra china mista ad acqua di mare. Le labbra mi si torcono in una smorfia di disgusto, apro la bocca in un conato di nausea e la richiudo cercando di raccogliere dalle fauci un po’ di saliva per sputare fuori, quando odo l’eco ovattato della voce ferma del Procuratore:”Devi bere fino in fondo il calice amaro!»Ad occhi serrati supero l’estrema ripugnanza e ingurgito il liquido.Arriva l’intensa sensazione di essermi sollevato dall’angoscia. Ero imbrigliato nelle energie negative di un nefasto incantesimo, ma ora posso scegliere attivamente quale direzione dare al mio sogno, ho abbastanza forza per ribellarmi e voglio spezzare il gioco di simmetrie che mi teneva in balia del Procuratore. Di scatto estraggo dal suo fodero la spada a doppio taglio e mi scaravento a rompere gli specchi uno dopo l’altro. Gli specchi si infrangono in mille pezzi, scompare via via l’oscurità  del luogo e dietro ogni specchio si rivela la presenza di uno dei miei assalitori, ancora completamente nudo. La donna con la testa di mucca che mi osserva muta, il piccolo Marco che piscia dal naso.Il Procuratore è sparito non so dove, ma ho in mano una delle sue preziose corone, pomposamente la poso sul capo di Bellela e tutta la sua pelle assume la lucentezza e il colore dell’oro, i capezzoli splendono di luce gialla e i peli del pube si trasformano in sottili filamenti d’oro; faccio un giro intorno al suo corpo da statua e ne osservo ammaliato le curve tonde e intagliate.Simile a un putto ricoperto d’oro, il bimbo cammina sul prato e comincia a suonare il flauto risvegliando gioia ed ilarità  nel gruppetto e così, dorati e incoronati, costoro danzano in cerchio intorno a me in perfetto ordine e sincronia.Mi ritrovo impalato al centro e la farsa non mi diverte, ecco… in verità  io non mi sento affatto soddisfatto. Pur nello stato di sonno, affiora in me la consapevolezza che sto sognando. Mi è capitato altre volte. So perfettamente che sto recitando una parte dentro un incubo e voglio a tutti i costi uscirne, sfondare, tornare alla mia realtà .Oltre i reconditi significati del sogno, smarrito dietro i sipari dell’alienazione, voglio interrompere la serie infinita di metafore che come uno schermo mi divide dal mondo concreto. Forse il distruggere un sogno mi lascerà  dentro un vuoto penoso, mi sbatterà  in faccia un’esistenza grigia e monotona, ma non importa, voglio uscire! Sopporterò l’amarezza del risveglio, voglio guardare negli occhi la mia angoscia.Mentre quelli continuano imperterriti a danzare mi trovo davanti una scala discesa dal cielo.Oh Gesù, la via d’uscita! Una scala celeste come quella di Giacobbe, il padre di Giuseppe.Vengo afferrato dall’impulso di salirla, di andare veloce incontro agli angeli. Per l’ultima volta mi giro a guardare in volto quel gruppo di indiavolati cui prima soggiacevo per effetto coordinato di una serie di bastonate, quegli stessi che ora continuano a danzare giocondi ma inconsapevolmente asserviti alla volontà  del Procuratore, come marionette nelle sue mani. Li scruto sbrigativamente con l’intento di sondare la loro ingannevole consistenza di fantasmi e finalmente muovo il primo passo sul piolo della scala.Ma il vertice del capo urta una resistenza, mi sento ricacciare giù, un piede scalzo schiaccia la mia testa. E’ il piede del Procuratore in bilico sulla scala. E’ vestito da domenicano. Gli bacio i piedi chiedendo umilmente perdono per tutto il male che ho commesso.Piangevo e gli baciavo i piedi umidi di lacrime, desideravo farla finita con la magia, ritornare all’ovile, riconciliarmi con la Chiesa. Era la sola soluzione possibile, la mia anima risanata avrebbe trovato piena consolazione e allontanato da sè ogni turbamento. Sentivo sulle spalle tutto il peso dei miei peccati, la lista era lunga, spergiuro, tentato omicidio, atti impuri, adulterio, furto, sacrilegio, eresia, ma il cielo perdona a chi si pente, non dimentica il figliuol prodigo e gratifica ogni suo passo verso la conversione. Perfino qui, dentro il regno dei sogni, mi è bastato pensare alla salvezza perchè il cielo inviasse apposta per me la scala di Giacobbe.Ne afferro i pioli.Proseguendo incontrerò gli angeli del Paradiso che salgono e scendono lungo la scala.Salgo volteggiando come un acrobata, dopo una cinquantina di metri mi fermo un attimo a osservare in basso, ma i sette che danzavano non ci sono più, al loro posto delle mucche pascolano indifferenti. Salgo rapido verso il cielo, ogni tanto guardo giù e ogni volta vedo le mucche in scala più ridotta, finchè non sono altro che un gruppetto di minute formichine che girano per il prato di Mas di Sabbe.Più oltre scompaiono, come pure le siepi e i filari di Zoldo. Si vedono solo le linee sottili della strade e del corso dei fiumi, gli appezzamenti spezzettati dall’uomo, l’ordine regolare delle coltivazioni suddivise in rettangoli; posso contemplare le sculture in miniatura dei rilievi montuosi, i colli corrugati e solcati dalle vallate, il marroncino della terra brulla e il verde del vello boscoso; accarezzo con lo sguardo i contorni frastagliati dei laghi, gli agglomerati urbani che diradano verso la periferia e si stringono al centro, addossati a un castello.Penetro attraverso le nuvole, ne sbuco al di sopra, uno strato uniforme di nembi si distende appena sotto di me come un mare candido e soffice, in alto in lontananza i cirri disegnano filamenti delicati. La mia ascesa è gratificata da sensazioni estatiche, però l’aria è gelida e comincio ad avere paura.D’improvviso l’inaspettato!Nel nitore della fredda luce i contorni eterei e fosforescenti del cherubino ribelle:Lucifero è assiso su un trono di imponenti cumuli di nubi, attorniato da schiere angeliche.E’ una visione terrifica. Vengo raggiunto da correnti ascensionali che agitano fischiando le mie vesti e fanno vibrare la scala. Con lo sguardo, cerco disperatamente sul diadema del cherubino e vi riconosco la preziosissima pietra, brillante come l’Astro del Mattino. Le correnti infuriano, vacillo, mi aggrappo disperato alla scala, stento a mantenere l’equilibrio e cado. Precipito dal cielo a velocità  impressionante.Ahi! Il regno dei sogni non rispetta nessuna logica e purtroppo, nemmeno quella dell’assolvere chi si pente.In pochi secondi sono prossimo all’impatto con il terreno… a quel punto mi desto di soprassalto in preda alla penosa sensazione di cadere.***Un piccolo tavolo, due sedie e la vasca di legno ricoperta di lino. E’ quanto hanno lasciato nella vecchia casa i miei familiari dopo aver tolto i pannelli di tessuto dalle pareti, piegato il tavolo a cavalletto, preso gli scanni e i bauli portatili, e traslocato quasi tutto il mobilio nella loro nuova residenza. Però adesso, il vano unico al piano superiore è rimasto solo per noi due e finalmente possiamo goderci un po’ di intimità .Nel rincasare una fredda sera di dicembre, poco prima di Natale, allungo le mani verso il focolare al centro, col viso illuminato dal chiarore del fuoco che da solo rischiara lo stanzone umido. Mi siedo su una sedia dalle gambe a X, tolgo le scarpe a punta perchè sono fradice di pioggia e le poso sul pavimento di legno vicino al caminetto. Mi sfilo da una gamba la calza verde e la calza arancio brillante dall’altra.Alle spalle mia moglie ha finito di lavarsi nella tinozza e si mette addosso una vestaglia argentea, è gravida al nono mese ed il pancione le sollevava graziosamente la veste. Con gesti premurosi prepara sul pavimento i nostri materassi di paglia, chiude le imposte, chiude le finestrelle che danno sul canale e, ancora intirizzita dall’acqua gelata, prende la sedia dal tavolo e viene a sedersi al mio fianco per asciugarsi e riscaldarsi col focolare.Diana, per delicatezza, non aveva mai osato chiedere delucidazioni sui miei trascorsi con l’Inquisizione benchè ne fosse vagamente al corrente e notasse da tempo il mio scarso fervore verso le funzioni religiose, ma nel clima natalizio di quella lunga notte d’inverno ella venne a dialogo con me:”Tu vai a messa solo per quieto vivere, lo fai per il tuo lavoro, probabilmente ti basta mantenere una facciata di buon cristiano, ma dentro di te prediligi altri modi di pensare, lo intuisco. Il semplice dubbio nella Fede è già  di per sè un’eresia, forse hai rifiutato Dio e sei già  precipitato nell’inferno, ma io sono tua moglie…Petrangèsio, sei un ragazzo d’oro e non ti denuncerei mai, nemmeno se tu fossi il diavolo in persona, con me non devi temere di parlare, di confidarti».”Ti parlerò apertamente. In effetti, mi sento estraneo alla Chiesa».”Riconosco che siamo in tempi di incertezza ma proprio per questo, per vincere le insicurezze insite in ognuno di noi, bisogna affidarsi alla solidarietà  della comunità  cristiana. La vita è un duello fra il bene e il male, e nonostante tutti i nostri sforzi e le nostre preghiere è estremamente difficile guadagnarsi il Paradiso.Cosa pensi di poter fare da solo, isolandoti dal gregge del Buon Pastore?»”Diana, io sono affascinato dalla magia naturale».”Innovare è peccato. Bisogna appoggiarsi al passato, alle certezze infuse dell’autorità  dei Padri della Chiesa».”La magia naturale non è invenzione di adesso, si basa sull’autorità  di antichi filosofi, ti basti per tutti il nome di Aristotele. Ho potuto scoprirne le radici pagane e ho concluso che in sostanza anche la magia delle streghe non è altro che l’essenza dei miti e dei misteri greci applicati alla conoscenza della natura».”Che? Intendo solo che sei caduto in perdizione, la stregoneria ti ha trascinato lontano da ogni sentimento cristiano, sei vittima di Lucifero».Per scaricarmi della tensione raccolgo un ferro e stuzzico le braci sollevando un turbine di faville mentre il fumo sale denso per uscire dal buco in cima al tetto:”Il mito di Apollo ad esempio, la cui essenza è un cammino verso la luce. Quel messaggio non è andato perduto, vive nell’immaginario dei poeti».”Sono culti sorpassati, soppiantati in pieno dal Vangelo di Cristo, chi crede più in Apollo? Rischi di essere preso per matto» esclama fissandomi ad occhi spalancati.”Sarò anche matto, di regola i mosaicisti lo sono…Apollo è quanto vuoi arcaico, sorpassato, però per un certo tempo ebbe in sorte una pacifica convivenza col Cristianesimo. Poi a Roma i primi papi hanno iniziato ad opporsi all’autorità  politica dell’Imperatore e così fu che i cristiani ne subirono le persecuzioni. Usciti dalle catacombe da perseguitati sono diventati persecutori, dopo Costantino il messaggio del Cristo si è diffuso grazie ad una cieca violenza, hanno inaugurato una tradizione di evangelizzazione bellicosa e la loro furia si è abbattuta sui templi di Apollo, li hanno distrutti, ne hanno decapitato le statue e negli stessi luoghi ove sorgevano i templi vi hanno costruito delle chiese».”E’ inutile scavare nel passato, ormai è tutto morto e sepolto sotto quelle macerie».”L’anima pagana di Bisanzio non è morta e così Apollo, oggi attraverso la magia si può giungere alla comprensione di ciò che veramente fu il nucleo dottrinale del suo credo. Un profondo rispetto dei princìpi naturali è alla base del culto apollineo e la magia, il cui compito è dominare il proprio e altrui destino, recupera quelle valenze universali per evitare il pericolo che una conoscenza sempre più approfondita delle cose porti come unico risultato ad una sterile erudizione fine a se stessa, ad un’innumerevole serie di nozioni in cui la visione globale vada smarrita».”In pratica, come si intende recuperare questa “visione globale”?»”Chi conosce se stesso, conosce l’universo e le sue leggi».”E sul piano morale come ci si dovrebbe regolare?»”Evitare ogni tipo di eccesso, nulla di troppo; la via di mezzo è una buona regola, come diceva lo stesso Federico II».Diana, sconvolta, si abbandona all’indietro appoggiandosi allo schienale della sedia:”Tu dunque obbedisci ad Apollo e credi nella sua esistenza. Sei convinto che vaghi ancora per l’Olimpo con la lira in mano».”Non sono mica scemo – obietto -. Nessuno degli antichi sacerdoti ha creduto si trattasse di un essere in carne ed ossa.Il dio delle Muse è un potente nucleo di attrazione attorno cui ruotano concetti sublimi e impalpabili come la chiara luce e la Bellezza. Chi ha mai visto la Bellezza in carne ed ossa? Chi l’ha toccata? Eppure non si può negare che esista, è un concetto che vive dentro le cose. Apollo è nel vigore di un volto maschio o nelle gradevoli proporzioni del corpo di un atleta…»”La bellezza è apparenza. Solamente coloro che sono in odore di santità , cioè i Santi Cattolici, possono ostentare lo splendore di un volto che riluce di un’aura luminosa, poichè in loro la bellezza emana dalla bontà . Tutto il resto è un effimero capriccio.A me hanno insegnato che la beltà  fisica è maligna per definizione, bisogna semmai umiliare il corpo».”Ma Apollo vive anche nel sole, nei riflessi dorati delle messi, nella scienza del medico o nella corona di lauro del poeta. In ciascun uomo di questa terra ha dimora una piccolissima, minuta parte del dio, ognuno dovrebbe far sì che essa cresca, si esalti e si espanda sempre più come il colore dorato dell’alba riempie a poco a poco l’intero cielo».”A me sembra l’esaltazione del narcisismo, per non dire pura superbia».”Vanità  delle vanità , tutto è vanità . “Tutto” e quindi nessuna cosa esclusa, lo dice Salomone stesso nella Bibbia. Onestamente non me ne tiro fuori, tanto più che vanità  e superbia sono i difettucci del mio segno zodiacale, il Leone».”Adesso capisco perchè i preti della Basilica ti hanno soprannominato il Vanesio».”Petrangèsio… Mago Vanesio» preciso con autoironia.Ma Diana non ride rimane seria.La discussione si è fatta un po’ accesa e per smorzarne i toni allungo il braccio a stringere dolcemente la mano di mia moglie.Segue un breve silenzio rotto solo dal tenue crepitare del fuoco, Diana accarezza la mia mano e mi guarda con tenerezza:”Tu dimentichi l’Amore del prossimo che è la chiave per entrare nel cuore di ogni uomo».”Il prossimo? Certo, anch’io come tutti amo i miei simili, chiunque mi sia vicino. Del resto l’amore del prossimo non è un comandamento nuovo: lo predicava già  Socrate.Amo l’amico ma il nemico no, purtroppo non ci riesco e mi dispiace. Un pirata? Come potrei amare un pirata che vuole sgozzare all’istante l’intera mia famiglia».”E’ un caso estremo».”D’accordo Didi. Comunque ogni qualvolta amo intensamente qualcuno, per forza di cose, mi trovo costretto a odiare chiunque gli sia contro».”Al di fuori dell’amore, che altro c’è che possa cementare i membri della collettività  e unire fra loro tutte quelle persone che gli intrighi del destino pongono a confronto?»”La leva presuppone sempre l’esistenza di un fulcro grazie cui è possibile controbilanciare qualsiasi altro peso, vincerne la resistenza e ottenere l’equilibrio. Così l’Armonia può conciliare se stessi a chiunque altro, si tratta di installare dei propositi che…»”Parole, parole… che in concreto non si traducono in nulla di buono. In tutto quel che proponi non intravedo il minimo riferimento ad un comune agire che sia costruttivo per le nostre famiglie. Il futuro non si edifica sulle amene nostalgie del passato remoto. Armonia apollinea? L’apostasia ha soltanto un tremendo potere distruttivo sulle nostre usanze consolidate, scalza il centro stesso su cui gravita la Cristianità  e il suo veleno porterebbe alla rovina l’intero sistema».”Ecco tu rifiuti come demoniaca ogni cosa che non rientri nei dogmi della Chiesa. Ma non è mica incompatibile con quanto afferma la Chiesa il voler installare nella propria mente dei semplici propositi di armonia. Benchè al di sotto della soglia dell’ufficialità  canonica, questa memoria sommersa è anch’essa un qualcosa di costruttivo».”Cerchi di sedurmi incitandomi all’edonismo, vuoi comunicarmi il desiderio per l’aspetto gradevole del paganesimo, ma non cedo facilmente alla tua presunzione: chi più crede saver manco l’intende.»”Non è così semplice superare le barriere che mille anni di Cristianesimo hanno innalzato dentro di te. Aiutami a trovare parole che ti aprano la mente».”Puoi provare con lo sfoderare i miracoli fatti da Apollo, i miracoli Cristo li faceva veramente e anche i Santi».”No, lasciamo stare i miracoli. Amore mio, ascoltami».”Ti ascolto».”Tu mi stai fraintendendo, io non miro affatto a convincerti dall’alto del pulpito: sto solo stuzzicando la tua suscettibilità , voglio cercare nel tuo cuore uno spazio ove poter essere accettato per quello che sono, ove tu accolga con tolleranza uno svitato che la pensa come me».”Io non sono qui per criticarti severamente, sei libero di pensare come ti pare, il mondo è bello perchè è vario.Sai, solo sento troppo lontane queste cose, sganciate dalla vita comune di tutti i giorni».”Se accetterai di venire con me a Naxos, all’alba nel tempio di Apollo respirerai l’Armonia del creato insieme al profumo di lauro dell’aria fresca del mattino, allora tutto ciò ti sarà  ovvio, come la chiara luce del sole nel cielo limpido e terso».”Accetto. E non temere, lascerò tutti all’oscuro delle tue confidenze, le terrò sepolte nell’angolino più riposto della mia mente».Diana copre il fuoco del focolare con un coperchio di terracotta che lascia passare solo l’aria necessaria a tenere vive le braci, nel buio mi prende per mano e mi conduce al nostro giaciglio.***Arnaldo come Bernardo, l’uomo di scienza e l’artista, due maestri che mi hanno consegnato lo stesso sublime messaggio ed hanno posto la Pietra magica a fine ultimo delle mie più nobili aspirazioni.Allo scadere di dicembre, non avendo scordato la promessa di oltre un anno fa, viene a farmi visita alla cupola Arnaldo da Villanova. Indossa il berretto da medico e i lunghi guanti di camoscio, mi abbraccia festante.Ultimamente il lavoro alla cupola procedeva molto a rilento ma a sprazzi si riaccendeva febbrile grazie all’entusiasmo degli apprendisti che ho istruito di persona nella Corporazione. Sono quasi riuscito a completare i mosaici e, parallelamente, la descrizione in codice di tutte le operazioni della Grande Opera dei Magi Egiziani.Metto in libertà  gli apprendisti e appena siamo soli inizio ad illustrargli la cupola adiacente, quella ultimata da Mastro Apollonio. Puntando il dito in alto, indico Giuseppe che sta per essere calato nel pozzo dai suoi fratelli e poi, nella scena accanto, Giuseppe mentre ne viene estratto per essere venduto ai mercanti di schiavi. Arnaldo concorda con la mia tesi e conferma come in effetti “il pozzo” sia classicamente associato al mercurio magico.Faccio un paio di passi verso la mia cupola e gli spiego che ho preso spunto da questa fortuita associazione per scegliere il personaggio che doveva incarnare il Mercurio nei mosaici miei. Mi fermo con Arnaldo sotto il mosaico di Giuseppe acquistato in Egitto da Putifarre e gli faccio notare la stella a otto raggi disegnata nello scudo in cui si specchia Giuseppe, un ulteriore espediente per rafforzare la connessione tra il simbolismo del Mercurio e il protagonista del mio romanzo musivo.Anticipando le mie parole, Arnaldo alza gli occhi al vertice della cupola e ammira un identico astro che domina in posizione assiale. E’ la stella polare al centro di un rosone ove le stelle del firmamento traspaiono in fondo all’intreccio di un colonnato.Mi chiede ove io abbia preso l’idea del rosone di stelle, forse da qualche basilica bizantina?No, lo persuado che si tratta di una idea mia, sorta mentre ero in procinto di partire per la Romania e dirigendomi al molo guardavo estasiato la volta celeste.Ad Arnaldo sembra quasi di percepire il vento stellare suscitato dal movimento rotatorio del rosone. Si complimenta con me e mi onora col definirmi un vero artigiano.Attiro l’attenzione del mio visitatore sulla doppia chiave nelle mani di Giuseppe che supera la soglia. Siamo alla seconda operazione magica, la Sublimatio. Qui Giuseppe evoca la doppia facoltà  del Mercurio di “aprire” e “chiudere” le porte del regno dello spirito. Sulla soglia si affaccia una donna vestita di una tunica bianca e di un velo verde: nei panni della moglie del capitano questa donna rappresenta per noi la Prima Materia.”La Prima Materia, – esclama inebriato il sapiente medico – la materia oscura che permea l’intero universo».Così giungiamo ad affrontare la chiave di volta della dottrina alchemica: l’apoftègma Solve e Coagula. Nel mosaico a lato ho inteso alludere velatamente al Solve mediante la proposta amorosa della moglie di Putifarre che sussurra a Giuseppe “Dormi mecum” e tende verso di lui le braccia. Giuseppe al suo fianco solleva la mano destra col dito indice e medio uniti, un gesto canonico ispirato ai dettami dei Dattili, i sacerdoti che per primi avevano scoperto la fusione dei metalli. Gesto di unità  nelle mie intenzioni, poichè dovrebbe richiamare la mirabile correlazione esistente nella dimensione spirituale: in questa, le distanze non contano e da un capo all’altro dell’universo gli esseri restano perennemente in necessaria e reciproca corrispondenza a motivo della loro comune origine dalla Prima Materia.Tuttavia, con il Solve siamo solo a meta dell’Opera e guai a chi si ferma qui per attaccamento ai godimenti celesti. Bisogna andare oltre: Solve e Coagula! Dice l’apoftègma. Con la Coagulazione il Mercurio passa dal regno dell’invisibile a quello del visibile e nelle vesti di Giuseppe varca in senso inverso la soglia, richiudendola alle sue spalle. Nei miei mosaici la moglie di Putifarre rivela alle ancelle la presunta colpa di Giuseppe ed esibisce pubblicamente il mantello che gli ha strappato di dosso, ma che significa? Significa appunto “svelare”, cioè togliere il velo e rendere visibile ciò che in precedenza non lo era.Arnaldo coglie lo spunto per lanciarsi in uno sfoggio di erudita sapienza. Secondo lui, prima di venire osservate le cose non hanno una forma fisica definita, rimangono cioè intrinsecamente indefinite fino all’istante in cui non divengano oggetto di percezione. La materia non osservata si trova in una sovrapposizione coerente di tutti gli stati possibili ma non appena il mago decide di intervenire direttamente e la forza in un unico stato, la materia si colassa e coagula. Dalle infinite possibilità  di stati del microcosmo egli conduce la materia a convergere in un unico stato, manifesto e visibile nel dominio macroscopico del tempo. Così muovendo dall’ignoto al manifesto, il mago esercita il supremo potere di creare e annichilare, di cristallizzare la configurazione desiderata e poi cancellarla e ancora ripristinarla a suo capriccio.Entusiasmato dalle sue sottilissime speculazioni, passo con decisione a completare il commento della mia opera:”Entra in scena la quinta operazione, la Fissatio.Compare lo Zolfo magico, ossia il Faraone assiso sul trono con le gambe incrociate e con la corona ottagonale sul capo. Chi c’è al suo fianco? Ad impersonare il Mercurio magico non è più Giuseppe ma il servo coppiere che, reintegrato nel suo ufficio, porge al Faraone il vino rosso versato nel calice d’oro. Il coppiere ne solleva con delicatezza il piedistallo per avvicinare la coppa al Faraone che va ad afferrarla saldamente per il manico.Da notare i due rappresentanti del Secco e dell’Umido, Cioè il pezzo di pane sul tavolo e la bottiglia di vino sul vassoio.””Mi ricorda un po’ i mosaici di Ravenna. Il vassoio d’oro nelle mani di Giustiniano, il grande imperatore bizantino» rammenta dalle sue peregrinazioni.”Vedi sul tavolo del Faraone un volatile arrostito?» chiedo.”Allora il cigno arrostito sarà  il pasto del Re. Dicono i testi».”Vedi quella P ricamata sul mantello d’oro del Faraone crinito?» incalzo.”Sì, la riconciliazione tra il servo e il padrone è dunque la pacificazione degli opposti. Dice testualmente il mago Olimpiodoro: la Realtà  coesiste di quiete e movimento, sono cioè gli opposti uniti che danno origine al mondo reale. Trovata la Pietra magica, ora manca solo l’ultima operazione» anticipa il medico.”Esatto la Trasmutatio et Multiplicatio, ed ecco sotto la scritta “Acrae devoraverut picues” l’immagine delle sette vacche magre che affondando i denti sulla coda delle sette vacche grasse.Significano la trasmissione della natura aurea ai sette metalli e la loro trasmutazione in oro».***La Serenissima è una finta gerontocrazia. Dietro i suoi dogi vegliardi, talvolta ultraottantenni e minati nel fisico, si nasconde l’attività  frenetica di una giovane e vitalissima oligarchia tutta protesa a far valere i propri interessi economici. In effetti, il doge ha scarso peso nelle decisioni del Comune e deve anzi difendersi dall’esasperante controllo esercitato sulla sua persona, tanto che al doge non è concesso ricevere regali da parte di nessuno e addirittura non gli è consentito leggere in privato le lettere a lui stesso indirizzate. Tutto ciò è di illustre esempio, mentre in Europa regnano dinastie di tiranni che arrogano alla propria persona un potere indiscutibile ed assoluto.Il doge precedente, Jacopo Tiepolo, aveva cercato oltre misura di affidare cariche potenti ai suoi quattro figli maschi. Memore di quelle iniziative, il Comune si era messo prontamente all’erta e alla Promissione del nuovo doge aveva imposto al Morosini di giurare, non solo la consueta rinuncia alla successione ereditaria, ma anche la rinuncia ad ogni carica ed ufficio per i suoi figli. Così il Morosini, seppure di ingegno brillante e di eloquio efficacissimo non era riuscito ad imporre i suoi familiari nemmeno nei fatti più marginali. Valga come esempio lo smacco subìto da sua moglie Maria Maddalena nella scelta ove deporre le reliquie di San Giovanni Elemosinaro. A nulla erano valse le sue insistenze, com’era giusto, per la chiesa di San Giovanni di Rialto, gli oppositori l’avevano spuntata e le reliquie erano state trattenute in San Giovanni in Bragora.Eppure, benchè esautorato del reale potere politico, il doge resta il simbolo vivente della Serenissima, l’emblematico rappresentante di un sacerdozio regale, si direbbe nient’altro che una figura retorica, se un forte legame di affetto non lo legasse ad ogni cittadino.Ai miei occhi il doge ha perso i tratti del giudice austero ed inflessibile che ho conosciuto nella Sala del Tormento, ora è solo un simpatico e tenero vecchietto che dai gesti e dalle parole rivela una venerabile saggezza. Con me è generoso, la mia paga di capomastro è buona e fra non molto mi consentirà  di accumulare denaro sufficiente per pagare la cambiale del papiro (per mia fortuna il libraio non è ebreo ma cristiano e come tale la legge non gli consente di chiedermi gli interessi, anche a distanza di tanto tempo).Il doge Morosini è solito far visita alla cupola mentre noi si lavora, intima di non interrompere le occupazioni e ama stare a guardarci all’opera. Però alla vigilia del nuovo anno, contrariamente alle sue abitudini ordina che sia io ad andare al Palazzo Ducale.Nella saletta delle udienze, il doge entra indossando corno dogale e mantello lavorati con il medesimo fregio: foglie dalla venatura in rilievo e larghi fiori rosa su un fondo dorato. Il colletto del mantello si chiude stretto al collo ove, sotto il mento, vanno ad allacciarsi i lacci del fazzoletto triangolare che scende dal corno dogale a ricoprire le orecchie. Le rughe sulle fronte sono sollevate e i suoi occhi azzurri sono assenti, il volto ha un’aria affranta al pari di chi si trovi suo malgrado a sostenere un peso più grande delle proprie forze.Mi saluta con un cenno degli occhi, si siede, ha in mano il mio papiro:”Come mai i lavori procedono così a rilento?»Guardo il pavimento passando la mano sui capelli:”I rigori dell’inverno ne ostacolano i ritmi, ma siamo ormai prossimi alla conclusione, manca solo in cima alla colonna la messa in opera dell’ultimo mosaico, il Faraone che giace sul suo letto immerso nel sonno».”Ah, il re addormentato: il Sale dei Magi!»Il Sale? Spalanco gli occhi e rimango a bocca aperta come uno scemo. Il doge ha scoperto l’inganno che pensavo di giocare a lui e agli Inquisitori, gli preme che io concluda alla svelta i mosaici per potermi consegnare a puntino la meritata ricompensa.Egli recita con enfasi:”Ciò che viene dalla terra deve tornare alla terra, poichè sta scritto che salendo dalla terra al cielo e ridiscendendo dal cielo in terra si riceve la potenza, la virtù e l’efficacia di ciò che è in alto e di ciò che è in basso.Vis ejus integra est, si in terram conversa fuerit.»”Ehm certo, come no… Sua Serenità ».”Tieni, ecco il tuo manoscritto, a questo punto non ci serve più» con un sorriso complice venato di ironia.Mi congedo con l’aria sconvolta, imbarazzato e confuso.Il doge ha recitato parole di ovvia natura magica, ha voluto darmi ad intendere che mi ha smascherato, evidentemente ha decifrato il messaggio in codice della cupola e con le sue frasi sibilline ha dimostrato di possederne l’esatta chiave di lettura.Chissà  come l’ha trovata, potrebbe averla ricavata dalle confessioni dei torturati o da qualche libro requisito; forse è colpa mia che non l’ho occultata abbastanza bene, forse è troppo facile da scoprire, ma no! Ecco: è stato Labia a spifferare tutto al Doge. L’aveva detto che possedeva le prove per incastrarmi, sarà  stato informato da quel maledetto lupo del Procuratore. Di sicuro adesso la collera del doge si abbatterà  su di me da un momento all’altro. L’Inquisizione… il rogo. Ci sono cascato come un pollo. Ora concluderò arrostito la mia carriera di capomastro, me l’aspettavo. L’incubo di quella notte era profetico, è la vendetta della cricca dei ricconi capeggiati da messer Labia, il re dei tramacioni.Ossessionato dalla paura scendo le scale del Palazzo Ducale, le parole del doge continuano a rintronarmi nelle orecchie:”Salendo dalla terra al cielo e ridiscendendo dal cielo in terra…» La mia testa è in preda a un turbine di smarrimenti e di emozioni contrastanti, un’invincibile inerzia mi impedisce tuttavia di prendere come una volta la via della fuga.Aspetterò fatalisticamente il corso degli eventi e comunque sia… mi ghe sboro, finirò la mia cupola e il mosaico del faraone addormentato. Mi rimane una sola timida speranza e cioè, che nonostante la mia colpevolezza, il doge mi sia ancora grato per il ritrovamento del calice Morosini.Mesto, col manoscritto che pende dalle mani sudaticce e prive di forza, me ne torno a casa.Indaffarata, Diana sta preparando gli ortaggi per il pranzo, ma non ho certo fame. Mi siedo. Assorto, immerso nei miei pensieri. Fisso la fiamma del focolare. Guardo il vibrare del fuoco e guardo quel rotolo di pergamena consunta.Questa volta lo brucio davvero! Tanto, anche se ha sfidato i secoli, è solo una raccolta di tinture di cui non m’importa niente.Allungo il braccio e giocherello con il papiro arrotolato, lo faccio passare veloce ed immune tra le fiamme, poi lo avvicino lentamente al fuoco, il bordo del papiro comincia ad annerire dal calore… ma lo tiro via di scatto un attimo prima che venga avvolto dalla fiammata. Ricomincio da capo. Una fiammella si accende sul bordo e la pergamena comincia a fumare.Diana se n’è accorta e con un movimento repentino mi strappa il papiro dalle mani e lo sbatte sul tavolo per spegnere la fiammella:”Sei impazzito, bruciare un papiro con quello che costa! Lo possiamo vendere al mercato».Diana fa spazio sul tavolo, sposta il cavolfiore che ha cucinato e suddiviso in spicchi, apre il papiro e lo stende con le due mani:”Che lingua è?»”Greco» rispondo senza girarmi e senza distogliere lo sguardo dalle fiamme.”E questo pezzo, è in latino?»”No Didi, è tutto in greco».Diana mi porta davanti agli occhi un secondo foglio che era stato inserito entro il rotolo del papiro.Glielo stappo di mano e leggo il titolo a voce alta:”Il Mirabile… segreto… Il Mirabile segreto della Trasmutazione!” Il testo che segue è in volgare veneziano. A fianco del testo sono disegnati dei segni magici, riconosco il triangolino dello Zolfo con sotto la croce, il cerchietto del Mercurio dei Magi con sopra le orecchiette e sotto la croce.Salto in fondo al foglio a leggere il nome dell’autore, leggo:”Alberto Magno, Padova anno 1223».Lo richiudo e lo appoggio sulle ginocchia, gli occhi mi scintillano:”Il doge… il doge Morosini, l’ha inserito lui, l’ha fatto per me, incredibile».Poi lo leggo con calma, il testo è comprensibile ed il suo significato mi appare chiaro alla luce delle conoscenze magiche che ho accumulato nel tempo. Limpidamente, in pochi essenziali passaggi, vi trovo esposti i princìpi della trasmutazione di un metallo in un altro e alla fine la trasmutazione del piombo in oro.Voglio provare. La teoria esposta è realistica e possibile. Un ulteriore difficile passo per convertire questi concetti in pratica di laboratorio ed è fatta! Sulla via mi ero consacrato solo alla magia speculativa, ma ora mi sento confuso dall’eccitazione e non so più discernere il confine tra l’oro magico e l’oro materiale, da un certo punto di vista sono la stessa cosa… questa volta il doge potrà  aiutarmi, anche lui segretamente ammira la magia ma per ragion di stato e per via dell’Inquisizione, lo tace. Sì, devo continuare a lavorare alla cupola e attendere fiducioso la sua prossima visita, per parlargli.Ho grandi progetti per la mente, in base ai dettami di Alberto Magno potrò usare il costoso carbon fossile al posto della legna da ardere, ma non basta. La nostra piccola fucina per la soffiatura dell’oro sviluppa un calore insufficiente allo scopo, è indispensabile che il Doge, in segreto, magari di notte quando è proibito lavorare, mi ceda a prestito i potenti forni della zecca di Stato, forni a soffieria con i mantici azionati dall’energia idraulica. Il Morosini lo farà . Lo alletterò con la proposta di trasmutare il piombo in oro per sfornare ogni giorno centinaia di ducati d’oro. Venezia è in ritardo rispetto al genovino e al fiorino d’oro, ma d’ora in poi il metallo nobile delle monete veneziane non sarà  più l’argento dei grossi, coglieremo al volo l’opportunità  del conio in oro. Se la Trasmutazione ci riesce, per Venezia significherà  niente meno che “il ritorno all’età  dell’oro”.Ma ecco che il 12 gennaio dell’Anno Domini 1253 alla cupola di Giuseppe arriva un triste carro accompagnato da un drappello di giovani operai. Con mia sorpresa, un sepolcro viene scaricato all’interno e posato su dei piccoli pilastri posti tra le due nicchie della parete.E’ un grande sepolcro in pietra, diviso anteriormente in due rettangoli, nel rettangolo superiore sono scolpiti i dodici apostoli e il Cristo con la mano destra posata sul cuore, nel rettangolo inferiore compare la Vergine fra sei turiboli alternati a santi in atteggiamento di preghiera; sulla cornice, c’è infine una piccola croce al centro fra due uccelli.Nessuno mi ha avvertito, perciò mi rivolgo a quei ragazzi:”Soto questa bea cupola, l’ha da eser manco duro anca el sono de’a morte.Diseme fioi, chi xe?»Fra gli operai riconosco Rafael, i suoi chiarissimi occhi celesti sono lucidi di commozione:”El doxe Morosini. El nostro cuor sia l’onoratissima so tomba, e el più puro e el più grande so elogio le nostre lagreme».***Come fumo al vento si dilegua il sogno chimerico di Petrangèsio, l’artigiano della Basilica d’Oro. Fabbricare l’oro in laboratorio: chimera? Sogno? Realtà ? Illusione? Altri raccoglieranno la sfida e per Giove un giorno ci riusciranno, trasmuteranno gli elementi, certo! In laboratorio trasmuteranno gli elementi dal piombo in oro e allora chi oserà  più ridere della sua saggia follia?Su consiglio del Procuratore di S. Marco la morte del doge Morosini verrà  comunicata alla popolazione di Venezia solo alla fine del febbraio 1253. L’oligarchia filo-lombarda la terra nascosta alla città  col pretesto di non interrompere i profitti del Carnevale, in realtà  per portare a compimento indisturbata i propri piani anti-genovesi. Il ricchissimo Silvano Labia userà  questo lasso di tempo per manipolare ulteriormente le false notizie che andava diffondendo sui Genovesi e per sfruttare senza scrupoli l’alleanza con la Lega Lombarda ai fini di impedire ogni possibile canale di mediazione da parte Comune di Milano.Alcuni anni dopo Petrangèsio, già  papà  di due gemelli, cederà  al mercato di Rialto il Papyrus di Micca, come pure il manoscritto di Alberto Magno intorno al Mirabile Segreto della Trasmutazione. Un giovane cavaliere di Palma di Maiorca, conoscitore di molte lingue tra cui arabo e greco, li acquisterà  per due ducati d’oro.(Il ducato veneziano contiene 3 grammi e mezzo di oro fino e vale 10 volte un eguale peso d’argento. Vi è raffigurato nel dritto il doge inginocchiato in atto di ricevere le insegne da S. Marco e nel rovescio il Cristo Redentore assiso in piedi tra le stelle, mentre regge con una mano il vangelo e benedice con l’altra).Due ducati d’oro sono il doppio del debito con il libraio perciò con un ducato Petrangesio salderà  la cambiale e con l’altro comprerà  un abito di seta, finalmente la seta Jasdi di Persia per sua moglie Diana.Muoiono i re, muoiono gli imperatori, ma Petrangesio resta testimone dell’inesorabile procedere della storia di Venezia: una Venezia sempre più bella e fiorente.Chiusa la breve parentesi della reggenza Morosini, il doge successivo sarà  Ranieri Zen, ex capitano generale da mar che a suo tempo aveva comandato la flotta alla riconquista di Zara. Sotto di lui Petrangesio, soldato semplice delle truppe veneziane, dovrà  suo malgrado partecipare alla crociata indetta dal papa e guidata da Azzo degli Estensi contro Ezzelino.Ezzelino aveva sposato Selvaggia, la figlia naturale di Federico II, e con l’aiuto dell’Imperatore era riuscito ad estendere i propri domini dall’Oglio fino a Trento, includendo via via le città  di Verona Vicenza e Padova nell’obiettivo di creare alle spalle di Venezia una grossa entità  regionale. Egli seppe sfruttare abilmente la propria posizione geografica, di fondamentale importanza strategica per l’Impero, e pretese in cambio dell’alleanza il permesso di esercitare un dominio quasi indipendente, nel consapevole tentativo di creare uno stato sopracittadino nella Marca Trevigiana.Fu precursore o fu tiranno, chi può distinguere tra l’eroe e l’assassino?Ezzelino non assunse mai cariche ufficiali, rispettò l’esistenza dei podestà  cittadini e dei consigli, nè si può negare l’efficienza delle sue amministrazioni comunali… ma fu feroce con gli avversari.Dopo la morte dell’Imperatore, quell’accanito fautore dei ghibellini era rimasto isolato. La sua lunga esistenza al potere iniziava ad essere minata dall’incubo della rivalità  mantovana, dalle scorrerie che devastavano le campagne e sorprendevano i castelli, dalle congiure e dalle insidie celate negli intrighi della vita cittadina. I suoi eccessi sanguinari, l’abitudine di reprimere crudelmente ogni opposizione tagliando le mani ai nemici e castrando i figli impuberi delle famiglie avverse, avevano finito per scatenare la rivincita di tutti quei guelfi che finora lo avevano temuto più del diavolo. Tempo addietro le preghiere e le esortazioni di Sant’Antonio da Padova, il saggio eremita che nella foresta aveva resistito alle tentazioni del maligno, non erano state sufficienti a placare la fredda determinazione della sua natura spietata.Ora, alla resa dei conti, la crociata contro di lui avrà  successo, Trento verrà  ripresa dal vescovo, Padova gli verrà  sottratta nel 1256 e a nulla sarebbe valsa la feroce vendetta di Ezzelino che truciderà  11000 padovani arruolati nel suo stesso esercito. Tre anni dopo Ezzelino fallirà  un tentativo di prendere Milano di sorpresa con l’aiuto dei fuoriusciti ghibellini e bloccato sulla via del ritorno verrà  definitivamente sconfitto sul ponte di Cassano sull’Adda. Ferito a un piede da una freccia e tradotto in carcere, Ezzelino si lascerà  morire rifiutando le cure mediche e la riconciliazione con la Chiesa.All’inizio della nostra storia si ricorderà  il 13 dicembre 1250 e la morte “sub Flore” di Federico II di Svevia, l’Imperatore della Fine dei Tempi. Nell’ora estrema a Castel Fiorentino di Puglia egli aveva nominato suo successore Corrado, ma questi era mancato prematuramente e la reggenza era stata assunta dal figlio illegittimo Manfredi, direttamente eletto dai baroni siciliani. Manfredi era riuscito in un primo momento ad arginare le minacce papali ma nulla potè contro Carlo d’Angiò (fratello del re Luigi di Francia), quando questi decise di invadere il suo regno sotto le esortazioni pontificie. Abbattuto sul campo insieme a molti nobili siciliani Manfredi fu sepolto da scomunicato, senza alcuna cerimonia ecclesiastica.L’ultima romantica speranza dei ghibellini fedeli alla causa sveva sarà  il figlio di Corrado, quel Corradino di Svevia cui Manfredi aveva usurpato la corona. Al crepuscolo dell’Impero, un Corradino ancora sedicenne scenderà  in Italia alla testa degli esuli meridionali e toscani, confidando nella ribellione dei baroni siciliani all’invasore francese. In Sicilia la colonia Saracena di Lucera innalzerà  il vessillo svevo e perfino il re di Tunisi accorrerà  volenteroso in aiuto. La magnifica città  di Roma, in mani ghibelline per l’ennesimo tumulto dei suoi turbolenti popolani, tributerà  grande giubilo e festeggiamenti all’ultimo degli Hohenstaufen. Onorerà  quel supremo potere che alla caduta dell’Impero Romano fu trasferito ai Bizantini, quello stesso che dopo il grande legislatore Giustiniano passò ai Franchi e che fu poi trasmesso da Carlomagno ai Longobardi, da Ludovico ai Sassoni, da Ottone agli Hohenstaufen… quel supremo universale potere che ora pendeva dall’incerto destino di un adolescente.Nel 1268 ecco i due eserciti si misurano a Tagliacozzo. I ghibellini inizialmente hanno la meglio sulle truppe provenzali e francesi, ma poco dopo l’austero Carlo d’Angiò, in agguato dietro le alture, scende a travolgere il breve sogno della rivincita sveva.Corradino riesce a sfuggire, ma raggiunta Roma trova ad accoglierlo una città  deserta, inospitale e ostile al perdente. Attraversa allora la campagna col batticuore e giunto al mare vola col pensiero alla madre che si affaccia presaga al castello di Hohenschwangau, Corradino tenta di imbarcarsi, ma viene presto raggiunto dai nemici e catturato. Verrà  sottoposto a pubblico processo.Bello e di gentile aspetto, solo… con i suoi sogni troppo grandi, l’aquilotto ha spiccato entusiasta il primo volo ed è rimasto irretito nel florido e fatale paradiso del meridione. Ma appena il giovane Imperatore universale, altero, posa sul ceppo la bionda chioma lancia al cielo il guanto. Qualcuno lo raccoglie. L’Europa risorgerà , unita nell’ideale ghibellino.’, ‘L’oro delle Streghe’, 0, ‘, ‘inherit’, ‘open’, ‘open’, ‘, ‘2800-revision’, ‘, ‘, ‘2011-04-18 18:20:28’, ‘2011-04-18 17:20:28’, ‘, 2800, ‘http://www.noi-e-la-luna.it/moon/?p=2801’, 0, ‘revision’, ‘, 0);
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L’oro delle StregheIl post richiede un caricamento lungo per connessioni lente,portate pazienzaInquisizione a Venezia13 dicembre 1250. Si spegne Federico II di Svevia, imperatore universale del Sacro Romano Impero. La sinistra profezia della sua morte sub Flore si è dunque avverata a Castel Fiorentino di Puglia.A Palermo uno spesso velo di silenzio è calato sulla sfarzosa e lieta corte di un tempo, tace il centro da cui l’Imperatore aveva governato il prospero Regno delle Due Sicilie col sostegno di una burocrazia diligente e sottomessa. Un brivido di perplessità  si è diffuso a tutta la Sicilia: con la crisi dell’Impero essa teme di perdere il vantaggio di sede geografica privilegiata che le consente di esportare in tutto il Mediterraneo merci preziose quali lo zucchero, l’indaco, le pelli, la seta greggia, il cotone e le ceramiche di qualità . Opulento granaio d’Europa in quest’epoca di esplosione demografica, l’isola ha immagazzinato grandi quantitivi di frumento la cui vendita, subordinata agli intrecci commerciali coi Genovesi, potrebbe venire compromessa dai recenti mutamenti politici.Tanta ricchezza da tempo attirava le tenaci ambizioni dei pontefici. Innocenzo IV, col recondito disegno di imporre i suoi diritti sovrani sull’isola, aveva accusato Federico II di essere un precursore dell’Anticristo, aveva reso note le sue presunte simpatie per gli infedeli e sottolineato la sua caparbia insubordinazione alle direttive papali, ne aveva condannato la condotta immorale e denunziato pubblicamente la sodomia. Infine, aveva proclamato a tutte le forze della Cristianità  una solenne crociata diretta a sradicare e cancellare per sempre la dinastia sveva degli Hohenstaufen.Rovinoso fu per l’Imperatore il biennio precedente la sua morte. Durante l’assedio della città  di Parma un’abile sortita dei ribelli distrugge il suo accampamento; Como abbandona gli imperiali ed entra nella Lega Lombarda; i guelfi bolognesi, nel corso di un acerrimo scontro, sbaragliano a Fossalta le aquile nere degli scudi ghibellini e catturano Re Enzo di Sardegna, il figlio dell’Imperatore, poi imprigionato nel palazzo comunale di Bologna.Sotto questi duri colpi Federico II finì per mostrarsi sempre più diffidente, ossessionato da continui timori di veleni e congiure. Sicchè, vittima insigne delle inquietudini imperiali, cadde sotto giudizio perfino il suo più valente consigliere, Pier delle Vigne, l’abilissimo rètore che in vent’anni di servigi aveva ribattuto colpo su colpo le apocalittiche accuse del pontefice e al mondo intero aveva presentato Federico II nella visione escatologica dell’Imperatore della Fine dei Tempi. Con l’accusa di peculato, Federico II confiscò le ingenti ricchezze che quel capuano di modeste origini aveva accumulato nel corso della sua ascesa politica e dopo averlo accecato lo rinchiuse nella fortezza toscana di San Miniato. Ma Pier delle Vigne preferì il suicidio e si fracassò il cranio contro il pilastro cui era stato incatenato.In realtà  taciti rancori contro l’Imperatore non mancavano, ma provenivano semmai dal popolo, Federico II aveva portato l’Impero sull’orlo del dissesto finanziario, le spese militari avevano superato di gran lunga le entrate e i debiti contratti con i banchieri romani erano arrivati sul ciglio dell’insolvibilità . Una volta la settimana i castelli venivano ispezionati a scopo fiscale e si compilavano rapporti sul numero dei servitori e dei soldati presenti. Particolarmente vessati dalle imposizioni fiscali erano stati i portolani, spremuti fino all’osso e obbligati a tenera conto dei carichi, a verificare i prezzi e a scrivere nei loro registri ogni particolare dei pagamenti ricevuti. In Lombardia si era cercato di massimizzare le entrate tramite i podestà  siciliani insediati nelle città  sottomesse e intanto pesavano sui sudditi le spese tutt’altro che trascurabili necessarie a soddisfare i piaceri esotici e bizzarri dell’Imperatore e a mantenere la sua lussuosa corte di Palermo. Come conseguenza i Lombardi avevano moltiplicato vertiginosamente le controversie fiscali rivolte all’autorità  del tribunale supremo di Palermo, segno evidente del malcontento strisciante e dell’amaro risentimento dei sudditi verso quella affannosa ricerca di fondi.Il Libero Comune di Venezia si era schierato con i guelfi e questo da quando Federico II aveva voluto indirizzare i suoi favori alla rivale città  di Ferrara permettendole l’estensione del controllo mercantile sul sistema fluviale della Lombardia orientale. Venezia, stretta tra la morsa ghibellina della potenza pisana e le trame preparate a Verona dal feroce Ezzelino da Romano, mirava soprattutto a difendere la sua fiera autonomia risalente ben al 697, anno dell’elezione del primo doge.Sulle orme della tradizione orientale del Basileus bizantino, capo insieme politico e religioso, il doge costantemente aspirava a realizzare nella sua figura l’unità  del rex-pontifex, di fatto non sottomettendosi ad alcun potere ecclesiastico esterno. L’adesione alla Lega Lombarda aveva però creato un varco alle interferenze pontificie perciò il Papa, facendo leva sull’alleanza guelfa, era riuscito ad imporre la Santa Inquisizione anche nei territori di Venezia, città  marinara consona da sempre a godere di un clima di cosmopolita tolleranza. Pertanto all’atto del giuramento del nuovo doge Marino Morosini (sei mesi prima della morte di Federico II) era comparsa una norma insolita in cui il doge si impegnava ad eleggere “uomini probi, saggi e cattolici” che indagassero sugli eretici condannando al rogo i colpevoli. Era consuetudine antica che il giuramento prestato prima di entrare in carica, detto promissione, stabilisse una serie di vincoli vecchi e nuovi che avevano l’intento di limitare e circoscrivere il potere dogale. Ma l’ex Duca di Candia, eletto doge a sessantotto anni, aveva dovuto accettare controvoglia quella nuova aggiunta alla promissione, controvoglia perchè la sua famiglia era tradizionalmente sostenitrice delle fazioni avverse al Papato. Comunque, anche se formalmente il Morosini aveva accolto le regole della Santa Inquisizione, aveva fatto in modo di eluderne la prassi arrogando a sè e al voto del suo consiglio la scelta degli Inquisitori di Stato e la decisione sulla applicazione delle pene.In un periodo di reggenza ducale che per il resto trascorreva in prosperità  e ricchezza, ecco dunque l’ombra cupa dell’Inquisizione calare insidiosa sulla laguna con l’incombente minaccia dei suoi orrori.Il che viene a turbare la proverbiale serenità  della gente veneta e non può non mettere in apprensione l’animo ribelle del nostro veneziano:”Libertà  va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.Quella grigia mattina del 13 dicembre 1250, mi affaccio al piano superiore della mia casa in legno e mi sporgo tra le colonnine del balcone coperto che da sul canale.Alto e snello, possiedo una folta criniera castana raccolta alla nuca dal codino e tradisco nel volto qualche tratto orientale a motivo dei miei occhi scuri leggermente disegnati a mandorla. Ho gli zigomi ampi ed il naso diritto, il collo grosso ed una bocca dalle labbra piene.Sono ignaro della morte di Federico II, ci vorrà  del tempo perchè la notizia giunga a Venezia. Guardo in alto. Spio il cielo plumbeo per intuire se promette pioggia. In un attimo, scendo lungo la scala esterna.Indosso una tunica pesante con lunghe maniche strette ai polsi e sottana che arriva alla caviglia; la tunica è bicolore, la meta destra azzurra e la meta sinistra rosso mattone, il cappuccio che copre ampio le spalle è viceversa azzurro a sinistra e rosso a destra; una serie dei bottoni bianchi scende sulla linea di mezzo del torace e un cinturone nero mi strige i fianchi, nero come gli stivali a punta.A piedi, attraverso in fretta gli spazi sterrati del mio Campo, sacrificati tra la svettante facciata in mattoni di S. Maria della Fava e la prepotenza delle case. Le fitte abitazioni lignee, hanno poche e strette finestre, un tetto spiovente coperto di paglia e il piano superiore che sporge sopra le calli fin quasi a toccare la casa controlaterale. Qui, in Campo della Fava, non si vedono certo i palazzi in pietra con cui i nobili sfoggiano potere e ricchezza a ridosso del Canal Grande, il mio è un quartiere artigiano. Il poco spazio sul Campo viene conteso dalle bancarelle che mettono in mostra le fave, per intenderci, i frutti a grosso legume nero che vengono acquistate dai passanti per alimentazione o per foraggio, e come oggetto di magia da coloro che le adoprano per allontanare dalle case i fantasmi.Oltrepasso il canale su un ponticello di legno e bel bello lungo il sestriere di San Marco, percorro le mercerie in terra battuta. Per prima merceria del Salvatore ove costeggio la chiesa romanica; il suo portone è spalancato e di sfuggita posso lanciare un’occhiata all’interno: muri spessi e piccole finestre ne rendono buia e tetra la navata, tozze colonne sormontate da archi a semicerchio reggono un antico soffitto di legno i cui colori han perso ogni lucentezza. Girato l’angolo raggiungo la merceria istriana con le sue stoffe multicolori esposte in vendita sui banconi a cavalletto.Non appena imbocco l’inizio della stretta e lunga Calle Spadaria ecco sullo sfondo uno spicchio della Basilica, una stretta fascia verticale adorna di medaglioni scolpiti. Salgo i gradini che sopraelevavano la Piazzetta dei Leoni e faccio una breve sosta, seduto sul bordo del pozzo ad osservare la Basilica d’Oro.E’ uno spettacolo che toglie il respiro! Edificata intorno al mille sullo stile delle chiese dell’oriente bizantino, ricca di sculture policromatiche e di motivi floreali, la Basilica è un tripudio di cupole dorate le cui rotonde simmetrie comunicano un senso di pace profonda; parrebbe di avere davanti agli occhi, trapiantata a Venezia, una copia del maestoso Apostoleion edificato a Bisanzio da Costantino il Grande. Le mura massicce, interrotte dalla magia colorata di piccole vetrate al centro degli archi, sono sorte sulla reliquia del corpo di San Marco trafugato ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani. Per scongiurarne il furto la reliquia è stata nascosta nella Basilica in luogo segretissimo, talmente segreto che adesso nessuno sa più dove sia.Seduto in cima al bordo del pozzo, fermo lo sguardo dritto davanti a me sui quattro medaglioni della facciata nord della Basilica. Aguzzo le palpebre, socchiudo gli occhi fino a ridurli a sottili fessure, minuzioso osservo le loro figure scolpite nella pietra.Sono dei simboli magici, segni in codice che fanno riferimento a significati smarriti, ricordano e richiamano tutto un mondo nascosto che corrisponde loro su un piano più elevato: maestosamente assiso sulla sfera c’è un pavone che dispiega la ruota dai cento occhi, che significherà  mai?In un altro c’è un leone. Azzanna la spalla di un uomo che lo affronta a spada tratta, altro mistero.Nell’altro ancora un leone beato e sorridente che avanza fra due querce, un uomo lo cavalca suonando il flauto.Questi medaglioni mi rimangono oscuri nonostante tutti gli sforzi del mio intelletto e non mi resta che sperare in una improvvisa rivelazione interiore, la sola che potrebbe fornirmi la chiave per decodificarne l’arcano linguaggio.Intanto, ho già  una traccia. Nel medaglione in basso alla mia destra è scolpito un uomo nudo con la testa girata all’indietro ed il codino sui capelli; costui brandisce in aria una spada sguainata e cavalca un essere mostruoso, una cavalcatura con un solo corpo e due teste, l’una di cane l’altra di ariete. Ebbene ne conosco il significato. Chi me l’ha consegnato? Maestro Bernardo da Treviso, l’architetto zoppo della Basilica d’Oro. Proprio lui. Poco prima di stabilirsi a Zara per la progettazione della cattedrale di S. Anastasia, egli mi rivelò come questo medaglione nascondesse in realtà  tre princìpi magici: il cane che digrigna i denti rappresenta il “Sale”, l’ariete rappresenta lo “Zolfo” e l’uomo con la testa curiosamente girata il “Mercurio”.Indietro nel tempo rivedo il volto squadrato di Mastro Bernardo e odo la sua calda voce che mi ronza nelle orecchie biasimando l’impazienza del mio carattere frivolo e fin troppo estroverso:”Come nella giusta stagione il contadino semina sotterra il granello dorato del frumento, lo innaffia di giorno in giorno, e con pazienza attende che il seme muoia affinchè possa germogliare e portare molto frutto, così tu altrettanto assiduamente… senza fretta… dovrai coltivare nel tuo recinto interiore l’immaginario della Stregoneria”.Ebbene sì, mi diletto di Stregoneria! Nel novero di quei veneziani d’animo indipendente, impertinenti al punto di rinunciare alla vita tranquilla in favore della tanto cara libertà , or dunque figuro anch’io: Petrangèsio… Mago Vanesio, nella vita artigiano di mestiere e mosaicista della Basilica d’Oro.I miei precedenti sono già  abbastanza conditi per collocarmi in vago sospetto agli occhi dell’Inquisizione. Purtroppo, sopra il grosso collo, la mia bocca carnosa è perennemente smaniosa di parlare con tutti e di tutto e, quel che è peggio, non mi è facile trattenermi nemmeno davanti agli argomenti più proibiti. Così sono vittima predestinata della mia innocente passione per le ciacole, amo chiacchierare per ore ed ore senza stancarmi, acuto e spiritoso nei giochi di parole e nell’evocare all’occasione la celata saggezza dell’umorismo. Comunque sia, le doti di brillante parlatore mi hanno reso simpatico alla gente e nella rete delle mie conoscenze figurano persone di ogni età  e condizione, dagli umili pescatori ai gioiellieri di Rialto, dai giovani manovali ai nobiluomini, dalle cameriere ai mercanti d’Oltremare. Curioso fuori misura, sono attirato morbosamente da tutti gli avvenimenti mirabili, straordinari o soprannaturali e bramo stringere amicizia con i soggetti più strani apposta per udire ogni volta un nuovo eccitante racconto.La smania di conoscere è una passione che risale alla mia infanzia quand’ero solito passare il tempo sul molo ad ascoltare i marinai di ritorno dall’Oriente, storie qualche volta vere e qualche volta inventate ad arte per sbalordire la mia vulnerabile fantasia di fanciullo. Gli ambienti e i personaggi di quei racconti si coloravano di emozioni e prendevano vigore per dimorare nel magico mondo dei miei sogni ad occhi aperti. Quando si giocava alla guerra fra bande di ragazzini il mio eroe preferito era l’Imperatore dei Mongoli, il famoso conquistatore Tartaro che alla testa della sua mobilissima ed invincibile cavalleria aveva messo insieme il più grande impero mai esistito, esteso da un confine all’altro della terra. Non sapevo che il suo nome fosse Gengis Khan: a dieci anni suo padre era stato avvelenato ed egli era entrato al servizio di un potente sovrano della Mongolia, poi quel piccolo orfano era cresciuto e aveva riunito sotto di sè le battagliere tribù mongole, si era scagliato in una furibonda battaglia contro le sue tribù convertite al Cristianesimo, e di conquista in conquista aveva sottomesso la Cina e sconfitto i russi.Oggidì domino egregiamente la piazza, aggiornato su tutto ciò che si dice dentro e fuori città , e si può ben dire che pochi in Piazzetta dei Leoni siano informati quanto me intorno ai più remoti ed insoliti argomenti. Per di più, quasi che d’istinto sapessi leggere le sorti, m’è capitato più d’una volta di predire avvenimenti che si sono puntualmente avverati, sicchè le dicerie della gente hanno finito per attorniare la mia persona di un certo alone di magia. E devo ammettere che tempo fa, quando l’Inquisizione ancora non c’era, l’idea che la gente mi ritenesse un po’ stregone non mi dispiaceva per niente, anzi mi divertiva. Tanto che volentieri approfittavo della credulità  altrui, proprio così, come quella volta con la tecnica oracolare della piramide cabalistica quando fornii ad una ragazza, ma solo dopo un lungo e approfondito studio dell’anima, il numero esatto del giorno e del mese in cui avrebbe incontrato l’uomo delle sua vita. Ovviamente allo scadere del giorno fatale mandai all’abbordo un ragazzo scelto nella nostra allegra compagnia e opportunamente istruito su come assecondare i lati più riposti dell’indole della ragazza. Eh, per certi aspetti sono un po’ burlone e rientro nella categoria di coloro che sono pronti allo scherzo ogni qualvolta se ne presenta una buona occasione ed il fine è pur sempre quello, farsi onore davanti agli amici più scapestrati; ripagato dai veneziani col nomignolo di Mago Vanesio.Scherzi a parte, confesso che in verità  pratico la magia Ecatea nei tre mondi dell’Ecate nera con la frusta, Ecate bianca con la spada ed Ecate rossa con la torcia. In pratica do vita all’incantesimo visualizzando l’oggetto del mio desiderio, affermandolo con una frase e concentrandomi sulla sensazione dell’energia; della vera magia Ecatea, quella per manipolare gli altri, parlerò più oltre… Spiegherò anche l’anatomia occulta del Caduceo e i sette cancelli magici che si aprono solo con le domande: Perchè? Quale? Come? Chi? Cosa fare? Dove? Quando?E dire che già  da un pezzo avrei dovuto mettere la testa a posto, sono nato a Venezia nel 1222 ed ho 28 anni, anche se non li dimostro, sia per il mio aspetto giovanile sia appunto per i miei modi da eterno ragazzino.Malauguratamente con il funesto avvento dell’Inquisizione le cose sono cambiate di brutto e mio malgrado sono costretto a mettere a freno l’innata spensieratezza. Fatalità  ho smesso di scherzare, massimamente perchè mi ritrovo a dover custodire tra le mani un gravoso segreto che nessuno, proprio nessuno, deve assolutamente scoprire.Un nugolo di bambini laceri e scalzi invade la Piazzetta dei Leoni, mi assale, mi ronza intorno, schiamazza ponendo fine alle mie meditazioni sui quattro medaglioni della Basilica. Salto giù dal bordo del pozzo e proseguo per la mia destinazione, imbocco un ponticello, percorro una stretta Ruga e un vasto Campo, sorpasso un altro ponticello, rallento e cammino lungo il canale delle Fondamenta.Eccomi davanti S. Giorgio dei Greci, la chiesa greco-ortodossa tutta tappezzata all’interno da icone d’intensa e straordinaria bellezza. Appena dopo il suo campanile scorgo degli operai intenti a sgomberare le macerie di una torre diroccata. Con aria interrogativa mi rivolgo a uno di loro, è un mio caro amico, un sedicenne dagli occhi chiarissimi; lo interrompo mentre sta caricando mattoni su una carriola di legno:”Ciao Rafael, che è successo?»Il ragazzo solleva l’ovale perfetto del suo volto e lascia cadere sul mucchio il mattone che ha fra le mani:”E’ crollato il piano superiore, la torre era vecchia come la Torre di Babele».”Di nuovo il crollo di un edificio in pietra! C’era dentro qualcuno?»”Sì un condannato, un eretico di nobile famiglia con il suo guardiano. Abbiamo estratto il cadavere del guardiano. L’eretico invece era sepolto vivo sotto le macerie, siamo riusciti a trarlo in salvo», sottolinea con un sorriso.”Prima dell’arrivo dell’Inquisizione non si sentivano neanche nominare e invece adesso… sembra che la città  pulluli di eretici da ogni parte».”Ma è vero, basta girare l’angolo e zac alla prima locanda trovi il covo» e riprende a caricare i mattoni sulla carriola.”Quale locanda?» chiedo irrequieto.Si ferma e mi fissa con i suoi luminosi occhi celesti, ho la sensazione che possa leggermi nell’animo e distolgo lo sguardo nel timore di fargli intuire le mie intenzioni.Rafael bisbiglia piegando in avanti il busto:”Il Mastino di Khorassan è il ritrovo degli stregoni di Grecia. Ho sentito dire che per riconoscersi fra loro portano una benda nera sul capo».Il Mastino di Khorassan… ecco l’informazione che attendevo con ansia, ci vado subito senza perdere altro tempo.Lungo la Calle mi precipito in Salizzada dei Greci e laggiù, in fondo alla via trovo appesa l’insegna della mia locanda, un cane nero su una tabella viola.La locanda ha per struttura portante un’ossatura di pali che dà  stabilità  alla costruzione, mentre un muro di mattoni e terra secca mista a gesso riempie gli spazi quadrati, rettangolari e triangolari, che l’impalcatura delimita. Le piccole finestre sono un mosaico di vetri colorati uniti da una grata di strisce di piombo. Il piano superiore sporge sopra il pianterreno per dare riparo in caso di pioggia e su un angolo dell’edificio si proietta in fuori una piccola sala accessoria dotata di un proprio tetto, appuntito come il tetto principale e sormontato da una bandierina viola. Noto sulla bandierina un cerchio con ai lati due falci di luna )O(Oltre la soglia vengo investito da una ventata d’aria calda, carica dell’odore del pesce che cuoce per il pranzo di mezzogiorno. Tra la chiassosa baraonda dei marinai cerco subito qualcuno che porti sul capo la benda nera. Un uomo da solo sul tavolo all’angolo è intento a mangiare con incredibile voracità , strappa con i denti grossi brandelli di carne mentre tiene con le mani le estremità  dell’osso. Potrebbe avere su per giù la mia età . Ha la veste lunga, la barba corta e riccia, la carnagione appena scura e gli occhi grandi ed espressivi, si vede lontano un miglio che è un greco. I capelli neri ricci e lunghi sulle spalle sono cinti sulla fronte dalla fatidica benda nera.Ostrega, l’eretico!Mi guardo bene intorno e controllo se ci sia per caso qualcuno che mi conosce. Nessuno. Bene, allora con andatura sciolta e disinvolta porto due coppe colme di vino al suo tavolo, la mia invadenza trova giustificazione nel fatto che i posti liberi a sedere sono pochi.Mi siedo e inizio a parlargli cordialmente:”Benvenuto a Venezia, amico».Egli non mi degna di uno sguardo e continua a fissare la sua enorme bistecca al sangue, più cruda che cotta.Proseguo:”E’ per me un vero peccato ignorare la tua lingua, io so che tra i greci v’è una così illustre serie di grandi poeti, basti nominare Virgilio, Orazio…».Il greco esibisce una leggera smorfia. Faccio una breve pausa in attesa di risposta ma egli non dice nulla.Mi gratto il collo e aggiungo avvicinandomi al suo orecchio:”Mi trovo nella necessità  di tradurre un papiro greco in mia custodia. Intendo proporti il lavoretto di traduzione, non hai che da fissare il prezzo, guarda che sono disposto a ben pagare…».Il greco alza finalmente gli occhi e mi scruta con aria diffidente, ma subito ricomincia imperterrito a succhiare l’osso.”Eh eh, anche i sordi sentono suonare l’argento. La traduzione è un lavoro facile, anzi facilissimo, tu leggi e io scrivo, devi solo avere un po’ di pazienza, sai… io scrivo molto lentamente. Però alla fine ti porterai a casa un bel gruzzoletto, credimi è proprio un affare d’oro», detto questo per un po’ non mi azzardo ad importunarlo, lo lascio finire di mangiare.Sono già  arrivato al nocciolo della questione e ancora non so se intenda o no la mia lingua… di solito gli eretici sono gente istruita, spero tanto che questo non sia un analfabeta.Appena finisce di azzannare il cibo afferra il vino che gli ho offerto e senza staccare la bocca dal calice lo tracanna d’un sol fiato fino all’ultima goccia, si asciuga le labbra e finalmente mi fa udire la sua voce, in un veneziano dal pesante accento greco:”Di che tratta?»”Tratta di Stregoneria» accenno candidamente strizzando l’occhiolino e cercando di cogliere qualche segno d’intesa nella sua espressione.”Mhm».”Arabeschi, più o meno arabeschi – dissimulo agitando in aria le dita -. Non ha importanza se non ne intenderai il senso, mi basta la traduzione letterale. Ma tu sai leggere bene?»”Certo, ho letto e riletto gli Inni di Orfeo e come me, ben pochi li conoscono tutti a memoria», replica secco.Faccio un sospiro di sollievo e sfodero sulla punta delle labbra un sorriso pieno di soddisfazione.Non soltanto costui sa leggere ma addirittura è uno dei rari che abbiano letto qualcosa di diverso dalla Bibbia, conosce a memoria un libro di inni che sfugge al monopolio letterario della Chiesa; lo sapevo, lo sapevo, gli stregoni sono spesso degli eruditi, è proprio l’uomo che fa al caso mio, anche se a dire il vero… continuo a percepire questa sua manifesta ritrosia e scontrosità .Entrambi continuiamo a pesare ad una ad una le parole e non facciamo altro che studiarci a vicenda, io non intendo certo rivelargli il mio nome o il mio lavoro, nè il greco d’altra parte mi fornisce alcuna notizia sul suo conto, non si sa perchè sia a Venezia, nè da dove venga o dove sia diretto.Poi, con un cenno il greco chiama al tavolo l’oste tarchiato che è apparso dietro il banco, anche lui è un connazionale e porta la benda nera sul capo. Il mio commensale gli parla in greco, paga il conto e gli consegna una lettera con dei vistosi sigilli in cera.Infine il greco mi guarda negli occhi e conclude:”Tradurrò il tuo papiro. Vieni da me fra un’ora. Mi sta bene di leggere qualcosa di nuovo, anche se non ne avrei il tempo… ho fretta di ripartire da Venezia».Premura ne ho anch’io, da più di un mese corro dei rischi non indifferenti col sobbarcarmi la custodia e le incognite del prezioso documento. Il Papyrus di Micca, stilato dalle streghe a dire del libraio, è un trattato scampato miracolosamente all’incendio appiccato dai primi cristiani alla grandiosa Biblioteca di Alessandria, ricca di più di 100.000 volumi. Sfogliandolo nella libreria del mio sestriere vi avevo scorto delle figure di alambicchi sormontati dai segni magici dell’oro per cui ho sottoscritto una cambiale senza interessi e l’ho acquistato prima che venisse sequestrato dall’Inquisizione e finisse definitivamente bruciato.Come mai un artigiano come me sa leggere e scrivere? Quattordicenne, ho fatto un anno di novizio in un convento di frati. Sì, è così. Però scaduto l’anno di rito, una settimana prima di pronunciare i tre voti di obbedienza povertà  e castità  sono scappato dal convento a gambe levate. Sarò pure un prete mancato, ma almeno so leggere e scrivere in volgare. Il latino? No, non ho fatto in tempo a studiarlo e tanto meno il greco. Purtroppo a questo mondo gli unici che sanno leggere il greco fanno parte del clero, cosicchè non è facile, in tempi di Inquisizione, trovare qualcuno disposto a tradurre un testo proibito.Ma io ho scovato un personaggio affidabile in questo paganus Orpheus. Il fatto che egli sia uno stregone mi dà  un consistente margine di sicurezza perchè equivale alla garanzia di non venir denunciato: è logico, fra stregoni non ci si denuncia. E già , perchè oramai devo abituarmi anch’io a portare l’etichetta di stregone, benchè, devo specificare, ciò cui miro non sono le contorte introspezioni magiche di Mastro Bernardo. Al diavolo la mia biasimevole impazienza e la semina del contadino, ho altri obbiettivi per la testa e tutt’altro che frivoli. Certo, grazie al Papyrus di Micca conto di riuscire a decifrare tutti e quattro i medaglioni magici della Basilica d’Oro ma non intendo accontentarmi di questo. Conosco fin troppo bene l’ostinata puntigliosità  del mio carattere e so come essa sia capace, pur d’ottenere lo scopo, di condurmi a sfidare anche il mortale pericolo dell’Inquisizione. Nel novero dei mosaicisti della Basilica sono quello che ha l’incarico di fondere usualmente l’oro per farne lo sfondo dorato dei mosaici e così a forza di veder scorrere sotto i miei occhi quel metallo nobile e lucente ho finito per bramarlo avidamente, più di ogni altra cosa al mondo.L’arte della magia mi consegna nelle mani una fantastica opportunità , non intendo per niente lasciarmela sfuggire e pur di realizzarla sono pronto a venire a patti anche col demonio: voglio fabbricare l’oro! Oro a palate! Troverò il modo di produrlo magicamente. Che me ne importa se sarò costretto a vendere l’anima, in cambio del commercio col diavolo diventerò ricco e straricco. L’inferno è dopo morti, il paradiso sarà  invece per me un luogo sulla terra: andrò a fare la bella vita nella Contea di Provenza, potrò circondarmi di lusso e belle donne.Perchè non mi accontento dell’onesto, di quel po’ di positivo che ho costruito nella mia vita? Sì d’accordo, sono stimato e rispettato all’interno della mia Corporazione ed il salario di artigiano addetto ai mosaici è sicuramente superiore a quello di un semplice manovale, ma non posso certo affermare di nuotare nell’oro. La magia invece mi permetterà  di raggiungere possibilità  economiche superiori a quelle di un agiato nobiluomo. In effetti, ragioniamo seriamente, per un artigiano esiste forse alcun mezzo lecito per ottenere la ricchezza?E’ poco probabile che mi scoprano. Ai Provenzali non verrà  in mente di indagare l’origine dei miei acquisti smodati nè ai veneziani di sospettare una mia attività  di falsario; non lascerò alle spalle alcuna prova contro di me, dacchè di notte, di nascosto, potrò usufruire della fucina del nostro stesso laboratorio di mosaicisti. E’ un rischio calcolato che vale la pena di correre, ho ben studiato il mio piano.E’ giunto il momento di rompere gli indugi: accetto il patto col demonio!All’appuntamento col greco vado per prudenza senza il papiro. In sua vece, forte del motto in vino veritas sto portando con me una piccola damigiana di vino, confido in tal guisa di sciogliergli la lingua.La sua reticenza insospettisce un po’, non intendo fidarmi subito ciecamente, è preferibile continuare a sondarlo ancora. Gli avevo proposto di vederci nelle isole della Giudecca, ma ha voluto per forza scegliere lui il luogo dell’incontro, la camera che ha affittato al piano superiore dell’albergo al Pellegrino.Da Piazza S. Marco costeggio le Fondamenta lungo il canale alberato, oltrepasso baldanzoso il ponte e supero con passo elastico le rivendite dei macellai assiepate lungo la Frezzeria.Dopo il Campo striscio sotto la facciata della Scuola di S. Girolamo nota anche come Scuola della Buona Morte in quanto i suoi membri hanno il funesto incarico di accompagnare i condannati a morte sul luogo dell’esecuzione. Mi tocco le palle in gesto scaramantico. Assai più della morte temo l’in pace, formula infida che cela la condanna ad essere murati vivi in una strettissima cella di pietra, stesi sui propri escrementi ad attendere il pane e l’acqua dall’unica fessura sulla parete.C’è nell’aria di che stare all’erta. Gli Inquisitori spiano le minime mosse dei sospetti come un nugolo di avvoltoi volteggianti: compiono larghi giri sulle teste dei malcapitati in attesa di sfiorare a volo radente la vittima predestinata, farle udire il sinistro fruscio d’ali della morte e al momento opportuno, piombare a strappargli la lingua e gli occhi. Poi comincia il lugubre banchetto e a turno gli avvoltoi ficcano la testa nel posteriore della vittima, vi allungano il collo spennacchiato e tirano fuori col becco le budella.Con la testa nel buco del culo, come gli struzzi con la testa sotto la sabbia, gli Inquisitori riescono nonostante tutto a non vedere la loro crudele violenza e a giustificare la sopraffazione di esseri umani che semplicemente la pensano in modo diverso. Sicchè, quando devono eseguire le condanne, consegnano gli eretici al braccio secolare che spande in loro vece quel sangue di cui gli Inquisitori hanno sacro orrore di macchiarsi.All’una e mezza in punto come d’accordo sono già  sul luogo destinato. La corte è piena della spazzatura e dei rifiuti gettati dalle porte e dalle finestre. L’alloggio del greco è al primo piano, in cima ad una lunga scala esterna che sporge sulla facciata in legno dell’albergo al Pellegrino. Alla base della scala, come in tanti edifici veneziani è scolpita sul ceppo la ruota della fortuna.Immagine profana oltremodo di buon auspicio, essa mi ricorda le scadenze del tempo necessario in stregoneria al compimento delle operazioni magiche: finalmente è arrivato il mio momento, tra non molto pagherò la cambiale con le briciole del mio oro, ancora quel mezzo giro di ruota e dal basso verso l’alto la fortuna mi catapulterà  negli agi, tra gli uomini ricchi e potenti!Sono euforico e benchè gravato dal peso della botticella salgo la scala a grandi passi, trovando subito a sinistra la camera del greco.Busso, nessuno apre.Forse prima di aprire il greco vuol sentire la mia viva voce.Busso di nuovo e grido:”Ehi greco, apri! Sono io, non c’è nulla da temere».La porta si spalanca all’improvviso, impallidisco. Cinque sbirri vestiti di nero mi fissano dall’interno affollato della camera. Resto di sasso.Dunque il greco era una spia, dov’è finito quell’infame?Lo sbirro che ha aperto la porta mi afferra bruscamente per un braccio e mi trascina dentro. La camera è completamente a soqquadro, stanno cercando qualcosa e hanno sventrato anche il materasso di paglia.Scorgendomi paralizzato dalla paura, il loro capo esordisce ironicamente:”Complimenti per la puntualità , aspettavamo con ansia la tua visita di cortesia, ma guardate che gentile… ci ha portato del vino il buon vignaiolo!».Però deve lottare energicamente per togliermi dalle mani la botticella, al che gli altri sbirri scoppiano in una fragorosa risata.Devo subito escogitare un alibi, anche se il greco ha fatto la spia gli sbirri non hanno in mano la prova, il Papiro di Micca.Raccolgo tutto il fiato che mi è rimasto soffocato in gola e replico tremando come una canna:”Il greco… giuro l’ho visto oggi per la prima volta, l’ho incontrato alla locanda, gli piaceva tanto il vino veneziano che ho pensato di… lo vedete voi stessi, sono venuto a vendergli questa botticella di buon vino, viene dal mio sotterraneo».”Ottimo, sei in arresto».”Perchè?», protesto.”Sbattetelo al fresco!», due di loro si precipitano, mi legano le mani e mi trascinano verso la scala.Ho appena il tempo di voltarmi a fissare la botticella del vino e replicare scalpitando:”Ehi, ehi, la porto con me al fresco: nei sotterranei del Palazzo si conserva meglio», terminando la frase con tono distaccato.Si va al Palazzo Ducale, i due sbirri mi tengono a braccetto, camminano frenetici in mezzo alla gente, a passi larghi e rumorosi, giunti al portico bizantino dell’ingresso scambiano messaggi con le guardie, mi scortano attraverso corridoi sontuosi affollati da nobili che vanno e vengono, entriamo infine in uno stanzone enorme, equivalente in ampiezza ad una piazza, ma è vuoto non c’è proprio nessuno.Gli sbirri si bloccano bruscamente, ricevo ordine di sedermi nell’angolo.Non avevo mai messo piede in questo immenso salone, lungo duecento piedi e alto almeno cinquanta. E’ la Sala del Maggior Consiglio, centinaia di sedie vuote occupano ogni spazio ricavabile. Ammiro con stupore le decorazioni dell’imponente soffitto… sbalordito per la grandiosità  degli affreschi alle pareti laterali, ma soprattutto intensamente colpito dalla maestosa ampiezza di questo ambiente illuminato a giorno da altissime finestre. A bocca aperta muovo lo sguardo in alto e a destra e a sinistra.Echeggiano dei tacchi. Si ferma trafelato davanti a me un nobile mai visto, ha una sopravveste ampia, aperta sul davanti, provvista di maniche larghe e lunghissime, ornata di ricami e foderata di pelliccia. A confronto la mia sbiadita tunica bicolore, azzurra e rosso mattone, evoca tutta la distanza sociale che ci divide.Costui mi squadra attentamente da capo a piedi:”Gli abiti colorati non ti sono consentiti».E ordina agli sbirri:”Perquisitelo!».I due frugano dappertutto la tunica, ma non trovano nulla.Il nobile scompone i lineamenti per il disappunto e urla:”Dov’è lo scritto!»”Quale scritto?»”Sei duro di legname? La lettera, dov’è la lettera…», insiste con impazienza.Sono scombussolato, tutto mi appare incomprensibile:”Come? Non capisco che… Una lettera, io non ne so niente».”Avanti, dimmi dove l’hai nascosta».”State sbagliando persona».Il nobile se ne va in fretta facendo un gesto di stizza con la mano, come per mandarmi al diavolo.Giunto a metà  del grande salone deserto si ferma come per un ripensamento, si gira verso gli sbirri e strilla:”Gli avete sequestrato del sale?»”No, signore», rispondono solerti.Appena scompare alla vista domando agli sbirri chi fosse colui, ma quelli non si degnano manco di rispondere, mi sollevano per un braccio e dall’immenso salone mi spingono attraverso uno stretto pertugio, tanto angusto, che vi può passare solo una persona alla volta ammesso che vi si immetta di sbieco. Il pertugio conduce ad un corridoio buio e tetro, seguono delle ripide scalette che scendono al piano sottostante, poi altra rampa a zig zag e altro piano, calcolo che siamo al piano della Loggia. Scendiamo una decina di gradini, giriamo l’angolo, altri dieci gradini più in giù. Causa la scarsità  di luce cammino sempre più tentoni, sui gradini viscidi di muffa e umidità  a un tratto scivolo… ma con uno scatto dei riflessi ritrovo l’equilibrio, per un pelo non ruzzolavo dalle scale.Ecco le prigioni. Nell’imboccarne il corridoio, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali, percepisco un odore di putredine e mi assale a colpo l’impulso di vomitare. Il camminamento abbraccia esternamente una decina di celle, è poco più largo di tre piedi e se allungassi il braccio in alto potrei quasi toccarne la volta.Ma che succede! Si scende ancora. Ancora più giù?Cinque gradini, dieci gradini. Siamo al livello del mare, il pavimento del corridoio è lì lì, massimo una ventina di centimetri più in sotto della superficie dei canali.Attraversiamo un camminamento che si inoltra nel labirinto. Le porticine delle celle sono alte solo sette piedi, le hanno studiate apposta per costringere il prigioniero a piegarsi a metà  quando esce, un espediente che gli impedisce di attaccare frontalmente i suoi guardiani.Siamo a destinazione, ci fermiamo in una guardiola. Sul tavolo vedo sparsi numerosi sacchetti di sale, probabilmente frutto di un illecito commercio e sequestrati in qualità  di merce soggetta al monopolio di Stato della Camera del Sal.Inizia a piovere, attratto dall’improvviso ticchettio della pioggia sul vetro alzo lo sguardo in alto verso le due strette finestre orizzontali. Fino ad un momento prima ero stordito e offuscato da un mulinare di idee confuse ma ora, in questa breve attesa, la mia testa comincia a lavorare con estrema lucidità  e improvvisa si affaccia sul baratro una certezza agghiacciante: i Pozzi.Erano i Pozzi delle prigioni speciali, destinate a coloro che fossero passibili della pena di morte, più che prigioni nell’immaginazione della gente erano delle vere e proprie tombe.Arriva Cengio. I due sbirri mi consegnano nelle sue mani. Una vicina torcia appesa al muro mi consente di rimirarlo con curiosità , tanto è grottesco. Pancia laida sporgente e grandi mani ciondolanti, testa completamente rapata con orecchino infilato all’orecchio sinistro, profonde e nere occhiaie intorno agli occhi, e sul viso una specie di sorriso ebete e sardonico disegnato dalle rughe. Cengio mi invita a seguirlo. Senza scomporsi mi conduce alla cella, apre la porticina in legno, apre quella in ferro e fa cenno con la testa di inchinarmi per entrare. Esito, lo guardo in faccia ancora una volta e oltrepasso la soglia.C’è qualcuno dentro la cella e appena gli occhi si abituano all’oscurità  riconosco il greco disteso sul tavolaccio.”Spia!», gli grido con impeto.Il greco si alza di scatto e mi si avventa contro, mi sbatte con le spalle al muro, afferra il collo e stringe le mani per strangolarmi:”Veneziano di merda!».Lo prendo per i capelli fin quasi a strapparli, ma non molla. Mi sento soffocare… gli ficco i pollici in bocca, li uncino e tiro ai due angoli delle labbra stendendo con forza l’orifizio, la sua espressione si muta in una maschera di dolore. Cede, riesco a liberarmi dalla morsa. Il greco prende allora a tirarmi calci con gli stivaletti da caccia. Paro i colpi. Gli afferro una gamba e lo sbilancio. Si accascia in terra, rimane immobile e muto, seduto sul legno del pavimento.Mi pulisco la veste con la mano e commento con freddezza:”Quando ti hanno acciuffato potevi risparmiarti di tirarmi in ballo».”Di te non ho parlato. Semmai la spia sarai tu – e si rialza in piedi puntandomi contro l’indice -. Tu mi hai denunciato!».Sbalordito, replico in tono conciliante:”Ma sei impazzito? Io una spia! In giro sapevano tutti del vostro covo segretissimo. Se siamo qui tutti e due, la spia non può essere uno di noi».Anch’egli accenna un tono accomodante e si alza per sedersi sul suo tavolaccio:”Gli sbirri avranno pattugliato la camera dell’albergo per attendere l’arrivo di complici. Se hanno preso anche te non è colpa mia».Resto in piedi, muovo nervosamente le dita e dopo una breve pausa riaccendo la lite esplodendo a voce alta:”Ma di sicuro tu hai parlato con qualcuno del mio manoscritto e quel qualcuno ci ha denunciati, nessuno sapeva del mio papiro, nessuno!», e tiro con rabbia un pugno contro la parete.”No! No! Immaginarsi se vado a parlare in giro del tuo papiro del cazzo!».Mi siedo sul mio tavolaccio:”Spero sia vero, comunque adesso sospettano anche me e soltanto per aver frequentato uno stregone».”In tutta questa faccenda la stregoneria non c’entra».”Come no, è inutile cercare di nasconderlo, – indico a braccio teso la sua testa – so benissimo che quella benda nera è il vostro segno di riconoscimento».”O Numi, i veri motivi del mio arresto sono politici. Qualcuno è stato pagato dal governo per consegnare accuse di eresia al Tribunale dell’Inquisizione, ma si tratta solo di un espediente per farmi fuori più alla svelta. Sono un nemico dei veneziani», ribatte.”Ma allora tu sai chi è stato a fare lo spione?», lo incalzo.”No!», risponde secco.”Se le cose stanno così non lo sapremo mai, il nome di chi sporge denunzia alla Santa Inquisizione rimane segreto per regola. E’ vano sperare che lo dicano».”A che gioverebbe saperlo oramai, – aggiunge in tono amareggiato – uscire da qui è impresa più ardua che uscire dal Labirinto di Cnosso».Mi concedo una pausa di ripensamento e cerco di fare un po’ di ordine nella mia mente sconvolta: se voglio salvare la pelle mi conviene lasciar perdere ogni inutile ostilità  e mostrarmi suo amico, solo così potrei convincerlo a giurare il silenzio sul manoscritto di Micca.Cerco di consolarlo:”Non è detta l’ultima parola… come hai detto che ti chiami?».”Zagreo».”Ascoltami Zagreo, il momento decisivo sarà  l’interrogatorio, a quel punto potremo tagliar la testa al toro con i trucchi dell’arte retorica!», con entusiasmo.”Tagliare la testa al toro? Ma di che parli… del Minotauro?»”E’ un modo di dire veneziano, significa togliere di mezzo gli ostacoli e porre fine risolutamente ad una questione».”Che stranezze».”Viene dalla cerimonia del Giovedì Grasso».”Mi pareva, i veneziani hanno in mente solo il Carnevale», aggiunge acido e continua a fissare la nuda parete.”E’ una vecchia storia. Inizia un secolo fa quando Ulrico di Treffen, Patriarca tedesco di Aquileia e gran devoto dell’Imperatore, se la prese a morte per via di una bolla papale che assegnava tutta la Dalmazia al Patriarca veneto di Grado. Ulrico di Treffen assalì Grado mentre i Veneziani erano impegnati nella guerra contro i Ferraresi, ma prontissimo il Doge sbarcò in armi, catturò il Patriarca nemico e lo condusse prigioniero a Venezia, assieme a dodici canonici».”E allora?».”Per chiudere la disputa e tornarsene in Friuli quei tedeschi furono obbligati ad un umiliante riscatto: un toro e dodici maiali.Ecco che da quella volta la celebrazione della vittoria segue ogni anno lo stesso rigido rituale. Il Giudice, di fronte al toro e ai maiali schierati nella Piazzetta, emette la condanna capitale e ne affida l’esecuzione ai fabbri agghindati a festa con ghirlande bandiere e trombe. Un nerboruto rappresentante della corporazione si fa avanti con la sciabola. E’ un momento di grande trepidazione. Il toro scalpita al centro, trattenuto da una corda. Il fabbro si concentra, sferra un colpo violentissimo e taglia di netto la testa al toro. La folla grida eccitata e applaude la testa che rotola sanguinante mentre la spada si ferma giusto a un palmo da terra».”Quest’anno metteranno te al posto del toro», commenta il greco abbozzando una risata sarcastica mentre si distende nel suo letto.La nostra cella, a parte i due stretti tavolacci sui sostegni di pietra, non contiene altro mobilio che un secchio di legno nell’angolino destinato ai bisogni corporali. Grossi lastroni di marmo formano le pareti che danno sul corridoio mentre le pareti confinanti con le altre celle sono probabilmente di mattoni, il tutto è comunque rivestito in legno. La cella non ha finestre, ma appena sopra la porticina c’è la nostra unica sorgente di luce, un buco rotondo largo una spanna e dotato di inferriata a croce.Il greco si sta a poco a poco calmando. Dalla sua posizione stesa solleva in aria il dito e indica sulla parete, all’altezza di poco più di un metro da terra, una specie di ferro di cavallo del diametro di circa 12 centimetri.Sporge con i due estremi paralleli:”A che serve?».Mi preoccupo di non spaventarlo, non vorrei gli venisse voglia di spifferare tutto, papiro compreso, e invento lì per lì una frottola:”Ah quello, serve per legare i polsi ai prigionieri quando devono frustarli», accenno in tono evasivo.In realtà  conoscevo benissimo la sua orribile applicazione.Il prigioniero veniva fatto sedere su uno sgabello, con le spalle appoggiate al muro e con il collo bloccato entro il ferro di cavallo. Sotto il mento si faceva passare un nastro di seta e i suoi due capi venivano infilati in un anello fissato alla parete. Attraverso l’anello il nastro di seta poteva scorrere agevolmente mentre veniva avvolto su di un marchingegno a ruota portato dai carcerieri. La trazione, causava lo strangolamento del condannato.Pesanti e interminabili silenzi seguirono nelle ore successive.Calma tediosa.Un’atmosfera greve di lamenti taciuti.Ancora silenzio…Sento un peso sullo stomaco, mi manca un po’ l’aria.Niente.Non abbiamo più nulla da dirci.E sì… parlare di che cosa? Il peso sullo stomaco, l’aria che mi manca? Ma no.Non abbiamo proprio niente da dirci.Tanto…Qui non succede nulla, è tutto così immobile.Stesi sui nostri giacigli con le mani dietro il capo evitiamo perfino di incrociare lo sguardo, ma col mio carattere questo mortorio è sempre più insopportabile, non ce la faccio più, la tensione è insostenibile.Mi decido a rompere il ghiaccio:”Come mai sei tanto nemico dei veneziani?».Zagreo solleva la schiena dal tavolaccio, si mette a sedere e risponde con un ruggito di orgoglio:”Sono un greco di Candia. Dacchè è caduta Bisanzio più di trecento famiglie veneziane sono sbarcate a spolpare l’isola e a noi greci, messi da parte in ogni cosa, non resta che fare i servi dei vostri feudatari. Questo ti basta?».”Ve lo siete voluto: quel vostro degno imperatore, Manuele Comneno, in un sol giorno fece arrestare tutti i veneziani di Bisanzio, per confiscarne gli averi ovviamente, e poi – mi sforzo di concludere in tono pacato – qualche anno più tardi permise che la follia dei greci massacrasse tutti i latini della città ».Zagreo sbatte le palme in uno schiocco secco e alza il tono:”I bambini e le donne che i latini hanno fatto schiavi, vili scorribande su coste indifese. L’odio greco è antico…».”E’ inutile rispolverare vecchi rancori, – continuo senza scompormi – in fin dei conti, piuttosto che i Mamelucchi è meglio il dominio veneziano. Greci e Veneziani si somigliano: una la faccia, una la razza; non è il vostro proverbio?».Si alza in piedi irritato:”E no! Ti sbagli di grosso. Greci e veneziani sono ben diversi e da sempre in lotta l’uno contro l’altro, fin dai tempi della guerra di Troia».”La guerra di Troia? Ma che c’entra», gesticolo sollevandomi a sedere.”Ah certo, – scuote la testa – voi stessi non lo sapete… Omero citò la vostra alleanza con i Troiani quando ancora i Veneti erano insediati vicino a Troia, in Paflagonia».”Pafla che?».”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».”Mai sentito».”Magari invece conosci a mena dito la storiella di Elena?».”Beh…».”Immaginarsi se i più valorosi eroi della Grecia andavano a farsi ammazzare per una donna».”Perchè allora? Dimmelo tu, Omero!».”L’oro fu il movente vero della guerra di Troia, le miniere aurifere del Caucaso. L’accesso marittimo alla regione era sotto controllo troiano. Libero approdo era concesso solo agli alleati Veneti, che vi raccoglievano l’oro alluvionale stendendo pelli di pecora sul fondo del fiume Rion. Achille era un vero greco mentre Agamennone era di stirpe veneta, voleva riappropriarsi delle terre anatoliche dei suoi avi.La storia è la mia grande passione, io mi compiaccio nel dimostrare l’utilità  della sua conoscenza, specie se si vuole capire a fondo il presente».Predecessori veneti che facevano i cercatotori d’oro in giro per il Mar Nero, è veramente buffo! Chiedo a Zagreo di precisare quali fossero dunque i confini del loro regno.Mi spiega che secondo Omero i Veneti erano stanziati nella Paflagonia, regione dell’Anatolia settentrionale affacciata sulle sponde del Mar Nero tra le acque nere del torrente Billaeus e le foci dell’impetuoso Halys. Nella zona litorale le lunghe e scoscese catene degli Eritini correvano parallele alle sponde del mare, lasciando spazio solo ad una stretta striscia di riva pianeggiante. Buona parte della costa era soggetta ad un continuo vento da nord che produceva un clima moderato, fresco e abbastanza piovoso, pure in estate. Sicchè numerosi torrenti scendevano dai fianchi delle montagne mentre, nella regione interna, il fiume Halys traeva alimento sufficiente per forzare la via e per scavare gole profonde lungo un tragitto che abbracciava con una grande ansa l’altipiano anatolico. La Paflagonia confinava a ovest con i Mariandini, devoti alla dea Marian, e a est con il regno delle Amazzoni, le famose donne guerriere.La mia fantasia si eccita subito al mitico nome delle Amazzoni, mi sa di nature selvagge, di istinti semplici e primordiali; comincio a trovare interessante l’argomento ed esorto il greco a fornirmi altre notizie su questi antichi Veneti d’Anatolia.Zagreo li dice noti ovunque per i magnifici cavalli che allevavano, una razza superiore ricercata perfino in Magna Grecia. Città  principali erano la capitale Enete, famosa per il bosco di bosso, poi Sesamo, Crobialo e Cromma, importanti centri commerciali da cui partivano navi cariche di colorante rosso ocra, di metalli per uso bellico e di legname delle foreste di Citoro.Il loro alfabeto era più antico di quello cadmeo. Erano dotati di vivida fantasia e di grandissima sensibilità  musicale, specie nel suono della lira, dei cembali e del doppio flauto. I Veneti erano apprezzati per i loro fregi marmorei, per i tappeti, per le stoffe ricamate in oro e per la ricercatezza dell’arte orafa. Coltivavano i fiori e soprattutto le rose, con cui producevano oli essenziali per profumi ed unguenti. Vivevano entro città  circondate da mura poderose con la pianta a stella, in case rettangolari formate da travi lignei ricoperti da tetti spioventi di canne di paglia. Sulla testa portavano tutti un copricapo simile a quello che ora è privilegio del doge e secondo la moda del loro paese portavano stivaletti alti fino a metà  polpaccio.I soldati veneti si distinguevano per l’elmo piumato formato da strisce di cuoio intrecciato, portavano piccoli scudi, pugnali e aste non lunghe sebbene all’occorrenza sapessero usare anche i giavellotti. Il loro re aveva cavalli bianchi come la neve e veloci come il vento, guidava un carro lavorato in oro e argento e possedeva armi così straordinarie che non parevano destinate a un mortale ma a un dio celeste.”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge». Il racconto ritorna sulla guerra di Troia e allora ne approfitto per farmi chiarire il destino degli alleati Veneti dopo la sconfitta troiana.Come ben si sa, dopo i lunghi e aspri combattimenti descritti nell’Iliade, il troiano Antenore aprì le porte del cavallo di legno e vi fece uscire i guerrieri rinchiusi provocando la caduta della città  ed il suo saccheggio. In cambio del tradimento, per ordine di Ulisse Antenore ed i suoi figli furono risparmiati.Zagreo accenna all’insieme delle tribù anatoliche dei Cari, Misi, Lici e Lelegi, alleate di Troia come i Veneti e ugualmente colpite dalla sciagura. All’incendio di Troia seguì nel tempo la progressiva penetrazione dei coloni greci nelle coste anatoliche, i Micenei occuparono la Troade, i Dori occuparono il Bosforo, gli Joni scacciarono le tribù delle coste Egee e occuparono a nord le terre abbandonate dai Veneti.”Perchè abbandonate, dove erano andati i Veneti dopo la caduta di Troia?», mi chiedo.Tloc, tloc. Passi cadenzati nel corridoio delle prigioni, si fermano davanti alla nostra porta. Lo spioncino si apre cigolando sui cardini rugginosi, qualcosa luccica, è la testa pelata di Cengio che si abbassa a guardare dalla fessura. Occhi cerchiati da profonde occhiaie ci fissano spalancati, è un istante, subito lo spioncino si richiude.Questa visita inopportuna mi urta, fa tornare la paura, mi ripiomba nella dura realtà .Il mio compagno ha interrotto il racconto. La sua voce ha il potere di trasportarmi fuori del tempo e lontano da qui, nel magico mondo degli eroi. Risveglia in me il vivo desidero di ascoltarlo per ore e ore, le sue descrizioni avvincenti mi entusiasmano, mi sembra quasi di tornare bambino, come quando andavo sul molo ad ascoltare le avventure dei marinai di ritorno dall’Oriente.Zagreo riapre il racconto, stende il braccio e lo fa scivolare lentamente lungo un orizzonte immaginario…”L’immensa schiera dei Veneti con a bordo i loro favolosi tesori, scomparve oltre il Mar Pontico.Ucciso Pilemene per mano di Achille e rimasti privi di un capo, i Veneti in cerca di una nuova sede avevano accettato la guida del sopravvissuto Antenore. Costui ripercorse attraverso il Danubio la rotta solcata dagli Argonauti un paio di generazioni prima, più di mille anni avanti di Cristo».Mi azzardo ad anticipare che di sicuro i Veneti saranno finiti in qualche falsa pista se Antenore, un traditore, li aveva guidati sulle orme di un viaggio fiabesco come quello della conquista del Vello d’Oro.Quasi offeso, Zagreo minaccia di troncare la sua esposizione e rimarca che il viaggio degli Argonauti è storia vera, fedelmente descritta e compilata da Orfeo in 1400 versi.Mi scuso e lo invito, quasi lo supplico, a raccontami dunque questo viaggio e anzi, per valutarne la veridicità , mi dichiaro disposto ad ascoltare uno per uno fino alla fine tutti i 1400 versi di Orfeo.E va bene. Visto e considerato che per passare il tempo altre risorse non abbiamo, Zagreo si offre di illuminarmi sul percorso dei gloriosi eroi imbarcati su Argo. Argo, una nave in legno di quercia con due grandi occhi dalle ciglia ricurve dipinti ai lati della prua.In tono pontificante e teatrale come avesse davanti a sè non un misero compagno di cella ma il pubblico forbito di una corte, egli si ferma con reverenza ogni qualvolta nomina un eroe greco.Diomede capo della spedizione, un giovane alto e bello, con i capelli biondi lisci a coda di cavallo, vestito di una tunica aderente in cuoio e di una pelle di leopardo; era un principe, ma fu abbandonato in fasce e allevato dai centauri dei monti della Magnesia, la terra dal fogliame tremante. Orfeo, dalla Tracia, si era affrettato ad unirsi all’equipaggio: Orfeo l’aedo il cui compito non sarebbe consistito nel remare ma nel dare la cadenza ai rematori e allietare con la cetra la folta schiera degli eroi imbarcati. Ed eccoli: per primo il greco dalla forza prorompente e incontrollabile, Ercole con il suo scudiero Ila; il pilota Tiphys, i dioscuri Castore e Polluce, poi Calais e Zete figli del Vento del Nord, Bute l’apicoltore, Mopso che indossava un copricapo di piume d’uccello e aveva la lingua divisa in due dal coltello, e ancora Asterio, Fano, Idmone, il litigioso Ida e molti altri valorosi. Tutti votati alla conquista del Vello d’Oro, il mantello di lana dorata, appeso a una quercia della Colchide e proveniente dal sacrificio di un ariete alato.Questa la rotta:”Salpati e oramai lontani dalla Magnesia, stanchi di faticare sui remi di frassino, gli Argonauti fecero una prima tappa nell’Egeo settentrionale, in un’isola abitata solo da donne…».”L’Isola delle Donne? – saltando sulla panca – Dimmi dov’è, che appena esco ci vado di corsa! Che bello, essere attorniato da uno sciame di donne che ti toccano e ti accarezzano e ti ronzano intorno assatanate come le api intorno al favo».Mi è presa la voglia di scherzare, Zagreo è sempre così serioso, a pensarci bene trovo un po’ ridicola tutta la sua boria.Come se non avessi aperto bocca, egli continua a pontificare con il consueto tono da attore sul palco:”Colà  gli Argonauti, già  al primissimo scalo, furono sul punto di scordar l’obiettivo giurato e in luogo di darsi anima e corpo alla nobile ricerca dell’aureo Vello, giacquero a letto chi con quella chi con l’altra, chi con l’una e l’altra. Quelle femmine avide di lussuria, tempo addietro erano state ripudiate dai loro uomini dacchè emanavano un puzzo pesante ed insopportabile, ma le tapine si erano poi brutalmente vendicate uccidendoli tutti con… “.”Con le scoregge?».”No! Con le armi in pugno, perchè gli uomini preferivano sposarsi le schiave trace».”Ma quali armi, le armi delle donne te lo dico io quali sono: mona, tette e cul».Zagreo si blocca, lascia cadere le braccia, protesta; le mie interruzioni lo infastidiscono, le trova insulse, dice che gli fanno perdere il filo.Taglia corto, racconta che issando di notte una vela nera gli Argonauti elusero la sorveglianza del Bosforo e riuscirono a superare le insidiose scogliere dello stretto. All’alba, si aprì davanti a loro la vastità  del Ponto Eusino e la nave Argo avanzò rapida nel vento come uno sparviero ad ali spiegate. Costeggiarono quindi la terra dei Mariandini e raggiunsero presto le coste dell’ospitale regione dei Veneti, la Paflagonia. Colà  la nave fu lambita dalle correnti del Partenio che dolcemente scendeva nel mare e nelle cui tiepide acque, inghirlandate dai fiori dei prati, la dea Artemide amava rinfrescarsi di ritorno dalla caccia.Ai primi raggi del tramonto doppiarono le rosse scogliere di Capo Carambi e costeggiarono a forza di remi la Grande Spiaggia. Nei pressi vi era la città  veneta di Sinope che aveva preso il nome da una donna del posto, una mortale di cui Zeus si era invaghito. Per conquistarla egli aveva fatto solenne promessa di regalarle la cosa che ella più desiderasse ma Sinope, pur di liberarsi dell’invadente corteggiatore, aveva scelto in dono la verginità .Ben gli sta, commento. Zeus, non aveva in testa altro che possedere tutte quelle che gli passavano a tiro.Zagreo rimarca che mi aveva ordinato di non interromperlo; non si ricorda più dove era rimasto. Ah sì, l’itinerario ripercorso da Antenore.Toccata la foce del fiume Halys, la nave Argo prese il mare aperto in direzione nord – ovest e non cessarono i venti nè lo splendore del fuoco celeste fino a che non vennero avvistate le foci del Danubio. Largo e profondo, il corso del Danubio poteva essere navigato agevolmente dalla grossa carena della nave, sicchè in trenta giorni si potè raggiungere la confluenza con la Sava e attraversare l’immensa regione oltre il soffio del vento del Nord, lontano verso settentrione, ove mormoravano le sorgenti delle Alpi.L’epilogo fu la discesa degli Argonauti nel golfo dell’Alto Adriatico e lo sboccare in quel mare già  noto nell’età  dell’oro come Mare di Crono. Questo stesso fu l’itinerario di Antenore.Affascinante, sottolineo, dunque nell’età  dell’oro il Golfo di Venezia si chiamava Mare di Crono.Riceviamo la cena da Cengio e mi avvedo che il cibo non è poi così scarso e scadente come sarebbe logico aspettarsi, la zuppa d’orzo e d’erbe non dev’essere male, il pane di segala e avena con dentro i fagioli secchi non è affatto duro, ma io non tocco nulla perchè m’è passato l’appetito.Il greco inizia a tirare improperi e maledizioni, a suo parere il cibo è poco e cattivo, se la prende in modo particolare con il pane dopo averne ingoiato il primo morso:”Puah! Il pane del governo. Con tutto il frumento che ci ruba».”Non è pane del governo. Il Comune non passa i pasti ai carcerati, se oggi mangiamo dobbiamo ringraziare le confraternite di carità , che si preoccupano di noi».”Loro la chiamano carità . A Candia facevo il mugnaio, conosco ogni tipo di farina e giuro, non ho mai mangiato un pane così schifoso! I contadini che vengono al mio mulino non lo darebbero in pasto ai loro cani, per paura di offenderli».Nonostante le proteste non lascia nessun avanzo sul piatto e infine, accortosi che disdegno di mangiare, afferra la mia ciotola e il mio pane e consuma voracemente anche la mia parte.Un boato… fa rimbombare le pareti della cella, mi giro scandalizzato per il rutto del greco. Ha finito di mangiare, si stiracchia e si distende satollo sul tavolaccio.Chiedo con un filo di voce:”Dunque i Veneti sono un popolo mediterraneo?»”Non è del tutto esatto. D’accordo, ai tempi di Troia i Veneti si erano stabiliti in Anatolia e là  avevano assorbito la cultura mediterranea ma, in origine, vennero da Nord».”Ma no?»”I Veneti discendono dal mitico popolo degli Iperborei».”Tu come lo sai?»”A Candia possedevo un testo rarissimo dello storico Ecateo, forse esemplare unico, era intitolato “Il cammino degli Iperborei».”Ah».”Gli Iperborei provenivano dal lontano Nord, per l’esattezza dall’Apollonia».”Dov’era l’Apollonia?»”L’Apollonia arrivava fino alle rive del Mar Baltico, estesa tra i bacini fluviali dell’Oder e della Vistola.In quella remota regione vi erano dei ricchissimi depositi d’ambra e proprio lì iniziava la via commerciale che esportava a sud la preziosa resina dalle sfumature giallo – dorate. Durante l’Età  dell’oro, gli Iperborei si spostarono nel cuore dell’Europa e prosperarono nell’area del medio corso del Danubio.Noi greci li chiamiamo Iperborei perchè le loro tribù erano stanziate al di sopra di Borea ovvero oltre il vento del Nord che soffia gelido sui monti di Tracia».Zagreo precisa che i Veneti erano soltanto una delle numerose tribù iperboree esistenti. Erano tutte figlie del fulgido Apollo, cui sacrificavano il lupo in olocausto, ed avevano in comune l’usanza di cremare i morti e di comporli in urne per poi deporli in campi consacrati.Un giorno fatidico intere tribù della grande famiglia degli Iperborei, tra cui Frigi – Veneti e Dardani, si misero in marcia su pesanti carri e dal Danubio piombarono a sud abbattendosi come una bufera su tutti i popoli che incontrarono sul loro cammino. Tra le vittime del ciclone che premeva minaccioso da Nord ci furono i Greci. Scacciati dalle loro terre di Macedonia e d’Epiro e messi a loro volta in movimento, i Greci vennero inseguiti a sud fino al Golfo di Corinto. Fu laggiù, nell’avamposto di Delfi, che i Frigi introdussero il culto di Apollo in un preesistente santuario.Le altre tribù iperboree presero invece stabile dimora in Tracia e anche i Veneti, per qualche tempo, si fermarono a ridosso dei Dardani nel nord della Macedonia.”La tribù iperborea dei Frigi, fremente per il desiderio di nuove conquiste – prosegue Zagreo – si lasciò alle spalle la Macedonia e trascinò con sè i Veneti alla volta dell’Asia Minore. Piegato con una guerra accanita il potente Impero degli Ittiti, i Frigi si stabilirono all’interno dell’altipiano Anatolico, la tribù dei Dardani fondò la città  di Troia…».”Ma come? Anche i Troiani discendono dagli Iperborei, non è che per caso mi stai raccontando un sacco di balle?»”Atlante era il capostipite dei Dardani e la dimora di Atlante era presso gli Iperborei».”Va beh, scusa l’interruzione, e i Veneti dove si stabilirono?»”I Veneti si presero le coste settentrionali dell’Asia Minore che corrispondevano appunto alla ricca Paflagonia».E’ strano, pensavo. Per quanto ci si possa sforzare, riesce difficile immaginare i Veneti in un periodo di splendore eguale o addirittura superiore all’attuale. Le concezioni che ho dei nostri precursori sbiadiscono a confronto dei fulgori della Roma Imperiale, ricalcano molti luoghi comuni e non vanno oltre la minuta comunità  di pescatori e salinai, condannati a strappare alla viscida melma della laguna lo spazio per le loro capanne.Borbotto:”Al tempo dell’età  dell’oro gli Iperborei dovevano essere molto potenti».”Certo, l’immensa moltitudine delle tribù Iperboree copriva un territorio vastissimo che occupava il centro dell’Europa con propaggini perfino nella lontana Britannia, esteso lungo un’asse che da Nord – Ovest a Sud – Est collegava il Danubio all’Anatolia».”Come faceva questa moltitudine a mantenere la concordia al suo interno?»”Le tribù iperboree facevano parte di una confederazione. Sebbene ogni tribù godesse localmente di larga autonomia amministrativa, esse erano legate da stretti vincoli di alleanza politico – militare, come si evince del resto dall’esempio della guerra di Troia».Con una serie di larghi giri concentrici siamo nuovamente tornati al punto di partenza, la guerra di Troia:”Guidava i Paflagoni il forte cuore di Pilemene dalla veneta terra ove nasce la razza delle mule selvagge».Sono stordito. Chiedo un attimo di pausa e riassumo a voce il giro di peripezie dei Veneti completo di tutte le loro complicate peregrinazioni. L’Apollonia, l’Area danubiana centrale, la Macedonia, la Paflagonia. Se il destino mi riserverà  di uscire da qui andrò dritto in Piazzetta dei Leoni a sbandierare queste incredibili notizie, nessuno le sa.Zagreo si complimenta per la buona memoria che dimostro di possedere e riprende implacabile la narrazione:”Fuggendo da Troia in preda alle fiamme e solcando come già  ti dissi l’antica rotta degli Argonauti, i Veneti guidati da Antenore ritornarono alla terra dei loro padri nella regione danubiana centrale. Vi trovarono ad accoglierli gli Iperborei rimasti a presidiare l’antica capitale e furono calorosamente abbracciati da Zabio, il re dell’ascia di bronzo, quell’ascia bipenne che assommava in sè il sommo potere politico e religioso.Zabio accolse benevolmente il culto della Grande Madre che i profughi Anatolici avevano assorbito e portato seco e in tal modo Reitia, affiancata ad Apollo, venne riconosciuta come la somma dea dei Veneti».Col sorriso sulle labbra il mio compagno di cella descrive il clima temperato del Danubio e i buoni raccolti, tratteggia i costumi gentili degli Iperborei, ne cita l’estrema longevità , la vita all’aria aperta nei prati e nei boschi sacri. Mobili come il vento sugli eleganti cavalli essi riuscivano a scoprire i più reconditi recessi ove la natura celasse i suoi tesori.Accadde però, e qui Zagreo si rabbuia in volto, che dopo anni e anni di pace un giorno si addensarono sui Veneti le orde minacciose dei Cimmeri.I Cimmeri provenivano dalla terra di Ade, un paese perennemente avvolto dalle nebbie ove non splende mai il sole, erano un popolo dell’ombra, dal carattere malvagio e brutale. Piccoli e pallidi, tuttavia forniti di terribili armi di ferro apparivano solo al crepuscolo per razziare e depredare i vicini.Non costruivano città  nè fortezze, vivevano in dimore sotterranee collegate insieme dal tortuoso intrico di gallerie che i loro schiavi erano costretti a scavare. Non erigevano templi nè santuari, ma nelle viscere della terra evocavano le creature delle tenebre. Gli antri echeggiavano delle tetre cantilene degli stregoni ed il fumo dell’hashish si sviluppava denso dai bracieri dando forma a poco a poco alle sagome dei dèmoni, allora i presenti si prostravano davanti alle apparizioni e offrivano loro in nutrimento il sangue caldo di una pecora nera. Gli stregoni acquisivano così il potere di addormentare con lo sguardo chiunque li fissasse un attimo negli occhi e in quello stato potevano ordinargli di compiere qualsiasi azione. Il loro supremo sacerdote, nascosto nella grotta più profonda ed inaccessibile, era solito compiere sacrifici umani davanti un caprone imbalsamato che era cinto alla fronte da una stella a cinque punte, rovesciata con la punta in giù.Nella terra di Ade, i Cimmeri erano un tempo padroni della Crimea e delle steppe che si estendono sopra le coste settentrionali del Mar Nero, ma da oriente erano arrivati gli Sciti del Turkestan e li avevano scacciati. In realtà  gli Sciti conquistarono quelle steppe senza colpo ferire perchè, non appena si seppe del formidabile esercito scita che marciava minaccioso sulla Crimea, i Cimmeri furono presi dal panico e si prepararono a fuggire. I capi militari cercarono di fermarli incitando il popolo alla difesa e dichiarandosi pronti a morire e a farsi seppellire nella propria terra piuttosto che scansare il combattimento, ma il popolo insisteva sulla necessità  di cedere rapidamente il campo ed evitare una sicura sconfitta. Ne seguì una cruenta rivolta, i generali e gli aristocratici furono assassinati ed i loro cadaveri seppelliti frettolosamente sulle rive del fiume Dniestr. Il mucchio selvaggio si mise in fuga, lasciò agli Sciti un deserto di steppe e risalì il Danubio saccheggiando e devastando ogni cosa come un esercito di cavallette.Zagreo dipinge un grandioso affresco dalle tinte fosche:”Un giorno funesto il flagello dei Cimmeri si presentò alle porte della capitale iperborea, l’avanguardia nemica assaltò alcune fortificazioni e nel ritirarsi incendiò il bosco sacro prospiciente la città …I cavalieri veneti erano schierati e pronti per la battaglia, si stringevano nelle file, avvolti nei loro mantelli azzurri, e attendevano l’ordine della carica. Anche l’agguerrita fanteria iperborea era uscita allo scoperto e si era piazzata nelle retrovie. L’attesa fu lunga e snervante. Al calar del sole ancora lo sguardo era teso all’orizzonte allorchè in lontananza, in direzione del bosco incenerito, videro avanzare una nube di polvere nera. La nube procedeva lentamente verso di loro finchè in mezzo alla fuliggine cominciarono a distinguere i profili di quei tetri guerrieri: curvi sulle selle e con le corna sugli elmi, al rombo cupo degli zoccoli i Cimmeri al galoppo tenevano alte le loro insegne di morte, e l’ombra nerastra si sollevava in aria, in colonne di polvere che oscuravano il sole del tramonto.Lo stato d’animo dei cavalieri veneti era tesissimo, non avevano mai combattuto oltre l’imbrunire, i cavalli erano irrequieti, roteavano gli occhi e scalpitavano… si alzò chissà  dove un grido di battaglia, il grido si propagò all’unisono e fu sommerso quasi istantaneamente da un assordante scalpitio di zoccoli. La carica! A faccia a faccia col nemico i cavalieri veneti incrociarono gli sguardi stralunati dei Cimmeri col bianco degli occhi che spiccava sui visi sporchi di cenere, e nell’urtarne i cavalli videro le teste mummificate appese alle briglie: macabri trofei degli uccisi in duello. Sul campo di battaglia si udiva il clangore del corpo a corpo, i nitriti dei cavalli che imbizzarrivano e cadevano, i martelli che fracassavano i crani, le urla bestiali degli assalitori mescolate ai lamenti dei feriti. Furono visti i Cimmeri inginocchiarsi sui corpi dei nemici agonizzanti, berne il sangue che sgorgava dalle ferite e poi rialzarsi furenti con i denti digrignanti e la bocca intrisa del sangue che gocciolava lungo i baffi.La cavalleria veneta era efficace e molto mobile, si spostava con rapidità  ove c’era più bisogno, si batteva con accanimento, incalzava mulinando le spade e abbatteva gli avversari. Però, col procedere della battaglia i Veneti furono costretti sulla difensiva ed invocarono l’aiuto della fanteria iperborea: gli attaccanti erano un numero spropositato, appena uccisi quelli delle prime file altri ne sopraggiungevano senza fine, la loro forza era nel numero e sotto l’impeto di quell’orda selvaggia gli Iperborei dovettero ripiegare.Coloro che erano rimasti in città  assistettero ai funesti presagi del tempio di Apollo, il nibbio appollaiato sul treppiede ruppe il laccio, spalancò le larghe ali al cielo e con un balzo spiccò il volo, il cigno fuggì atterrito dal laghetto sacro ed i corvi ammaestrati si allontanarono dal tempio per dilaniare i cadaveri sparsi sul campo di battaglia».Con dovizia di particolari Zagreo narra la capitolazione e l’orrendo sacco della città , difesa unicamente da palizzate di legno. Racconta che i Cimmeri riuscirono ad oltrepassare le palizzate scavando delle gallerie sotterranee, sbucarono in città  nel buio della notte e poterono aprire le porte al loro esercito avido di saccheggio. Nella piazza centrale crebbe presto una montagna di teste recise, appartenevano a centinaia e centinaia di Iperborei, questo perchè aveva diritto alla propria parte di bottino solo chi avesse consegnato ai capipopolo la testa dei nemici uccisi. Dal cuoio capelluto i Cimmeri asportavano lo scalpo, che veniva usato come salvietta oppure cucito insieme con altri scalpi per confezionare delle casacche. Gli arcieri scuoiavano con le unghie la mano destra dei cadaveri e ricavata la pelle umana, che è spessa e lucente, ne facevano dei coperchi per le loro faretre.Si videro due guerrieri Cimmeri spogliare una donna e metterla in ginocchio, l’uno la strangolava lentamente con un laccio e sogghignava… mentre l’altro con macabra lussuria la sodomizzava e la godeva nel dimenarsi spasmodico dell’agonia. Il piccolo bambino strappato a quella donna venne raggruppato con altri della stessa età , era destinato da quel giorno a non rivedere mai più la luce del sole, sarebbe stato istruito per entrare nella congregazione degli schiavi scavatori di gallerie.A Zabio, comandante supremo degli Iperborei, toccò un’orribile fine, venne scorticato vivo da capo a piedi e quando ancora il suo cuore non aveva cessato di pulsare, le sue carni furono date in pasto ai maiali.Il santuario del Sole?Abbandonato precipitosamente dai sacerdoti, fu ben presto insozzato dai Cimmeri che trasformarono il tempio di Apollo in una stalla per i loro cavalli.Zagreo continua a narrare, parla molto veloce e faccio fatica a seguirlo. E’ un fiume di notizie che si susseguono senza tregua, senza un attimo di respiro.Le terrificanti notizie del saccheggio si propagarono nella pianura Danubiana e arrivarono ai villaggi non ancora raggiunti dai Cimmeri. Tutti coloro che erano in grado di mettersi in salvo risalirono il Danubio fino alle sue sorgenti. Sfociarono sul Lago di Costanza e giunti al versante nord della barriera alpina, sfidarono i pericoli del suo attraversamento per andare a rifugiarsi in massa sui monti, fortificando rupi e passi in modo da renderli inaccessibili agli inseguitori.I fuggiaschi si inoltrarono così nei territori dei Reti, che tuttavia li accolsero pacificamente e permisero loro di stabilirsi nella Valle alpina del Reno. Nei monti i Veneti riuscirono a sopravvivere grazie alla coltivazione delle fave e della vite; divennero abili nel commercio del sale di miniera e dell’ambra che arrivava da nord; ormai esperti nella caccia al cervo, adottarono l’usanza di sacrificarlo sui roghi votivi dedicati ad Artemide, la sorella gemella di Apollo.I Reti? Mentre Zagreo era intento a narrare questo soporoso e pesantissimo intreccio di guerre e di popoli, ho perso il filo del racconto, mi sono distratto, e con gli occhi persi nel vuoto ho continuato a fantasticare sulla nube di cenere sollevata dai Cimmeri alla carica. In mezzo alla polvere infiammata dalla luce del tramonto rivedevo quei tetri guerrieri curvi sulle selle, le ombre disegnate in contro luce, con le corna appuntite… simili a furibondi diavoli appena usciti dall’inferno. Si avvicinano. Vedo il bianco dei loro occhi, spicca sui visi di cenere, le falci e le insegne di morte sollevate sulle aste, le teste mummificate appese alle briglie. Odo il rombo cupo del galoppo, è assordante, un muggito bestiale, un coro di tamburi rullanti, insistente, sempre più forte, un tremendo boato!Scuoto la testa e mi risveglio da quella specie di incubo, Zagreo sta enfatizzando l’alleanza tra Veneti e Latini:”Re Latino era figlio di un’iperborea, Palanto!»Il greco conclude finalmente il suo interminabile poema, dimostra di conoscere meglio di me la geografia dei nostri monti ed esplica come attraverso le Alpi i Veneti siano scesi pian piano a valle, spodestando i Colchi dai Colli Euganei e guadagnando il golfo dell’Alto Adriatico. Ivi prosperando fino all’epoca romana allorchè ebbero il loro daffare per ostacolare la pressione dei Celti, che dovettero combattere prima insieme agli Etruschi e poi insieme agli alleati Romani.”Già , gli alleati Romani – faccio eco -.Enea, si sa, discende dai Dardani di Troia. Pilemene discende dai Veneti d’Anatolia.Ergo la nostra gente è affine alla Latina…».”Proprio così, si tratta di tribù iperboree nate da uno stesso ceppo».”Al contrario, i greci non hanno nulla a che vedere con gli Iperborei e quindi, sempre secondo te, sono in tutto differenti dai Veneti.La logica conclusione è che un greco di Candia non deve sottostare a un feudatario veneto» innervosendomi.”Esatto».”Ma tu credi veramente – lo aggredisco -, che i Veneti di Paflagondia o come si dice… di Paflagonia siano identici a quelli che ora circolano per le calli di Venezia o che i greci di Agamennone fossero lo stesso dei greci di oggi?Che frottole! E’ avventato, è fuori luogo. E’ una presunzione assurda. Chi sei? Chi sei tu per sostenere un peso reale di legami così arcaici. Ma chi ti credi di essere? Che pretese! Dimostrare che i Veneziani sono agli antipodi dei Greci… tirando in ballo le tribù del tempo di Troia».”I popoli han la memoria lunga».”Sì… anche le balle di Noè!»Quindici piedi di lunghezza, nove di larghezza… come un’anima in pena Zagreo misura accuratamente il pavimento della cella, poi tocca il soffitto con la punta del dito e calcola otto piedi di altezza. Non riesce a star fermo, continua a camminare avanti e indietro, nervosamente.Nella penombra lo guardo con la coda dell’occhio. Osservo le sue gambe robuste, i capelli ricci e neri, gli occhi vivi e intelligenti, la benda nera ancora sulla testa.Questo greco, che si dichiara perseguitato politico, afferma di aver letto e riletto gli Inni di Orfeo, conosce a memoria la guerra di Troia, recita le contorte peripezie degli Argonauti. Indubbiamente, ha un suo stile ricercato di esporre, si immedesima come un attore e sa comunicare ad arte i sentimenti dei protagonisti. Poco fa, mentre cantava l’epopea degli Iperborei e ne descriveva lo scontro con i Cimmeri, con le mutevoli espressioni del suo volto ha saputo trasmettermi il senso tragico degli avvenimenti. L’individuo taciturno e scontroso che ho incontrato al Mastino di Khorassan sa in realtà  parlare in modo garbato e rendersi gradevole a chi lo ascolta. Non ha proprio nulla del mugnaio asservito alla macina e abituato a trattare con i servi della gleba, Zagreo sembra piuttosto una specie di cantastorie. Ecco cos’è: un trovatore, chissà  perchè non ha voluto dirmelo?Gli chiedo a bruciapelo:”Sai suonare la viella?»”Sì» annuisce fissando a testa bassa il pavimento di legno mentre continua a girare in tondo.”Tu sei un trovatore!»Zagreo si blocca di colpo e mi guarda sorpreso con gli occhi luccicanti.Poi riprende a camminare, ma più lentamente e inizia a confidarsi:”Non proprio, ma sarei potuto diventarlo come mio padre e mio nonno.Loro erano molto diversi dagli spensierati trovatori provenzali. Mio nonno fu trovatore a Bisanzio alla corte di Alessio III. Nell’attacco del 1203, la flotta Veneziana sbarcò angeli sterminatori cinti da splendide armature e da preziosi drappi di seta: sicchè alla vista dell’esercito crociato l’Imperatore fuggì precipitosamente. Si diresse verso Adrianopoli con sua figlia Irene e il loro fedele trovatore li seguì, mentre la guardia danese e inglese riusciva a malapena a ritardare la caduta della città .Ma quando Alessio III finì in catene a Nicea, mio nonno decise di tornare a Candia per riabbracciare i genitori. Nell’altipiano di Lassìthi essi possedevano un mulino a vento, costruzione in pietra a forma di ferro di cavallo allungato e con le pale ricoperte di stoffa. Come lui, moltissimi altri greci si erano rifugiati nell’altipiano per timore dei Veneziani. Sposatosi ebbe mio padre. Mio padre, imparò i poemi e i racconti che arrivavano da Bisanzio ed ereditò il mestiere di trovatore però, per poterlo esercitare, dovette abbandonare l’altipiano e recarsi a San Nikòlaos dal signore veneziano del castello di Mirabello.Perciò durante tutta la mia spensierata giovinezza vissi al castello, ove mio padre a sua volta mi trasmise l’intero repertorio bizantino, avrebbe voluto che un giorno prendessi il suo posto… Disgraziatamente, sebbene fossi ben preparato nel canto e sapessi suonare la viella, non ebbi il tempo di farmi nome come trovatore perchè fui presto espulso dal castello».”Come mai?»”Avevano scoperto che ero io… l’imprendibile bracconiere della riserva del Signore. Catturavo con le trappole un sacco di animali, lepri, tassi, donnole, martore e capre selvatiche. Cacciato malamente dal castello tornai nell’altipiano e mi misi a fare il mugnaio nel nostro mulino, dovevo pur guadagnarmi da vivere.I greci che trovai nell’altipiano erano perennemente irrequieti, molti dei rifugiati avevano subito soprusi dai veneziani o mantenevano una caparbia opposizione al regime. Il Signore di San Nikòlaos pensò di poter tenere a freno lo scontento e di amministrare meglio la zona tramite l’investitura di un uomo d’arme, sicchè un giorno consegnò tutte le terre dell’altipiano ad un Valvassore, ovviamente veneziano. Costui mi prese subito di mira, mi considerava pericoloso perchè avevo stretto amicizia con i ribelli e facevo attiva propaganda contro il regime».”Capisco».”Sai, mi sarebbe piaciuto diventare un vero trovatore, avevo il talento per rendermi celebre con versi scritti di mio pugno, ma i veneziani me l’hanno impedito in tutti i modi».”Perchè non sei andato in un altro castello?»”Ci ho provato ma ero ovunque messo al bando, mi hanno rifiutato a Rodia, Chania, Etia, ho bussato a Ierapetra e a Frankokastello ma mi hanno risposto che volevano solo menestrelli provenzali… e che un greco non può darsi arie da trovatore».”Vedrai, col tempo anche la prepotenza di quei rozzi ignoranti si piegherà  alla gentilezza della vostra cultura, immagino tu conosca il proverbio chi va al mulino s’infarina».”Altro che! Il nuovo Valvassore è venuto al mulino e se n’è subito appropriato, adduceva che secondo l’usanza poteva costruirli solo il feudatario».”Perchè non siete andati a protestare dal Signore?»”Era inutile. Per gratitudine verso mio padre il Signore di San Nikòlaos aveva tollerato la proprietà  del mulino anche se era contro l’usanza, ma con l’investitura egli aveva ceduto la terra stessa ove sorgeva il mulino, conferendo al Valvassore il diritto di comportarsi da padrone.Obbligato a fare il servo nel mulino mio, ricevevo dal Valvassore un compenso da fame, un sacco di farina ogni trenta sacchi macinati anzichè venire pagato come prima dai contadini. Ai Greci egli aveva vietato di macinare i cereali in casa, li costringeva ad utilizzare il mulino e pretendeva tasse esose per ogni macinazione. Con l’avvento della carestia di grano il fermento della ribellione era sul punto di esplodere ed io ne approfittai per incitare alla rivolta i contadini esasperati. Nell’altipiano mi conoscevano tutti, alle mie arringhe alternavo i canti accompagnati con la viella, ero solito cantare per il popolo le gesta degli Argonauti, i contadini si commuovevano, mi riempivano di semplici doni e di ammirazione incondizionata.Un giorno abbiamo assaltato di sorpresa il palazzo del Valvassore, le sue guardie hanno usato le armi e la cosa è degenerata. Uno dei ribelli ha ucciso il Valvassore».”Quale fu la risposta veneziana all’uccisione di un nobile?»”Fu l’immediata evacuazione dell’intera piana di Lassìthi e il drastico divieto di accesso all’altipiano, compresi i monti circostanti. Con tale disposizione il governo veneziano ha voluto impedire ai ribelli di arroccarsi in quel territorio sopraelevato, facile da difendere. Hanno bruciato i miei libri, hanno raso al suolo il mio mulino e tutti i villaggi dell’altipiano e adesso, un terreno così fertile e ricco di frumento è completamente spopolato, ridotto a un deserto incolto».”Per questo hai lasciato Candia».”Sì, non avevo scelta, con gli sbirri alle calcagna ho dovuto prendere clandestinamente la prima nave veneziana in partenza.A Smirne, nell’Impero di Nicea, la nave ha fatto scalo e io ne ho approfittato per procurarmi alcuni sacchetti di sale da contrabbandare a Venezia».Il monopolio del Sale, geloso privilegio fin dalle origini della Serenissima, fu una delle cause del suo rapido arricchimento. Ovunque nel litorale salmastro della laguna figurano saline a struttura industriale in parte utilizzate per la salagione del pesce, principale alimento della città , ma soprattutto destinate all’esportazione. Il sale è il prodotto più venduto all’estero dai mercanti veneziani, ma non soltanto venduto: in Puglia, in Libia e nelle Baleari, viene sistematicamente comprato dalle navi veneziane che ne fanno incetta per il governo.”Ah ho capito, -esulto- ti sei messo a fare il contrabbandiere di sale. Per questo, quand’ero nel salone del Palazzo Ducale, quel nobile ha chiesto agli sbirri se mi avevano sequestrato del sale. Allora erano tuoi i sacchetti di sale sul tavolo della guardiola?»”Sì, ma dovevano servire solo per pagarmi il viaggio, volevo raggiungere i miei amici dell’altipiano. Si sono rifugiati a Verona. La è signore un ghibellino attento e ospitale verso gli esuli greci, un uomo che non ha pregiudizi nei riguardi degli eretici. Io contavo nella sua munificenza per farmi accettare come trovatore, il genere politico non è il solo delle mie canzoni, so anche allietare con melodie gaie e leggere».Esiste forse compagno migliore per un carcerato? Il destino avrebbe potuto riservarmi la vicinanza di un brigante capace solo di vomitare bestemmie oppure di un friulano che non ti dice una parola in tutta la giornata e invece no, ho per compagno di cella un trovatore, vengo allietato dalle delizie della cultura e della poesia al pari di un principe nella sua corte. Senza la viella egli non può cantare ma potrà  almeno raccontarmi qualche storia sui re di Paflagonia.Zagreo lo fa con piacere, non è stanco, sembra preso dalla frenesia di liberarsi di tutto il suo repertorio in una sera, come se fosse l’ultima occasione per tramandare un sapere che solo lui conosce. Inizia a narrare del suo re più famoso, Pelope, che teneva corte ad Enete sulle sponde del Mar Nero. Regnò poco dopo il crollo dell’impero Ittita, quando i Veneti erano tra i più potenti della coalizione anatolica.Tutti i suoi successori al trono, compreso Agamennone a Micene, vennero consacrati con riti solenni che si ispiravano a lui, Pelope Faccia nera.Il novello monarca indossava una maschera di pelle nera ed un vello nero. Durante il rituale veniva ucciso simbolicamente, ma veniva fatto rinascere a nuova vita da sacerdoti vestiti di candidi velli. Infine, fatto simile a Zeus, il re veniva ricoperto da un maestoso vello tinto di rosso porpora.Interrompo Zagreo per sapere di chi fosse figlio Pelope.Egli fa il nome di Tantalo, un titano generato da Pluto, la dea della ricchezza a sua volta figlia dell’iperboreo Atlante.Tantalo, non era quello del famoso supplizio?Era proprio lui, aveva tenuto nascosto il mastino d’oro rubato al dio della metallurgia Efesto e spergiurò di non averlo mai visto nè di averne mai sentito parlare. Comunque, fu punito dall’olimpico Zeus per un assai più grave misfatto…Invitati gli dei ad un suo sontuoso banchetto sul monte Sipilo, Tantalo si rese conto di aver finito le provviste e preso dal panico tagliò a pezzi il figlioletto Pelope. Smembrate, lessate e poi arrostite, le tenere carni del bimbo furono servite in tavola agli ospiti, costoro tuttavia ne compresero immediatamente la provenienza e inorriditi si rifiutarono di toccare cibo. Solo Teti la consorte di Oceano, essendosi in quel momento distratta, mangiò il pezzo di carne che corrispondeva alla spalla sinistra del fanciullo.Dunque il supplizio?La condanna inflitta a Tantalo dal sommo Zeus fu l’eterna tortura della fame e della sete, appeso nella palude tartarea ai rami di un albero sovraccarico di ogni qualità  di frutti. L’acqua in piena saliva fino all’altezza del suo mento ma non appena Tantalo chinava il capo e protendeva le labbra arse per bere… l’acqua si ritirava improvvisamente e lasciava solo nero fango ai suoi piedi. Quando poi esasperato dai morsi della fame, tormentato dal bisogno di cibo, allungava il braccio e protendeva la mano per afferrare una mela matura, una pera o un fico dolcissimo… un soffio di vento gli allontanava il ramo dalle dita e l’agognato frutto cadeva nella melma.Tantalo… il bimbo a pezzi… il supplizio… Queste storie raccapriccianti mi hanno assorbito al punto di farmi scordare ogni cosa, perfino il luogo penoso in cui mi trovo. Dopo il mio arrivo in cella la sera era scesa quasi subito, in effetti da molte ore siamo pressochè senza luce e non mi sono nemmeno accorto del lento trapassare nella notte fonda. Chissà , potrebbero essere le tre, le quattro. Discorrendo ci siamo inoltrati nell’oscurità  desolante dell’interminabile notte invernale, diciannove ore di buio mortale.Privato di stimoli sensoriali esterni, disorientato dall’immobilità  di queste quattro pareti, solo adesso mi sveglio da un viaggio percorso indietro del tempo. Ero fuori della mia epoca, lontano dalle baruffe dei guelfi e dei ghibellini, dalle pretese e dalle tasse dell’Imperatore, dalle lotte accanite della Lega Lombarda. Il presente mi viene incontro nella sua pochezza. Tutto mi appare piccolo, meschino, insignificante.Cerco di assopirmi ma nella gelida morsa dell’inverno vi riesco solo per brevi tratti, risvegliandomi di continuo.Nel buio mi lamento con Zagreo:”Che freddo cane! Ho i piedi congelati».Odo la sua voce rauca:”Ci penserà  l’Inquisitore a scaldarti per bene i piedi».”Come?»”Devi sapere che ai sottoposti al tormento usano spalmare i piedi con lardo di maiale, poi bloccano le caviglie con i ceppi e accendono vicino un bel fuocherello ardente».”Però, che raffinatezze».”E ricordati di non chiedere un po’ d’acqua da bere altrimenti ti spalancano la bocca con uno strumento di metallo, prendono l’imbuto e ti costringono ad ingurgitare decine e decine di litri d’acqua. Legato a testa in giù, con la schiena ad arco, lo stomaco si dilata enormemente e preme sul torace provocando atrocissime sofferenze».”Staremo a vedere il trattamento che toccherà  a noi».”Intanto per questa notte ci penseranno i topi».”A far che?» incalzo spaurito.”A rosicchiarci le orecchie. Appena sono entrato in cella ho trovato ad abitarla due enormi ratti, avevano il pelo nero e lucido sul dorso e grigio sulla pancia, hanno fatto il giro della cella a tutta velocità  e sono usciti di corsa dalla porta».”Speriamo che siano usciti tutti, le pantegane sono le uniche bestie che non sopporto».Preferirei la tortura dei piedi bruciati alla presenza silenziosa dei topi, li odio, ho il terrore che qualcuno sia rimasto nascosto sotto i tavolacci, se il greco me lo avesse detto prima avrei potuto controllare. Magari è sotto il mio letto e attende che mi addormenti per rosicchiarmi le scarpe e i vestiti.Mi rigiro insonne. Sto con le orecchie tese per cogliere il minimo rumore delle zampette, quand’ecco… Zagreo emette un lamento soffocato subito seguito da un lugubre ululato che mi fa sobbalzare dalla paura.”Zagreo!» chiamo tremando, seduto sul letto con un sudore gelido e appicicaticcio che mi incolla la camicia alla schiena.”Ho avuto un incubo – mi rassicura dal suo tavolaccio -. Mi trovavo a Candia, nell’altipiano. Ero riverso sul pavimento del nostro mulino. Il mio corpo giaceva a terra orrendamente smembrato, gambe e braccia amputate alla radice, mani e piedi separati dagli arti e la testa staccata dal collo. Pur decapitato, gli occhi mi consentivano di vedere, ed era lo spettacolo agghiacciante del mio misero corpo, poi… poi un corvo è entrato dalla finestra, svolazzava in aria finchè si è appollaiato sulla mia testa. Si è aggrappato ai capelli con le unghie e ha cominciato a beccarmi la faccia. Ero impotente di fronte a quel dolore atroce e insopportabile, non avevo mani per scacciare quell’uccellaccio, non mi restava che urlare a squarciagola, ma… appena ho spalancato la bocca quello mi ha strappato la lingua».Il mattino seguente la luce comincia a filtrare dalla finestrella come un bene raro e prezioso e, nell’oziosa frustrazione del carcere, scopro uno spassoso passatempo nel guardare i granelli di polvere che a miriadi attraversano il fascio di luce in una danza frenetica e disordinata.Zagreo si sfrega gli occhi e appena alzato ha già  fame:”Non vedo l’ora che suoni mezzogiorno, le mie budella lo hanno già  suonato in anticipo. Ho voglia di un po’ di pane, ma di quello buono. Sento una gran nostalgia delle pagnotte del forno di casa mia, mi piacevano da matti quelle impastate con l’uva passa, calde e croccanti, mhm che profumo! Mi viene l’acquolina in bocca».”Il pane è l’alimento principe».”Principe? Certo, non per nulla è sacro a Demetra. Nella poesia arcadica il pane simboleggia uno dei princìpi fondamentali, il Secco in opposizione all’Umido, il vino».”Fatalità , Secco e Umido, Fuoco e Acqua, figurano anche nella magia».”Questo mi incuriosisce, sentiamo pure po’ di magia sono stufo di parlare sempre io, ora tocca a te, tira fuori quello che sai!»Ecco, ci siamo, questo è il momento che aspettavo. Pretenderò da lui il solenne giuramento, deve tacere all’Inquisitore il mio papiro, ormai conosco a puntino la sua caparbia fierezza, è uno di quelli capaci di resistere a qualsiasi tortura pur di non tradire la parola data.Uso un tono circospetto:”Sono più che disposto a parlarti apertamente, ma in vero questi misteri esigono per regola un giuramento di silenzio su tutto ciò che vien detto nonchè… ovviamente sulle fonti, nella fattispecie quel papiro che ti avevo proposto di tradurre».”Va bene, se ci tieni tanto lo giuro».”Manterrai il giuramento anche sotto tortura? E giuri di non nominare il Papyrus di Micca?»”Sì».”Ne sei sicuro?» guardandolo negli occhi.”Sì! Per chi mi hai preso?»”D’accordo, amico. Il mio nome è Petrangèsio, deriva da anghelio e vuol dire messaggero della Pietra, ma in vero le mie conoscenze circa la magia sono piuttosto esigue e un po’ confuse… tanto che i Veneziani mi hanno affibbiato il nomignolo di Mago Vanesio».Quando Alessandro Magno fondò in Egitto la città  che porta il suo nome vi condusse dalla Macedonia i più grandi esperti nell’arte magica e li fece accogliere con tutti gli onori nei templi egiziani dei sacerdoti di Serapide. I sapienti arabi non fecero altro che attingere ai testi magici tesaurizzati nelle biblioteche di Alessandria e ne furono i gelosi custodi; infine, tradotti in latino, i papiri tornarono in circolazione e furono riconsegnati all’Europa .Continuo:”Della magia di Ecate mi sono noti i tre elementi che compongono tutte le cose: il Sale che ne rappresenta il Corpo ovvero ciò che è limitato dalla sua superficie tangibile; il Mercurio che s’identifica con lo Spirito cioè la sostanza invisibile comune ad ogni varietà  di cose ed infine lo Zolfo che ne è l’Anima».”La magia conferisce un’anima alle cose, al pari dell’uomo? Questo mi stupisce!»”Certo, al pari dell’uomo e lo fa anche il vostro Aristotele allorchè attribuisce ai metalli un’anima vegetativa. Tutto la terra è vivente.».”Ma come puoi credere alla presenza dell’anima in un metallo?» insiste.”Prendiamo un metallo che cristallizza entro la miniera. L’Anima, è l’architetto intento a progettare il disegno della complessa struttura reticolare, viceversa il Corpo del metallo è l’operaio che realizza il progetto del poliedro scolpendone le facce regolari».”Oh Numi, non ti credevo filosofo della natura».”Più in generale il problema è chiarire la relazione Anima – Corpo, dato che l’Anima è immateriale ed incorporea come un progetto ancora nella mente dell’architetto, mentre il Corpo è al contrario tangibile quanto le mura di un edificio. Al riguardo la magia afferma questo… che l’Anima programma gli eventi fisici del Corpo tramite la predisposizione occulta».”Che intendi per predisposizione occulta?»”Ad esempio, allorchè un individuo afferma ho fame secondo la logica occulta della sua disposizione ad agire significa che se ci fosse da mangiare egli mangerebbe».”Tutto qui» deluso. Chiede se c’è nient’altro che i maghi abbiano preso dai filosofi greci.Cito i quattro elementi di Empedocle di Agrigento.”…discepolo di Pitagora», egli mi fa eco.Enumero la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco, corrispondenti ai quattro stati della materia, cioè solido, liquido, gas e plasma. Enumero poi le sette potenze planetarie rette ognuna da un Titano: il pianeta Saturno retto da Crono, Venere da Teti, Marte da Crio, quindi Giove da Giapeto, Mercurio da Ceo, la Luna da Febe e il Sole da Iperione.Zagreo ne conclude frettolosamente che dunque anche la magia non esce dall’ambito del pensiero greco.Poi mi guarda sospettoso:”Ma dimmi in confidenza, che cosa speri di ottenere per mezzo della stregoneria?»”Oro, oro senza fine, oro tenero e brillante, oro duttile e incorruttibile… puro, purissimo, più puro di quello che si estrae dalle migliori miniere!»”In che modo lo otterresti?»”Tramutando in oro un metallo vile, tipo il piombo che posso comprare ovunque a bassissimo prezzo».”Mah, lo trovo un’impresa impossibile, se fosse così facile procurarsi dell’oro lo farebbero tutti».”In futuro, man mano che si andranno affinando le nostre conoscenze sulle proprietà  dei metalli, la trasmutazione diverrà  una banale operazione di laboratorio, sarà  cosa nota a tutti e nessuno si sorprenderà  più sentendone parlare. L’importante è arrivare per primi e arricchirsi prima degli altri».”Ti prego, non offenderti, ma tu mi sembri un apprendista stregone devoto al male, trasformare una cosa in un’altra cade sotto il dominio della magia nera. Si sa che questa magia è capace di creare delle apparenze che confondono la chiarezza dei sensi, ci si può illudere di stringere dell’oro mentre si ha in mano un volgare pezzo di piombo».Gli spiego che la mia magia è semmai filosofia della natura perchè io non mi accontento semplicemente di osservare i fenomeni naturali ma cerco di dedurne le regolarità  di comportamento per ricrearle e ripeterle in laboratorio, imitando in ciò la natura stessa. Certo, ammetto come i maghi insistano troppo sull’aspetto qualitativo, perciò soggettivo, dei fenomeni a discapito di quello quantitativo e convengo quanto sia da mettere in risalto l’importanza dei pesi e delle misure necessarie alle varie operazioni magiche, anzi affermo che se possibile sarebbe meglio ricondurre tutto alla matematica, poichè se possiamo prevedere con certezza il valore di una quantità  fisica, allora esiste un elemento di realtà  che corrisponde a quella quantità  fisica.Zagreo vuole sapere in quanto tempo conto di riuscire nella mia titanica impresa, domanda fra quanti giorni gli regalerò un po’ del mio oro purissimo.Rispondo che in teoria ci vogliono da sei mesi a sei anni, ma può anche capitare di lavorare a vuoto tutta la vita e fare la fine di Sisifo. Costui era condannato a dover spingere un macigno fino in cima ad una montagna del Tartaro, ma non appena ne raggiungeva la sommità  il macigno rotolava giù e Sisifo doveva ricominciare da capo per infinite volte. Reputo che il successo dipenda sì dall’interpretare nel modo giusto le operazioni nascoste dietro le allegorie e le infinite metafore degli stregoni, ma che sia soprattutto legato al trovare o meno la chiave della corretta successione delle operazioni magiche.Zagreo è scettico.Insisto che ci vuole moltissima pazienza, i forni non riescono a sviluppare un calore superiore a quello di un uccello che cova e per l’opera completa ci vuole una quantità  smisurata di fuoco sommato nel tempo. Ma se il fuoco del laboratorio non basta l’astrologia ci può venire in soccorso con la potenza del fuoco astrale. In che modo? Operando la trasmutazione dei metalli sotto gli influssi di un prodigio celeste. Nel 1054, poco prima della morte di papa Leone IX, esplose una stella nel segno del Granchio. Per mezzora la stella splendette in pieno giorno con una corona di fuoco più brillante del sole. Ebbene, coloro che dell’evento astrale approfittarono per operare trasmutazioni metalliche, riuscirono nell’intento.Egli dubita che riuscirò ad arricchirmi grazie alla stregoneria, è al corrente solo di ricercatori ridotti sul lastrico, semplici illusi che hanno venduto tutte le loro proprietà  per pagare i debiti di esperimenti inutili e costosi. E conclude lapidario:”Ciascuno è libero di inseguire le chimere che vuole: i sogni e le illusioni rendono più sopportabile l’amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia».Mi sfotte. Incredibile. Rivelo al greco i preziosi misteri della magia e lui mi sfotte. Adesso devo mordermi la lingua, mi son lasciato trascinare dalla solita foga di parlare, era meglio se me ne stavo zitto. Sotto tortura si fa presto a dimenticare i giuramenti fatti e sotto le minacce di morte si fa altrettanto presto a sacrificare un altro al proprio posto, specie se lo si conosce da poco più di un giorno. Devo rimediare rapidamente alla mia imprudenza e non vedo di meglio che spingerlo a sua volta a scoprirsi col rivelarmi i suoi più intimi segreti, se porta la benda nera deve pur essere anche lui uno stregone, anche se fa finta del contrario. Con il peso del ricatto potrò almeno barattare il suo silenzio con il mio. Gli converrà  tacere sapendomi disposto a confessare sul suo conto cose che è meglio gli Inquisitori non sappiano.* * *Con domande subdole e insistenti, per tutto il pomeriggio mi sforzo di venire a capo del tipo di stregoneria abbracciata da Zagreo. Ma egli mi anticipa e nega recisamente i miei sospetti. Gli chiedo allora se pratica i culti segreti dei Cabiri o se è addentro nei misteri greci, se…Mi risponde seccato che in Grecia non ci sono misteri.Gli ribatto che è impossibile non ci siano con la mania di occulto che circola a Bisanzio.Sono manie che provengono da culti forestieri, minimizza Zagreo.Gli ribadisco, ostinato, che deve pur esserci un qualcosa che i bizantini tengano nascosto, argomenti di cui hanno pudore di parlare.Zagreo accenna titubante che, beh, ci sarebbero certi misteri tipo…Ecco, appunto! Lo pungolo a parlarmene.Egli palesa la necessita di fare una premessa. La mutilazione del corpo, celata nell’enigma dell’evirazione, è un motivo ricorrente in tutta la mitologia pagana e non soltanto in quella greca, basti pensare a Urano e a Osiride cui toccò parimenti l’amputazione del fallo; a Dioniso, originario della Tracia, che nacque per separazione dalla coscia di Zeus; o allo stesso Zeus, che dopo aver commesso un atto incestuoso con sua madre Reitia, simulò di evirarsi e le gettò in grembo i testicoli di un ariete. Attis e Agdistis hanno fatto anche di peggio…Attis e Agdistis? Mi suonano bene, esclamo sfregandomi le mani.Zagreo anticipa che i Misteri di Attis hanno a che fare con Reitia, l’arcaica signora delle fiere.Reitia? Sulle prime rimango un po’ deluso, a Roma i suoi devoti facevano scandalo, colti da follia mistica afferravano il primo oggetto tagliente a portata di mano e – ne scimmiotto il gesto – si tagliavano le palle.Zagreo ribatte che quelli erano dei perfetti imbecilli, eccessi del genere nascono quando si perde il primitivo significato simbolico di un mito e si finisce per applicarlo alla lettera.Ecco, il grecuccio comincia a scoprirsi. Sottolineo che dunque egli è a conoscenza di doppi sensi, di codici arcani.Ovvio, conferma Zagreo e si spinge a rivelare che nei Misteri di Attis l’èlite dei sacerdoti rivestiva di immagini mitiche dei processi di purificazione e di redenzione dell’animo umano. Conoscenze esoteriche che non uscivano dal circolo chiuso dei riti iniziatici; mentre il volgo, escluso da ogni attiva partecipazione, si accontentava di credere ciecamente a tutto quello che la religione ufficiale gli imponeva di credere, bastava che non fosse troppo difficile da capire.Ci siamo, lo incito ad esporre integralmente il mito di Attis, senza censura, e ricomincio a sfregarmi le mani, sono convinto che mi rivelerà  di far parte di quella setta eretica di evirati. Lui che fa tanto il duro me lo vedo vestito da donna in una confraternita di pederasti, con la benda nera sulla testa, a fare porcherie con la scusa dei riti satanici. Sono tutt’orecchi.Zagreo accenna ad una scogliera deserta sulla frontiera con la Paflagonia, si chiamava Agdo e Reitia vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera. Zeus, innamorato di Reitia, cercava invano di unirsi a lei e nell’angoscia di una notte d’incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l’ermafrodito Agdistis.(Mi scoppia da ridere ma mi sforzo di trattenermi, temo di rovinare tutto se Zagreo se ne accorge).Agdistis era malvagio e violento. Con le sue continue prepotenze aveva maltrattato tutti, perfino Dioniso che esasperato volle vendicarsi architettando ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell’ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima ad un grande melograno finchè Agdistis, ubriaco fradicio, si addormentò disfatto in cima a un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e poi scosse l’albero cosicchè, appena il malcapitato si riebbe, cadde giù rovinosamente e nel brusco risveglio si strappò di netto il prezioso organo.(Mi mordo le labbra per non ridergli in faccia.)Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di frutti succosi. La ninfa del fiume Sangario passava di là  per caso e sfiorando con la sua pelle vellutata uno di quei magici frutti, rimase incinta di un dio. Costui, Attis il bello, fu il grande amore di Reitia. La Signora delle fiere suonava in suo onore la lira e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ingrato e irriconoscente, Attis volle tuttavia abbandonare quelle gioie celesti e fuggì via da lei per vagare sulla terra alla ricerca di un’altra donna. Reitia sapeva bene che nessuna infedeltà  sarebbe potuta sfuggire alla sua vista onnipotente e trainata dai leoni, lo sorvegliava dall’alto del suo carro. Attis giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde profumate di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il tradimento, invece si vide presto scoperto e assalito da un rimorso tormentoso… all’ombra del pino si evirò.Pure lui?Sì, continua Zagreo, e per questo al centro del tempio i sacerdoti di Reitia adornano un pino con palle multicolori.A ‘sto punto scoppio, non ne posso più, mi esce una fragorosa risata e tra le risa a singhiozzo commento che fu quello il primo albero di Natale!Sono storie talmente assurde, concludo tra me, che nemmeno gli Inquisitori udendole potrebbero prenderle sul serio, è meglio lasciar perdere il mio piano del ricatto. Questo greco non ha segreti, e non è affatto uno stregone, è solo un cantastorie. Il furbastro cambia di volta in volta i personaggi ma si limita a recitare sempre la stessa storiella perchè egli segue un’unica e sola trama, già  prefissata nella sua mente. Ma questo ritornello non ha niente a che vedere con la vera magia. Mi resta da sperare una sola cosa e cioè che Zagreo sia un uomo di parola e che non si azzardi a nominare all’Inquisitore quel papiro che è fonte della mia incessante ossessione.* * *Egli si distoglie dal dialogare, sta in piedi contro la parete della cella e si concentra. In profondo raccoglimento bisbiglia un monologo in greco, forse ripete a memoria un testo; ha il braccio destro conserto e agita delicatamente la mano sinistra come se stesse solfeggiando.Lo interrompo incuriosito:”Che stai facendo?»Smette e si gira, un po’ seccato per la mia intrusione:”Sto ripetendo gli inni di Orfeo».”Orfeo, il cantore deluso nel suo sogno di salvare Euridice! Ti prego, fammi partecipe della poesia che addolcisce la vita», esortandolo a ripetere a voce alta.”Perchè dovrei?»”E’ l’ultimo desiderio del condannato a morte» semiserio.Riluttante il greco inizia a illustrare come Orfeo fosse il cantore dello spirito, entità  immortale e divina e tuttavia prigioniera di un corpo che ne funge da tomba. La lirica orfica è tutta incentrata sul mito di Dioniso, il divino fanciullo che in dispetto a suo padre Zeus fu smembrato e divorato dai Titani. I Titani… Erano usciti come ombre dall’oltretomba e con quel gesto nefando intendevano proclamare la loro ribellione a Zeus, dopo che li aveva da tempo sconfitti e rinchiusi nel Tartaro. Per vendetta Zeus scagliò contro di loro il fulmine e dalla folgorazione di quei corpi giganteschi si sprigionò un gran vapore misto ad un bagliore di fumo e faville. I figli della notte tornarono nel Tartaro urlando di dolore ma dalla fuliggine depositatasi lungo il loro cammino ebbe origine il genere umano, che dunque possiede in sè l’elemento titanico ma anche la scintilla divina proveniente da Dioniso.Ancora favole mitologiche, uffa che barba! Ma io gli avevo chiesto della poesia.Insisto nella mia richiesta:”Abbiamo appurato che io sono un apprendista stregone mentre tu sei solo un greco cantastorie. Ma ora devi dimostrarmi che sei anche un poeta, avanti, recita gli Inni di Orfeo. Non avevi detto che sei uno dei pochi al mondo che li conoscono tutti a memoria?»In piedi e colmo di devozione, Zagreo declama un bellissimo… estasiante… inno a Reitia; fa seguire l’inno alla Notte, al Daimon, a Thanatos e ad altre divinità  sconosciute. Conclude con l’invocazione ai Titani. La sua voce vibra di toni ieratici e trasmette una forte carica emotiva mentre risuona cupamente tra le pareti, simile al culminare solenne di una tragedia greca:”Audaci Titani,che ora a dimorate nelle tartaree casesotterra nell’infima regione del mondo.O temerari progenitori dei nostri padri,origine di noi mortali afflitti dal dolore:voi imploro, d’allontanare l’ira funestaallor che da infero buio a noi s’accosti».Ammaliato, suggestionato dal patos profondo di questi versi, mi guardo intorno attonito, sento odore di incenso e da un momento all’altro mi aspetto di veder apparire le ombre dei figli delle tenebre, i Titani sfuggiti alle catene del Tartaro, invece… l’oscurità  della cella si fa sempre più densa ed il nero più nero del nero.* * *Lo scoccare della mezzanotte, i dodici rintocchi della torre di Piazza San Marco. Il sinistro cigolio del nostro catenaccio, seguito dal secondo catenaccio, Cengio spalanca la porta, è venuto a prenderci:”I Signori di Notte vi attendono» mugugna.”Loro? Meno male, – dico rivolto a Zagreo – questo vuol dire che non avremo a che fare con l’Inquisizione, verremo invece giudicati come criminali comuni, molto meglio così. Coi Signori di Notte è la tortura… con l’Inquisitore è la sepoltura!»Aiutato da un altro carceriere, Cengio ci lega insieme pancia contro schiena e mentre passa la corda intorno alle nostre cintole sfodera il suo cinico sarcasmo:”Materia prima per la nobile arte della tortura» e stringe ancor più forte le corde ai nostri fianchi, incollandoci talmente l’uno all’altro da farci sembrare un solo corpo con due teste.Questo sciocco espediente ci ha trasformati in una ridicola caricatura che mi riporta a un Carnevale di tanti anni fa e alle impressioni in me suscitate alla vista di un curiosissimo travestimento. Ero bambino e quella maschera ricordo mi fece prendere un gran bello spavento. L’avevo scorta nella calle, stava in piedi appoggiata al muro di una casa, giusto davanti al davanzale della finestra. Reggeva una maschera a due facce che non mi consentiva di distinguere da quale parte stesse la vera testa. “Psst, psst!» mi chiamava e con una specie di rebus mi interrogò circa la sua ambiguità . Com’è che da Cosa Doppia nasce la Cosa Unica? disse con voce bitonale facendo gesto di avvicinarmi. Inquieto, feci un passo indietro seguito da qualche timoroso passo in avanti e con infantile terrore scoprii che tutte due le facce mi fissavano con occhi veri, occhi veri che ammiccavano. Di colpo si tolse la maschera, aveva proprio due teste, una femminile ed una maschile incastrate in uno stesso corpo. Feci un salto dalla paura e scappai via terrorizzato, ero troppo piccolo per accorgermi del trucco: dall’interno della casa l’uomo aveva appoggiato la sua testa sulla spalla della donna che stava in piedi addossata al davanzale e una sciarpa circondava i loro due colli nascondendone la diversa origine.Nei Pozzi, avanziamo goffamente lungo i corridoi, saliamo incespicando i numerosi gradini di pietra. Approfitto di un pertugio per guardare fuori, nell’oscurità  cerco di distinguere il molo ma scende una pioggia talmente fitta da togliere ogni visibilità . Una porta dalla forma strana semi nascosta in un cunicolo: aperte dall’interno le ante del finto armadio, sbuchiamo negli uffici del quartier generale della Santa Inquisizione. Veniamo condotti direttamente nella Sala del Tormento. Ad attenderci non ci sono affatto i Signori di Notte:”Idiota» dico sottovoce nell’orecchio del nostro fido carceriere.Insulso com’è, Cengio si è sbagliato, ci ha stimati al livello di criminali comuni mentre invece possiamo ben fregiarci dell’onorevole titolo di Prigionieri di Stato, oggetto delle attenzioni e cure della Santa Inquisizione. Infatti i due altezzosi figuri seduti al tavolo sono membri dell’Altissima, l’autorità  giudiziaria dell’Inquisizione di Stato e non solo, per l’occasione ci si onora addirittura della presenza di Sua Serenità . Con la mantellina in maglia d’acciaio del rocchetto il doge Morosini è al centro; alla sua destra c’è l’Inquisitore, un uomo robusto di mezza età  con la tonsura e l’abito da frate domenicano, cappa nera su scapolare bianco. Alla sua sinistra il Vicario, segnato da una magrezza impressionante, con il naso adunco ed il volto tinto di un cereo pallore, tutto vestito di nero, con i capelli nerissimi lisci e unti.Veniamo subito slegati da un uomo col volto incappucciato che non può essere altro lieto personaggio fuor del nostro carnefice. Io vengo rinchiuso in una delle due cellette laterali da cui, attraverso una piccola finestrella rotonda sbarrata a X, posso vedere il mio compagno al centro della sala ma non gli esaminatori, benchè possa udirne distintamente le parole.Sento per prima la voce dell’Inquisitore, energica e precisa nell’eloquio:”Costituito personalmente nel tribunale del Santo Ufficio e toccati i Sacri Vangeli ti chiediamo di giurare di dire la verità ».”Lo giuro» con la mano sul vangelo avvicinatogli dal carnefice.”Sei interrogato sul nome e patria di provenienza».”Zagreo, greco di Candia».Il suo torace possente e statuario viene denudato dal boia. Zagreo, a testa alta con una fiera espressione di sfida negli occhi, sale i tre gradini della piccola piattaforma di legno. Gli vengono legati i polsi dietro la schiena con una corda che pende allentata dalla carrucola affissa all’alto soffitto della Sala del Tormento.L’Inquisitore inizia l’interrogatorio con maniere che vogliono essere piacevoli e caritatevoli:”Presumi il motivo della tua carcerazione?»”Sono prigioniero perchè ribelle greco».”Caro Zagreo, tu sei gravemente indiziato per l’omicidio di un nobile veneziano, tale Bartolomeo Gradenigo, delitto spettante al foro secolare in quanto perpetrato per mano di sommossa popolare da te ideata e condotta ai danni del Governo veneziano. Ma l’eresia è crimine incomparabilmente più grave poichè come dice San Girolamo, l’eretico è un omicida che uccide le anime degli uomini con dannose e letali passioni».”Quel nobile si era impossessato di un mulino appartenente alla mia famiglia e pretendeva tasse esose da chi era costretto ad utilizzarlo per la macinazione. I contadini erano in collera…».L’Inquisitore lo interrompe a meta frase:”I contadini sono sempre in collera e il loro cuore non è mai contento. A noi non risulta che alcun contadino sia mai stato fatto santo».”C’era una terribile carestia di grano e comunque sia, quell’omicidio non fu voluto da me, non era affatto nei piani della nostra ribellione. E’ stato un incidente. Il Valvassore doveva venire semplicemente catturato in ostaggio per scambiarlo con dei sacchi di grano invece, quando i contadini hanno assaltato il palazzo e le guardie hanno risposto con le armi, un greco deve aver perso la testa e ha contraddetto gli ordini. In quel momento non ero all’interno, non so assolutamente chi possa essere stato l’esecutore materiale ed in ogni caso è lui soltanto il responsabile del suo crimine».Interviene allora il doge Morosini:”Anche tu ne sei moralmente responsabile dacchè sobillare la ribellione, come tu stesso hai ammesso di fare, non porta altre conseguenze che il crimine e la vendetta di sangue. Complice nel delitto non è solamente colui che è materialmente compagno nel delitto stesso, ma anche chi è compagno nelle vicende annesse e connesse che causano il delitto. Ma c’è dell’altro, tu sei un nemico della Lega Lombarda, venuto fin qui per cercare appoggi fra gli alleati di Federico II. Nel 1230 ero duca di Candia e i greci in rivolta non si sarebbero impossessati delle nostre fortezze se non grazie all’appoggio esterno di un alleato di Federico II: a quei tempi l’alleato era un greco, Giovanni Vatace da Nicea, ma oggi è direttamente alle nostre spalle ed è niente meno che un veronese, Ezzelino da Romano! Costui soffia sul fuoco del malcontento greco e finanzia lautamente i ribelli, spera in un nostro impegno militare a Candia, lontano da casa, per poterne approfittare e ritentare di sorpresa la presa di Treviso. Non è passato molto tempo Dacchè il podestà  di Treviso, figlio del Doge che mi ha preceduto, si è trovato a comandare la difesa della città  davanti all’esercito del feroce Ezzelino, il peggior nemico della pace».”Quel demonio è sempre in agguato, – lo interrompe l’Inquisitore – ha sottratto Trento al vescovo ed incarcera impunemente gli ecclesiastici. Ezzelino non fa mistero del suo dispregio per la religione, è costantemente in compagnia degli eretici e si compiace di compiere atti sacrileghi nelle chiese».Il Doge continua l’interrogatorio:”Avanti, confessa che eri diretto nella Marca Trevigiana per incontrare qualcuno dei suoi scagnozzi? Se tu sei passato per Venezia di sicuro avevi appuntamento con qualche spia, è forse Petrangesio il tramite degli Ezzelino?»Nell’udir nominare il mio nome mi sento raggelare il sangue e piombo in una crisi di panico.Ma Zagreo nega:”No, Petrangesio non c’entra per niente in questa faccenda, lo ho conosciuto per caso in osteria, dove abbiamo solo bevuto insieme e non abbiamo parlato di politica».”Lo giuri tu?»”Sì. Sì lo giuro, qui a Venezia non dovevo incontrare nessuno».”Dove eri diretto allora?»”A Verona. Là  avrei dovuto incontrare degli esuli di Candia, perseguitati dai vostri sbirri».”Dunque ci siamo, sei in combutta con quello sfegatato ghibellino, fanatico fino all’ultimo anche dopo le schiaccianti vittorie della Lega. Dicci il nome di quei traditori!»”No!»”Se non ci dirai i nomi ti faremo accecare e ti rinchiuderemo a vita nei pozzi!»”Mai, da me non avrete i loro nomi, non sono traditori, lottano per la libertà  di Candia, non devono nessuna fedeltà  allo straniero».Il doge irritato fa cenno al boia. La corda che lega i polsi dietro la schiena viene tirata fino a sollevare in aria il prigioniero, provocandogli atroci sofferenze alle articolazioni delle spalle. Zagreo rimane appeso per un interminabile quarto d’ora misurato dalla clessidra posata sul tavolo, finchè non sopportando più il dolore prende a gridare con veemenza gonfiando le vene del collo:”Maledetti figli di cani, non avrete mai quei nomi!»Il Vicario, che aveva ascoltato attentamente ogni cosa stando appollaiato sul margine della sedia, fa abbassare la corda con un gesto di quella sua mano a zampa d’uccello:”Tieni a freno la lingua, questi insulti potrebbero costarti la vita. Sappiamo che a Candia tu vai predicando di onorare gli dei pagani, pratica da secoli obsoleta dopo che i nostri santi martiri ne ebbero dimostrato la falsità  e le menzogne. Tu ti infervori nell’apologia di dottrine pagane che si oppongono direttamente e contraddittoriamente alle verità  rivelate e proposte dalla Chiesa Cattolica Romana. Formalmente è un dipartirsi da tutta la Fede e la Religione già  ricevute, cotal circostanza, ovvero l’apostasia, notabilissimamente aggrava il delitto di eresia. Sei dunque pronto a confessare?»”Il Messia ha acquisito parte della sua dottrina da un sapere che già  i poeti dell’Arcadia tenevamo per scontato ed ora voi mi accusate e mi minacciate di morte perchè onoro quello stesso sapere che il Cristo non disdegnò di fare proprio».”Che intendi insinuare?»”Tra il lago di Genezareth e la costa fenicia il Cristo ha conosciuto i culti pagani della vite. Da dove proviene il mistero dell’Eucarestia se non dal vino di Dioniso e dal pane di Demetra?»Il Vicario dilata le narici come chi sente un odore sgradevole sotto il naso:”Nel mistero Eucaristico si compie la redenzione dell’uomo e la sua liberazione dal peccato attraverso l’incarnazione, la morte e la resurrezione del Cristo. Gli dei che hai nominato non possiedono queste stesse virtù, non c’è mai stata relazione alcuna tra i culti dei pagani e la Santa Eucarestia».”Che ne sapete voi delle dottrine pagane? Il mistero di redenzione di Attis contraddice le vostre affermazioni categoriche. E’ forse soltanto opera del maligno che il mite Attis sia nato in una grotta, sia morto nel tempo di Pasqua e sia risorto il terzo giorno come il Cristo?»”La verità  rivelata dal Vangelo testimonia che l’unigenito figlio di Dio non può essere che unico, perciò agli dei pagani non è dato in alcun caso possedere le esclusive virtù del Cristo, il politeismo dei selvaggi è stato spazzato via da tempo dalle coscienze dei giusti».”Voi vi rifugiate nei dogmi per non ammettere l’evidenza, le vostre pretese di unicità  ed originalità  del messaggio cristiano non reggono ad una prospettiva storica, perfino Reitia la dea di Candia è vergine e madre esattamente come la Madonna».Al che il Vicario, che fino ad ora aveva trattenuto a stento l’indignazione, irrigidisce il volto in un’espressione terribile:”Questo è troppo! Infame, tu bestemmi! Queste non sono soltanto volgari eresie, sono bestemmie atrocissime e orrendissime!»Poi, mutando improvvisamente a calmo e pacato il tono della voce, il Vicario riprende:”Ora devi spiegare al Tribunale se le tue idee ti hanno condotto a praticare opere e culti conformi alle tue credenze e a comandare ad altri di sacrificare agli idoli».Il Vicario invita il carnefice a procedere. Vedo così il boia che regge per i lunghi manici le tenaglie mentre ne scalda sul braciere le estremità , quindi si avvicina a Zagreo e gli stringe alternativamente i capezzoli con la morsa delle tenaglie incandescenti. Il boia continua ad infierire crudelmente, ben sapendo che i capezzoli sono una delle zone corporee più sensibili al dolore.Zagreo si contorce sempre più spasmodicamente e grida:”Che culto pagano posso mai praticare se avete distrutto tutto, tutto, perfino l’erba che cresceva nei templi!»”Però predicasti ad altri il paganesimo?» chiede il Vicario.Zagreo risponde lucidamente:”E’ la cultura, è la storia della mia gente, sicuro, più volte ho spinto i greci ad onorare la memoria degli dei e degli eroi della loro terra, volevo infondere in loro il sacro entusiasmo della rivolta di popolo. Molti sono caduti ai miei piedi ad acclamare commossi i miei discorsi».”Molti sono caduti a fil di spada ma non quanti sono periti per colpa della lingua, dicono le scritture. Ratifichi la tua confessione?» domanda il Vicario.”Sì».Una breve pausa di silenzio e il doge scambia delle frasi in tono sommesso con i due esaminatori. Odo poi la voce imperiosa dell’Inquisitore:”Sotto giuramento il reo ha confessato d’aver più volte affermato e predicato l’apostasia pagana. Davanti a noi non ha voluto ammettere d’essere in errore e con stizza, superbia ed arroganza ha risposto di credere fermamente negli idoli. Avendo noi attentamente considerato la suddetta pertinacia ed ostinazione, veramente satanica e dannevole al punto di rendere assai più gravi le sue colpe, non vogliamo che egli per l’impunita sua di malvagio divenga peggiore di quello che è, nè che con il suo morbo pestifero infetti altri. Pertanto, invocando il santissimo nome di Cristo, sentenziamo davanti al tribunale del Santo Ufficio che Zagreo di Candia risulta eretico pertinace impenitente e come tale, lo condanniamo e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare, che provvederà  alla pena con il voto del Consiglio».Il Vicario scambia un’occhiata furtiva col Doge e aggiunge:”Che gli sia fin d’ora tagliata la lingua per purgare l’infame offesa arrecata al preziosissimo corpo e al soavissimo sangue del Cristo, nonchè alla immacolata purezza della Vergine Maria».Il carnefice raccoglie da terra un piccolo strumento di metallo, una cornice rettangolare dotata di un morsetto a vite che allontana due brevi lame. Mentre Zagreo oppone una estrema inutile resistenza il boia gli inserisce le due lame fra le arcate dentarie e girando il pomello piatto del morsetto apre progressivamente la bocca fino a tenerla spalancata, quindi afferra la lingua con un panno e la recide alla radice, dopo di che getta la lingua mozzata entro un cesto.Tra le sbarre a X osservo con gli occhi sbarrati. Zagreo viene trascinato in disparte, è pallido e stremato, il sangue gli scorre all’angolo della bocca. E’ arrivato il mio turno, mi fanno uscire e mi legano alla corda.Il Doge commenta il supplizio di Zagreo:”L’eretico solitario nuoce soltanto a se stesso, diversamente quello che si adopra a fare il maestro di eresia è cagione di altissima rovina anche per gli altri cittadini. Dunque deve essere punito con grandissimo rigore non solo come eretico ma come nemico del Libero Comune».Senza esitare prendo la parola sotto lo sguardo fisso e indagatore dei tre:”Sua Serenità , altissimo Inquisitore di Stato, vi supplico di prestare la vostra benevola attenzione alle semplici, ma sincere parole, di un suddito che massimamente confida nella Vostra illuminata giustizia. Una serie di circostanze fortuite ha fatto sì che comparissi al cospetto del tribunale, tuttavia posso dimostrare come ciò sia dovuto ad un banale equivoco e mi scagionerò in breve da ogni sospetto, lasciando il vostro prezioso tempo a disposizione di più gravi e urgenti questioni di Stato.L’altro ieri a mezzogiorno mi trovavo alla locanda del Mastino di Khorassan, i posti liberi a sedere erano pochi ed il greco acconsentì a dividere con me il suo tavolo. Vi giuro sui Sacri Vangeli che era la prima volta che vedevo quell’uomo, come avrei potuto in alcun modo sospettare che egli abbracciasse segretamente l’eresia o che fosse un pericoloso nemico della Lega? Ci scambiammo qualche parola come si suole in osteria davanti ad una coppa di vino, egli era piuttosto reticente e non mi disse i motivi nè la destinazione del suo viaggio. Altro non fece che elogiare la qualità  del nostro vino tracannandone intere coppe d’un sol fiato sicchè, quando mi sollecitò a procurargli il miglior vino che avessi a disposizione, mi sentii in dovere di ospitalità . Con la mia piccola damigiana mi sono diretto candidamente al suo alloggio ma caso volle che in quel momento la camera fosse presidiata dalle guardie. Diligenti fuori misura, esse mi hanno condotto ai Pozzi a pagare così duramente la mia generosità  verso gli sconosciuti.La confessione elargita dal greco sotto tortura ha reso inconsistente ogni accusa nei miei riguardi e conferma quanto vi ho narrato. Essa dimostra la mia estraneità  alle sue macchinazioni politiche e nega la possibilità  che io abbia perpetrato il nefando ed orribile crimine di tradire la patria, mentre tutti i veneziani d’intera fama sanno in quanta venerazione e assoluta sottomissione tenga Sua Serenità . L’onere della prova spetta all’accusa, dunque io chiedo alla Vostre eccellenze quale prova potreste mai portare in questa sede di giudizio ad inficiare la mia innocenza, dato che mai nessuno mi ha udito parlare in modo scellerato e non conforme alla dottrina della Chiesa Cattolica Romana, viceversa con licenza del Tribunale io potrei portare al vostro cospetto un coro di voci di uomini da bene pronti a fornire prove irrefutabili sull’ardore e sulla devozione con cui compongo le immagini dei nostri santi nei mosaici della Basilica.Dunque è di per se stesso chiaro come io sia stato vittima di una svista delle guardie, che hanno male interpretato circostanze del tutto fortuite. Ogni sospetto e congettura su un mio coinvolgimento nelle turpi diavolerie del greco si scioglie come neve al sole di fronte all’evidenza dei fatti e pertanto vi supplico di concedermi la libertà  affinchè io possa tornare ad onorare come prima i santi, componendo i miei mosaici nella Basilica d’Oro, la meravigliosa cappella che tutti i sovrani d’Europa invidiano al nostro doge” concludo inchinandomi.Prende allora la parola il doge:”E se mettessi in libertà  una spia di Ezzelino?»”Sua Serenità , sapete bene che una vera spia non prende appuntamento con un noto ribelle in un’osteria piena zeppa di gente, per di più allo scoccare del mezzodì; la spia attua i suoi incontri in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti, e aspetta la notte fonda per scambiare fugacemente poche parole e poi dileguarsi nuovamente nell’oscurità . Esaminate inoltre il caso del mio arresto in casa del greco: prima di entrare in un luogo ove sia attesa, la spia sta appostata per ore ed ore, osserva chi entra e chi esce e si decide ad entrarvi solo quando sia sicura di evitare presenze inopportune. Gli astuti informatori dei ghibellini non sono così avventati da mancare di prudenza, sapendo che una volta scoperti li attende morte certa».L’Inquisitore dice al doge:”Il reo finge, seppur bene».E continua rivolgendosi a me:”Tu affermi che nessuno può testimoniare contro di te, invece un Capo di Contrada ci ha riferito che una certa persona presente in quella locanda ti ha udito nominare dottrine eretiche durante la conversazione con Zagreo. Bada, ora sei ancora in tempo per scagionarti se ammetti di essere stato vittima del plagio, cioè della stregonesca suggestione esercitata dal greco per persuaderti ad abbracciare l’eresia. Conferma la verità  e ti lasceremo andare: se rettifichi la deposizione e dichiari esplicitamente d’essere stato oggetto della propaganda mefitica di Zagreo, sebbene tu non lo conoscessi per eretico prima di quell’incontro fortuito nella locanda, proverai in tal modo la tua ignoranza e non sarai meritevole di castigo».Cerco di mantenere la calma e rifletto veloce che potrebbe essere vero ma potrebbe anche essere una trappola, un trabocchetto fatale dal quale non potrei facilmente uscire. Se si tratta di una finzione escogitata lì per lì dall’Inquisitore ho ancora una via di salvezza:”No lo nego, è totalmente falso, quello non può averci sentiti parlare di dottrine eretiche perchè non le abbiamo nominate. Confermo la mia versione dei fatti e sono pronto a testimoniarla sotto tortura, se non vi è rimasto altro rimedio per scoprire la verità » e lo sottolineo con tutto l’impeto e la decisione necessarie a mascherare il mio sgomento, simulo coraggio ma ho il terrore della tortura.L’inquisitore rimane impassibile, non riesco a cogliere nella sua espressione il minimo segno di cedimento, egli si limita a dire meccanicamente:”Lo vedremo… Si mormora in giro che tu ti interessi di stregoneria» e da al boia l’ordine di sollevarmi in aria.Mi agito come un pollo legato per le zampe.Il doge Morosini sbuffa, tamburella le dita, inizia a dare segni di impazienza e interrompe quasi subito la manovra del boia:”Basta così! E’ ora di passare al processo successivo, non ho intenzione di perdere tutta la notte in questioni da osteria. Anche se il reo si offre spontaneamente al boia non mi risulta che sia stato indiziato a tortura. Vi prego di usare maggiore cautela nell’arrestare i rei, poichè la sola carcerazione per il delitto di eresia comporta considerevole infamia al carcerato».Mi slegano le braccia doloranti per riportarmi in cella. Tiro uno smisurato sospiro di sollievo, ma poi sulla porta incrocio lo sguardo di Zagreo, seduto sul pavimento di legno con le spalle appoggiate ad un angolo di parete, immobile come una statua di ghiaccio, ridotto ad una pallida ombra di se stesso. Vorrei abbracciarlo, dirgli all’orecchio qualche parola di consolazione, fargli capire che siamo ancora tutti e due nella stessa barca, che ho mentito sì ma…Abbasso gli occhi davanti al trovatore, quasi mi sento complice di quella crudeltà  inutile, inutile come uccidere un usignolo.* * *” …e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare!»Muto, in attesa della pena votata dal Consiglio, il mattino seguente Zagreo è seduto a terra nell’angolo della cella.Ora so. Zagreo è l’ultimo dei “Gentili”, rappresenta l’anello finale nella catena di persecuzioni inflitte ai pagani. Pochi sanno e nessuno parla dei secoli d’intolleranza contro i pagani, tra i più grandi crimini commessi nella storia dell’umanità . Quante innumerevoli volte fuori della porta del tempio si udì la terribile minaccia:”E se non vi sottomettete all’autorità  del Papa, signore del mondo, state certi che con l’aiuto di Dio noi vi daremo poderosamente contro, vi assoggetteremo al giogo e obbedienza della Chiesa; prenderemo le vostre persone, le vostre mogli e figli e li faremo schiavi, e come tali li venderemo e disporremo di essi. Prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e il danno che potremo, come a chi non obbedisce al proprio signore e gli resiste e lo contraddice; affermiamo che la morte e il danno che seguirà  da ciò sarà  per vostra colpa, non nostra».Inizio a riflettere sulla confessione di Zagreo e la confronto con quanto mi aveva confidato appena il mattino precedente:”I culti pagani della vite… il vino di Dioniso e il pane di Demetra».Ammiro in lui la fiera indipendenza di pensiero, fino ad un momento prima del processo ero convinto mi avesse raccontato soltanto delle belle favole ma ora lo scopro un vero filosofo, uno di coloro che assaporano il raro privilegio di pensare con la propria testa, al contrario alla maggioranza del genere umano che usualmente è capace di trascorrere una vita intera a mangiare, lavorare e riprodursi senza mai sfiorare un pensiero che abbia il sapore della filosofia. Devo approfondire i princìpi che Zagreo ha enunciato e cercare di analizzare con cura il credo che egli ha difeso, lucido e coerente, fino alle estreme conseguenze.L’Umido, cui accennava, dovrebbe dunque essere il principio spirituale e invisibile, la sostanza che permea e unifica l’intero universo restando tuttavia intangibile allo scorrere della freccia del tempo. Al suo estremo egli ha posto il principio Secco, ovvero la molteplicità  degli individui e delle forme, espressione dell’innumerevole varietà  di specie che Noè caricò nell’arca e che ora popolano ogni angolo della terra. C’è abbastanza spazio per coinvolgere Aristotele, anche costui concepiva due analoghi aspetti del creato, la Forma e la Sostanza. Come spiegava Mastro Bernardo intento a rifinire una scultura con lo scalpello: la Sostanza è riconoscibile nella pietra della statua e la Forma nel peculiare aspetto forgiato dallo scultore; potenzialmente, dalla pietra allo stato grezzo possono emergere infinite immagini, ma una ed una sola è la figura che lo scultore decide di attuare, un profeta, un cavallo o una fanciulla… e come contemplando la statua si può percepire ad un tratto la nuda pietra, così contemplando il mondo fenomenico si può percepire ad un tratto la Sostanza Universale – concludeva il Maestro.La Forma sta alla Sostanza come l’Attuale al Potenziale. Il pane viene cotto e mantiene la forma impressa dal panettiere; il vino è un liquido, cioè una sostanza che potenzialmente può venire contenuta in qualsiasi recipiente. Pane / Vino, Secco / Umido, non mi è difficile capire che tutte queste coppie in qualche modo equivalenti si rifanno al principio generale degli opposti. Però, appena cerco di collocare la Realtà  all’interno dei due opposti, oscillo dall’uno all’altro cadendo in preda al dubbio. Che confusione! Dov’è la Realtà  che dà  contenuto e valore concreto alla vita, nell’esile sostanza sottostante alle cose o nelle forme concrete e tangibili? In sintesi, nello spirituale o nel mondano? Questo è il problema.Finito nei vicoli ciechi di un labirinto inestricabile non riesco a trovare la via d’uscita e mi ritiro dai miei ragionamenti sempre più disorientato e perplesso. Se dovessi commettere l’errore di prendere l’irreale per il reale o viceversa il vero per il falso, la mia mente verrebbe ad invischiarsi in una trappola letale. Se invece, per porre termine a questa sorta di sdoppiamento, dovessi ammettere la presenza congiunta della Realtà  tanto nella Forma che nella Sostanza dovrei addirittura ricorrere ad una logica nuova e bizzarra che permette la verità  simultanea di due aspetti contraddittori: il mondo trae forse sostegno dalla follia?Mi accorgo di non avere risposte certe e mi perdo a fantasticare pigramente dietro una costante irrisolta incertezza, ritrovandomi dopo un po’ in una sorta di limbo, ove sogno e rimembranza possono facilmente confondersi. In questo stato, lontano dai ritmi abituali della mia vita, impresso nelle terribili cose appena successe, non so più se considerare maggiormente veritiero il sognare o il ricordare. Più autentico il sogno premonitore di Zagreo col corvo che gli strappa la lingua o più autentica la mia immagine mentale del carnefice che gli taglia orribilmente la lingua? Dentro di noi un ricordo non è affatto dissimile da un sogno. Persino il futuro, le nostre speranze, non sono molto diverse dai sogni. Ed il presente? Che cosa mai è il presente se non quanto di più inafferrabile esista, nel momento stesso in cui cerchiamo di afferrarlo… anche l’attimo scivola nel passato. Solo i sogni restano mentre pian piano la realtà  svanisce.Malinconicamente, ho trascorso l’intera giornata a meditare, senza concludere nulla… sicchè ho finito per dubitare di quelle stesse capacita di discernimento che il Creatore avrebbe riservato alla coscienza umana. Più investigo il mondo più torno sconcertato sui miei passi, in nessun modo posso superare l’abisso che mi separa dai suoi impenetrabili misteri. Devo ammettere di ignorare che cosa sia il mondo e cosa sia io stesso, nonchè quella parte di me che ora mi consente di pensare. Non so perchè io sia venuto al mondo, perchè viva in questo istante del tempo e non in altro, perchè ora mi trovi in questo punto dello spazio e non in un altro. Oltre le pareti della mia cella, cerco invano di misurare l’immensità  del cosmo, in ogni direzione incontro spazi incommensurabili e cammini eterni che mi inghiottono come un granello di polvere. Esausto… approdo a quel Silenzio di fronte al quale le parole ed i pensieri si ripiegano su se stessi senza raggiungerlo.Terza notte nei pozzi. Il buio avanza, l’umidità  mi entra nelle ossa e indolenzisce le articolazioni. A un tratto percepisco nei corridoi uno sciacquio d’acqua corrente, non ci faccio caso e mi rigiro nel tavolaccio. Di nuovo lo sciacquio, questa volta sembra provenire dall’interno della cella, punto le mani sul bordo del tavolaccio e appoggio i piedi sul pavimento, la pianta del piede s’immerge in due dita d’acqua gelida.L’acqua alta! Il mare è entrato nel cortile interno del Palazzo Ducale, ha invaso i corridoi dei pozzi ed ora filtra da sotto la porta.Cerco il mio compagno tentoni nella penombra, non è sdraiato sulla sua panca, lo trovo seduto sul pavimento allagato, è ancora nello stesso angolo di quando era tornato in cella. Lo prendo in braccio e lo sollevo a forza sul mio tavolaccio. Zagreo è tutto inzuppato, mi rincresce di averlo abbandonato lì in terra, sono colto da mille rimorsi. Gli strizzo la veste fradicia, cerco di scaldargli le mani con il calore delle mie ascelle e lo tengo appoggiato a me sostenendo le sue membra, rannicchiate e tremanti. Il tavolaccio poggia su dei pilastri di pietra non più alti di due piedi, se l’allagamento supera questa misura finiremo a mollo nell’acqua gelata e moriremo entrambi assiderati. Gli Inquisitori lo sanno, forse ci hanno sbattuti qui proprio per questo, secondo il piano di una sadica esecuzione.Cresce. Non si ferma. L’acqua continua a salire. Stendo il piede in direzione del pavimento. Scivolo sulla pietra del pilastro e immergo l’intero alluce. Dopo un po’ ripeto l’operazione e rituffo il piede iperesteso sulla caviglia. Sono sotto fino a meta piede, vuol dire che l’acqua aumenta in modo impercettibile ma inesorabile. Il rumore d’acqua che goccia echeggia nei corridoi e vi si aggiunge lo sciacquio di stivali di qualcuno che passa. La marea accelera, arriva alla caviglia iperestesa e la supera, va oltre il piede di profondità , non manca molto ai due piedi e vinto dal panico vado prospettando lo spettro vicinissimo d’una morte lenta e orribile e controllo spasmodicamente il livello dell’acqua. Però, col trascorrere del tempo, non ci giurerei ma sembra abbia smesso di crescere, controllo il livello dell’acqua un’altra volta, sta scendendo.Sento un tuffo al cuore, mi sembra che stia scoppiando, stringo forte Zagreo al mio petto, lui ricambia l’abbraccio, grosse e calde lacrime mi rigano le guance.* * *In seguito, appena sul pavimento non rimane che un sottile velo d’acqua stagnante, riesco finalmente ad abbandonarmi al sonno. A notte inoltrata vengo svegliato dal rumore dei catenacci, la cella si illumina con la torcia, Cengio è vistosamente agitato e mi esorta ad uscire:”Svelto, prendi la tua roba e seguimi, non c’è tempo da perdere».”Dove mi vuoi portare a ‘ste ore?» chiedo pigramente.”Sbrigati, devi cambiare cella».Scatto in piedi sbattendo le suole in terra e alzo la voce sdegnato:”Io resto qui, non hai nessun diritto di spostarmi di cella, fammi parlare con i tuoi superiori!»Cengio si fa avanti e inizia a tirarmi per un braccio:”Muoviti».”Toglimi le mani di dosso, martuffo!»Mi libero dalla sua presa ma altri due guardiani si affacciano alla cella attirati dalle grida. Sono costretto a cedere. Più che mai frastornato, abbattuto per quella assurda disposizione, mi decido a congedarmi da Zagreo. Una separazione penosissima, simile a dover abbandonare nel bisogno il migliore amico o di più, un fratello sventurato. Zagreo guarda mestamente la parete e con il dito indice vi disegna la falce della luna, abbassa la mano e poi disegna il disco solare con intorno i raggi, dopo di chè prende il palmo della mia mano, vi posa una medaglia, vi chiude sopra le mie dita e avvolge il mio pugno entro le sue mani. Stringe la presa e mi fissa negli occhi con il suo sguardo insieme fiero e dolcissimo, mentre i guardiani spazientiti mi trascinano via.Nel corridoio, alla luce delle torce osservo meglio la medaglia. Non vale nulla. E’ una moneta antica, fuori corso, ed il suo metallo non è pregiato. Vi sono incisi un uomo e una donna congiunti in amplesso. Effigie curiosa per una moneta da utilizzarsi nella vita quotidiana, non riesco proprio ad immaginare in che epoca i greci abbiano potuto coniarla. Chissà  cosa ha voluto dire Zagreo disegnando il sole e la luna? Questa medaglia potrebbe avere un valore di portafortuna o forse, ecco, potrebbe riferirsi alla medaglia magica del sole e della luna, quella che Medea appese al collo del principe magnesio, un istante prima di fare l’amore con lui sopra il Vello d’Oro. Chi lo sa?Girato l’angolo del nostro corridoio vengo sistemato nella nuova cella, poco distante dalla precedente. Appena entrato mi scervello per indovinare una qualche relazione tra l’ultimo muto messaggio di Zagreo e la leggenda del Vello d’Oro. Ripercorro il racconto così come egli me l’ha esposto il primo giorno di prigione:…Finalmente le sponde settentrionali del mare di Crono, l’Alto Adriatiaco. Entrati in una palude di canne, tosto gli Argonauti balzarono giù dalla nave e lasciarono le loro impronte sulla spessa melma nerastra in cui marcivano le piante. Essi percepivano costantemente un nauseabondo odore di putrefazione finchè si presentò ai loro occhi uno spettacolo terrificante: il cimitero dei Colchi, una serie sterminata di cadaveri appesi alle cime dei salici e offerti in pasto ai corvi e ai nibbi. Era costume dei Colchi esibire in tal guisa i loro defunti, ma solo quelli di sesso maschile poichè le donne venivano seppellite con tutti gli onori.Gli Argonauti si introdussero in profondità  nella pianura avvolti in una nebbia fittissima, una barriera provvidenziale che li nascose alla vista dei Colchi ed in cui nemmeno Linceo riusciva a vedere oltre un palmo. Sulla soglia del palazzo regale, arroccato nella cima più alta dei Colli Euganei, Diomede incontrò degli esuli greci e confidò loro i segreti motivi dello sbarco. Gli esuli gli fecero ben presente i rischi dell’impresa: Eete è un re crudele, violento e terribile. Ma c’è un ostacolo ancor più duro, prodigio orrendo a vedersi, un drago immortale che veglia perpetuamente il Vello d’Oro e nè giorno nè notte il dolce sonno vince i suoi occhi. Quel drago è nato dal sangue di Tifone, il mostro dell’abisso che si ribellò al trono di Zeus. Quando si mette a soffiare nella notte, scuotendo le enormi spire rivestite di squame e allungando il lunghissimo collo, emette un sibilo agghiacciante che risuona lontano nella sconfinata foresta, le donne allora si svegliano dallo spavento e abbracciano piene d’angoscia i bimbi che piangono.Udito il racconto degli esuli, Diomede impallidì dalla paura e si chiuse in un cupo mutismo, ma gli dei propizi mandarono un segno… ed una colomba sfuggita miracolosamente alla violenza di uno sparviero, cadde tremante nel suo grembo. Fattosi coraggio, il principe magnesio si presentò raggiante al cospetto di Eete e dell’indocile sua figlia, Medea. Ella nel vederlo fu presa da muto stupore e il dardo di Eros la centrò in pieno petto penetrando in profondità  nel suo cuore di fanciulla. Dolcemente l’amore le rapì gli occhi lucenti e la sua natura ribelle si aprì alla gioia, come la rugiada dell’aurora si scioglie sopra le rose. Medea era una maga consacrata alla Luna ed era ben conscia che senza di lei Diomede non avrebbe potuto superare le durissime prove imposte da suo padre, perciò col proposito di favorire l’amato gli diede un appuntamento segreto nel tempio di Ecate. Uscita da palazzo sotto un leggero velo di lino, la vergine inviolata strinse fra le braccia il bel corpo di Diomede, baciò avidamente il suo petto e si accordò con lui su come sfruttare al meglio le risorse dei suoi espedienti magici.Il re Eete pretese che Diomede soggiogasse all’aratro due tori dagli zoccoli di bronzo, creature di Vulcano che sputavano fuoco dalle nari diffondendo un gran fumo fuligginoso all’intorno. Diomede riuscì nell’impresa: era protetto contro le fiammate da un unguento incombustibile che Medea aveva tratto dal Crocus Aureus e spalmato amorevolmente sul suo corpo. Come gli era stato ordinato, Diomede arò un campo con i tori aggiogati e seminò nei solchi i denti di un drago, quello ucciso a Tebe da Cadmo. Dai denti nacquero immediatamente dei guerrieri e tutto il campo fu irto di solidi scudi, di lance e di elmi brillanti. Egli ricordò il suggerimento di Medea e da lontano lanciò nel mucchio una enorme pietra rotonda sicchè, non sapendo chi li avesse colpiti, i guerrieri si accusarono a vicenda e si massacrarono fra loro.Io ricordo che proprio a questo punto del racconto, Zagreo si era messo a declamare con vigore, teneva elevatissima la tensione, la sospendeva con enfasi in un crescendo che annunciava il culmine risolutivo. Lo rivedo nella cella, arruffato e gesticolante:”Medea si avvide che il padre Eete sapeva delle sue trame e pur in preda a laceranti conflitti, invitò Diomede a seguirlo nel bosco sacro per appropriarsi del Vello e fuggire insieme. Il principe magnesio volle attardarsi ad accendere un falò in onore agli dei, versò nel fiume il miele di una coppa d’oro e quindi si lasciò guidare docilmente da Medea. Entrati nel recinto del terribile Ares, l’indomito dio della guerra, si ritrovarono in un bosco di lauri, cornioli e grandi platani ove il sottobosco era tappezzato di mandragola e panacea. Al centro del bosco videro il tronco possente di una enorme quercia che toccava il cielo con la cima e spiegava tutt’intorno le sue fronde. Là , appeso ai rami pendeva l’aureo Vello, simile a una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente.Venne fuori il drago. Sibilò spaventosamente e fece scricchiolare gli alberi intorno scuotendoli fino alle radici, ma Medea, impassibile, fissò negli occhi del drago, spruzzò sulle sue palpebre le gocce di un filtro soporifero e lo fece crollare a terra, addormentato. Allora Diomede affondò entusiasta le dita nella soffice e morbida lana e staccò dal ramo il pesante Vello.Raggiunto l’ormeggio della nave Argo, l’equipaggio fece cerchio intorno esultando. Diomede esibì ai compagni di viaggio la meta così faticosamente conquistata e non mancò di presentare loro Medea quale sua legittima sposa e sorella. Felici, gli Argonauti presero il largo. Sul castello di poppa, fu preparato il letto nuziale al dolce suono della cetra di Orfeo. La maga Medea, stesa nuda sopra la soffice lana dorata, fece al suo sposo un dono preziosissimo: una medaglia che portava il Sole inciso su una faccia e la Luna sull’altra. Poi, mossi dai loro impulsi d’amore, Medea e il principe magnesio consumarono il matrimonio sull’aureo Vello, come sopra una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente».Seguì la conclusione, in tono sommesso.Eete, l’inflessibile figlio del Sole, non si rassegnò alla perdita del Vello e della figlia prediletta, e lanciò le navi all’inseguimento degli Argonauti. Sotto la guida di suo figlio Fetonte, la flotta colca tagliò il golfo per impedire agli Argonauti di tornare in patria lungo la via del Danubio. Ma allorchè stavano per essere raggiunti, Medea e Diomede ricorsero ad un nuovo inganno e tesero un agguato a Fetonte. Medea dichiarò di essere stata rapita con la forza e fece sì che il fratello venisse da solo all’appuntamento nel tempio istriano di Artemide, situato ove la via Danubiana aveva accesso al Mare di Crono. Lì Fetonte, mentre contemplava la sgargiante tunica purpurea portatagli in dono da Medea, fu colpito a tradimento da Diomede e cadde in ginocchio nel vestibolo del tempio.I comandanti della flotta colca, per timore della punizione, non osarono tornare a mani vuote dal terribile Eete, si appostarono lungo le coste dell’Istria e vi fondarono la città  di Pola. Gli Argonauti cercarono allora ad occidente la via del ritorno ed entrarono nel delta del Po ove si imbatterono nelle figlie del Sole che trasformate nei tremuli pioppi della riva piangevano lacrime d’ambra nel ricordo di Fetonte.Questo è il racconto di Zagreo, tori che sputano fiamme, alberi che piangono, è ben difficile cavarci un senso e capire cosa possa in realtà  significare questa medaglia del Sole e della Luna!Delle grida interrompono bruscamente le mie riflessioni, tendo l’orecchio… non riesco a distinguere le singole parole ma sembrano le proteste di un prigioniero. Dopo alcuni minuti sento uno scalpitio di passi frettolosi nel corridoio, balzo su dal tavolaccio, avvicino alla porta il secchio dei bisogni, monto in piedi sul suo coperchio, mi allungo sul muro sopra la porta ed ecco mi affaccio a curiosare dal buco rotondo largo una spanna che comunica col corridoio. E’ Cengio, con l’aiuto di due secondini sta trascinando un qualcosa di pesante avvolto in un lenzuolo, non riesco a distinguere bene la scena, ho dei dubbi ma mi sembra che nel lenzuolo possa essere avvolto il cadavere di un uomo.Normale amministrazione, penso. Torno sul tavolaccio e subito dopo piombo a colpo in un sonno profondo che copre abbondantemente tutte le ore di buio. Dopo due notti senza chiudere occhio, il sonno è la più grande fortuna che mi possa toccare in mezzo a tanta tribolazione. Sogno all’orizzonte dolci colline coperte di vigne e cammino con Zagreo su vaste e verdi estensioni di prati, come capita al prigioniero che sogna la libertà  e mentre sogna è libero dalla sua prigione.* * *Apro gli occhi al risveglio: scritte indecifrabili sul legno, date e nomi dimenticati da tutti, odori, lamenti, lunghi silenzi impregnano queste quattro squallide pareti, sono le storie di coloro che hanno concluso qui dentro la loro misera esistenza.Sono solo.Non riuscirò a sopportare a lungo la solitudine. Pur di parlare con qualcuno sarei disposto a tollerare la compagnia di chicchessia, fosse anche un carcerato con la lebbra.Il tempo si trascina con una lentezza esasperante, regolarmente scandito dai rintocchi delle campane. Un’ansia incontenibile mi assale.Quanto a lungo dovrò rimanere nei pozzi? Se a conclusione dell’interrogatorio mi avessero ritenuto innocente a quest’ora sarei già  stato scarcerato per insufficienza di prove. Invece sono ancora dentro. E’ un brutto segno. Forse hanno perquisito casa mia e hanno trovato la prova della mia colpevolezza.Le idee più nere si addensavano nella mia mente.Nessuno è mai riuscito a fuggire da qui. Aborrisco il solo pensiero di restare rinchiuso nei pozzi fino a vecchiaia inoltrata. A confronto è meglio morire subito, impenitente, arso vivo sul rogo. Concedere spettacolo tra le fiamme, contorcersi in convulsioni spasmodiche con i bulbi oculari, cotti, che sporgono bianchi sul corpo annerito, carbonizzato. Fino a chè si viene ridotti ad un mucchietto d’ossa incandescenti.Dipende tutto da me. Potrei sempre dichiarare il pentimento e avere salva la vita, ma quale vita? Consumare un’infelice esistenza nella condanna al carcere perpetuo, languire lentamente, patire giorno per giorno l’implacabile erosione sulla mia persona, l’ineluttabile restringimento del lume della ragione che mi farà  somigliare ad un animale solitario, chiuso nella sua gabbia. Malattie e cattivo cibo finirebbero per rendermi presto irriconoscibile, al punto di trasformare il mio corpo in uno scheletro ricoperto da una pelle sottile. Un cadavere vivente, un’ombra che cammina, che orrore.Meglio andare immediatamente all’inferno, almeno lì non soffrirò di solitudine, ben venga la compagnia dei dannati anche se condita dai tormenti dei diavoli. Credo di non temere il rogo, non mi pentirò a nessun costo, io non mi piego, nemmeno davanti al mondo intero che congiura contro di me, sputerò in faccia agli Inquisitori e manderò loro e il pubblico e tutti quanti in culo a sa mare.Aspetta un attimo e se invece mi faranno uscire, dopo una pena di pochi anni? Se invece mi faranno uscire, allora mi metterò a capo della rivolta dei greci. Vendicherò Zagreo! In barba alla Lega e a quel bacucco del Doge chiederò ad Ezzelino nuovi finanziamenti e con quei soldi armerò i ribelli di Candia. Mi vedo già  nei panni di un eroe foriero di giustizia.Ma, un momento, che mi passa per la mente? Ho superato il limite del buon senso. Sragiono. Devo rilassarmi. Anche senza la mia vendetta, prima o poi come tutti noi, anche questi miei aguzzini strapieni di alterigia verranno divorati dalla morte ed io fin d’ora li considero come fossero da gran tempo sepolti. Meglio cercare consolazione nella filosofia, magari potrei ripetere i limpidi ragionamenti di ieri… ma non ci riesco, non ci riesco. Se ispeziono le nude pareti della cella mi sembra solo che l’esistenza mi abbia confinato a vivere entro una tenue bolla di luce che si estende tutto intorno a me fin dove cade la mia vista, oltre c’è un ignoto che mi spaventa. Non riesco in nessun modo ad uscire dallo stretto orizzonte in cui il limite dei sensi mi ha relegato. Oltre, dietro ogni angolo, l’altrove assoluto… un mondo invisibile che mi spia insidioso come una lama sottile.Il campanile suona le dieci. Mentre me ne sto a rodermi l’anima sdraiato sul tavolaccio sento pizzicare e prudere le gambe. Devo purtroppo fare la gradita conoscenza con gli inquilini della nuova cella, le pulci. Peggio di un carnefice questi maledetti insetti mi tormentano di continuo. Comincio a sentirmi confuso e agitato, forse ho la febbre. La fronte scotta. Una morsa pungente mi stringe la gola. Le mie fantasie si vanno facendo deliranti. Ecco ci mancava, torna ad assillarmi una vecchia conoscenza di quando avevo nove anni, l’apparizione che mi svegliava di soprassalto negli incubi notturni: ha piume di struzzo, corna di caprone e coda di scorpione, è un mostro dalle gambe deformi che vomita oscenità  dalla bocca. Ha il volto infame di uno storpio che aveva abusato sessualmente di me, quando mio padre tardava a ritornare dal viaggio in Crimea. Ora questa bestia orrenda annuncia eventi apocalittici e col suo illimitato potere costringe i quattro elementi a scontrarsi vorticosamente fra di loro, la terra trema e i deserti di ghiaccio si frantumano, il gelo è aggredito dal calore dell’aria riarsa, l’umido evapora per effetto del secco, acqua e fuoco si mescolano, tutti gli elementi infuriati girano in cerchio trasformandosi l’uno nell’altro in un immane cataclisma: esplosioni di fango, vapori, fumi, magma incandescente! I segni zodiacali si affrontano in una cosmica rissa. Il sagittario trafigge la vergine con la freccia, il cancro afferra i pesci con le chele, lo scorpione punge al piede l’acquario, il toro incorna il leone, ariete e capricorno si fracassano il cranio l’uno contro l’altro, la bilancia cade in testa ai gemelli.Ho i nervi a pezzi. Ammetto di avere varcato la soglia della pazzia e lo so, è tutta colpa della magia, molti stregoni sono impazziti davvero, e non solo per l’esposizione ai vapori del mercurio. La minima cosa mi urta. Dal secchio dei bisogni esce un odore pestifero che sa di letame di cavallo, vivere nella sporcizia mi ossessiona. Sono scocciatissimo con Cengio perchè questa mattina non ha eseguito le pulizie quotidiane, fra l’altro è passato da molto mezzogiorno e quel martuffo non mi ha portato neanche un pezzo di pane secco.* * *La testa pelata, le occhiaie nere, l’orecchino ed il solito sorriso ebete, il faccione di Cengio spunta dalla porta spalancata:”Fuori di qua, sei libero!» mi dice con gli occhi sgranati ed una espressione di viva contentezza come se dovesse essere lui a venire liberato.Rimango paralizzato per un attimo, sono sopraffatto dalla sorpresa e attraversato da un fremito di sollievo. Ma scotendomi gli chiedo:”E Zagreo?»”Pensa per te e sbrighiamoci a uscire dal guscio, tartaruga!»Resto inchiodato al pavimento manifestando la ferma intenzione di non uscire dalla cella finchè non avessi ricevuto precise notizie dell’amico:”Voglio sapere esattamente quale pena gli ha assegnato il Consiglio! Non ha forse scontato a sufficienza, che gli resta da patire di peggio della lingua mozzata? Deve uscire subito, adesso!» grido fuori di me dalla rabbia.”Lascialo riposare in pace, il greco non può uscire di casa: ha il torcicollo». Cengio si stringe il collo con entrambe le mani, tira fuori la lingua penzoloni e finisce la frase con un rutto che diffonde tutto intorno il suo alito vinoso.”Lo avete strozzato?» gli urlo in faccia.Cengio non risponde, abbassa le palpebre sugli occhi e guarda in basso confuso balbettando dei suoni inarticolati.Le sue allusioni, le grida che ho udito indistintamente durante la notte, il cadavere che ho visto trasportare lungo il corridoio. E’ chiaro. perchè non l’ho capito subito? Sul momento ho rifiutato l’idea della sua morte, ma Zagreo è stato strangolato nella cella con quel marchingegno infernale appeso al muro. Più ubriaco del solito, Cengio si è lasciato sfuggire un segreto di Stato. Questa esecuzione sommaria è stata escogitata per evitare ogni risonanza pubblica, agli occhi dei greci il rogo avrebbe trasformato Zagreo in un eroe e in un martire della ribellione. Invece, tutto in segreto. Hanno rinunciato ad ogni consuetudine di rito, non un rintocco dal campanile di S. Marco: il campanone del maleficio ha taciuto l’avvenuta esecuzione capitale. Una scena raccapricciante invade la mia immaginazione, Cengio di spalle che gira la ruota del marchingegno, Zagreo che cerca disperatamente di liberarsi mentre i due secondini gli spingono la schiena contro il muro e gli bloccano il collo entro il ferro di cavallo. Le dita mi si tendono, devo lottare contro l’impulso di affondare le mani sul collo di Cengio e strangolarlo sul posto per vendetta. Desisto, salgo dietro di lui i gradini in salita, rampa dopo rampa fino alla sala del Tribunale. Il Giudice mi aspetta per promulgare la sentenza. Entro. Oltre all’Ordinario sono presenti Vicario e Inquisitore, come pure il Notaio che deve autenticare gli atti. Il Doge invece è assente.Prende la parola il frate Inquisitore:”Il qui presente Petrangesio, mosaicista della Basilica d’Oro, veneziano dell’età  sua d’anni 28, ha confessato di aver tenuto conversazione con un eretico, indi di averlo visitato e onorato con doni. Sebbene egli neghi ogni intenzione malevola ed affermi in buona fede di non averlo saputo eretico, ciò non toglie da lui il sospetto, per quanto leggero».Poi rivolto a me:”E’ necessario che tu abiuri formalmente l’apostasia pagana a titolo di cautela per l’avvenire».Non ho scelta, stendo le mani sul Vangelo:”Io Petrangesio, inginocchiato avanti di voi, toccando i sacrosanti Evangeli, giuro che ho sempre creduto e sempre crederò in tutto ciò che insegna la Santa, Cattolica e Apostolica Romana Chiesa. Volendo togliere dalla mente dei Cattolici questo leggero sospetto sorto contro di me abiuro, maledico e detesto l’apostasia pagana e qualunque altra eresia. Giuro per l’avvenire che non avrò conversazione con i perfidi eretici e se ne conscerò alcuno come tale lo denuncerò all’Inquisitore».Magrissimo e cereo, il Vicario si alza e mi punta l’indice ossuto:”Ricordati bene che se dopo aver abiurato cadrai in eresia, confermando così la fondatezza dei nostri sospetti, dovrai venire punito dal braccio secolare in quanto recidivo. Sai come?»Nego con il capo mostrando il palmo delle mani.Il tribunale rintrona della minaccia del Vicario:”Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».Inghiotto un fiotto di saliva.Egli continua:”Intanto affinchè questo tuo errore non resti del tutto impunito e tu possa essere di esempio agli altri ti condanniamo ad inginocchiarti ogni domenica, a testa scoperta, davanti il portale della Basilica di S. Marco. Per tutta la novena di Natale dovrai attendere l’uscita dei fedeli dalla Messa maggiore, tenendo in mano una candela accesa. E per salutare penitenza ti imponiamo in aggiunta la recita quotidiana della corona della Beatissima sempre Vergine Maria».Stordito e barcollante, mi lascio accompagnare da Cengio. Appena sono sul portone d’uscita l’avvilimento emerge in tutta la sua rabbia repressa. E’ il momento di congedarmi dal mio carceriere: con una mossa veloce alle sue spalle gli tiro una sberla sonora e schioccante sulla zucca pelata, mi sgancio e attraverso il cortile del Palazzo Ducale. Cengio, bloccato sulla soglia, rimane a fissarmi con il solito sorriso ebete.Il gelo stringe in una morsa Piazza S. Marco. La gente è chiusa in casa. I palazzi in sasso dei nobili si ergono simili ad una foresta pietrificata: le fitte colonne dei porticati diventano tronchi e gli intrecci, in rilievo sopra i balconi, rami che si dipartono verso l’alto mentre più in su, nelle merlature dei cornicioni, i triangoli traforati si alternano a piramidi acuminate ricordando punte di abeti. Mi viene incontro un mondo fiabesco di alberi vetrificati dal ghiaccio, contorti in vibrazioni musicali, avvitati su se stessi, congiunti ad altri in archi acuti e ombrose gallerie.La mia città , baciata dal sereno che segna la fine di abbondanti piogge, è avvolta in una giornata incredibilmente splendida e azzurra. I colori gialli e rosa delle case, le cappe blu e verdi dei passanti risaltano sulla leggerissima lastra di ghiaccio che ricopre di grigio perla la piazza e mi danno la sensazione di non averli mai visti così accesi e vivaci, tinte che mi paiono oltremodo smaglianti a confronto della penombra e dell’oscurità  cui ero abituato nei Pozzi. Sono libero ed è per me una giornata specialissima, anche se per gli altri, quei pochi che mi sfrecciano intorno indaffarati, è un sabato qualsiasi.* * *Domenica 17 dicembre: la rivincita della quaresima. Inizia oggi la novena che vieta ogni forma di mascheramento e blocca temporaneamente un Carnevale già  in pieno ritmo dal mese di novembre. Devo accantonare la mia voglia matta di festeggiamenti e purtroppo dedicarmi all’umiliante penitenza impostami dal Vicario.Ora canonica della Messa di mezzogiorno, sono inginocchiato a capo scoperto davanti il portale centrale della Basilica, ho in mano una lunga candela accesa, tutto come prescritto. Odo mormorare le ultime preghiere oltre le porte chiuse, tra poco uscirà  la folla. Mi sento tremendamente a disagio, obbligato a figurare nei panni dell’imbecille. Ho dedicato la mia vita alla Basilica, ho faticato duramente giorno e notte perchè i mosaici venissero degnamente apprezzati dai fedeli ed ora eccomi qua, presto diventerò lo zimbello di tutti.Ma cosa succede, perchè c’è questo silenzio, hanno finito? Si spalanca con fragore il portone, un chierichetto tiene in alto una croce pesante, altri spandono incenso. Si leva il canto “Ite missa est”.Oh no, ci mancava la cerimonia della processione. In testa, il vescovo regge il pastorale ricoperto di gemme favolose e indossa, sopra la splendida tunica di seta violacea, un manto scarlatto ornato di frange e ricamato in oro; seguono appresso i prelati in pompa magna, poi con stola e dalmatica arcidiaconi diaconi e suddiaconi; in mezzo, sostenuto da quattro aste, avanza il baldacchino con il drappo che ricade ai lati in frange; in coda i monaci e le suore. Dietro a costoro si accalca la massa in corteo e poco ci manca che mi calpestino. Alcuni fedeli, nel riconoscermi lanciano occhiate miste di curiosità  e riprovazione, un gruppetto di bambini mi prende di mira con sberleffi e boccacce, intanto passano a braccetto due mie amiche e fanno finta di non vedermi, ma dopo qualche passo trattengono a stento le risa tenendosi la bocca con le mani.La processione completa lentamente il giro di Piazza S. Marco lungo la striscia selciata del Listone e ritorna sotto il portale della Basilica. A un passo da me il vescovo traccia nell’aria il segno della croce per sciogliere le fila. Sto sulle spine. Come se non bastasse molti si fermano lì vicino a chiacchierare in ossequio alla tipica abitudine domenicale, e manco a farlo apposta non vanno più via.Da uno di quei crocchi assiepati all’intorno si stacca un uomo dalle spalle strette ed un po’ curve, che mi supera di poco in altezza benchè io sia in ginocchio. Sembra quasi uno gnomo con quel cappuccio a punta che gli scende dietro fino ai polpacci, la corta mantellina rossa aperta sulla tunica nera e le punte delle scarpe arricciate fino a meta gamba e quella barbetta grigia…Ostrega! E’ il libraio del mio sestriere, il commerciante di bibbie che mi ha venduto il manoscritto!Mi copro la testa, tiro su il cappuccio azzurro e mattone della mia tunica bicolore, ma quello si avvicina e mi scappuccia. Tengo il capo più chino che posso, lo giro dall’altra parte, quasi cerco di nascondermi dietro il cero, ma il libraio si pianta a un palmo dalla mia faccia. Mi ha riconosciuto. Dalla sorpresa alza le sopracciglia e tira indietro la testa rientrando il mento nel collo, poi fa un sorriso di sufficienza con mezza guancia sollevata.Ha un tono che mi suona beffardo:”Petrangesio, la tua cambiale giace ancora nel cassetto della mia bottega. Ricordati che vale sempre come prova per la giustizia».Si allontana senza aggiungere altro. In quella maledetta cambiale sta scritto il mio nome e la somma di cui gli sono debitore. Allude al fatto che ha in mano una prova contro di me, sono spacciato, il mostriciattolo vuole fare la spia; la sua testimonianza verrà  pienamente accolta anche se il processo è già  stato pubblicato, verrò considerato recidivo e spedito dritto al braccio secolare.Ho davanti agli occhi lo spettro ossessivo del rogo. Un fumo denso e lattiginoso si sviluppa dalle fascine poste sotto i miei piedi, le fiamme cominciano a crepitare sommessamente poi in un batter d’occhio le lingue di fuoco si uniscono in una vampata esplosiva. I capelli scompaiono nel bagliore, la pelle si raggrinzisce e gli arti si ritorcono su se stessi in una danza macabra. Infine, cogliendo il diradarsi delle fiamme la folla trattiene il respiro incuriosita e rimangono i miseri resti di un corpo carbonizzato con i bulbi oculari, bianchi e cotti, protrusi a fissare i presenti. Si leva allora il grido del Vicario: “Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».Giro la testa per vedere la direzione presa dal libraio. Mi alzo dalla posizione genuflessa e con un gesto di stizza scaravento il cero contro lo stipite del portale. Abbandono a terra i due frammenti spezzati e comincio a pedinare la mantellina scarlatta del libraio. Temo che vada dritto a denunciarmi. Invece si dirige al domicilio e dopo un lungo tragitto imbocca la sua calle stretta e deserta. E’ entrato in casa. La domenica il negozio è chiuso, al piano superiore pare non ci sia nessuno, il libraio vive da solo, so che è vedovo e che i figli non vivono con lui. Lo spio attentamente dalle finestre, appoggiato al muro sorveglio le sue minime mosse. E’ al pianterreno, da solo nel negozio. Mette in ordine dei libri. Mangia qualcosa nel retro bottega e poi si addormenta, lo sento russare distintamente.Questo è il momento cruciale. Devo decidere ora: o scelgo di eliminare il manoscritto o scelgo di eliminare il libraio e di rubare la cambiale che resterebbe un movente fin troppo chiaro. Sono ancora in tempo per precipitarmi a casa di corsa e bruciare subito il manoscritto, toglierei così all’Inquisitore la possibilità  di esaminarlo; però mi sembra un’azione indegna, il papiro è stato salvato da mani pietose durante l’incendio della Biblioteca di Alessandria e oggi finirebbe distrutto proprio per mano mia. Far fuori il libraio è un’azione ancora più indegna, però è troppo rischioso tentare altre vie con uno come lui… è un essere viscido, insipido e melenso, tutti lo considerano imperdonabilmente vile e indolente, è inutile cercare un’intesa parlandogli in modo aperto.Che scelgo? Cosa conta di più per me in questo momento?L’oro, conta l’oro! Un raptus maniacale si impadronisce della mia mente, non intendo rassegnarmi a perdere il papiro perchè significherebbe rinunciare per sempre alla fabbricazione dell’oro. Ha prevalso la mia avidità : in tre giorni nei pozzi ho imparato a conoscere tutte le tare della mia anima, ma non vi sono rimasto abbastanza a lungo per fissarmi su dei proponimenti atti a guarirle.Faccio qualche passo felpato verso l’ingresso della bottega e con la mano nascosta dal mantello afferro il pugnale che porto sempre appresso dacchè sono uscito di prigione. La porta non è chiusa a chiave, la spingo lentamente, entro e vedo la testa del libraio appoggiata sul tavolo, la tempia posata sul dorso della mano. Il cassetto con la cambiale è dietro di lui, dovrò forzarne la serratura. Guidato da un impulso ormai irrefrenabile mi avvicino con la mano saldamente appoggiata sul manico del pugnale. Il cuore mi batte all’impazzata. Il pavimento è tutto ricoperto di giunchi palustri e devo prestare un’attenzione estrema per non fare rumore. Gli sono quasi di fianco, il pugnale è ancora nascosto sotto il mantello ma ho il braccio già  contratto, ancora qualche piccolo passo e potrò tagliargli la gola agevolmente prima che abbia il tempo di fiatare. Fisso il pomo d’Adamo sporgente sotto la barbetta. Ha pochi e grigi capelli, il volto pallido e scavato, le orecchie un po’ a sventola, la bocca socchiusa come un cadavere. Non russa più. Così immobile sembra proprio morto, tanto che mi soffermo un attimo a osservare il ritmo dei suoi atti respiratori, quasi per convincermi che sia ancora vivo.Uno scatto e il libraio solleva la testa. Sobbalzo dal panico. Ha gli occhi sgranati dallo stupore e la sua bocca si spalanca per urlare, ma non ne esce alcun suono. Mi fissa paralizzato, non gli riesce di mettere a fuoco la situazione.Balbetto:”Oh, oh mi scusi. Mi… mi perdoni se l’ho svegliato».”Vuoi farmi morire dallo spavento? Che cosa vuoi di domenica? E’ chiuso».Rispondo col tono di uno che si sente fin troppo sicuro di sè:”Ecco. Per errore suppongo, voi signore mi avete venduto un libro che tratta di argomenti eretici, questo è il punto. Vendere libri del genere è un grave crimine. Dovreste saperlo. Io credo comunque nella vostra buona fede, se prima di venderlo vi foste preso la pena di leggerlo… scoprendo le sozzure che contiene senz’altro l’avreste bruciato».”Come potevo leggerlo, io non conosco la lingua greca. Non sapevo affatto che contenesse eresie».Non riesco a nascondere la mia sorpresa, se costui dice il vero come al solito mi sono ficcato da solo in un bel pasticcio:”Ah, non lo sapevate? Comunque non preoccupatevi caro amico, continuate pure tranquillamente i vostri sonni, io non intendo affatto denunciarvi, non lo saprà  mai nessuno che mi avete venduto un libro proibito, anzi facciamo finta che non sia mai esistito».”Siete venuto per ricattarmi, solo perchè questa mattina mi son preso licenza di ricordarvi il vostro debito? Non volete più pagare la cambiale?»”No, no, non fraintendetemi. Sebbene mi sia sobbarcato il pio incarico di dare il papiro in pasto alle fiamme, pagherò comunque la vostra cambiale, statene certo. Voglio solo mettervi in guardia per l’avvenire, cercate di fare attenzione ai libri che sono all’indice, sono un veleno mortale per le anime dei cattolici».”Ma dimmi, che ci facevi alla fine della messa in atto da penitente?» e mi scruta con insistenza negli occhi.”Ah niente, ho fatto un voto alla Santissima Vergine».Mentre mi allontano dalla bottega, imprecando fra me per l’equivoco, mi accorgo che il libraio si è affacciato alla finestra del piano superiore e con lo sguardo continua a seguirmi sul Campo della chiesa dei Frari. Sentendomi osservato mi dirigo compostamente all’ingresso della chiesa, quindi a un metro dalla soglia mi genufletto e faccio un ampio segno di croce con la riposta intenzione di convincerlo quanto io sia un devoto cristiano.* * *Entro. Crollo sul banco, la testa fra le mani.Provo disgusto per me stesso. Al processo ho mentito per timore dell’Inquisizione, durante l’abiura ho spergiurato davanti a Dio e ora di falsità  in falsità  sono caduto vittima delle mie stesse menzogne. Zagreo, quello sì è un uomo! Fiero e nobile fino all’ultimo, ha detto in faccia all’Inquisitore tutto ciò che pensava. Piuttosto che fare il nome dei suoi compagni Zagreo era pronto a dare la vita, io invece, preoccupato soltanto di salvare me stesso, ho tentato di toglierla ad un altro uomo che ho bollato con l’etichetta di ignavo, ma non era che un pretesto per eliminarlo senza rimorsi e solo adesso scopro la mia totale ignoranza sulla sua persona, che ne so di lui? perchè volevo ucciderlo?Detesto la mia malvagità . Il pugnale comincia a bruciarmi addosso, ho vergogna della sua riprovevole presenza. E’ troppo doloroso doversi ravvedere, troppo profondo e incolmabile il mio sconforto: mi ficco il pugnale nel cuore e la faccio finita. Il suicidio. Non c’è altra via d’uscita. Attratto dal miraggio dell’oro mi sono invischiato con leggerezza in una insostenibile catena di guai, ah meschina avidità ! E’ solo colpa mia. Avanti, il pugnale è qui, ben affilato, un colpo secco al costato, è questione di un attimo.Qualcosa mi trattiene dall’atto fatale. Forse la sacralità  del luogo.I Frari. In questo tempio dedicato alla morte, saturo da ogni parte della commemorazione d’illustri defunti, regna incontrastata un’atmosfera particolarissima che pian piano mi cattura col fascino discreto del suo funereo e mesto rigore. Mi alzo e cammino adagio. Abbassando gli occhi al pavimento mi accorgo di calpestare ignaro le pietre tombali dei cavalieri, scorro le pareti e vedo ovunque sepolcri scolpiti e in alto in bilico casse da morto appese. Porto avanti lo sguardo verso l’altare maggiore, la fredda pietra delle statue mi comunica un indescrivibile turbamento, misto di perplessità  e rispetto: sculture di dogi, comandanti e principi, distesi sul coperchio del sarcofago con le mani giunte al petto, il volto impassibile. Sono tutti diligentemente presenti all’appello, fermi al loro posto, pietrificati per sempre. Uomini d’eccelsa grandezza e avventurieri dai pochi scrupoli, santi o peccatori che fossero, sono comunque ospiti dell’abbraccio della morte che li rende tutti eguali ed ugualmente muti. Nessun profumo di fiori, nessun canto, nessun addobbo, un silenzio nudo e severo che rende vano ogni banale e pretenzioso ornamento.Furono uomini potenti, graziati dalla fortuna per ardore e doti eccellenti, in loro più che in altri fremeva il sangue e la carne, eppure son ridotti a un nonnulla insignificante, un mucchietto di ossa consunte dal tempo. Avevano fortemente amato, lottato sudato e pianto per i loro ideali, per quanto vi era di più sacro al mondo, la famiglia, la patria. Tutto invano. In questo tempio la morte ha scacciato lontano la vanità  che li aveva illusi un tempo.Che ne è dunque dell’immortalità  loro, seppure il corpo li tradì al fatale appuntamento?Lo spirito… lo spirito… Persistente alla dura prova della morte esso è nell’invisibile abbraccio che li tiene uniti l’uno all’altro, è ciò che si respira in quest’aria liberata da ogni scoria, è cemento, marmo, il porto di pace cui approda il loro viaggio mondano. Per incorporea natura alieno all’effimero, esso è ciò che permane, in eterno, una volta cessato il breve corso delle illusioni terrene. Lo spirito è ciò che è, non un fasullo paradiso ove prolungare in eterno l’egoistico appagamento dei sensi, ma l’Essere nella sua prepotenza, la divina sostanza che non avendo avuto inizio non potrà  avere fine.Ah tu immateriale, dove volasti anima di costoro? Psiche, dalle ali di farfalla!Furono poeti e condottieri, l’animosità  dell’indole loro mise in movimento ragioni e mete lontane che altri al loro posto non cessarono di perseguire e ancora oggi le orme di quei passi vengono cercate da chi non vuole perdersi nelle paludi dell’incertezza. L’anima grande dei forti, come una nave varata sullo specchio della laguna, ha increspato la calma superficie generando ampi cerchi lentamente propagati al largo, lontano lontano quelle stesse timide onde si son fatte lunghe e agitate, lontanissimo in Oltremare son diventate alte e ripide e ora si sollevano furiose a scatenare un tifone. Il vento soffia turbolento e strappa dalle creste spruzzi e schiuma tali da oscurare il cielo, seppur poco fa… impercettibile battito d’ali di farfalla, l’anima loro alitasse sola nel tempio.Rinfrancato dall’offuscamento dei rimorsi, lascio i sepolcri con rinnovata speranza, ho preso il sano proponimento di bruciare il manoscritto che in pochi giorni ha sconvolto la mia vita: questa sera stessa lo darò sul serio in pasto alle fiamme e così sarà  anche la fine di questa storia assurda.Esco adesso dai Frari. Non saprei calcolare quanto a lungo vi sia rimasto assorto. Due ore, tre? Non so dire, avevo perso completamente la nozione del tempo. Ripasso davanti al negozio del libraio, porte e finestre sono sbarrate. Una foschia sempre più densa sta salendo dall’acqua, appena girato l’angolo tiro fuori il pugnale e lo getto frettolosamente nel canale.Al lancio segue un rumore secco di legno colpito e gli improperi del gondoliere. Lascio il rematore alla cantilena delle sue bestemmie e mi avvio deciso verso casa.A mezza via, con l’immancabile martello alla cintola, mi viene incontro trafelato il mio fratello maggiore, il muratore:”Sono venute le guardie dell’Inquisizione! Hanno messo a soqquadro la casa e ne sono uscite con un papiro. Era nascosto dentro il vaso di ceramica».Mi dirigo a casa in tutta furia, prendo i miei risparmi, afferro il mantello, riempio una borsa da viaggio e fuggo, pur sapendo che la fuga pone indizio e presunzione di colpevolezza al fuggitivo.Di nuovo incombe su di me l’incubo del rogo, di nuovo il Vicario, magrissimo e cereo, ossessivo, con i capelli neri unti e lisci e quel dito puntato su di me:”Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».In riva degli Schiavoni prendo al volo la prima gondola che trovo e ordino al gondoliere di portarmi al canale di Cannaregio, in direzione dell’approdo di Mestre. L’acqua della laguna sta fumigando, la nebbia invernale fluttua e si accumula, l’umidità  mi entra nelle ossa e mi gela il respiro. In piedi sulla gondola, avvolto e imbacuccato nel lungo mantello, potrei essere facilmente scambiato per uno spettro malinconico.La gondola nera fende la nebbia con la sua prua dentata dipinta di bianco, avanza senza far rumore coi remi fasciati dai vapori, sorpassa ad una ad una le ombre dei passanti sulla riva. Diretta all’imbocco del Canal Grande, costeggia piazza San Marco per l’ultima volta. Dal fitto della nebbia esce il Palazzo Ducale, ha le colonne sospese nel vuoto per illusione, e mentre ci allontaniamo adagio, la nebbia ingoia i merli traforati del cornicione, l’immagine della facciata si fa sempre più tenue, opalina, rarefatta, fino a scomparire nel nulla.Fu allora che un tumulto di sentimenti invase con prepotenza il mio petto, giudicavo fortunato l’ultimo degli straccioni che poteva vivere in libertà  nella sua patria, più fortunato di me, forzato ad un esilio non meritato in terra straniera. Parte della mia anima era rimasta a Venezia e non avrei trovato pace finchè non l’avessi ricongiunta a me.L’oro delle StregheLa strega di BosconeroCapitolo IIPioggia torrenziale. Allontanatomi alla svelta da Mestre, mi avvicino ai confini della Marca Trevigiana varcando a piedi le campagne semi allagate. Con l’animo sospeso avanzo avvolto nel verde pastello del mio mantello. Evito un ponte sorvegliato e passo a guado un corso d’acqua. Senza imbattermi in posti di blocco posso inoltrarmi indisturbato fino alla roccaforte di Casier sul Sile. Mi par quasi impossibile che vada tutto così liscio, ho addosso una tensione continua, mi mette in agitazione la sola idea di incrociare lungo la via le cappe e i cappucci neri sopra la tonaca bianca dei domenicani.La strada maestra. Da dietro gli orti e i vigneti mi appare in lontananza una cinta muraria circondata da un fossato e difesa da guardie e ponte levatoio: Treviso! A quella vista seducente nasce in me la tentazione di sostare in quella città  rinomata per valore e cortesia, città  di belle donne, celebre per le feste e i tornei, centro galante di danze e conviti, luogo di ritrovo per i giovani figli dei vassalli e per i numerosi trovatori che dalla Provenza vi accorrono.La vita raffinata delle famiglie castellane è costellata di festeggiamenti che spesso culminano nel castello d’amore, un castelletto di legno tutto ricoperto di stoffe e difeso dalle donzelle contro l’assalto dei giovani. Le armi incruente dei contendenti sono rose e garofani e frutti ricercati come arance e datteri. Lusso e lussuria si esaltano a vicenda e si consumano insieme quando a sera, proclamata la tregua fra i contendenti e terminate le barbose sfilate delle scuole artigiane, ognuno torna nella sua stanza e le costose vesti di seta delle donzelle calano davanti le insistenze dei nobili rampolli.Il suo clima godereccio mi attira, volentieri mi stabilirei in questa città  opulenta; ho sentito ben nominare le sue case eleganti adagiate all’intreccio dei numerosi corsi d’acqua, come pure i graziosissimi affreschi della chiesetta di S. Francesco o il Palazzo dei Trecento, con le grandi finestre a trifora ed il tetto che sale merlato.Treviso è retta da Alberico da Romano, fratello di Ezzelino e tuttavia ostile a lui ed alla sua politica ghibellina. Ostile anche ai Veneziani, che inneggiando alla Lega Lombarda fomentano i numerosi patrizi divisi dalle discordie cittadine e invisi ad Alberico. Venezia, pur di eliminarlo è disposta all’uso di qualsiasi mezzo per cui, e qui sta il mio inghippo, la città  è piena zeppa di spie della Serenissima, altrettanto pronte a somministrarmi i loro mortali veleni in ossequio alla ragion di Stato.Ma mi azzardo ad oltrepassare lo stesso la frontiera delle mura cittadine, supero il ponte levatoio sul Sile e passo attraverso la porta meridionale. Sono in Treviso. Giro a sinistra, ma dopo pochi passi all’interno vado a sbattere contro la facciata di un convento gremito di frati domenicani, imponente per l’altezza inusuale e per il taglio netto dei volumi: faccio velocemente marcia indietro e a malincuore ripercorro in senso inverso la porta meridionale. Affrettando il passo costeggio all’esterno i bastioni di terra, scivolo sotto le torri rotonde che svettavano al di sopra del fossato e mentre cammino sconsolato, penso alle alternative.Nella Marca Trevigiana Verona Padova e Vicenza sono nelle mani di Ezzelino, tutte città  da evitare poichè una mia eventuale presenza fornirebbe prova di legami con i cospiratori greci;a Villa di Corva c’è il feudo di Gueccello, parente e fedelissimo di Ezzelino;a Ceneda niente meno che il Vescovo;in Cadore i da Camino, escludendo Feltre e Belluno da poco preda dell’onnipresente Ezzelino.Fuori della Marca Trevigiana ci sono ad est la Patria del Friuli e a sud, ma troppo distante, il dominio degli Estensi.Dove altro posso andare?Milano, Brescia, Alessandria… no, le città  della Lega Lombarda sono lontanissime.Riflettendo, pian piano mi porto alle spalle della porta settentrionale, l’ultima delle quattro porte che si aprono sui quattro quartieri in cui è diviso il contado: quartiere di Mezzo, Duomo, Oltre Cargnano e Riva. Sta calando la notte, le guardie cominciano ad alzare il ponte levatoio e mettono le catene alle porte, le mura si stanno armando di numerose sentinelle e ad intervalli le feritoie si illuminano del bagliore delle torce.Per sottrarmi alla vista dell’Inquisizione devo rendermi invisibile almeno quanto il pianeta mercurio nel cielo notturno, cosa che posso realizzare solo al prezzo di un allontanamento dal mondo, cercando rifugio nei luoghi più impervi e irraggiungibili. Perciò saluto Treviso, la mia città  di belle donne, e mi dirigo a nord verso il territorio dei da Camino.Attraverso le dolci colline del trevigiano, dopo tanta terra incolta e selvaggia, ecco il popoloso abitato di Conegliano raccolto all’ombra di un castello che domina la campagna dal colle più alto. Fresche sorgenti alimentano numerosi bacini per l’allevamento dei pesci. Frutteti, verdi praterie e terre arate circondano il castello dei ricchi proprietari terrieri.Basse nubi grigie si addensano appena sopra il maniero. I vessilli del feudatario sventolano sui torrioni e sulla vetta appuntita della rocca, costruzione massiccia e squadrata alta tre piani e situata entro le solide mura del castello. Al piano superiore della rocca vive la famiglia del podestà  imperiale e alcune damigelle si affacciano curiose alle strette finestre.Una processione della Confraternita dei Battuti esce dal ponte levatoio e scende serpeggiando lungo le pendici del colle. I membri sfilano indossando un cappuccio bianco dotato di due sole aperture per gli occhi, si auto flagellano a scopo di penitenza oppure portano sulle carni il cilicio, cintura ruvidissima e nodosa che infligge penosi tormenti ad ogni movimento del corpo. Si battono il petto, recitano giaculatorie e implorano perdono con alti lamenti. Nella pia confraternita non figura nessuno dei nobili castellani, occupati semmai a gozzovigliare con gustosi piatti di selvaggina e con abbondanti libagioni di vino caldo alle spezie, ironia della sorte gli aderenti sono tutti reclutati tra i rappresentanti della vessatissima stirpe dei servi della gleba.Costoro, i villani, sono la categoria tradizionalmente oppressa e sfruttata dal feudalesimo. I privilegi del feudatario sono garantiti dai trattati di diritto e dalle usanze feudali avallate dalla stesura di documenti in cui i villani sono equiparati più o meno a buoi da lavoro. Pertanto il servo della gleba è perennemente sovraccarico di compiti che vanno dal dissodamento e aratura dei terreni, alla manovalanza per tutte le esigenze dei signori, come raccogliere la frutta, riparare gli edifici, tagliare la legna e conciare le pelli con la scorza delle querce. La fatica è tanta. Dalla cima del colle l’ombra detestata del maniero sorveglia senza tregua il villano. Benchè sogni il ritorno ad un’età  dell’oro priva di servi e di padroni, egli non osa tuttavia ribellarsi al Signore, voci insistenti di feroci repressioni gli tolgono ogni velleità .La terra affidata ai villani è avara e talvolta la fame fa sentire i suoi morsi, quando poi il capriccio del tempo ci si mette di mezzo rovinando i raccolti, è l’apocalisse. L’inverno del 1234 ad esempio fu freddissimo: una spessa coltre di neve si estendeva su tutta la campagna, morì la selvaggina, le vigne si seccarono e gli alberi da frutto si fissurarono lungo il tronco.Anche se era tempo di Quaresima, i prelati si concessero in via eccezionale di mangiare la carne rimasta. Gli speculatori si arricchirono mandando alle stelle i prezzi degli alimenti, la farina diventò preziosa come l’oro e i più poveri diventarono ancora più poveri. Tutto ciò in ossequio alla sentenza dell’evangelista Matteo, che dice: “A coloro che hanno sarà  dato e a coloro che non hanno sarà  tolto anche ciò che hanno».L’anno successivo si ripetè lo stesso freddo. Per disperazione si mangiavano bacche e cibi avariati, si metteva l’argilla nella zuppa o addirittura si staccavano i condannati dalla forca per divorarli. Il ciclo si chiuse ovviamente con una serie di epidemie, che riducendo il numero delle bocche da sfamare ristabilirono l’equilibrio.Quando invece il raccolto è buono, ecco che il contadino può andare fiero dell’unica autentica ricchezza di cui è proprietario: il maiale. Ingrassato in autunno e amorevolmente rimpinzato di ghiande poco prima di ammazzarlo, esso fornisce il vitale sostentamento per buona parte dell’inverno.In tutte le stagioni i villani vengono flagellati senza pietà  dalle imposte che possono esaudire sia in denaro sia in natura, sotto forma di un bue o di un certo numero di pecore. L’economia del sistema feudale si basa infatti sull’appropriazione da parte del Signore di ogni soprappiù messo da parte dalla gran massa dei contadini e così i tributi riducono il popolo ad una condizione di mera sussistenza atta a soddisfare nulla di più che i bisogni vitali. A chi non è in grado di rimettere i censi non resta altro che la prigione e molti sventurati villani finiscono per indebitarsi fino al collo con gli usurai ebrei.Come la classe nobiliare pretende denaro in cambio della difesa militare, altrettanto gli ecclesiastici si sentono in dovere di vessare i villani con le odiosissime decime in cambio della difesa delle loro anime dalle fiamme dell’inferno.In fin dei conti anche l’auto flagellazione dei Battuti è un’ammenda per poter riconciliarsi con Dio: un pagamento che ripara le colpe commesse con i peccati.* * *L’immenso bosco del Cansiglio nel vasto feudo dei da Camino. Oltre Conegliano un mare sconfinato di abeti alti e verdi si perde lontano all’orizzonte, alberi e alberi si succedono senza fine. Estensione enorme e selvaggia, la foresta vergine in cui orsi e lupi affamati fanno da incontrastati padroni incute al viaggiatore sentimenti contrastanti e un reverente timore si mescola sovente alle mistiche sensazioni evocate dalla contemplazione del paesaggio. Entro l’oscuro manto della selva v’è la rassicurante presenza di santi eremiti vestiti di pelli e dediti alla pia ricerca della solitudine, ma bisogna purtroppo annoverare anche un gran numero di bracconieri e di pericolosi briganti coi quali ovviamente è preferibile non avventurarsi.La pioggia ricomincia a martellare. Il feltro verde del mio mantello è completamente inzuppato d’acqua tranne il bavero di ermellimo che tengo sollevato a riscaldare il collo. Il viaggio è veramente massacrante. Duramente provato dalla fatica mi trascino con un bastone a forma di tau sotto braccio e con gli stivali da cittadino già  mezzi scuciti. Davanti a me un carro in transito verso nord è rimasto impantanato nel fango della pista. Il conducente intercala tremende imprecazioni alle frustate per i suoi pur robusti buoi. Stendo dei rami sotto la ruota e lo aiuto a disincagliarsi. In cambio ottengo dal carrettiere un provvidenziale passaggio. Divido con lui il pane che ho messo da parte ed un vaso di miele vendutomi da un boscaiolo.A Ponte nelle Alpi dormo in un fienile. Al mattino presto finalmente la pioggia è cessata e proseguo con la zattera che traghetta passeggeri lungo il Piave fino a Codissago. Con mia grande meraviglia la zattera è affollatissima, a bordo ci sono contadini che emigrano, mendicanti vestiti di stracci, pellegrini, frati bigi e miseri cavalieri erranti, c’ è un malato che come San Giobbe si gratta le piaghe col coltello e accanto uno storpio che esibisce la sua deformità , segno esteriore del peccato e della maledizione di Dio.Che se ne stiano alla larga. Costoro mi ricordano gli squallidi messaggeri di un mondo sull’orlo della rovina. Non ci tengo affatto ad arruolarmi nelle loro file per dividere in modo equo la fame. Un mosaicista come me anche in capo al mondo può guadagnarsi una paga onorevole e comunque sia ho ancora un piccolo gruzzolo, ho speso qualcosa per la zattera e per i pedaggi dei ponti ma la consistenza della mia borsa non dev’essere calata di molto.Vorrei tastare di nascosto il sacchetto dei denari ma non posso farlo, ho addosso i loro sguardi. Mi stanno mangiando con gli occhi, sotto il mantello aperto osservano i colori sgargianti rossi e azzurri della mia veste da cittadino, si soffermano con invidia sui miei stivali a punta mentre loro portano zoccoli di legno e hanno i piedi fasciati di pezze puzzolenti. Sono imbarazzato, per nascondere il mio disagio mi volto dalla parte opposta e faccio finta di guardare intorno alla zattera. La visibilità  è scarsa a causa dei fumi di nebbia che salgono dall’acqua, la zattera si muove a rilento contro il fiume in piena, le rive sono disabitate e la foresta fa loro cornice per ogni dove.In lontananza comincio a distinguere il molo del nostro approdo. Stringo gli occhi per scrutare meglio, poi li spalanco con tanto di pupille dilatate, impallidisco, mi si rizzano i capelli, scosto le braccia e apro le mani a dita divaricate: ad attenderci sul molo ci sono due domenicani in compagnia dei gendarmi!La zattera avanza, non ho scampo, i miei piedi sono incollati alle tavole, non provo nemmeno a tuffarmi in acqua, sulle rive sbucano altri gendarmi da dietro le fronde. La zattera scivola inesorabilmente verso il molo. Attracca. Subito due gendarmi si gettano ad acciuffare una vecchia cenciosa che si distingue solo per essere tutta vestita di nero!Scampato pericolo. Segue il sesto giorno di viaggio. Imbocco la strada del Canal e sbuco nella val di Zoldo. E’ una vallata ridente e prospera che attira l’immigrazione, la sua fortuna sta nei giacimenti di rame e di piombo, ma soprattutto nelle ricche miniere di ferro: le officine vendono i chiodi che viaggeranno per mezzo Mediterraneo affissi agli scafi della Serenissima e i fabbri zoldani forgiano le armi che andranno a Milano, a Brescia, a combattere in mano ai soldati della Lega Lombarda.Ho deciso. Mi fermo in mezzo a questi industriosi montanari, gente riservata ma ospitale, è il posto ideale per trovare subito lucrose offerte di lavoro e far valere la mia maestria di artigiano del mosaico. Modestamente nel mio mestiere ci so fare, tanto più che qui non esiste davvero concorrenza per uno uscito dalla Corporazione musiva di Venezia.Corro dunque alla chiesa di Zoldo e appena varcato il portone getto lo sguardo a terra, ma rimango deluso: il pavimento a scacchi bianchi e neri è in ottimo stato e non richiede alcun intervento di manutenzione. Scruto ogni angolo dell’edificio ma la chiesa è piccola, affrescata, non ci sono spazi per ricavare dei mosaici. Allora esco di gran carriera sulla piazza principale e vado a bussare all’unico palazzo di ricconi.Il maggiordomo apre la porta in fessura:”Cossa vutu? Vutu che?»Accenno un affabile inchino:”Buongiorno a voi, sono un esperto mosaicista di Venezia, a disposizione del Signore del palazzo per un bel pavimento di mosaico».”No, non gli occorre» ribatte secco e ritira il portone per chiuderlo.”Ehi, un momento – insisto. – Fatemi parlare con il Signore in persona, è mio diritto», cerco di bloccare la porta tenendola per la maniglia ma il maggiordomo la serra con un gran tonfo.”Ruspante!», gli grido più che mai offeso.Mi giro e vedo sulla piazza i braccianti riuniti, manodopera a salario in attesa di un occasionale datore di lavoro. Non ho molta scelta: con loro o presto o tardi la fame. Raggiungo perciò il gruppetto dei manovali e a braccia conserte come gli altri, aspetto.Ecco avanzare tronfio il mandante di un datore di lavoro, con mio disappunto vi riconosco l’antipatico maggiordomo che poco prima mi aveva sbattuto la porta in faccia. Ora indossa un ridicolo berretto a quadretti bianchi e verdi.Gracchia:”Ci occorre un bovaro per la malga. Lo chiedo per l’ultima volta!»Nessuno fiata, i manovali si scambiano degli sguardi perplessi.Approfitto del loro momento di incertezza:”Eccomi! Io, io» alzo il braccio teso e faccio un passo in avanti.I manovali ridacchiano rumorosamente alle mie spalle. Che umiliazione, un cittadino veneziano come il sottoscritto, mosaicista delle cupole d’oro, un artista del mio valore ridotto a fare il bovaro… dalle stelle alle stalle.Vengo dunque assunto come guardiano presso una mandria composta da buoi dal pelo fulvo e da gagliardi vitelli di razza italica. La stalla, situata nell’altipiano di Mas di Sabbe, è al centro di un’ampia distesa di prati in pendio ed ha un leggiadro soffitto ricoperto da una moltitudine di pipistrelli appesi a grappoli. Il primo incarico del nuovo lavoro è particolarmente raffinato, trattasi di ripulire la stalla da cima a fondo. Il letame non veniva allontanato da anni, arriva fin quasi al ginocchio e diffondeva intorno un lezzo nauseabondo.Conclusa in alcuni giorni la gran sfaticata, comincio pian piano ad apprezzare la mia occupazione di mandriano e devo dire che non mi capita affatto di soffrire la solitudine. Accudisco le bestie, ogni giorno le abbevero e le nutro col fieno profumato di selvatico e al termine delle faccende, mangio in santa pace la mia zuppa. Pensare che nessuno voleva venirci a lavorare perchè corre voce che un tempo l’altipiano fosse il luogo di ritrovo delle streghe.Paura delle streghe? Mai vista l’ombra di una strega a Mas di Sabbe. Anzi, è un luogo delizioso. L’incanto della natura intorno mi affascina. Passo le ore e i giorni nel candore delle colline innevate, assaporo la quiete di alture alpine abitate solo dalle pernici bianche, contemplo la vastità  dei panorami e delle vallate sotto di me. L’atmosfera è quasi sempre limpida e tersa, la visibilità  ottima, tanto che nei punti più remoti gli abeti sembrano vicinissimi e pare di poterli raggiungere con le dita e sradicare come ciuffetti d’erba. Al contrario, zone appena sotto danno un’illusione di lontananza: lunghe lingue di ghiaia simili a spiagge remote lambiscono un mare di pini mughi e, come isole nella corrente, gruppi di larici spuntano gialli nel verde di quella distesa agitata dal vento.Gironzolo per i boschi. Cammino sul tappeto intessuto dalle foglie dei faggeti, mi soffermo a sfiorare con le dita la corteccia bianca delle betulle, bevo con le mani l’acqua fresca del torrente Maè e intanto il picchio muraiolo esce da una fenditura della roccia e prende rapido il volo sopra la mia testa.* * *I Monti Pallidi furono scolpiti dalla mano sapiente di un divino Artista. Spesso mi perdo estasiato a carezzare la vastità  delle pareti rocciose che dominano la vallata di Zoldo e nel rievocare la penosa ristrettezza dei pozzi, un genuino senso di riconoscenza esce dalle profondità  del mio spirito. Iddio ti ringrazio di essere vivo ad ammirare la suprema bellezza della tua opera! …se solo Zagreo potesse essere qui con me, penso.E nel vincolo di quell’amicizia nefasta, anche in mezzo al costrutto del Grande Architetto dell’Universo, finisco per cadere nella seduzione esercitata da un’opera che viene dal maligno: il granito grigio e rosa pallido di un monte dalla forma possente, un gigantesco trono fornito di schienale e poggioli a semicerchio, che i montanari del luogo chiamano il Caregon del Diavul.Il massiccio si staglia isolato al di sopra dei profili ondulati delle alture e poggia sul piedistallo creato dalle falde dei detriti rocciosi. Quando osservo dalla malga gli sparvieri che sfrecciano alti nel cielo, il mio sguardo si posa inevitabilmente sulle sue cime maestose e così a poco a poco sorge in me la determinazione di violarle. Nessuno fra i montanari ha mai osato tanto, nati in mezzo alle rupi essi non hanno costume di scalarle, eppure io muoio dalla voglia di superare quella specie di varco teso sul baratro e innalzato con superbia verso il cielo. E’ come se vi fossi attratto da una forza irresistibile, annidatasi in un legame indissolubile, forse il patto stesso che ancora mi pone in debito col diavolo.Durante i primi mesi del 1251 l’inverno fu particolarmente mite e la neve scarsa per cui, proteggendomi dal freddo con una semplice pelle di daino, già  a febbraio posso tentare la mia scalata. Poco prima dell’alba avanzo dalla forcella più prossima al monte, mi introduco nella vegetazione e scompaio dietro le fronde, mentre gli abeti richiudono alle spalle i loro rami profumati. Proseguo nella foresta in assenza di qualsiasi traccia di sentiero. Ho sete e non trovando alcun ruscello mi vedo costretto a bere dalle pozzanghere, chino con la bocca sulla superficie dell’acqua.Uscito finalmente allo scoperto, mi tocca dannarmi su interminabili ghiaioni di grosse pietre aguzze. Intanto studio la struttura del monte. Ad ogni trenta quaranta passi la prospettiva ne cambia i contorni e l’imponenza di nuove spettacolari angolature è tale da sorprendermi ogni volta. Ecco, individuo il punto più agevole per l’attacco. Salgo in cima al ghiaione e mi ritrovo sotto la spalla orientale del massiccio, ai piedi della parete si riconosce facilmente la sua stratificazione orizzontale in bande alte qualche metro.Un momento prima di afferrare con le mani la nuda pietra, mi concedo una pausa nel tenue tepore del primo mattino e mi guardo intorno indugiando ad assaporare il colore giallo dei prati, l’azzurro del cielo e i raggi solari che risplendono scintillanti sulle vette. Imprimo dentro di me queste immagini. Penso a quanto la vita sia incomparabilmente preziosa: il solo fatto di respirare quest’aria pura e di vedere il cielo sopra la mia testa basta a darmi una soddisfazione completa e sono contento di esistere, integro e sano nei miei ventotto anni. Che meraviglia amare la vita, con semplicità . Le mie sensazioni si dilatano, questi indimenticabili momenti mi sembrano una immensa ricchezza, un tempo infinito, come se contemporaneamente nello stesso istante dovessi vivere tante vite diverse.Nel tastare con la punta delle dita la consistenza della roccia, friabile e pericolosamente scivolosa, vengo assorbito da un’ondata di ricordi e rapidamente ripercorro a ritroso la mia esistenza fino all’epoca della mia fanciullezza …fino a Gengis Khan.Quel marinaio sul molo raccontava che l’imperatore dei Mongoli, divenuto molto vecchio, doveva essere trasportato su un monte situato a lontanissima distanza (non era nelle facoltà  di un bambino concepire l’idea della morte, l’eroe della mia infanzia non poteva morire). La scorta dovette attraversare il Gobi, un vastissimo deserto di ghiaia totalmente privo d’acqua salvo l’eccezione di qualche minuto lago salato. Quell’inverno, sugli altipiani del Gobi la temperatura era scesa precipitosamente sotto lo zero e la scorta fu decimata dagli stenti e dal freddo, i superstiti riuscirono tuttavia ad attraversare il deserto e finalmente raggiunsero la catena montuosa dell’Altai. All’interno di un altissimo monte considerato l’asse del mondo, essi deposero il grande Gengis Khan, l’Imperatore che vive e non vive, immerso in un eterno letargo, morto benchè appaia vivo e vivo benchè appaia morto.Inizio ad arrampicare. Salgo sulla paretina gradinata usando mani e piedi, mi aggrappo tenacemente alle roccette chiare, ne percepisco la consistenza porosa. Non c’è più tempo per pensare, l’azione mi assorbe. Trenta metri da terra. Il minimo passo falso sarebbe anche l’ultimo, ogni attimo diventa prezioso, segna il confine incerto tra la vita e la morte. Sì, in effetti il pericolo semplifica di molto le circostanze: o si è vivi o si è morti. Così mi abbraccio con tutta la forza alla roccia e non per amore della roccia, ma per timore del vuoto. La paura, e in tutta sincerità  d’altro non si tratta, paradossalmente accende in me emozioni euforizzanti, in fin dei conti forse sto salendo proprio per trovarmi faccia a faccia con lei, la paura nuda e cruda.In breve raggiungo la cengia che orizzontalmente traversa l’intera parete orientale. Vi cammino in precario equilibrio salendo sempre più in alto lungo le cornici rocciose. Ad un tratto devo arrampicare di nuovo come un ragno, la mia attenzione è tutta concentrata sulla sensibilità  delle dita appese agli appigli, gli stivali di feltro col massimo della prudenza cercano la roccia più solida. Ho la sensazione di essere al limite delle mie possibilità , la difficoltà  è estrema, ma da questa posizione tornare indietro è escluso. Guardo giù nel precipizio. Un brivido mi attraversa da capo a piedi. Conta solo andare avanti, superare questo passaggio non è impossibile, dove c’è una volontà  ci deve essere una via. Finalmente! Una sporgenza transitabile interrompe la ripidezza del muro. Prendo fiato e osservo con un po’ di vertigine le pareti lisce sopra di me, l’acqua del disgelo vi disegna lunghe striature nere che scendono in verticale. Camminando in direzione sud seguo le rientranze a strapiombo di una gola e poi di un’altra.A un paio d’ore dall’attacco, guardo la vetta del Trono del Demonio e comincio a percepirla entro la mia portata, mi sento un titano alle prese con un’azione sovrumana quando, al termine della terza gola… sorpresa inaudita, vedo un vecchietto seduto sul bordo del precipizio!Mi saluta agitando le sue grosse mani:”Sani! Sani!»La lunga barba bianca gli conferisce un’aria patriarcale, ha gli zigomi sporgenti e un’espressione austera e venerabile. Chi è costui con una barba simile, non sarà  mica il fantasma di Gengis Khan?Ne ho soggezione, mi avvicino esterrefatto e ansimante:”Come avete fatto a salire?»”Per la stessa strada che avete fatto voi – risponde tranquillo -. Appena vengo stremato dalla fatica mi stendo con la schiena appoggiata al suolo, assorbo forza dalla roccia e mi rialzo più rinvigorito e più scattante di prima».Guardandolo bene pare molto vecchio, in vita mia ho conosciuto ben poche persone che abbiano raggiunto la sua veneranda età . A colpo ridimensiono la portata della mia ascensione, altro che impresa titanica, se questo vetusto montanaro è arrivato quassù non deve trattarsi di una arrampicata poi tanto difficile. Il vecchio della montagna risveglia in me una immediata simpatia e mentre siedo al suo fianco a riposare, ho modo di farmi chiarire con tutta calma perchè mai i suoi monti vengano chiamati Monti Pallidi.Gerione, è questo il nome del vecchio, come rivolgendo la spiegazione a un nipotino mi racconta una favola soavissima…. C’era una volta un re nelle Alpi Orientali. Egli regnava in pace ma suo figlio era l’unico infelice del regno, perchè tormentato da un desiderio irrealizzabile: niente popò di meno che andare sulla luna. I dottori, preoccupati dal suo umore nero, ritenevano fosse afflitto da una strana forma di pazzia da loro denominata Melanconia. Il popolino, malignava invece che il principe fosse in potere delle streghe.Una splendida notte di luna piena il principino perse del tutto la testa e andò errando per le montagne finchè capitò ai piedi di una rupe, alta e dritta come una torre. Smanioso di vedere la luna più da vicino, cominciò ad arrampicarsi per le pareti verticali della rupe. Su e su e su, salì aggrappandosi alle rocce, finchè venne avvolto dai densi vapori di una nube che ne rendeva invisibile la cima.Miracolo, la nube si staccò dalla rupe e salì in alto nel cielo trasportando sulla luna il principino. Fuori di sè dalla gioia egli potè contemplare le impronte dei suoi piedi stampate sul suolo lunare. Superò poi un cancello d’argento e davanti ai suoi occhi apparve una sconfinata distesa di fiorellini bianchi, in tutto simili alle stelle alpine. Finalmente arrivò in vista di una città  e quando ne varcò le mura si accorse che le case e le piazze e gli alberi erano bianchi, ogni cosa era bianca e lucente come candida neve.Il principe si diresse trionfante al palazzo reale, al suo interno ammirò le pareti di alabastro dei saloni e giunse al cospetto di una splendida regina che aveva la pelle color del latte, gli occhi chiarissimi e i capelli platinati. Per giorni e giorni la regina ascoltò appassionata il principe che le narrava le meraviglie della terra e dei suoi abitanti. Egli parlava sciolto e brillante, aveva scordato ogni tristezza e in preda a un totale appagamento, avrebbe desiderato restare lì per sempre.Però, la luce abbagliante che emanava da ogni cosa lo costringeva sovente a chiudere le palpebre dal fastidio e col passare dei giorni gli occhi cominciarono a dolergli dal bruciore. Temendo di diventare completamente cieco il principe supplicò la regina di sposarlo e di andare a vivere con lui sulla terra. Ella, per amore, acconsentì alla richiesta e i due novelli sposi entrarono nella nuvola miracolosa per scendere sulla terra.Allorchè approdarono sulle Alpi, il principe riacquistò subito la salute e si precipitò a cogliere un mazzo di rossi rododendri per mostrarle con orgoglio i colori del mondo terrestre. Al castello, la regina fu accolta festosamente da tutti i sudditi del regno. La figlia della Luna ammirava stupita la varietà  dei paesaggi alpini, il verde dei laghi, il rosa dei tramonti e tutti quei dolci colori che per lei rappresentavano una assoluta novità .Ma col tempo la regina cominciò a soffrire. La notte rimaneva sveglia alla finestra. Aveva nostalgia della bianchissima luce della luna, non sopportava più di vedersi imprigionata tra le rocce oscure e tetre delle Alpi. Cominciò a pensare che sarebbe morta di crepacuore se fosse rimasta ancora sulla terra. Il suo sposo non trovava soluzione al problema e ricadde in preda alla disperazione.Per fortuna il popolo dei nani accorse in loro aiuto. Alla prima notte di luna piena i nani salirono in vetta ai monti e alzate le mani sopra la testa, si misero a fare degli strani movimenti con le dita come se stessero afferrando alcunchè di invisibile.La regina si affacciò languente alla finestra e chiese al re dei nani che cosa mai stessero facendo.”Stiamo filando i raggi della luna», rispose re Laurino.In vetta ai monti, comparvero dei grandi gomitoli luminosi che i nani srotolarono lungo le pareti fino alla base delle rocce. Abilmente, essi intrecciarono una meravigliosa rete luminosa che diffondeva il chiarore lunare da tutte le pareti delle dolomiti.La regina si riprese all’istante e rivolta al principe esclamò entusiasta:”Oh, ora sì, sono diventati più belli e più lucenti della luna i tuoi Monti Pallidi!»I nani erano i discendenti di un popolo numerosissimo che da tempo immemorabile abitava una regione del lontano Oriente. Al culmine del loro splendore essi furono invasi da un popolo di feroci guerrieri. Costretti a fuggire, andarono in cerca di una nuova sede ove vivere in pace. Purtroppo ovunque arrivassero, i nani venivano scacciati e nessuno voleva averli entro i confini del proprio regno, sicchè si erano rassegnati a vivere nascostamente, appartati fra i monti.Tuttavia da quel giorno le peripezie dei nani erano finite perchè il principe dell’antico popolo dei Reti, al colmo della gratitudine, permise loro di restare nel suo regno ove vissero per lunghi anni felici e contenti.* * *Deliziato dalla favola di Gerione, lo ringrazio per la carica di entusiasmo che mi ha comunicato e mi rialzo in piedi pimpante:”Ora proseguirò fin sulla vetta. Volete venire con me?»”Ma no. Neanche per idea, non si può proseguire oltre, questa soglia che vedi affacciarsi è il limite estremo dell’abisso».”Comunque sia voglio andare avanti».”Ma sei pazzo!- In preda all’agitazione- Finirai in mezzo agli strapiombi, senza poter proseguire nè tornare indietro».”Beh, arrivederci amico», incamminandomi.”Fermo, fermo!- mi trattiene per un braccio- Non andare, rifletti! Ascolta ti prego…»”Che vuoi ancora?»”Tu non sai che razza di mostro abita gli strapiombi!»”Sì… un serpente con cento teste», scrollando le spalle.”Non scherzare, ti giuro che ho visto le orme del drago stampate sulla roccia!»”Impossibile», sorridendo.”E’ così, credimi, il drago Ouroboros comanda il Vento del Nord e ti farà  precipitare nel vuoto!»Ouroboros? Mi ghe sboro, penso fra me e proseguo.Immediatamente il passaggio sul fianco della montagna si fa molto esposto, diviene strettissimo, una semplice scanalatura orizzontale incisa sulla parete. Il cunicolo è alto meno di mezzo metro: potrei superare l’ostacolo solo avanzando prono a forza di gomiti e ginocchia. Mi spingo imperterrito nella scanalatura strisciando sulla roccia ghiacciata e stando bene attento a non battere la testa contro gli spigoli prominenti. Nel contempo tengo sempre sott’occhio l’orlo del precipizio, sul fianco sinistro lo strapiombo cade a goccia d’acqua per centinaia di metri. Sudo e nel lucido calcolo del rischio che sto correndo un brivido mi attraversa e mi fa rizzare i capelli. D’un tratto comincia a spirare forte il Vento del Nord, le sue raffiche si abbattono violente contro la parete. L’aria e il freddo si insinuano sotto la pelle di daino, la mia testa oscilla sotto l’impeto delle folate, ho la sensazione che il vento stia per trascinarmi via.Ma riesco a farcela. Percorsi una ventina di metri il passo è superato: veramente ho provato cosa vuol dire avere la vita appesa a un filo. Inaspettatamente, la via diventa molto facile e la mia tensione si muta in una gioia incontenibile. Non ci sono più tratti esposti nè voragini, trovo invece un ambiente incredibilmente suggestivo ed ancestrale immerso in un maestoso silenzio. Un vallone dalle scalee di roccia forma un monumentale anfiteatro a semicerchio calato in un’atmosfera talmente inconsueta che non mi meraviglierei affatto se un rettile dalle forme spaventose sbucasse da dietro l’angolo.Fra i detriti del suolo scopro l’inspiegabile presenza di una conchiglia pietrificata, ha una forma spiraleggiante e un diametro di ben quaranta centimetri. Camminando trovo altre conchiglie, sono bivalvi, alcune enormi. Che strano prodigio! Salire sulla cima di un monte per ritrovare il mare. In effetti la base dell’anfiteatro ricorda vagamente un fondale marino, potrebbe essere una baia. Forse ai primordi del tempo un tiepido mare ricopriva la zona e appena sotto il pelo dell’acqua proliferavano alghe e spugne e magari le barriere coralline. Mi immagino un clima caldo, un paesaggio semi desertico su cui batte perennemente un vento infuocato dall’arsura.E questo cos’è? Un dente enorme, pietrificato, con il bordo aguzzo e seghettato. Che impressione! E’ lungo venti centimetri. Lo farò vedere al mio amico. Il vegliardo aveva ragione, un dente del genere non potrebbe appartenere a nessun altro animale. Può stare solo nella bocca di un drago.Proseguo. Risalgo il vallone procedendo sulla ghiaia e poi a grandi passi sui facili gradoni che portano in direzione Nord. Una volta in alto, monto sul ripiano di un nevaio e lo attraverso diagonalmente fin dove termina la neve, a destra di una imponente cresta rocciosa.La vetta è lì a pochi passi, facile da raggiungere. Sono ancora pieno di energia sì, ma le giro le spalle lasciandola inviolata.Il sole ha disseminato il nevaio di riflessi puntiformi che luccicano. Lo ripercorro a ritroso. Al suo margine inferiore mi imbatto in un folto gruppo di corvi, se ne stanno beatamente appollaiati sul candore. Li scaccio con lo schiocco rumoroso di due pietre, eccoli si alzano in volo oscurando il cielo. Levando in su lo sguardo, nel bel mezzo dello stormo vedo un corvo con le penne bianche come la neve, bianco il becco e bianche le zampe. Aleggia leggero sul vento delle cime, spiega candide dita al cielo planando con le penne laterali delle ali. Mentre volteggia su ampi semicerchi atteggia la coda a ventaglio, a tratti si mette controvento e rimane a mezz’aria, sospeso nel vuoto.Di colpo non distinguo più nulla. Il vento si abbatte sul nevaio, solleva una miriade di cristalli scintillanti che fanno dello spazio un abbaglio di luce.Abbandono alla svelta il nevaio mentre le raffiche mi frustano la nuca e i cristalli di ghiaccio mi punzecchiano il collo. Affretto il passo, comincio a saltellare da un masso all’altro, agile e scattante scendo giù a raggiungere il vegliardo esattamente nella posizione in cui l’avevo lasciato.Gerione esulta:”Vederti ancora vivo è un vero miracolo, Dio sia ringraziato!» e mi incalza subito di domande per farsi dire cosa ho visto.Volessi sforzarmi di fornirgli un fedele resoconto di quei luoghi non potrei trovare parole atte a descriverne la selvaggia bellezza. D’altronde, sono anche un po’ seccato nei confronti di quel montanaro, ha cercato in tutti i modi di scoraggiarmi. Così escogito lì per lì una versione del tutto falsa, per incutergli un terrore ancora maggiore di quello che ha:”Dovevo camminare sulla lama del rasoio, precipizi a destra e a sinistra. Poi, come per incanto un pianoro e al centro…»”Cosa hai visto?»”Una fessura profondissima che spaccava a metà  la montagna, una voragine spaventosa larga un paio di metri tra sponda e sponda».”E tu?»”Ho gettato dentro un masso e non l’ho udito rimbalzare, era un abisso senza fondo, arrivava fino all’inferno! E indovina che ne è uscito?»”Che cosa?»”Il drago».”Ouroboros?»”Esatto, un terrificante lucertolone con la pelle grigiastra e rugosa, alto cinque metri e lungo almeno venti. Ritto in piedi su due zampe, grosse come colonne e dotate di tre poderosi artigli da uccello. Avanti al petto agitava due zampette ridicolmente minute e sollevava in aria la coda per bilanciare il peso del corpo. Scuoteva in alto un testone colossale e ruggiva: Groaarh! Groaarh! Mi ha caricato, ma io non mi sono mosso… fermo immobile… e quello mi si è piantato vicinissimo, tanto da sbattermi in faccia il suo alito fetido, che sensazione! Sbuffando retraeva la sua grossa lingua e spalancava le zanne delle enormi mascelle, a un palmo dalla mia testa! Ha cercato di atterrarmi con una sferzata della sua coda ben lunga e robusta».”E tu?»”Ho schivato il colpo, d’istinto gli ho guidato l’estremità  della coda verso le mascelle spalancate e gliel’ho ficcata in gola».”L’hai ucciso?»”E’ morto soffocato, sputando i denti tra spasmi atroci che facevano sussultare la montagna».Gli mostro l’enorme dente di pietra.* * *Dopo la scalata del Trono del Demonio ho smesso di campare a suon di zuppe annacquate e ho scordato la porta in faccia al palazzo dello zotico. Ora, non ho più motivo di lamentarmi dell’ospitalità  dei valligiani, anzi è una vera pacchia, il vecchio della montagna ha preso per oro colato tutte le frottole sul drago, vinto da ammirazione incondizionata mi ha invitato a fruire della sua dimora e fatto partecipe della sua generosa dispensa, stracolma di formaggio, noci e frutta conservata. Ho trascorso lieti giorni in sua compagnia. Nel passato fu fabbro valente e adesso è uno degli anziani più rispettati nella vallata. A differenza dei contadini di Zoldo, che non possiedono nulla all’infuori del loro ventre, Gerione ha una proprietà  di terra libera, un allodio. Consiste in un giardino colmo di alberi da frutto, ora rinsecchito dall’inverno e coperto di brina, ma nella stagione del raccolto si dice sia talmente carico di mele, pere e ciliege, e di castagne, lamponi e altre delizie, da sembrare il paese della cuccagna.Un dì, mentre passeggiamo fra l’intrico dei suoi rami, oso introdurre un argomento spinoso:”La malga di Mas di Sabbe ha fama di essere luogo di ritrovo per i balli sfrenati di diavoli e streghe, eppure ti giuro che da quando vi ho messo piede non ho visto l’ombra di una strega».Gerione è il solo a sapere esattamente ove si nascondano:”Il Bosconero, là  è pieno di streghe – bisbiglia -, ce ne sono in tutti i cantoni. Però adesso, da quando l’Inquisizione si è fatta più accanita, è diventato difficile avvicinarle… se ne stanno sempre più nascoste».”Ti prego, vecchio mio, accompagnami al Bosconero. Muoio dalla curiosità  di vederle».”D’accordo, se insisti. Ma non dirlo a nessuno – lisciandosi la barba -. Ti porterò alla casa di una strega appena si fa la luna piena».”Non possiamo andarci prima? Magari domani».”Non essere impaziente. Le streghe sono scontrose e volubili. Il loro anno si compone di tredici mesi lunari, a meta mese fanno festa alla luna piena e sono meglio disposte a ricevere gli sconosciuti. La luce della luna ci consentirà  di vedere meglio il sentiero poichè dovremo muoverci in piena notte, al riparo da occhi indiscreti».Attendo con ansia l’arrivo luna piena, quindi ecco finalmente la notte concordata…Sentieri impervi e selvaggi sovrastati dalle minacciose ali di roccia del Monte Civetta e un bosco impenetrabile in cui la luce della luna filtra a malapena. Nella penombra della fitta vegetazione i rami dei larici mi pungono il viso con gli aghi delle loro lunghe dita pendenti, accelero, inciampo sui tronchi divelti.Questo vecchio premuroso mi sta guidando al nascondiglio della strega, certo non oso mettere in dubbio la sua esperienza di montanaro, ma ho la sensazione che si sia perso. Temo che finiremo nell’imboscata di un gruppo di streghe arcigne e deformi, ci faranno morire dallo spavento alla sola vista della loro bruttezza. Ossute, gobbe, con i bitorzoli sul naso adunco, gli occhi freddi e crudeli; come minimo ci picchieranno a sangue con le scope.C’è un silenzio di morte. Una torre di roccia massiccia incombe con l’impressionante verticalità  delle sue pareti scure. Un sibilo lacera la notte, fischia sopra le nostre teste ed esplode in modo sinistro.Lunghe ore di faticoso cammino. A un tratto il bosco finisce ed il montanaro mi trascina alla scoperto su un piccolo altipiano erboso:”Il pian del Crep, ecco la casa di Sybil!» e indica un tabia, una stamberga di legno adagiata sotto una corona di aspre rupi.Dunque non si era perso. Devo ammettere che conosce alla perfezione questa regione dimenticata da Dio e dagli uomini.”Sybil è la strega?» chiedo a conferma.”Sì, vengo spesso da lei a farmi curare i malanni età . Le sue tinture medicinali mi hanno sempre giovato», borbotta.Gerione bussa a lungo. Tutta vestita di nero, con un cappellaccio a cono sulla testa la strega si affaccia sull’uscio e non è laida e vecchia come mi aspettavo, ma giovane e attraente.Sybil ci accoglie cordialmente all’interno. Due avvenenti occhi verdi promanano uno strano fascino felino e mi fissano con le palpebre aguzze come per carpire le mie intenzioni.”Che cosa cerchi fra questi monti?», mi chiede.”Desidero vedere il demonio – rispondo timidamente -, so che voi avete facoltà  di evocarlo, Gerione mi ha detto che le vostre pozioni magiche consentono di visitare le sedi infernali, pur potendo ritornare sani e salvi sulla terra. E’ vero?»La strega non risponde ma con grazia ci fa cenno di seguirla, apre una botola sul pavimento di legno, scende i gradini di una scaletta e ci conduce nello scantinato. Giù c’è una stanza sufficientemente spaziosa. I ripiani appoggiati alle pareti sono pieni di erbe essiccate e disposte con ordine. Mi accosto per leggere i nomi incisi sul bordo orizzontale delle tavole, ciascun nome corrisponde ad una varietà  botanica. Fiuto l’intenso profumo che emana dal timo e dal tiglio, l’effluvio del laudano e la fragranza di limone della verbena. Come un fanciullo occupato ad esplorare un ambiente a lui nuovo, estraggo da un sacchetto semiaperto un gambo lungo e rigido con le foglie frastagliate. Termina in un fiore violaceo, un grosso grappolo di petali ricurvi a forma di elmo.”Aconitum Napellus – dice la strega -, questa pianta nasce dalla saliva fetida che cola dalla tre bocche di Cerbero».Gerione spiega:”Cerbero è un cane che ha tre teste ricoperte di serpenti e la coda irta di aculei, fa la guardia alla soglia dell’inferno e impedisce ai dannati di uscirne».Già  mi passa la voglia di visitare l’inferno. Con questa bestiaccia di mezzo potrei rischiare di non tornare sulla terra.Mentre mi trastullo con il fiore in mano, la strega si avvicina alle spalle e mi bisbiglia in un orecchio:”E’ la pianta più velenosa che esiste. Uccide».”Uccide?» balbetto mollando subito la presa e ricacciando il fiore nel sacchetto.”Paralizza le vittime fino all’asfissia mortale».Sul focolare bolle un gran pentolone. A tratti la vivacità  del fuoco ne surriscalda il contenuto e una schiuma acquosa solleva il coperchio straripando oltre l’orlo del pentolone. La schiuma cola fino al fuoco. Le fiamme brontolano e friggono sotto l’effetto del liquido che attutisce la loro forza fin quasi a spegnerle. Lentamente il fuoco riprende vigore e mantiene vivo il gorgogliare del pentolone stabilizzandosi su una temperatura costante. Però, ciclicamente il fuoco si risveglia dal torpore e di nuovo il contenuto schiumoso fuoriesce regolando l’eccessivo ardore della fiamma.Vado a curiosare dentro il pentolone, alzo il coperchio e vedo dei tuberi che si stanno cuocendo.Deluso, spio allora al centro del tavolo il contenuto di un cestino. Sono dei funghi con il manico bianco e un’ampia cappella rossa disseminata di puntini bianchi.Amanita Muscaria li denomina la giovane strega indicandoli col dito e strizzandomi l’occhiolino.”Voi li mangiate?» le chiedo con circospezione.”Certo!»Li mangia? Spero proprio che non obblighi anche me a mangiarli, hanno tutta l’aria d’essere velenosissimi.Mi guardo intorno disorientato. La mia attenzione cade su un rospo che se ne sta in un angolo del pavimento con gli occhi fissi ed insensibili:”Mangiate pure quello?» e mi illumino nel tono scherzoso della battuta come chi cerchi di sdrammatizzare una situazione.”Come no», risponde seria la strega.Sento alla bocca dello stomaco un conato di nausea. Sono amaramente pentito, perchè mai m’è venuta la sciagurata idea di finire in casa di una strega. Ormai è troppo tardi, non ho più la forza di alzarmi dalla sedia, sono soggiogato dai suoi occhi verdi. Sibyl si toglie il cappello e una cascata di capelli neri danza intorno al suo viso.”Se vuoi vedere l’inferno mangia due cucchiai di questa polverina magica», mi esorta accattivante la strega.”Ma che cos’è?»”Strademonium».”E che… sarebbe lo Strademonium?»”E’ una pianta coi semi neri e i fiori bianchi, ciò che all’inizio è nero col tempo diventa candido».Cerco di tergiversare mentre reggo in mano il cucchiaio:”Ma che sapore ha? Non sarà  pericoloso?»Sybil ingurgita due cucchiai colmi per incoraggiarmi. Mi decido a fare altrettanto. La polvere mi impasta la bocca e a stento trovo la saliva per mandarla giù.* * *Poco dopo timori e scrupoli lasciano il posto ad una grande sedazione, sprofondo in un torpore ovattato. Ogni rumore si fa lontano e attutito. In preda a un dolce oblio, smarrisco il ricordo del tragitto nel bosco, non rammento il motivo della mia presenza in questa casa, nè saprei dire che giorno sia oggi o che mese dell’anno. Comincio a percepire la bocca secca e asciutta. Ho fame d’aria, mi sembra di soffocare, non sopporto più di stare al chiuso e a tentoni salgo la scaletta, apro la botola e spalanco la finestra per respirare.Finalmente una boccata d’aria fresca. Guardo fuori, ma? Nel posto prima occupato dalla corona di montagne ci sono le guglie e le maestose colonne di gigantesche cattedrali. Le facciate gotiche sono illuminate dal chiarore lunare, una luce fioca esce dalle ampie vetrate ogivali mentre i rosoni iniziano lentamente a ruotare su sè stessi.Richiudo la finestra, stupefatto, sconcertato. Ad intervalli la vista mi si appanna. Cedo alla violenta eccitazione del delirio, il cuore mi batte all’impazzata, ho la gola arsa dalla sete e pur senza una goccia di sudore sento un caldo insopportabile che mi brucia la pelle. E’ il calore delle fiamme dell’inferno, ormai prossime.Segue una serie di allucinazioni….Vedo un massiccio di puro calcare, provvisto di merli e torri come un castello incantato. Avanzo nella sua direzione camminando in un vapore denso che ricopre il terreno fino al ginocchio e si disperde qua e la in lingue e vortici agitati da un vento leggero. Arrivo al portone principale, un passaggio ad ogiva decorato e scolpito.Appena entrato rimango a bocca aperta: l’interno è cavo, ombre di un verde latteo popolano l’enorme volta da cui pendono appuntite le stalattiti. Intorno, le pareti sono ricoperte da scultorei colonnati simili a fontane impietrite nell’attimo di traboccare piene di rivoli. Un cupo sottofondo di acqua che goccia rompe il silenzio di questo mondo immobile e sinistro.Mi dirigo verso l’area al centro della caverna, scendo una decina di gradini scavati ad anfiteatro e raggiungo un pozzo rotondo. Guardo dentro. Il chiarore soffuso del luogo si raccoglie sulla superficie dell’acqua come in uno specchio, vi vedo il mio volto riflesso e lo stupore mi travolge. Appaio ringiovanito… di molto, ho i lineamenti di quando ero adolescente: occhi vispi, guance rosee e capelli arruffati. E’ un pozzo prodigioso: la fonte stessa della Giovinezza!Mi contemplo a lungo incuriosito, incredulo mi tasto la faccia con le dita. Dopo un po’ giro lo sguardo verso il portone del castello, faccio per avviarmi ad uscire ma non riesco a sollevare le piante di piedi, sono incollate al suolo. Le caviglie si radicano in terra, cerco di liberarle con ripetuti sforzi delle ginocchia, inutilmente… vengo presto sopraffatto da una invincibile rigidità . Le gambe si immobilizzano del tutto. Disperato guardo di nuovo dentro il pozzo come vi potessi trovare una via di salvezza: e invece vedo la mia faccia soffusa di verde pallore. Giro le mani e osservo le palme, pure inverdiscono. Grido all’orrore! I piedi si trasformano in radici che penetrano contorte nel terreno. Le ginocchia si fanno grinzose e la pelle si muta in corteccia e le gambe si fondono in tronco che racchiude le cosce. Il fallo si erge ligneo a nodo del tronco, sento l’odore del muschio di quercia. Invano mi divincolo e torco il fianco, già  il petto è oppresso dalla scorza e la schiena si stira dolente. Non posso che agitare le braccia sopra il capo, ma in breve le mani s’accartocciano in foglie e agito nient’altro che fronde. Ecco un’energica spinta mi stira in verticale nel fusto di una grande quercia svettante sopra il pozzo.C’è un corto silenzio nella grotta. Il legno mi ha invaso la gola, nemmeno ho voce per gridare. Poi la montagna di calcare inizia a tremare e lampi e tuoni riempiono la cavità  e le stalattiti si staccano dal soffitto e i colonnati rotolano giù dalle pareti, l’ampia volta ruota su se stessa e tutto quanto gira intorno all’alto tronco!Bruscamente le allucinazioni finiscono. Mi ritrovo a barcollare in mezzo allo scantinato della strega e sono vittima di una violenta vertigine e incapace di coordinare i movimenti e di mantenere l’equilibrio, è come se la terra mi mancasse sotto i piedi. Finisco steso, sul pavimento di legno. Anche la vertigine si estingue. Mi coglie un intervallo di sonno ristoratore.Dolce risveglio: Sybil nuda e incantevole, sdraiata accanto a me sul pavimento. Mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. Vengo pervaso da incontenibile eccitazione, in ginocchio allungo il braccio, la mia mano raggiunge la tetta turgida e la palpa, ma cos’è? Ho la disgustosa sensazione che la sua pelle sia vischiosa e appiccicaticcia, subito la ritraggo per un dolore urente alle dita.La strega è sparita, sul pavimento c’è solo il rospo, inavvertitamente l’ho toccato mentre gironzolava su e giù imperterrito.Ma non mi rassegno. Traboccante di lussuria cerco ansiosamente Sybil: non me ne importa affatto se poco fa ho visto un fantasma, una diavolessa o una donna in carne ed ossa, voglio comunque possederla e godermela subito. Il guaio è che un velo fastidioso mi offusca la vista e mi impedisce di mettere a fuoco gli oggetti. Ah! Finalmente il velo si è diradato, Sybil è ancora lì distesa sul pavimento, nuda e incantevole. Che succede, adesso? Le sue grosse tette si raggrinziscono rapidamente e pendono fiappe sull’addome rigonfio, i capelli neri diventano grigi in pochi secondi e poi bianchi, la pelle del viso si copre tutta di rughe, i denti si fanno gialli e consunti, la faccia arrossisce di colpo e le pupille si dilatano fino a eliminare il verde dell’iride. Come ferita a morte la strega caccia un urlo demoniaco e contorce violentemente le braccia e le gambe.Vengo preso dal panico. Per cercare di alzarmi in piedi devo fare uno sforzo disumano. Lottando contro un’enorme spossatezza e articolando con difficoltà  le parole, supplico Gerione di trascinarmi via da quella casa infernale.* * *A parte quest’ultimo movimentato episodio, la vita pastorale che da quasi due mesi trascino lentamente sui monti sta diventando di una tranquillità  eccessiva e comincio a sentire la mancanza della convulsa frenesia della mia città . La nostalgia è troppo forte… torno a Venezia. Anonimo e mascherato approfitterò del Carnevale e della gran baraonda che tocca l’apice nell’ultima settimana di febbraio.Nell’oltrepassare il confine del mio Comune esco allo scoperto da un fitto boschetto. Sul prato, un verdeggiare di germogli annuncia la vicina primavera, sugli alberi le gemme di teneri ramoscelli spuntano già . Mi sono travestito. Ho sul viso una maschera di cuoio nero, in testa un berretto piegato sulle orecchie e indosso, sopra la calzamaglia gialla, una tunica attillata composta di pezze ricucite insieme in un esplosivo miscuglio di colori; la tunica è stretta da una cintura e appeso a questa ho un manganello di legno che, non si sa mai, potrebbe anche tornarmi utile in questi frangenti.Durante il Carnevale in qualsiasi ora del giorno e della notte è consentito a chiunque di girare in città  con la maschera addosso. Nessuno si è mai sognato di obbligare chicchessia a togliersela, nemmeno i gendarmi, dacchè ogni maschera possiede per tradizione un tacito privilegio di immunità . Fatalità , doveva esistere un bellimbusto intenzionato ad infrangere la regola. Raggiunta la gran calca della vigilia del Giovedì Grasso ecco lo spiacevole incontro, un soggetto che porta sul capo una testa di lupo imbalsamato, con il pelo che scende sulla nuca e in avanti a coprire interamente il volto.Solo i suoi occhi mi puntano sotto le zanne:”Alto là , sior strasson!»Mi blocca afferrandomi per le spalle e poi allunga le mani per strapparmi la maschera. Faccio appena in tempo a sbilanciarlo con una spinta e a falciargli le gambe con un calcio rasoterra. Mentre cerca affannosamente di rialzarsi sono già  confuso tra la folla. Mi mescolo alla colorita fantasmagoria delle maschere. Ci sono tutti i camuffamenti possibili e immaginabili, oltre ai soliti buffoni e diavoli burloni, ci sono finti re, finti frati, finti medici, finte contadine furlane, finti armigeri sul carroccio e finti briganti, finti gobbi, finti finti cioè i veri, veri gobbi che la gente scambia per maschere e non lesina loro gran pacche sulle spalle.Lungo le calli, manipoli di scalmanati avanzano danzando con l’accompagnamento dei tamburi, un ritmo da far venire la pelle d’oca, che ti scuote dentro, ti ipnotizza e ti contagia la voglia di metterti in coda. Negli spiazzi dei Campi si balla la moresca, un ballo cadenzato che simula dei colpi di scherma, basta la scintilla di quattro note improvvisate e sono pronti tutti a danzarla, ma le ballerine più ammirate sono le bambine, ragazzine di dieci dodici anni che incantano le platee con i loro movimenti aggraziati, col portamento solenne e deciso, la mascherina calata sugli occhi.In Piazzetta, personaggi tratti dalla mitologia calcano i palchi in curiosi e fantasiosi spettacoli, vere e proprie rappresentazioni teatrali ove è d’obbligo lo sfoggio delle più ardite trovate. A fianco gruppi di acrobati costruiscono piramidi umane secondo le complesse figurazioni che il popolo chiama Forze d’Ercole e poco dopo in Piazza S. Marco una folla atterrita e ammirata osserva a testa all’insù un abilissimo funambolo che si bilancia con la pertica e sale lungo una corda tesa fino alla sommità  del campanile.E’ una gran festa di popolo. Ogni anno attira da mezza Europa schiere di visitatori che vanno ad impinguare le borse degli albergatori e dei commercianti.Astrologi, cartomanti, esperti di Fisiognomia, Geomanzia, Cabala. I personaggi più pittoreschi del Carnevale fanno parte della combriccola dei ciarlatani e li si trova in ogni angolo della Piazza a vendere magie ed imbrogli. Costoro si guadagnano il pane vendendo fumo e sogni a modico prezzo e tuttavia ad alcuni di loro bisogna onestamente riconoscere non comuni doti di sottile destrezza. Primo fra tutti un prestigiatore alle cui magie ho l’onore di assistere.Quel giovanotto snello si avvicina a me e mi persuade a riporre nella sua coppa una monetina di rame, “un solo bagattino per una magia strabiliante» declama con un’espressione mobilissima sul volto. Ricevuta la monetina posa la coppa sul tavolino, vi fa roteare sopra la spada, mulina fra le dita una bacchetta magica tanto velocemente da farla scomparire alla vista… e in un batter d’occhio rapido movimento delle mani e copre il bordo della coppa col disco inciso di segni magici. Infine, mi chiede di sollevare il disco dalla coppa. Mi avvicino lentamente per eseguire, sollevo il disco e sbuca fuori un piccione che vola via sbattendo le ali. Il bagattino è sparito dal fondo della coppa. La gente raccolta intorno applaude.Uscendo da Piazza S. Marco faccio un breve tragitto sulla Riva degli Schiavoni, poi mi dirigo verso l’interno della città  e imbocco le Fondamenta dell’Osmarin catturato da un suono indistinto di cornamuse in lontananza. Lungo le Fondamenta, man mano riconosco un rullare di tamburelli e le corde del saltèrio pizzicate col plettro, la musica proviene dall’altra parte del canale, dalle finestre gotiche di Ca’ Priuli. Faccio il giro attraverso il ponticello della Salizzada Zorzi e mi fermo titubante sull’entrata principale.Prima di entrare in quella dimora di nobili mi tolgo il berretto per rispetto quand’ecco qualcosa mi colpisce alla testa, un liquido mi cola lungo i capelli e istintivamente porto la mano al capo nel timore mi abbiano ferito. Odo delle risa sguaiate sul balcone appena sopra, il liquido è denso e appiccicoso e percepisco un odore stomachevole di uovo marcio. Mi pulisco alla meglio ed entro nel palazzo. L’ingresso al popolo è proibito ma fortunatamente oggi nessuno controlla.Nell’ampio salone vedo i musici, cantano i Carmina Burana in versione goliardica:”Arpeggia l’asino e i buoi ballano,dei ciechi conducono altri ciechie tutti quanti finiscono nel fosso.San Benedetto frequenta le bettole,S.Girolamo vende pesci al mercato.Arpeggia l’asino e i buoi ballano,il mondo intero cammina sulla testa:tutto è sviato dal proprio cammino!»Intorno, sui tavoli zeppi di gente si mangia fegato alla veneziana e arrosto di maiale, sul pavimento si gioca ai dadi. Alcuni discutono animosamente della Lega Lombarda, il solito ubriaco fradicio crolla con la fronte sul tavolo.Tra quelli senza maschera non c’è nessuno di mia conoscenza. Tra i mascherati, chissà ? Non lo posso sapere, a parte lì nell’angolo quella donna grassa come un suino: se pure è riuscita a celare il viso dietro la mascherina non può in nessun modo nascondere il suo deretano enorme e inconfondibile. E’ la ricca moglie di Zuanne Zusto, il Procuratore di S. Marco. Ma chi c’è dietro di lei? Con la sua mole giunonica sta coprendo alla vista un uomo stravaccato sulla panca. Mi avvicino con risvegliato intento pettegolo. L’uomo sulla panca è probabilmente un nobile importante a giudicare dall’abbigliamento ricercato, ma con quei capelli rossi che escono da dietro la maschera sicuramente non è suo marito. Appena sono abbastanza prossimo da percepire odore di ascelle sudate, mi accorgo che la grassona ha introdotto la manina furtiva sotto la tunica del nobile e muovendo il pugno su e giù imprime alla stoffa un ritmico sobbalzare. Accelero il passo, mi giro intorno scandalizzato ma noto che la scena lascia i vicini indifferenti, e semmai li allieta.Improvvisamente entra nel salone l’uomo dalla testa di lupo. Mi allontano terrorizzato e prima ancora che si accorga della mia presenza sono già  sgusciato fuori dal portone.* * *Giro per le calli. L’ansia mi assale, sono teso per l’incertezza del mio futuro, devo assolutamente raccogliere le ultime notizie sul mio processo, devo correre il rischio e avvicinarmi di soppiatto a casa mia per parlare con mio fratello. Chi lo sa? Magari la pena che mi hanno accordato è soltanto una grossa multa.Passando nei pressi delle Fondamenta della Follatura varie pezze di lana e di feltro sono stese ad asciugare sui supporti di legno. Alcune donne muscolose attingono acqua dal canale e la versano in un’immensa tinozza, contemporaneamente due uomini armati di grosse mazze di legno vi battono la pezza immersa nel fondo. E’ il procedimento della follatura mediante il quale la stoffa si restringe, s’ispessisce e diventava più resistente. Una terra apposita è stata aggiunta all’acqua per estrarre gli oli dalla stoffa, ha un odore pungente, di putredine. Odore che associo istintivamente alle immagini del mio primo tragico impatto con i Pozzi: il corridoio delle prigioni, fiocamente illuminato in alto da poche finestrelle strette e orizzontali.Sono di fronte alla mia abitazione e aspetto che esca mio fratello o almeno che la mia carissima madre, come d’abitudine, si affacci un attimo alla finestra. Mi commuovo alla nostalgia della mia famiglia e mi è immensamente triste dover resistere alla tentazione di entrare in casa, ma non posso, non devo generare sospetti.Chissa se sono giunte notizie di mio padre? Non lo rivedo dall’età  di nove anni, da quando è partito per la Crimea e non è più tornato. Faceva parte di una spedizione commerciale indirizzata ai Tartari del basso Volga e dentro di me non è mai morta la speranza di vederlo ritornare un giorno all’improvviso, carico dei doni e delle meraviglie dell’Oriente. E’ partito da semplice marinaio ma ai miei occhi egli rappresenta il vero avventuriero, colui che osa oltrepassare le frontiere della Cristianità , non potrò mai emulare il suo coraggio di pioniere.Segue un’attesa snervante, ormai è quasi notte e da dietro le imposte del primo piano cominciano a palpitare le luci delle candele. Odo dei passi nella calle deserta, mi giro e vedo rincasare il mio fratello maggiore, ancora nei suoi abiti da muratore. Gli muovo incontro deciso scordando di essere avvolto nel mio bizzarro travestimento e conciato così lo colgo alla sprovvista. Egli mi fissa accigliato, sospettoso posa la mano sul martello in un atto di istintiva difesa.”Sono io, Petrangèsio!»Nel riconoscere la mia voce la sua espressione si muta immediatamente in felice sorpresa.Mi abbraccia:”Sei tornato?»”Son qua».Chiedo notizie di nostro padre. Mio fratello stringe le labbra e scuote la testa in segno di diniego.”Che nuove dall’Inquisizione?»”Il manoscritto è ancora nelle loro mani, l’Inquisitore lo sta traducendo per esaminarlo attentamente».”Non ha finito ancora di tradurlo?»”Pare che il doge stesso ne voglia leggere la traduzione, confidenze di un avvocato».”A che pena mi vogliono condannare?»”Non si sa niente», allargando le braccia.”Saluta a casa, dì alla mamma che sto bene e che non si preoccupi per me. A tutti gli altri dì che son pellegrino in Terra Santa».Mio fratello entra in casa.Mi avvio sconsolato nella calle buia e deserta, però qualcuno mi sta venendo incontro con fare insidioso dall’estremità  opposta della calle. Un boia incappucciato con in mano una finta mannaia, un uomo selvaggio con clava e pelliccia, un grottesco diavolo con la forca e Testa di Lupo che li guida. Mi blocco, faccio dietro – front, giro l’angolo di casa mia e mi allontano affrettando il passo. I quattro mi inseguono a distanza. Imbocco Calle del Carbon. Loro sono sempre dietro. Accelero il passo più che posso e mi dirigo alla riva attigua, ma loro si fanno ancora più sotto. Un attimo prima di Riva del Carbon giro di scatto per una calle stretta e lunga e comincio a correre, corro veloce verso Campo S. Angelo. Saranno senz’altro sbirri dell’Inquisizione camuffati così per spiare meglio i ricercati, penso impaurito. Cerco di seminarli, scelgo le calli più buie e tortuose intorno a Rio Terà  degli Assassini, ma quelli sono sempre alle calcagna. Ho il terrore di finire in un vicolo cieco, ce ne sono tanti in questo quartiere. Freno. Mi nascondo nell’oscurità  di un sottoportego, aspetto col cuore in gola finchè con la coda dell’occhio li vedo passare oltre di gran carriera. Attendo ancora un po’ ed esco allo scoperto nell’ampio Campo S. Angelo.Al centro, vicino al falò che rischiara il Campo, c’è un orso incatenato al palo. Gli aizzano contro una muta di levrieri impegnandolo in un cruento combattimento a colpi di morsi e di unghiate. Cerco scampo tra la folla raccolta intorno allo spettacolo, c’è chi scommette per l’orso e lo incita ad uccidere i cani uno per uno, c’è chi applaude i cani e attende che lo sbranino vivo. Mi faccio piccolo piccolo in mezzo a un gruppone di soggetti con le birre in mano, tutti vestiti da inglesi con la coda. Inutile! I miei inseguitori sono già  arrivati e si sono messi a danzare. Goffi e sgraziati oscillano sulle gambe, apposta con la faccia rivolta alle fiamme perchè la luce dal basso renda ancora più lugubri le loro maschere. Testa di Lupo mi ha individuato e defilatosi dai suoi compagni mi grida alle spalle:”Buonasera sior strasson!»Lo anticipo, mi giro di scatto e lo colpisco a bruciapelo, la punta del manganello affonda nella bocca del suo stomaco. Testa di Lupo ulula dal dolore.Fuggo da Campo S. Angelo a grandi falcate. Sono lucidissimo, albergo pensieri insolitamente vividi e veloci, privi di emozione, distaccati. Con movimenti automatici volo sopra i ponti e alla luce delle torce raggiungo Riva del Ferro. Mi affaccio sul Canal Grande: nelle vicinanze c’è un’unica gondola ormeggiata, fortunatamente una sola. La raggiungo con un balzo. Per pormi in salvo devo solo slegare frettolosamente le sue corde e poi con tutta calma remare alla riva opposta e mettere piede sull’approdo, a fianco di Ca’ Barbarigo. Invece rimango lì impalato, in piedi al freddo sulla gondola, a guardare se arrivano. Nell’attesa gli attimi si dilatano. Provo in me una distorsione del senso del tempo, come se fluisse al contrario dal futuro al passato.Eccoli! Frenano la rincorsa, si fermano sull’orlo della Riva, riuniscono il gruppetto davanti alla mia gondola. Con stupore li vedo agitare vistosamente le braccia e i fazzoletti per farmi oggetto di gran saluti. Al termine della pantomima i quattro uomini mascherati, a mo’ di commiato, si calano le braghe e ridendo come ossessi mi mostrano i loro quattro culi ordinatamente in fila.”Ostia, comincia a far freschetto», ironizzo mollando alla svelta gli ormeggi.Ne prendo atto, finalmente si sono tolti la maschera: queste facce da culo non sono sbirri, sono solo degli sbandati, fanno parte di quel genere di burloni che si esaltano nelle bravate e negli scherzi pesanti. Mi hanno scambiato per un altro… un loro degno compare del quale sior strasson sarà  il nomignolo. Volevano spaventarmi e devo ammettere che ci sono riusciti.* * *Oggi è Giovedì Grasso, il giorno della decapitazione del toro. Nel tardo pomeriggio vado a curiosare davanti al Palazzo di Giustizia ma arrivo fuori tempo, si è già  conclusa la cerimonia che commemora la vittoria sui friulani di Ulrico di Treffen. La folla che vi ha assistito si sta lentamente diradando, cerco un varco per avvicinarmi al palco ma non riesco a vedere nè il toro con la testa mozzata nè il fabbro nerboruto che l’ha staccata con un sol colpo di spada. L’unica cosa che vedo sfilare sono i rappresentanti dei canonici del Patriarcato di Aquileia, trottano in fretta e grugniscono spaventati, sono i dodici grassi porcelli.Il Maiale è il santo patrono del Giovedì Grasso, perchè ogni anno a Venezia questo è il giorno della sacrosanta abbuffata, la festa dell’ingordigia, la solennità  dei crapuloni e degli insaziabili; vergogna di chi si finge sobrio e temperato, letizia di chiunque smani l’eccesso, cavalchi la smodatezza e morbosamente ricerchi l’esagerato; è il trionfo dei vizi e degli abusi, della trasgressione sfrenata e licenziosa, del peccaminoso agire che esalta cuori traviati e depravati, la via libera agli illeciti amori legittimati dalla provvida copertura della maschera.Cala l’imbrunire, alle mie spalle si accendono le torce della Piazzetta. Vado a passeggiare sulle Fondamenta dell’Osmarin lungo il canale che allontana dal centro della città . Passo davanti alla staccionata delle ricche suore di S. Cassiano, quasi tutte nobildonne relegate in convento per risparmiare la dote. Scruto distrattamente oltre il cancello e intravedo nel cortile una donna… una mascherina travestita da Gnaga che si affanna a raggiungere di corsa l’uscita. Supera il cancello, lo richiude alle sue spalle e si appoggia ansimante al pilastro.Chiedo preoccupato:”Qualcosa non va, signora?»Da dietro la maschera mi risponde la voce seccata e cavernosa di un uomo:”Mi hanno beccato».Comprendo al volo, è uno di quei gaudenti che si mascherano da donna per non venire scoperti nel mentre inducono in tentazione le povere suore, è un genuino rappresentante dei cosiddetti monachini, scaltri impostori perennemente dediti alle avventure galanti, soggetti specializzati che hanno trovato la loro nicchia all’interno del monastero. D’altronde, quelle leggiadre monachelle dai capelli arricciati e ben pettinati sotto il minuscolo velo, stuzzicano non poco la fantasia degli uomini con il loro seno mezzo scoperto, lasciato bene in vista dalla scollatura dei loro abiti bianchi alla francese. Il Patriarca di Venezia, qualche anno fa aveva fatto sprangare il monastero per impedire lo scandaloso corteo dei visitatori mascherati, ma risentite le gentildonne l’avevano distrutto e gettato nel canale.Il monachino mi confida la sua disavventura con il tono di chi si vanta di una bravata:”Incredibile, incredibile… Ero in dolce compagnia nella cella di una novizia. La monachella rideva forte mentre palpava le mie tette finte e faceva il confronto con le misure del suo seno, piccolo che poteva stare nel cavo di una mano. D’improvviso abbiamo sentito battere i pugni sulla porta. Puoi immaginare lo spavento! Eravamo in trappola, ho dovuto aprire».”Chi era?»”Due suore infuriatissime. Non hanno detto una parola, mi hanno fatto segno di andarmene con l’indice teso in direzione dell’uscio. La novizia si è gettata ai loro piedi terrorizzata: Chiedo perdono – ripete in falsetto il monachino -, confesso il peccato carnale, datemi pure la punizione che mi spetta ma… vi prego, vi imploro, non dite niente alla Superiora!».”Che storia».”Io chiaramente me la sono svignata, però mi sono fermato all’esterno e protetto dal buio ho curiosato dalla finestra della cella: le due consorelle hanno tolto l’abito all’ingenua novizia e l’hanno messa nuda in ginocchio, a capo chino con le mani giunte davanti al petto, poi la suora dalla carnagione olivastra ha tirato fuori una bacchetta flessibile e ha cominciato a frustarle la schiena. Ad ogni colpo la novizia faceva uno scatto in avanti e una smorfia di dolore.Dopo alcune vigorose frustate l’altra suora, che aveva la bocca larga e le labbra esageratamente grosse, ha spinto a quattro zampe la novizia e si è chinata su di lei a sculacciarla a mani nude. Schiaffeggiava ora una chiappa ora l’altra, schioccava dei colpi secchi e precisi e la faceva piangere dal bruciore. Poi, la suora dalla bocca larga, si è messa in ginocchio dietro la novizia, con gli occhi fissi sulla fessura tra le due natiche e la lingua che fremeva all’angolo delle labbra…».”E che le ha fatto?»”Le ha divaricato le natiche per guardare meglio, ha preso la mira e le ha ficcato un dito nel buco del culo. La novizia, presa alla sprovvista dalla sensazione del dito che entrava nel suo corpo, ha sollevato il capo infiammata di rossore, il suo sguardo si è incrociato con il mio e così le altre due mi hanno visto alla finestra. Perciò mi hai visto scappare».”E adesso?»”Mi travesto da cappellano e torno dalla monachella per confessarla».Io non ho certo il coraggio di imitarlo, per uno ricercato dall’Inquisizione certe iniziative sono troppo rischiose, perciò abbandono il cancello di San Cassiano e proseguo a bighellonare per le calli.Fra gli svaghi notturni offerti in special modo dal periodo carnevalesco eccelle uno dei passatempi più antichi dell’umanità , a tutt’oggi fonte di alacri contese fra nobili e popolani. E’ l’unica onesta occupazione cui io stesso potrei dedicarmi senza timore di venir scoperto dagli sbirri dell’Inquisitore. Ho sulle spalle il carico di lunghi mesi di vita solitaria fra le montagne e negli occhi ancora il fantasma di Sybil, nuda e incantevole, che mi mostra sorridente i seni rigonfi e da sotto la cascata di capelli neri mi fissa con i suoi stupendi occhi verdi. E’ un’ossessione, diventa un bisogno impellente, sì devo per forza sfogarmi, non ce la faccio più a resistere. Ecco che travolto dalla precipitazione, trepidante, vado a caccia di mamole.Mamole. Non le viole odorose, simbolo di modestia e pudicizia, bensì le rappresentanti dell’onorato mestiere di cortigiana.A scatti, muovendo gli arti come un automa alessandrino, mi dirigo al sestriere di Rialto e comincio a gironzolare sulle Fondamenta di qua dal Ponte delle Tette, la miglior zona di ritrovo per simili avventure. Sul ponte superaffollato vedo sporgersi le cortigiane con le facce pesantemente truccate, gli abiti bizzarri e discinti, alcune con il seno nudo. Alzo gli occhi al balcone che dal mio lato sovrasta il ponte. E’ affacciata una col vestitino di un vivace verde chiaro, la bella cortigiana ha ravvivato i capezzoli col carminio e tiene la scollatura abbassata per mostrare un seno prosperoso.Sento una fitta di desiderio. Agito il berretto e la cortigiana ricambia mollemente il saluto ma appena dopo, a gran voce, cerca di adescare due nobili d’oltralpe, vestiti alla moda raffinata dei ricchi di Francia:”Benvenui a Venexia, la mona del mondo!».La bella cortigiana mi attizza fin troppo, ho deciso che fa al caso mio, devo andarci prima che ‘sti qua me la soffino, ha salutato prima me ed io ho la precedenza. Però uno dei due francesi, butterato per giunta, ha colto al volo l’invito, mi precede sulla soglia e con male maniere mi da uno spintone perchè mi tolga di mezzo. D’istinto poso la mano sul manganello e tuttavia mi blocco, interrotto da un ripensamento. E’ una pazzia molestare un nobile; meglio abbandonare il campo a questo guastafeste, gli sbirri sono lesti a sbucare per ogni nonnulla e non è il caso di cercare rissa per una cortigiana. Neanche fosse l’unica sulla piazza! Ho tutto il tempo per sceglierne una anche più bella di questa. E’ la prima volta che vado a mamole e voglio spendere bene i miei soldi.Nell’angolo fra due pareti vedo la moretta, una maschera nera ovale che vien tenuta su con la bocca, stringendo i denti su un bottoncino. Il gran mantello che avvolge la prostituta rende inquietante quell’apparizione silenziosa. Appena gli sono vicino la cortigiana spalanca con le braccia il pesante mantello, sotto è nuda, divarica un po’ le cosce per mostrare meglio il pelo, ma ha le gambe magre e secche da far impressione.Proseguo. Altre cortigiane. Le passo in rassegna sempre più indeciso. Questa è troppo bassa, questa ha le tette fiappe, sta’ qua puzza come un letamaio, st’altra ha la mandibola in fuori, questa poi… sembra la madonna addolorata.Obliqua nella penombra, avanza una cortigiana che finalmente mi piace, accattivante, alta e snella, con lunghi guanti sulle mani affusolate.Ha la mascherina sugli occhi ma la bocca scoperta e abbondantemente cerchiata di rossetto:”Ciao, sono Lilith».Che voce profonda e sensuale. Il suo profumo dolciastro mi inebria, sa di mangereccio e godereccio. Vista da vicino ha lineamenti corporei veramente eleganti.La sto già  spogliando con gli occhi.”Ti piaccio?» chiede.”Certo che sì. Ma… ma mi consentiresti di tenere il viso coperto?» balbetto.”E’ tuo diritto, non preoccuparti è una domanda che mi sento rivolgere spesso. Nè tu nè io ci toglieremo la maschera», mi rassicura.”D’accordo Lilith, terremo su la mascherina però… ci toglieremo tutto il resto», aggiungo in preda all’eccitazione.Con il dito guantato mi fa cenno di andarle dietro. La seguo su per la scala esterna della casa. La sua camera è più che decorosa, le tende del letto sono ricamate e il pavimento è coperto da un tappeto di pelliccia. Appena entrato la spingo sul letto e mi avvento su di lei per alzarle la gonna. Ma quella, incredibilmente, fa resistenza:”Aspetta! Aspetta un momentino».”Che c’è?»”E’ meglio di no, sono vergine. Te lo prenderò in bocca».”Che? Una puttana vergine, roba da matti, ma perchè diavolo tutte a me devono capitare!»”Non arrabbiarti, stavo scherzando, possibile che tu non sappia stare al gioco» e appoggia le sue labbra serrate sulle mie, come per farsi perdonare.Irritato e perplesso mi tolgo con la mano il rossetto che mi ha lasciato addosso:”Ma a che gioco giochiamo, se sei mestruata dillo subito così me ne vado».”Ah no, non ho mai avuto le mestruazioni in vita mia».”Impossibile, tutte le donne le hanno. A meno che…», a meno che non sia un uomo, finisco la frase mentalmente.Gli guardo di nuovo la bocca mentre fa scivolare la lingua a inumidirsi le labbra e noto come il suo collo paia essere un po’ troppo prominente per una donna. Mi viene un dubbio atroce: che sia un travestito? Per questo non vuole che gli alzi la gonna! Però mi pare impossibile, è così carina e femminile. Seduto alla sua destra, le accarezzo con le punte dei polpastrelli le guance imbellettate, su e giù in contropelo per sentire la barba, ma la pelle è perfettamente liscia. E’ una prova certa, ho sbagliato a dubitare di lei. E adesso che cos’ha, sembra turbata, deve aver capito il perchè delle mie carezze in contropelo.Impacciato, mi azzardo a dire:”Sai, di questi tempi… con tutti i travestiti che ci sono in circolazione».”Ma stai scherzando? Secondo te che cosa sembro?»”Una donna».”E allora perchè ti fai tanti problemi».”Sembrare ed essere non è la stessa cosa».Sospira esasperata, poi:”Ritieni che fare l’amore fra uomini sia un’azione tanto abominevole?»”Abominevole appunto».”E se io fossi veramente un uomo? Cercando ciò che non puoi trovare finiresti per soddisfarti con quel che avrai trovato e così pian piano… scivolerai nell’azione abominevole che hai tanto in orrore. Come puoi illuderti che trovandomi uomo cesserai improvvisamente di desiderarmi, credi forse che possa sparire d’incanto quel qualcosa che ti è piaciuto in me quando posasti lo sguardo sul mio corpo? Al contrario, per appagarti ricorrerai ai mezzi offerti da un’immaginazione scatenata, ti convincerai di potermi trasformare in donna o peggio di poter diventare tu stesso donna».Aveva un tono da amica premurosa, provocava nella mia testa un confuso avvicendarsi di emozioni, pensieri che nascevano da abbozzi contorti e si smorzavano prima ancora di liberarsi dal bozzolo e di certo lei ne aveva in pugno le fila come se la sua sottile ambiguità  le desse prerogativa di tenermi in suo potere. Lilith sorride e disegna le fossette sulle guance, mi spia con la coda dell’occhio, getta indietro i suoi capelli neri, poi si avvicina, porta una mano alla mia nuca e mi bacia sulla bocca con impeto. Vacillo e cedo, ricambio il bacio, mi lascio trasportare in un molle abbandono, la mia mano accarezza i suoi fianchi da sirena, scivola sotto la veste a palpare il petto. E’ un seno vero, non grande ma morbido e cedevole sotto la pressione delle dita.Senza preavviso la cortigiana si slaccia la maschera e lentissimamente la fa scorrere davanti al volto: è affascinante come me l’ero immaginata, grandi ciglia scure ed occhi neri penetranti. E’ una donna, pure se ha un che di efebico.Mentre sta seduta sul bordo del letto mi inginocchio davanti a lei per toccarle i polpacci, alzo un po’ la gonna e scopro le sue caviglie sottili. Le gambe sono assolutamente glabre come quelle di una bambina. Lilith fa un timido tentativo per allontanare la mia mano, ma appena salgo al ginocchio inizia a sorridere compiaciuta. Le accarezzo le ginocchia e scivolo avidamente verso l’interno delle cosce mentre lei allarga le gambe.La sua voce sensuale tradisce l’eccitazione:”Golosaccio».Punto deciso alla radice della coscia e lei scatta in avanti col bacino offrendo il pube alle mie dita che frugano:”Go l’oseo!»Un pene piccolo ma duro, senza peli.Mi fa ribrezzo:”Ah!» lancio un urlo alzandomi in piedi indignato.E’ un uomo. Mi fissa come un animale braccato, con la bocca socchiusa e gli occhi spalancati. Per un attimo il suo sguardo spaurito mi fa pena, ma a colpo mi giro. Me ne vado scendendo le scale di corsa senza nemmeno ricordarmi di chiedere i soldi indietro.* * *Lentamente e inesorabilmente inghiottito, sto sprofondando nel fango delle sabbie mobili… e più ci mi muovo per cercare salvezza, più mani invisibili mi tirano verso il basso. E’ questa la sensazione viscerale che mi opprime mentre osservo dalla finestra le canne palustri limitrofe al mio alloggio, la squallida Taverna alla Laguna.Lascio la finestra, mi stendo sul letto e osservo i mutevoli riflessi dell’acqua sul soffitto.Da cinque giorni risiedo sotto falso nome nell’albergo più malfamato della città , noto per la discrezione con cui offre ospitalità  ai più loschi soggetti. Che vita di merda. In pratica non faccio altro che sprecare il mio tempo girando a vuoto per le calli. Le strade straripano di ragazzi e ragazze, è tutta gente allegra e non occorre sforzarsi per trovare la compagnia giusta, eppure appena cerco di aggregarmi ad un gruppetto di maschere ben presto mi sento emarginato e finisco per staccarmene. La cosa dipende forse da me, non riesco a partecipare al divertimento come gli altri anni, non sono abbastanza spensierato. Per forza, ho una spada di Damocle che pende sulla mia testa, quella dell’Inquisitore! Come risultato, sto conducendo una vita raminga e solitaria che non si confà  per nulla al mio carattere, nè alla mia dignità .Il giorno del mio esilio forzato, in gondola ricordo d’aver giudicato più fortunato di me l’ultimo degli straccioni cui era concesso di restare a vivere in patria… eppure adesso, che mi ritrovo pari straccione, capisco che senza la libertà  e senza il privilegio di un adeguato inserimento nel convito civile non si può sopportare di vivere nemmeno nella propria città , per quanto la si ami. Sono caduto in disgrazia, vivo al bando dalla grande famiglia del popolo veneto, costretto mio malgrado a far parte di un’altra genia, quella che i concittadini privi di compassione considerano la famiglia del Diavolo: l’insieme dei vagabondi, dei giullari, dei lebbrosi e degli Ebrei.Gli Ebrei, i più maltrattati di tutti! Dall’inizio delle crociate non si contano gli assurdi pretesti adottati per perseguitarli e massacrarli, capri espiatori per l’uccisione di Gesù Cristo, obbligati a portare il segno distintivo della rotella rossa, una vergogna non per loro ma per il perbenismo cristiano. Io non so capacitarmi del perchè nella Cristianità , quasi al pari di un eretico, lo straniero debba rappresentare l’escluso per eccellenza. L’intolleranza è spesso soltanto un segno d’ignoranza.Anche emarginato dai miei stessi concittadini… anche nella sventura… io resto fiero di essere veneziano, eppure ciò non comporta il disprezzo per chi semplicemente è diverso da me, perchè rispetto e stimo la cultura di qualsiasi altro uomo, sia esso norvegese o spagnolo, siciliano o prussiano.Mi alzo dal letto della mia camera e mi preparo a uscire. Ero l’unico rimasto ancora al chiuso, sull’uscio della locanda vengo sorpreso da un fracasso assordante, sono tutti fuori, tutti travolti da una grande allegria, una folla impressionante si accalca euforica in piazza San Marco.E’ Martedì Grasso, l’ultimo giorno di Carnevale e un evento particolarissimo verrà  a mutare radicalmente il mio umore.Dalla terra battuta osservo attentamente i gruppetti delle maschere alla veneziana che sfilano sfarzose sul Listone, lungo la striscia selciata. Sul volto la maschera classica è rigorosamente bianca. Tinte tenui avvolgono di veli il capo e tutto il corpo in mille fantasiose fogge. Quell’incedere lento e pomposo, tutto teso a far mostra di sè, altro non è che la vanitosa ostentazione della vacuità . Poichè dietro, dietro l’indefinibile ambiguità  delle maschere non c’è nulla, rappresentano il niente e altro compito non hanno se non rivestire con veli colorati un’assenza di presenza. Proprio il loro essere simulacri inconsistenti, privi di nome o significato, genera il riverente silenzio con cui lo spettatore cela il proprio disorientamento. Consce del loro immenso potere, le inquiline del senza tempo enfatizzano la propria equivoca essenza adornando il capo di rose ed ancora il corpo con veli trasparenti e piume variopinte.Sospinta dalla gran calca, una donna tra quelle maschere abbandona inaspettatamente il selciato del Listone, si è persa, gira alla ricerca dei suoi compagni. Subito mi conquista con la ricercatezza estrema del suo costume, con l’eleganza del portamento ed in particolare, con quel suo modo aggraziato di camminare ancheggiando. Un lungo vestito le scende fino ai piedi e pare vi abbiano preso posto tutti i fiori della terra tanto riccamente è decorato di motivi floreali. Ella cinge ai fianchi una larga cintura e porta una corona murale, alta sul capo, dai cui merli un velo trasparente cala ad avvolgerle i capelli. Il volto è coperto da una graziosissima maschera bianca, finemente decorata da un fregio e abbellita da pietre preziose. Sul petto, ha infilato una spilla d’argento a forma di chiave.Si avvicina. Dietro la maschera due luminosi occhi celesti cercano il mio sguardo. Mi faccio avanti, la saluto con un inchino e la prendo delicatamente per mano. Lei stringe la presa e mi trascina via, vuol condurmi lontano dalla folla, solca la Piazzetta dei Leoni e imbocca un sottoportego basso e stretto in cui non si vede passare anima viva.Sono un po’ titubante, temo mi stia tessendo un inganno. Mi porta in fondo al sottoportego ove questo termina in un piccolo cortile circondato dalle case. Si ferma e si gira verso di me, i suoi occhi hanno mutato colore con la variazione di luce ed ora sono di un verde intenso, simile a quello dei canali.”Chi sei?», le chiedo sottovoce.Il suo respiro ansimante tradisce l’alito vinoso. Non vuole o non può rispondere, con i guanti bianchi sfila la spilla d’argento che tiene chiusi i margini della scollatura e scopre le tette, belle e rotonde come due mele. Un soffio d’aria fresca le accarezza i capezzoli e li fa inturgidire. Indugio a contemplare quelle meraviglie, esito, quasi non oso toccarle.Improvvisamente udiamo uno schiocco sopra le nostre teste, si spalanca un balcone e si affaccia qualcuno. La bella sconosciuta richiude la scollatura alla rinfusa e corre via in un batter d’occhio. Io mi attardo un attimo a spiare in alto, vorrei cercare di capire chi si sia affacciato, ma non vedo più nessuno.Esco frastornato dal sottoportico, la mia compagna non è lì ad aspettarmi, perlustro la Piazzetta dei Leoni, ma ahimè è già  svanita in mezzo alla confusione. Che guaio! Niente di più difficile del rintracciare qualcuno nel marasma del Carnevale, ma tento lo stesso. Batto su e giù le calli in lungo e in largo alla disperata ricerca di quella donna apparsa e scomparsa così stranamente.Eccola! una volta tanto la fortuna mi assiste. Ha ritrovato il suo gruppetto di maschere e sta conversando sul cancello di un ricco palazzo affacciato sul Canal Grande. Poi il gruppetto si divide, per metà  entra nel palazzo. Un secondo dopo ne esce con la fiacca il portiere.Lo blocco fulmineamente sul portone:”Buondì, scommetto che i tuoi sono i padroni più ricchi del sestriere, a giudicare da un palazzo del genere… Che famiglia è?»”Orseolo».”Ti trattano bene, suppongo».”Beh, non posso lamentarmi, l’unica scassacassi è quella appena entrata, la riverita nobildonna Orseolo, fatalità  questa notte se ne va in Romania anche la megera».”Megera, non dirmi che la Orseolo è brutta?»”Ha i mustacchi e la faccia tonda come la luna».”Però ha un bel paio di… D’accordo, io l’ho vista mascherata, però non mi sembrava affatto che…»”Ah ah! Forse ti confondi con l’altra, la padroncina».”Probabile e quella che tipo è?»”Mona irraggiungibile».”Parte anche lei per la Romania?»”Sì, se ne vanno tutti nell’isola di Candia, con il nuovo imbarco di coloni».”E in quale città  andrebbero a stabilirsi, se è lecito?»”Archanes», risponde il portiere andandosene.Ora credo di saperne abbastanza, la ragazza mascherata si appresta a partire per Creta, isola sotto il dominio del doge al pari della quarta parte della Romania, nome che i veneziani danno ai resti dell’Impero Romano d’Oriente.* * *Domani inizia la quaresima e non sarà  più permesso nascondersi dietro una maschera, dovrò ricominciare a fuggire e ritornare fra gli sperduti monti di Zoldo a fare il bovaro.Sono stanco, ho bisogno di riflettere… con calma. Qui fuori è impossibile, non sopporto più lo strepito di Piazza San Marco, mi irrita questo baccano infernale di tamburi, corni e zufoli della malora. Andrò alla basilica, lascerò fuori del suo portone il Carnevale morente e il suo urlo di animalità  insoddisfatta, esausta forse ma non sazia.La Basilica d’Oro è la mia dolce casa, sempre pronta com’è ad accogliere ogni veneziano nell’intimo del suo rifugio. L’interno della Basilica è pressochè deserto, l’essere soli in questo immenso edificio ispira soggezione. Mi incammino lungo la navata, muovo compunto verso l’altare maggiore. Presto assorbito nel silenzio e nella quiete del luogo.In piedi sotto la cupola centrale, piego la testa all’indietro e le linee slanciate delle colonne attirano il mio sguardo verso l’alto e in alto percorro i mosaici illuminati dalle ultime finestre sopra la galleria e sto per venir colto da una leggera vertigine… quand’ecco noto un mosaico cui inspiegabilmente non avevo mai posto attenzione: un pozzo alla radice di un albero. E’ il polo altissimo e profondissimo, l’asse attorno cui ruota l’intero universo ed i cui estremi si perdono senza limiti all’infinito. Ogni coscienza individuale è posta al centro del proprio universo percettivo, il mondo intero ruota intorno a noi, non c’è scampo, la coscienza umana è la sola ad avere una posizione privilegiata nel cosmo.Uno spirito opportunamente purificato ha in sè facoltà  di coincidere con quel raggio di luce sfolgorante, può scendere con esso nei più profondi abissi e risalire alle più sublimi altezze. Ma purtroppo io sono vittima delle torbide scelte di un cuore arido ed il mio spirito somiglia semmai ad un albero rinsecchito. L’Albero Secco tramandato da Alessandro Magno, il platano immenso e poderoso che si erge solitario nella sterminata e arida pianura del Khorassan. Se solo esistesse un modo per farlo rinverdire? Che spettacolo sarebbe vederlo ricoprirsi di foglie verdi su di una faccia e bianche nell’altra, mentre gli zeffiri sereni ne agitano la chioma in pieno rigoglio. Ci vorrebbe l’azione vivificatrice dell’acqua, l’acqua pura del pozzo, ecco di che cosa ho bisogno!Nella navata sud mi fermo a pregare sotto l’immagine della Vergine. Alta e longilinea, ha una stella sulla fronte come Afrodite e avanti al seno protende le palme delle mani in un invisibile abbraccio. Ritta davanti alla porta del Paradiso, indossa una tunica bianca lumeggiata d’argento mentre un manto verde ornato a frange le scende dal capo. Solenne, maestosa, elegante, è la più bella immagine che io conosca del culto della Vergine. La vegliano due pavoni indiani, disegnati nel pavimento di mosaico ai suoi piedi.Quindi esco. Un tetto di stelle ricopre Piazza S. Marco. Alzando gli occhi al cielo individuo la bella costellazione dell’Orsa Maggiore. Sposto lo sguardo sull’Orsa Minore e cerco la sua stella più brillante, l’ultima del timone del piccolo carro, ecco la stella Polare al centro della volta celeste, fra miriadi e miriadi di stelle polverizzate nella via Lattea.”Chiunque Tu sia creatore di tutto questo: io Ti amo e ti prometto che riprodurrò in tuo onore lo sfolgorio del firmamento sulla volta di una cupola».Ho già  bene in mente il disegno: un rosone in mosaico, finto intreccio di archi e colonne ove le stelle traspaiono sullo sfondo. Al centro esatto la stella polare, splendente nelle sue otto punte fiammeggianti.Incamminandomi vedo dei bagliori. Nella Piazzetta adiacente la basilica un rogo arde tra le due colonne gemelle, il luogo da sempre consacrato alle esecuzioni capitali. Mi avvicino incuriosito, salgo sui gradini e appoggio la schiena alla colonna di S. Teodoro.Il popolo brucia un grande fantoccio e intona la nenia di addio al Carnevale:”El va! El va! El va! El Carneval el va!»Mi dirigo al molo. Oltrepasso i burchi del ponte della Paglia, costeggio le chiatte ormeggiate nei pressi e imbocco la Riva degli Schiavoni. La è attraccato il convoglio dei venti vascelli della carovana di primavera. A terra, dei coloni decisi a salpare prendono gli ultimi accordi.Mi piacerebbe vedere per l’ultima volta quella nobile, mentre si imbarca per la Romania. Spero che salga sulla passerella col lungo vestito ove han preso posto tutti i fiori della terra, con la corona murale ed il velo trasparente sui capelli, con la graziosa maschera decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose, divinamente mascherata come l’ho vista oggi altrimenti… altrimenti come farei a sapere che è lei, non ho visto il suo volto. Che controsenso. Assurdo: senza maschera non la conosco, con su la maschera la riconosco.Ehi! un momento, ho trovato. Mi imbarco al volo, mi unisco alla sua carovana. La scoverò a Candia, dove andrà  a stabilirsi con la famiglia. Archanes, Archanes! E’ musica per le mie orecchie.C’è una nave che riceve ancora gente, mi avvio deciso verso il suo ormeggio. Scocca lentamente la mezzanotte, i cupi rintocchi delle campane di San Francesco della Vigna decretano la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima. In lontananza il rogo non si vede più, è rimasto solo un cumulo di ceneri fumanti.Mi sento sulle spine, temo che facciano controlli sulle persone in procinto di imbarcarsi, ogni minuto in più sul molo non fa che aumentare le probabilità  di venire catturato. Devo sbrigarmi a mettermi in coda con gli altri, sono l’ultimo ad aver ancora il costume indosso e rischio di venire notato proprio per questo.In fretta e furia mi cambio d’abito dietro un pilastro del molo. Appena finito appendo la maschera nera a un chiodo che sporge dal pilastro e mi inchino a raccogliere il mantello per avvolgermelo addosso… d’improvviso una voce roca alle mie spalle:”Alto là , Petrangèsio!»Sussulto dallo spavento. Lentamente giro la testa e alla luce delle torce mi vedo venire incontro goffamente un nano vestito da buffone. Ha sulla testa un berretto a tre punte con tanto di sonagli. Cammina in bilico sull’orlo del molo, si equilibra a stento con il contrappeso di un fardello mentre pesta la coda a un gatto randagio che balza a mordergli le scarpe con l’intenzione di farlo precipitare in acqua.Tiro un sospiro di sollievo. Si tratta di Hyla, uno che tutti conoscono per essere completamente matto, anche gli saltasse in testa di fare la spia nessuno al mondo gli darebbe retta. Mi si pianta a un palmo dal naso e con gesti teatrali inizia a declamare il testamento del Carnevale:”Perchè ognun debba esser de mi pago e contento, sin che la testa è libera far voggio el testamento e perchè volentiera, e de gusto i lo leza, ghe lasso in soprapiù l’ultima mia scoreza» e girandosi con la gamba sollevata fa una rumorosa ed interminabile scoreggia.Poi arcua le sopracciglia e mi fissa serio:”Dove xe direto el to fantomatico vascello?»Osservo Hyla in silenzio e poi rispondo:”All’Isola Sommersa».”Ehi la conosco, la famosa isola che non esiste! L’isola che si raggiunge non arrivandoci mai».L’oro delle StregheL’isola della DeaCapitolo IIIConfinato nello scafo del nostro vascello, mi sento come entro un vaso ermeticamente chiuso, eppure il cielo mi confonde con la sua vastità : nubi madreperlacee alte nella stratosfera e spessi cumuli di nuvole basse ma lontanissime all’orizzonte, mi comunicano la profonda impressione di uno spazio sconfinato. Osservo dalla finestrella rotonda le onde che si gonfiano e ancora il mare in lontananza, mare e mare e soltanto mare intorno a me, in un’immensa distesa d’acqua.Per lo ionico Talete l’Acqua è l’Archè, ossia la sostanza originaria che nel trasformarsi ha dato luogo a tutte le cose. Talete non era un ingenuo pensatore era un filosofo, e non si riferiva all’acqua fisica ma al concetto di un acqua celeste ed immutabile che non bagna le mani: l’Umido radicale, umida sostanza del mare magnum dei maghi.Talete di Mileto, Aristotele, Democrito di Abdera. Vado enumerando le teorie dei filosofi greci intorno alla costituzione della materia mentre nel vascello sto con le dita appoggiate sull’orlo della finestrella, col vento nei capelli e lo sguardo smarrito nel turchese del mare. Per Aristotele la sostanza originaria è la Prima Materia, potenza assoluta totalmente priva di forma. Oltre la percezione sensoriale, oltre la molteplicità  delle forme, essa rappresenta l’unico comune substrato, impalpabile e sfuggente eppure materia.Per Democrito, a fungere da sostanza fondamentale, è invece un insieme di atomi indivisibili. Gli atomi sarebbero talmente minuti da non poter essere colti con la vista, nè con l’udito, nè con l’odorato, nè con il tatto, nè con il gusto, ma esisterebbero eternamente nel vuoto dello spazio. Assumendo questo punto di vista viene a cancellarsi il confine invalicabile posto tra le individualità  di un essere umano, di un albero, di una pietra, di un gabbiano… condizionamento senza via d’uscita nel mondo della percezione sensoriale. Nella lucida concezione di Democrito tutti gli esseri si fondono insieme nel vorticoso movimento degli atomi, simile a grandi onde spumeggianti nel burrascoso oceano del vuoto. Eternamente esistenti, gli atomi a composizione dell’individuo si sottraggono alla freccia del tempo per cui l’immortalità  dell’essere umano si fa solida certezza nella dimensione atomica ove, non soggiacendo a nascita, non si può essere soggetti a morte. L’irreversibilità  del tempo, il processo di putrefazione di un frutto, l’invecchiamento del corpo fisico, dal punto di vista dell’infinitamente piccolo sono pure illusioni, se pur dure a morire.L’Universo incarna così la pienezza dello stato di perfetto equilibrio, è esente da limitazioni, non nato e sempre identico a se stesso. Continuo ed omogeneo, rappresenta l’unico sostrato del mondo dei nomi e delle forme, l’Uno senza secondo, causa ciclica di produzione preservazione e dissoluzione del cosmo.La Basilica d’Oro illustra la creazione del cosmo attraverso i meravigliosi mosaici della Genesi. Ho vive davanti agli occhi le gratificanti immagini della loro bellezza.Sospesa sull’abisso una tenera colomba aleggia leggera sulle acque:Spiritus Dei ferebatur super aquas.Nei primi attimi della creazione, sorge ex nihil una bolla di luce che si espande sempre più e cresce con fulminea velocità  ad immani dimensioni. Nel mosaico in questione, il cosmo nascente è la piccola sfera sotto le ali bianche della colomba, la perfezione della simmetria originaria è resa in modo esauriente dalla geometria circolare, poichè è noto che facendo ruotare una sfera attorno ad un suo asse qualsiasi essa rimane immutata.Nel mosaico accanto, il secondo giorno della creazione. Attorniata dagli angeli, la sfera del cosmo abbraccia già  le dimensioni del firmamento e scorre sulle acque per dividerle. Al terzo giorno la gran massa delle acque riceve l’ordine di raccogliersi su se stessa e la terra emerge all’asciutto, solidamente fissata nel mezzo delle acque. Successivamente la terra viene popolata dalla moltitudine delle specie delle piante e degli animali. Infine, al sesto giorno viene creato l’uomo.Il mito iperboreo dell’ordine cosmico che sorge dal chaos, risuona nella mia mente e ancora le parole di Zagreo rivestono d’immagini dense di colore quei primi ineffabili istanti…All’origine Reitia emerse nuda dal Chaos. Non trovando nulla di solido ove posare i piedi Reitia divise il mare dal cielo e sola intrecciò una danza sulle creste delle onde. Ebbra danzava sulla spuma quando si accorse del vento che le turbinava alle spalle e riconoscendovi alcunchè di nuovo e distinto da sè, pensò di iniziare con questi l’opera di creazione. Si voltò d’improvviso e afferrato Borea, il vento del Nord, lo sfregò ripetutamente fra le mani finchè apparve il grande serpente Ofione. Ma il vento le aveva raffreddato la pelle e Reitia continuava a danzare per riscaldarsi, danzava a ritmo sfrenato, oscillava le anche, scuoteva i seni eccitando Ofione col vibrare del suo corpo nudo. Il grosso rettile si rizzò, le avvinghiò le membra e si unì a lei. Reitia assunse allora forma di colomba e volteggiò leggera sulle acque dell’oceano. Fecondata dal serpente, depose l’Uovo Cosmico e ordinò ad Ofione di circondarlo con le sue spire: per sette volte il serpente si arrotolò intorno all’uovo e facendolo schiudere, liberò tutte le cose che esistono nel mondo.* * *Il mare di Crono. E’ entusiasmante attraversare lo stesso mare anticamente solcato dagli Argonauti. Attendo con fervore il nostro passaggio nelle vicinanze di Trieste, voglio esaltare lo sguardo nella tumultuosa risorgiva del Timavo, la fonte che a dire di Zagreo alimenta da sola l’intero oceano sboccando in superficie da un fiume sotterraneo del quale nessuno conosce il tragitto. Ma non vedo ombra di coste.In Istria mi lascio prendere da rinnovato ardore. Desidero sfiorare come un falco la città  fondata a Pola dai Colchi… frenare in un porto lo slancio di un sogno leggendario e magari approdare nella rocciosa e frastagliata Lussino, l’isola coperta di fiori di giacinto. Dimora della famosa zia di Medea: la maga Circe. Ma con mia grande delusione la carovana punta dritta a sud e soltanto dopo un lunghissimo tragitto fa tappa in Dalmazia nel porto di Ragusa.Nella sosta vengono caricate le provviste. Scendo a terra dominato dalla morbosa frenesia di incontrare la ragazza dell’ultimo di Carnevale. Con che ardente desiderio amerei rivedere i suoi seni, godere di quella pelle lucida come la buccia delle mele. Quanto intensa la mia speranza di riconoscere fra la gente degli occhi che mutino alla luce da celesti a verdi e da verdi a grigi. Invece nulla. A Ragusa non incrocio il suo sguardo e nemmeno a Corfù nello scalo successivo.Trascorro la più parte delle mie giornate sul ponte di passeggiata, con i gomiti appoggiati sui bordi della nave, a spiare ogni vascello che si affianca nella beata lusinga di intravedere una ragazza che abbia la sua altezza e corporatura o magari soltanto la sua camminata aggraziata.Nulla. Più passano le settimane su questa nave, più mi rendo conto dell’assurdità  della mia ricerca. Che storia d’amore è questa? Con una nobile per giunta! A ben giudicare non sono rimasto in sua presenza per più di dieci minuti, non l’ho nemmeno baciata e già  la rincorro per i sette mari. In realtà  me ne sono infatuato per semplice effetto del totale isolamento in cui verso, è normale che si finisca per ingigantire il primo occasionale incontro che viene ad interrompere la nostra solitudine. Lei nemmeno si ricorderà  di me.Ora basta! Chiuso con questi innamoramenti da adolescente, finiamola con questa lamentosa ricerca della donna fatale. E’ ridicolo. Una donna di nobile famiglia sarà  sempre fuori della mia portata, io sono soltanto un morto di fame. Ecco, me l’aspettavo, disinganno e disillusione intaccano altresì la mia fede nella stregoneria, del resto la possibilità  di fabbricare l’oro è svanita da tempo col sequestro del papiro, insieme al papiro ho perso irrimediabilmente ogni speranza di diventare ricco. Ah! Rafael faccia d’angelo, se tu non m’avessi indicato quella locanda di eretici ora non mi troverei qui, su questa nave, a navigare in un mare di guai. Amico caro, ti giuro che se mi capita fra le mani quel dannato papiro lo rompo in mille pezzi. Non ho bisogno di libri, non voglio più cadere negli inganni della stregoneria.Col suo disincanto ellenico ha proprio ragione Zagreo:I sogni e le illusioni servono solo a rendere più sopportabile l’amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia.Il viaggio del convoglio prosegue all’insegna della noia sotto una bonaccia esasperante. Povero di scali, privo di novità , il tragitto per Candia è a dir poco eterno. Le nostre navi avanzano lentamente essendo dei vascelli mercantili. Provvisti di un castello di prua e uno di poppa, due ponti ed una coffa da combattimento, sono dei velieri tondi la cui lunghezza è tripla della larghezza e possiedono due alberi forniti ciascuno di una vela triangolare, detta vela latina. La mia nave è una taretta, ha lo scafo lungo e stretto, più basso, e ad un solo ponte, ma in condizioni di scarso vento è la più adatta a bordeggiare. Per seguire la rotta controvento la nostra taretta procede a zigzag e i marinai stringono il vento navigando di bolina, ossia utilizzando un cavo che serve a tirare verso prora il lato sopra vento delle vele, in modo che queste prendano il vento al meglio possibile. Osservo costantemente le manovre di bordo, giusto per distrarmi un po’ mentre me ne sto in silenzio per conto mio. Sono un ricercato e preferisco non espormi alla tentazione di scambiare parola con i passeggeri. Perciò niente viene a rompere la monotonia di queste giornate di navigazione, fino a una sera memorabile allorchè cambiano repentinamente le condizioni atmosferiche.Doppiamo Capo Matapan con estrema difficoltà  a causa dell’irruenza del meltèmi, un forte vento che piomba ad annunciare bufera. Raffiche violentissime sono costantemente sul punto di strappare la vela, i marinai calano allora il pennone e issano una piccola vela triangolare fatta di tela resistente. In piedi sul ponte sento fischiare le gomene, il vento mi strappa i capelli, m’impedisce di procedere in linea retta e quasi riesce a stendermi a terra, ma io rimango cocciutamente attaccato alle corde, esposto alla furia degli elementi: rimanere al chiuso in coperta mi procura un’ansia maggiore. Appena sopra la mia testa nuvole caliginose minacciano di traboccare pioggia e grandine da un momento all’altro. Il mare mosso scuote paurosamente la nave, si sollevano onde di altezza e impetuosità  impressionante, il loro colore si fa sempre più cupo, finchè la visibilità  si riduce del tutto e lascia il posto ad una nebbia di goccioline fitte e gelate. Il fragore dei flutti continua a incalzare con la prepotenza di un urlo. Arriva la tempesta. Una saetta tuona a bruciapelo e illumina nubi nere d’inchiostro. La pioggia inizia a martellare all’improvviso, mi frusta la schiena e in un attimo inzuppa la veste. La tempesta è talmente violenta che immagino passi presto, invece peggiora. Le onde spazzano rabbiosamente la superficie del ponte, comincio a scivolare sul bagnato, cozzo malamente un ginocchio sulla tolda, capisco che l’urto di un’onda potrebbe scaraventarmi in acqua da un momento all’altro. Mi decido allora ad andare in coperta e raggiungo gli altri che pregano all’interno.Passammo una notte insonne sballottati dalle onde e nessuno ebbe la grazia di addormentarsi sapendo che l’indomani avrebbe potuto ritrovarsi in fondo al mare.All’alba un vento mite e leggero soffia da ponente, lo zefiro viene a far da compagno al sereno. L’umore dell’equipaggio si ravviva per lo scampato pericolo. Nel mare calmo avvistiamo i delfini. Pinne argentee ruotano in superficie, scompaiono e riappaiono. I delfini si inseguono festanti e poi si lasciano per raggrupparsi ancora. Davanti alla prua un esemplare anziano mostra riflessi più chiari, lattescenti, a colpo salta fuori dall’acqua e dalla posizione verticale piroetta e torna sotto con una giravolta. La sua comparsa evoca nei miei ricordi la trasformazione di Pelope in delfino bianco e ancora una volta rivedo nell’oscurità  della cella i lineamenti greci del mio sfortunato compagno, con quella sua espressione seria dietro la barba e la mimica eloquente di un poeta declamante…Il sommo Zeus, toccato nel cuore dall’efferato delitto commesso da Tantalo ai danni del proprio figliolo, impose a Mercurio il pietoso compito di riportare Pelope, il re dei Veneti, alla piena integrità . Raccolti ad uno ad uno gli sparsi resti del fanciullo, Mercurio li fece bollire nel latte di un calderone sorretto dal tripode. Le membra prima separate si stavano saldando bene insieme, ma c’era un pezzo mancante: la spalla che Teti aveva inavvertitamente mangiato. Per porvi rimedio, la consorte del Titano Oceano fabbricò una spalla in avorio di delfino e la sostituì alla mancante. Reitia, soffiò in Pelope la vita e mentre Pan danzava per la gioia, il ragazzo uscì vivo e raggiante dal calderone. Lo splendore della sua bellezza adolescenziale colpì tanto profondamente Posidone che il dio del mare lo volle con sè sull’Olimpo e ne fece il suo personale coppiere.Nell’Olimpo però, da lungo tempo Posidone non si dava pace per i continui rifiuti di Anfitrite, una ninfa marina che sdegnava ostinatamente le sue proposte amorose e che riusciva sempre a sfuggire agli inseguimenti grazie alle più strane e fantastiche metamorfosi. Posidone pensò allora di affidare a Pelope il delicato compito dell’inseguimento e lo trasformò per l’occorrenza in un candido delfino. Per evitare il nuovo messaggero, la ninfa dai piedi d’argento si mutò via via in seppia, piovra, ippocampo, medusa, ma non appena la raggiunsero le parole gentili del delfino, cariche di inviti suadenti e persuasivi, la ninfa cedette e si decise a concedere al dio i suoi favori. Posidone, al colmo della gratitudine, immortalò il profilo del delfino tra le costellazioni del firmamento.* * *Il porto della città  di Candia, finalmente si sbarca. La città  rappresenta il nucleo principale dell’isola e ciascuno dei centotrentadue feudatari ha l’obbligo di tenervi una residenza, il che significa altrettanti ricchi palazzi che adornano il capoluogo. Giro a zonzo per il centro. Ho una semplice tunica azzurra cinta ai fianchi da un cordone, sul bordo rotondo del colletto è ricamata una linea argentea mentre sotto finisce appena sopra il ginocchio; porto calze gialle, scarpe basse e aperte e fermate da un laccio al collo del piede.Negli ultimi giorni di navigazione l’acqua potabile ci veniva razionata. Ho una sete terribile e cerco una fontana per bere. Per fortuna ce n’è una nella piazza, in fronte alla basilica di San Markos. La fontana possiede un orlo ondulato e sinuoso con i bassorilievi di Tritone che cavalca i delfini e con nove vasche absidate e scolpite. Sulla sommità  della fontana troneggia la statua di Posidone, ha un braccio teso sul mare e punta l’orizzonte un attimo prima di scagliare il tridente. Bevo acqua fresca a piene mani. Si calma l’arsura alla gola e mi sento rinascere. Inclino leggermente indietro il capo e serro le palpebre dal sollievo. Appena le riapro noto due ragazze uguali come due gocce d’acqua, alte e longilinee e di non più di sedici anni, sedute sull’orlo della vasca. Le osservo con aria innocente, hanno dei lineamenti troppo marcati però sono attratto dal colore biondissimo dei loro capelli, quasi bianchi, un platino che si intona piacevolmente con la loro carnagione abbronzata. Li hanno raccolti in due lunghe trecce che scendono sul petto e vestono esattamente nella stessa foggia e con le stesse tinte: rosa la veste leggera, stretta al collo ma ampia sulle ginocchia e fornita di strascico; verde la sottoveste di lino con le maniche aderenti che escono dagli spacchi alle ascelle.Mi asciugo la bocca con il dorso della mano e tanto per rompere il ghiaccio:”Ciao belle!»Una di loro risponde con accento straniero:”Chi è la più bella? Magda, che sono io, o mia sorella Beata?», scherzando con fare vanitoso.Mi gratto la testa e le esamino attentamente per cercare tra loro la minima differenza ma invano, perchè sono del tutto identiche: stessi occhi chiari, stessa bocca sottile e naso pronunciato, uguale ventre piatto, uguali gambe lunghe e piedi scalzi.Per attirare la mia attenzione la sorella, Beata, fa scorrere le mani su e giù lungo le cosce slanciate:”Scegli me, sulla gamba destra ho un bellissimo neo che lei non ha».I lineamenti di Beata mi sembrano atteggiati in un’espressione leggermente più dolce, ma non riesco proprio a decidermi.”Allora chi è la più bella?» incita di nuovo Magda e mi strizza l’occhiolino.”Magda» rispondo frettolosamente per trarmi d’impaccio.”Oh, ti ringrazio di avermi preferita, ma dimmi, cosa ho di più bello rispetto a mia sorella?»”Il tono della voce» concludo, e in vero ha la sonorità  limpida e squillante dell’argento.Regno di Danimarca? Contea d’Olanda? Langravio di Turingia? Da dove arrivano queste due sirenette?”Siamo sveve, – spiega Magda mentre le accompagno lungo la piazza – nostro papà  ha fatto il servitore alla corte pugliese. Lui sa parlare in siciliano, in arabo e in greco. Abbiamo abbandonato la corte in cerca di fortuna appena è morto Federico II».”Che cosa? Federico II è morto!»”Ma dove vivi, sulla luna? E’ morto ancora il 13 dicembre del 1250».Rimango confuso e sconvolto, crollo a sedere sui gradini della basilica. Io che un tempo ero l’uomo più aggiornato della Piazza ora non so nulla di un avvenimento del genere: il trapasso dell’Imperatore della Fine dei Tempi. Il Cristo aveva predetto la fine del mondo entro una generazione e invece la profezia l’ha posta dopo la morte dell’Imperatore sub Flore.”Come è morto? Avvelenato dai Milanesi?» balbetto.”Un suo medico arabo ci ha detto che è morto di dissenteria».Dunque queste due mocciose frequentavano la corte imperiale. Le tempesto di domande:”Voi potevate vedere di persona l’Imperatore?»”Certo, aveva un fisico striminzito, la faccia tutta rossa e la testa pelata» risponde Magda.”Va be’ che cosa c’entra, era un uomo di fine intelligenza e viveva attorniato da una schiera di saggi e di filosofi».”Come no, – continua Magda – c’era quello stregone di Scoto, mago e indovino, traeva auspici sul futuro anche dagli starnuti. Secondo i suoi calcoli astrologici la vittoria su Parma era una cosa più che scontata ed infatti… è stata la peggiore batosta di Federico II, la Lega Lombarda gli ha portato via l’intero tesoro imperiale, compresa la corona di gemme».Aggiungo serio:”Comunque si dice che l’Imperatore abbia scritto di suo pugno un libro di falconeria, aveva una grande passione per l’arte dell’andare a caccia di uccelli».”Perchè sorridete?»”…a caccia di uccelli senza piume, tipo quelli dei valletti saraceni» e scoppiano a ridere.Le ore scorrono veloci in loro dolce compagnia e verso sera le gemelle mi trascinano in una tipica taverna dell’isola. La taverna Phanes ha la facciata ricoperta di edera e smilace e ai lati dell’ingresso due grossi cespugli di mirto diffondono la loro fragranza sullo spiazzo antistante. All’interno è zeppa di gente. Musici indiavolati stanno scandendo ritmi ossessivi al fragore di cembali, campane e tamburelli, ma dopo un po’ alternano un accompagnamento di flauti e cominciano ad intonare dei cori pieni di passione e variazioni, oscillazioni e confusione. Al tavolo le gemelle ordinano del malmsey. Un vino dolce, robusto e quasi liquoroso.Spavaldo alzo il calice:”Brindiamo a Bacco!» urlo per farmi udire in mezzo a quel rumore assordante.Beata mi sta osservando mentre bevo un calice dopo l’altro:”Attento, il vino è un veleno che annebbia la mente».”Baccus dulce venenum. Alla giusta dose il veleno si trasforma in farmaco» preciso in tono cattedratico.”E tu da cosa dovresti guarire?»”Dalla secchezza delle fauci» ribatto.Le gemelle si stanno divertendo. In quanto teutoniche mi aspettavo di trovare in loro un carattere freddo e distaccato invece, forse addolcite dal clima mediterraneo, sono sempre più allegre e scherzose e non fanno altro che ridere a crepapelle per ogni stupidaggine che dico. Passo a simulare l’omaggio di un vassallo al suo signore e metto le mie mani giunte entro le loro:”Nobili fanciulle io divengo uomo vostro».Magda mi consegna il suo semplice anello:”Ecco a te l’oggetto dell’investitura».Mi infilo l’anello nel mignolo:”Ordinate pure, sono pronto a qualsiasi impresa pur di rendervi servizio».Magda punta i gomiti sul tavolo e fissa in aria indecisa:”Oh gentil cavaliere, più o meno dovrai mutare il corso del Meno, e noi ti daremo le nostre grazie in beneficio».”Le vostre grazie?»”Sì, in cambio ti daremo tutto quel che vuoi» dichiara Magda pimpante.”Proprio tutto? Anche quel feudo di praticello soffice soffice, quel bel triangolino che avete lì in mezzo?»”Certo. Perchè no» rispondono in coro.”Starò ai patti – sempre più arrapato -, ma come posso mutare il corso del Meno se non mi specificate i termini della sottrazione?»Le ragazze scoppiano a ridere:”Il Meno è il fiume che passa per Francoforte, nel Regno di Germania».Faccio una smorfia incassando il tiro:”Non voglio irritare i vostri compatrioti deviando loro il fiume, vi prego concedetemi un’altra prova?»E’ la volta di Beata:”Dovrai rubare per noi il chiarore della luna» e di nuovo a ridere.”Ho capito, ho capito; mi chiederete di volare come uno stornello o di catturare per voi il cinghiale bianco, tutte cose impossibili. Ma non importa, anche se non avrò i vostri favori mi accontento della vostra compagnia. Mi piace ogni cosa che fate».Beviamo come spugne, specialmente io, pur noto a Venezia come irrecuperabile e incallito astemio. Sì, in effetti solo nelle grandi occasioni mi azzardavo a bere sì e no mezzo calice, l’ultima volta fu tre mesi fa in compagnia di Zagreo. Dunque non sono affatto abituato al vino e a reggerne l’abuso e ben presto vengo colto dall’ebbrezza.Una delle gemelle si alza dalla sedia, fa il giro del tavolo e viene a sedersi seriosa accanto a me:”Cavaliere, esigo da te un comportamento franco. Certo, io percepisco il tuo carattere generoso e retto, apprezzo il tuo modo delicato, ma ti voglio più sicuro, più persuasivo nella condotta, disinvolto senza per questo diventare sfacciato, e sempre sincero, aperto, schietto».”Sarò sempre franco».Poi si strofina sul mio fianco e mi profferisce languide proposte amorose:”Mio bel cavaliere, questa notte mi concederò alle tue brame ma devi giurare fedeltà  a me sola».”Lo giuro».”Giura di non toccare mia sorella».”Lo giuro sul mio onore».Al che scatta via dal tavolo rapita dalle note di una melodia che conosce, raccoglie la sorella e va a ballare al ritmo vivace dei musicanti. La gente fa largo e batte il tempo con i piedi, applaude l’eleganza e le movenze del loro ballo di corte, una estampida. Dopo un po’ ritornano al tavolo, la gemella si siede sulle mie ginocchia a rinnovare carezze e segnali di disponibilità  amorosa, poi raccomanda:”Sarai ligio al giuramento di fedeltà ?»”Sì, mia Signora».”Allora toccami la tetta, nobile cavaliere» mi prende la mano e se la porta sul seno.”Ma tu chi sei? Sei…».L’altra gemella mi canzona gongolandosi sulla sedia:”Vassallo fellone, vassallo fellone. Avevi giurato fedeltà  a me sola!»Brillo com’ero avevo smarrito la facoltà  di distinguere fra loro le gemelle. Magda e Beata se n’erano ben accorte e continuavano a giocarci sopra alternandosi sulle mie ginocchia ed ogni volta che mi azzardavo a chiedere loro il nome rispondevano ora giusto ora l’inverso. Le gemelle erano l’una l’esatto specchio dell’altra e più mi applicavo a discernere l’identità  di ciascuna, più mi ritrovavo con le idee confuse. Il colpo di grazia fu l’acquavite all’anice, liquore che assume un aspetto lattiginoso allungato con l’acqua. Ci eravamo alzati tutti e tre e ballavamo saltellando con le braccia alzate, arcuando il corpo e rovesciando la testa all’indietro. Le due sorelle mi ruotavano intorno ancheggiando rapide in una specie di trance, la musica le aveva invasate. Le osservavo incantato, con gli occhi lucidi vedevo sdoppiarsi le linee dei loro fianchi. Sorridevano, ciascuna aveva due volti e le gemelle erano diventate quattro. Un ritmo primitivo echeggiava sempre più forte, mi entrava dentro irresistibile come una lama di cristallo, la risonanza mi faceva vibrare da capo a piedi, mi dissolveva in uno spazio etereo lontano e irreale, eppure ballavo con entusiasmo e con una carica mai avuta, un’energia animale mi scuoteva le membra, mi sembrava d’essere lanciato come una pantera nella notte.Ma le gambe in realtà  non mi reggevano e inciampavo e riaccendevo le risa isteriche delle gemelle, mantenevo a fatica l’equilibrio e le gemelle mi avevano dato un’asta e aveva una pigna in cima e così subivo lo scherno dell’intera taverna… poi senza preavviso un brivido che mi fa accapponare la pelle e mi drizza i capelli, una strana vertigine e cado a terra riverso privo di sensi. Una gemella mi prende per le braccia e l’altra per i piedi, di peso mi portano in un letto della locanda e mi lasciano abbandonato nel sonno.Il mattino dopo: brusco risveglio. Ho riacquistato la facoltà  di distinguere fra loro le gemelle, la luce del giorno ha rotto l’incantesimo.* * *Continuando a frequentare assiduamente le gemelle, il mio cuore e le mie attenzioni oscillano di giorno in giorno dall’una all’altra finchè mi impongo fermamente di corteggiarne una sola, per non correre il rischio di perderle tutte e due. Quale? Ho deciso per Magda. Il guaio è che Beata non si allontana un istante dalla gemella e le sta perennemente attaccata alle costole! Architetto quindi un piano per separarle e solo a Magda propongo una gita amena al boschetto sopra il lago di Vulismèni, un lago curioso perchè ritenuto senza fondo nella tradizione del luogo.Ma sul crocicchio dell’appuntamento trovo al suo fianco l’immancabile sorella. Ci incamminiamo in tre. Fra il profumo di corteccia sospinto a tratti dalla brezza calda e umida del lago, il sentierino si inoltra nella macchia, folto intrico di bassi arbusti di quercia spinosa dai fusti tortuosi e dal denso fogliame.Un vento leggero agita le foglie irte di aculei generando un fruscio musicale che attira l’attenzione di Magda:”Però prego l’Amoreche mi’ntende e mi svogliacome la foglia vento».”Bella, cos’è una poesia?» chiedo.”Una canzonetta di corte».”Ehi, la scuola siciliana dell’Amor cortese».”Allora conosci Rinaldo d’Aquino, Iacopo da Lentini?» replica sorpresa.”No».Prossimi alla cima di una bassa collina possiamo ammirare il lago sottostante, comunica con il mare attraverso uno stretto canale. Il posto ci piace per cui, nascosti dalla macchia e riparati dal vento, ci sdraiamo in una piccola radura erbosa.”Che lavoro fai – chiede Magda -, sei per caso un piede polveroso?»”No, non sono un mercante, sono artigiano. Faccio il mosaicista alla Basilica d’Oro».Beata mi fissa in viso ed esclama:”Oh, un artista veneziano! Allora il codino dietro i capelli è il segno distintivo di quelli come te?»”Sì, è il segno distintivo di coloro che non rinnegano ciò che hanno alle spalle, cioè il passato della loro gente. L’anima artistica del mio popolo vive come un sogno profumato nel cuore di chi come me non ignora le proprie radici, è il sogno che Federico II voleva distruggere tutte le volte che ha cercato di cancellare le nostre prerogative. Egli ci invidiava il valore immenso dei tesori custoditi a Venezia, non capiva che il vero valore di quelle opere non è nell’oro o nell’argento in cui sono forgiate ma nel segno che l’artigiano vi ha lasciato nel tempo» rispondo compito rivolto a Beata.Magda per dispetto mi scioglie i capelli strappando il nastro che li teneva insieme alla nuca. Per ripicca mi metto a disfare le sue trecce e si accende subito la lotta a cavalcioni l’uno sull’altro. Magda si difende bloccandomi i polsi con forza insospettata, riesce a divincolarsi e si alza. Fa finta di aver abbandonato ogni resistenza, sta ferma in piedi con le braccia conserte. Allora mi piazzo davanti a lei e finisco con calma di sciogliere il nodo a una treccia già  mezza scomposta.Magda mi coglie di sorpresa:”Artista da strapazzo!» e mi sferra una gran ginocchiata in mezzo alle cosce.Saltello goffamente dal dolore e infine crollo sull’erba. Mi ritrovo disteso sull’euforbia vicino un gruppo di narcisi, petali bianchi e coroncina gialla al centro. Magda si sdraia al mio fianco, scompone da sola le trecce e libera la sua chioma biondissima. Le sfioro teneramente i capelli ed ella contrae le labbra e socchiude gli occhi ad ogni passaggio della mia mano. Intanto spio Beata con la coda dell’occhio per vedere se capisce la situazione e magari si allontana per un po’. Invece no, Beata fa finta di non vedere, non vuole saperne di mollare la gemella. A questo punto gioco il tutto per tutto e incurante di ogni riguardo comincio a baciare Magda sulla bocca. Beata, imperterrita, è sempre lì seduta, dura come un bastone, con un’espressione indifferente e forse solo un po’ imbronciata. Mi assale un sussulto di rabbia. In aperta sfida sfioro il seno di Magda e lo spremo fin quando gli strappo un gridolino di sorpresa. Beata si alza di scatto e sparisce a grandi passi dietro la collina, finalmente soli.Magda allontana piano la mia mano e mi sussurra che è vergine.”Conosci il bacio alla sveva?» mi chiede eccitata.”No, com’è?»”Metti la lingua dentro la mia bocca».Eseguo e Magda inizia a mordicchiare dolcemente la mia lingua.Poi tocca a me chiedere:”Conosci il bacio dell’ape maia?»”No, com’è?»”L’ape maia si posa sulla corolla del fiorellino e gli lecca tutto il nettare, vibrando su e giù la linguetta sul pistillo e poi passandola petalo per petalo».”Dai fammi provare».A labbra tese e serrate imito il ronzio di un’ape e oscillo il capo mentre le sollevo delicatamente la gonna colorata di rosa. Quindi scendo a trasmettere la vibrazione alla sua pelle, ronzando scorro le labbra a contatto della coscia, liscia e glabra fino alla piega dell’inguine, anch’essa glabra poichè il ciuffetto di peli è spostato verso il centro. Poso la bocca sulla fessura, è incollata da una patina umida e la apro con la punta della lingua, poi scendo leccando fin dove la vulva finisce in basso e risalgo ritmando ogni passaggio sul bottoncino del clitoride.Magda è attraversata dalla sorpresa per le nuove sensazioni che nascono dal suo corpo ed ha sul viso un’espressione attenta e attonita. A tratti irrigidisce il tronco, contrae le natiche comandata da un impulso irrefrenabile e spinge il pube contro il mio mento. Alla fine si solleva dal suo letto di euforbia e rimane seduta in silenzio. Le chiedo se le è piaciuto. Fa cenno di sì con il capo, mi guarda seria per un attimo, poi sorride e abbassa la testa con delicatezza, come i narcisi che chinano la corolla pendula.E Beata, dove sarà  mai? Una lieve preoccupazione mi distoglie dallo stato di esuberante spensieratezza. Ordino a Magda di aspettarmi sul posto mentre vado a cercare sua sorella. Cammino lungo il sentiero per una abbondante decina di minuti. Non la vedo. Ma dove si è ficcata? Supero l’apice della collinetta, inizio la discesa e finalmente la trovo con le ginocchia fra le mani accovacciata sotto una quercia.”Scusa, – accenno fra l’imbarazzato e il pentito – ti stavamo cercando, perdonami per prima».”Non fa niente. Io e mia sorella ci capiamo, non c’è problema». Sospira, si alza in piedi davanti a me e mi fissa acutamente negli occhi con la bocca socchiusa.Mi sento di nuovo confuso e disorientato, le gemelle si somigliano in tutte le loro scelte e forse anche nella preferenza per lo stesso ragazzo. I suoi occhi chiari mi stanno persuadendo che attraverso Magda in fondo non ho fatto altro che accendere un interesse sopito per lei o forse la preferivo fin dall’inizio e vittima di una scelta affrettata non trovavo il coraggio di ammetterlo.La sua dolcezza mi riconquista piano piano, ma irresistibile. Beata mi fa un sorriso così tenero che il cuore mi scoppia nel petto, attraverso i suoi tratti adolescenziali mi è ora manifesto l’impenetrabile mistero della giovinezza che si fa eterna nella sua bellezza. Poso la mia sulla sua fronte pura, col corpo la premo contro la quercia, le stringo le trecce nei pugni, m’irrigidisco nel tentativo estremo di arginare un fiume in piena. D’impulso la bacio sulle labbra e assaporo dalla sua bocca il gusto genuino della felicita ritrovata.Dopo un po’ torniamo dalla sorella rimasta sul posto ad attenderci. Alla vista di Magda non riesco a nascondere il turbamento che mi rode. Magda e Petrangèsio, Beata e Petrangèsio, di nuovo Magda e Petrangèsio, che giri di ballo. Questa volta mi pare sia Magda ad essere imbronciata come se avesse letto l’accaduto negli occhi miei e di sua sorella.E’ già  l’ora di rincasare. Sulla via del ritorno le gemelle confabulano fra loro in un idioma incomprensibile, non è tedesco – mi spiegano sbrigativamente – ma un dialetto normanno di origine norvegese, lingua materna ereditata dai loro avi che svevi in realtà  non erano. Intuisco che Magda chiede qualcosa alla sorella, questa annuisce con la testa e continua a fissarmi con la coda dell’occhio. Non sono mai stato così imbarazzato in vita mia.Ad un certo momento Magda mi afferra per un braccio e mi dice all’orecchio senza tanti preamboli:”Domani faremo l’amore insieme io te e mia sorella, lei mi ha detto che è d’accordo».Davanti all’inaspettata dichiarazione uno stupore muto rimane stampato sul mio volto, chi si immaginava che le ragazze della corte imperiale fossero così disinibite.Comincia ad imbrunire, le accompagno a casa tenendole entrambe sottobraccio. Magda ha ritrovato il suo buon umore e intona per me una canzonetta:”Ohi! e non dovrà  piùsplendere nella nottepiù candido che neveil corpo suo ben fatto?Tanto m’ingannò l’occhida crederlo il chiaroredella splendente luna.Ahimè, il giorno spunta…».Siamo arrivati. Le saluto e torno al mio albergo. Fare l’amore con due ragazze è un’idea estremamente eccitante e mentre mi rigiro insonne nel letto la mia fantasia si scatena ad immaginare i modi e le varianti più idonee per misurarmi con quelle due sirenette. Nell’intreccio voluttuoso dei corpi, gioco con i grossi capezzoli di quattro tettine a punta, sode e dure da star dritte anche a schiena distesa. Mi aggroviglio con le loro cosce lunghe e tornite, sento tante dita affusolate sulla mia pelle, godo delle loro lingue che si alternano nella mia bocca e sul mio sesso. Un simile turbinio di pensieri mi provoca un sonno breve e agitato, le due ragazzine mi hanno sconvolto la ragione, sono totalmente in loro balia, sballottato in un’altalena di emozioni incontrollabili. Avevo creduto che fossero psicologicamente un po’ fragili, per via del loro essere gemelle, ed invece il più vulnerabile sono io, tanto che temo di toccare la soglia della follia. Perchè ho paura di due innocenti maliziose fanciulle? Nell’Isola che non c’è, due dolci vergini hanno teso l’insidia della loro rete da caccia ed io sono finito intrappolato nel potere suggente delle sue maglie invisibili.All’alba si installa nella mia mente un richiamo prepotente che credevo avere scordato: la signora dell’ultimo di Carnevale. Convinto di sottrarmi al sortilegio delle due ninfe e di ritrovare il senno perduto, decido improvvisamente di partire alla volta di Archanes. Interminabili piantagioni di ulivi riconsegnano alla pace il mio spirito.* * *Archanes fa parte della regione costiera del sestriere di San Polo, uno dei sei sestrieri in cui è stata suddivisa l’isola al pari di Venezia. Il paesello è adagiato al centro di lievi colline ricoperte di basse vigne rinomate per l’uva da tavola. Semplici case in muratura imbiancata occupano il fondovalle e gli scoscesi pendii. Su di una altura prospiciente, chiamata Fùrnu Korifì, c’è una ripida scalinata che porta ad un nucleo disabitato formato da un centinaio di stanze in pietra collegate fra loro da corridoi in muratura. Sono le rovine di un popolo sconosciuto e infondono al luogo il fascino arcano.Evidentemente, in mezzo alle casupole dei popolani greci una villa patrizia non può certo passare inosservata, il che rende fin troppo facile rintracciare la ragazza della famiglia Orseolo. Ecco che dall’unico elegante palazzo del centro esce una giovane aristocratica: ha la sua altezza e la sua camminata, è veneziana, è lei!Il cuore mi batte all’impazzata, le faccio subito un inchino, mi avvicino per vederla meglio da presso e incautamente le poso lo sguardo sul petto in cerca della spilla d’argento. Irritata, sprezzante, la ragazza passa oltre senza degnarmi di uno sguardo, le leggo in volto quella solita manifesta ripugnanza che le nobili riservano agli uomini di categoria inferiore.No, forse mi sbaglio, gli occhi sono chiari ma non abbastanza, non sembrano i suoi, sarà  meglio chiedere informazioni in giro. Entro nella locanda del centro, l’oste è veneziano sicchè mi è sufficiente interpellarlo per ottenere informazioni più precise. Il palazzo degli Orseolo è in realtà  nelle vicinanze del mare, un po’ appartato rispetto al centro.Edificato secondo lo stile delle ville venete, possiede classiche finestre ogivali che in quel clima assolato svolgono alla perfezione il loro compito di proteggere dalla luce eccessiva. I muri sono spessi. Il secondo piano ha una terrazza orlata di merli, il terzo piano si riduce ad una piccola torre fortificata. Il muretto di pietra che circonda il parco della villa è interrotto da un cancello abilmente lavorato e sorretto al lati da due colonne gemelle. I loro capitelli in stile ionico terminano con volute a spirale e portano scolpita la vocale Omega, ultima lettera dell’alfabeto greco ed iniziale di Orseolo.Prima di varcare la soglia ho un attimo di perplessità . Non vedo l’ora di dare un volto a quella sconosciuta ma nel contempo avverto il pericolo possa andare perduto l’alone di fascino che l’ha avvolta finora. Non voglio infrangere un sogno che ho coltivato con amore dentro di me: l’ho trasformata in una eterea creatura della mia mente, l’ho immaginata nelle sembianze di una superba regina ed ora, nell’imminente confronto con la realtà , temo di compromettere tutto.Rompo ogni indugio, prendo coraggio e supero il cancello, nel prato interno due lepri si rincorrono veloci. Percorro il sentiero ombroso del parco e poi tra i gigli e le erbe profumate proseguo in un giardino, costeggio al suo centro la fontana dei pesci e infine, sotto i rampicanti, vado a bussare al portone d’entrata.Al socchiudersi dell’uscio appare lei, la ragazza dell’ultimo di Carnevale e non può essere altri che lei, con quegli occhi celesti dolci come il miele, inconfondibili. Però la pensavo più giovane, avrà  un ventidue anni, ha il colorito un po’ pallido ed i capelli dai riflessi rossicci. In effetti me l’immaginavo assai più bella di quel che non sia e devo ammettere che pur nella gentilezza dei lineamenti… sopracciglia sottili, collo candido e bocca ben disegnata sopra la fossetta del mento, ella ha un viso comune a tante altre ragazze veneziane.Finalmente ho scoperto chi si cela dietro la maschera bianca decorata dal fregio e abbellita dalle pietre preziose; lei al contrario non mi ha riconosciuto, non può immaginare di avere ora davanti a sè l’uomo della maschera di cuoio nero.La nobile ha dei lunghi capelli cinti alla fronte da una coroncina d’argento adorna di perle e porta una tunica bianca in fine e sottilissimo cotone di Bucherame; sopra, indossa un velo roseo, avvolto intorno al corpo come un mantello per coprire ciò che la tunica trasparente lascerebbe troppo facilmente intravedere. Nell’atto di scostare la tenda dal portone la mantellina scivola un po’ dalle spalle e scopre un’instante la tunica, quanto basta per riconoscere il profilo gonfio dei suoi seni: la tunica è così aderente da recare la delicata impronta dei capezzoli ed il cordone legato appena sotto le ascelle non fa che evidenziare le rotondità  di cui vedo in trasparenza le belle linee.Mi sento sopraffare, vacillo come sotto l’urto di un’onda troppo vasta e per alcuni attimi una densa oscurità  occupa la mia mente. Sono sull’orlo di cedere, quando una compiacente espressione dei suoi occhi suscita in quel buio una scintilla:”Signora gentile, sono un veneziano appena giunto con la carovana di primavera e cerco lavoro come maggiordomo. Ho saputo dall’oste che la vostra illustre famiglia è qui da poco tempo. Immagino abbiate già  trovato servitù greca a sufficienza, ma suppongo che vi manchi un maggiordomo, una sorta di siniscalco atto a coordinare e a stimolare i vostri sottomessi per ottenerne la massima efficienza. Solo un veneziano con la mia esperienza può fare al caso vostro. Nobile Donna, io vi prego, accettate il mio servizio».”Se ne può parlare, entrate pure».Mi pare di varcare le porte del paradiso, la cosa promette bene, troverò lavoro e chissà , forse il suo amore.Entriamo in un ampio soggiorno affrescato con scene marine e ci fermiamo al cospetto di una nobile d’una certa età , una cinquantenne esageratamente obesa, quasi più larga che alta, sprofondata nei cuscini di una possente poltrona ornata ad intaglio. Ha la faccia a luna piena, un po’ di peli al labbro superiore e la gobba di un bufalo. Regge fra le mani un rosario d’argento e subito comincia a sfogarsi mentre sto in piedi compunto ad ascoltarla:”Un veneziano! Ah, il clima di quest’isola maledetta mi rovinerà  l’esistenza, fa già  troppo caldo, in giardino c’è un’afa insopportabile, mi obbliga a starmene in casa all’ombra. Tu sapessi, la calura mi provoca una sete inestinguibile e l’eccesso di luce mi fa calare la vista, faccio sempre più fatica a ricamare i panni d’altare per la chiesa».Quando infine mi concede la parola apro la bocca per proporle la mia offerta di lavoro, ma la giovane mi previene:”Si è offerto di fare il maggiordomo per noi».La matrona mi squadra allibita, sicchè rimango muto e impacciato mentre ella va assumendo un contegno distaccato e un tono pieno di superbia:”Sei troppo giovane per fare il maggiordomo, ti manca sufficiente autorità  per comandare i greci a bacchetta, possediamo trenta famiglie di contadini tra il grande vigneto di Vathypetro e tutti gli oliveti di nostra proprietà . Quella marmaglia non ha voglia di far niente, ogni volta che si ordina qualcosa ci mettono il doppio del tempo. Per non parlare delle domestiche greche che non sanno nemmeno apparecchiare la tavola. Puah! Per fortuna siamo state previdenti, noi qui abbiamo una lavandaia, un sarto e un cuoco che sono veneziani… come pure Putiferio, il nostro fedelissimo servitore che ha l’incarico di custodire la stalla e di controllare stoviglie e candele. E’ un ragazzo veramente serio, nonostante il soprannome».La matrona ridacchia sotto i baffi e si gira indicando alle sue spalle un servitore paffuto e mezzo pelato benchè giovane, con l’occhio porcino, le sopracciglia rade e l’espressione sonnolenta e amimica di uno che si sia appena alzato dal letto. Intuisco che il soprannome del servitore afferma il contrario della sua natura, il suo aspetto esteriore non evoca per nulla un putiferio, cioè la fastidiosa confusione creata da persona che urli scompostamente, bensì evoca una tranquilla e silenziosa impassibilità .”Tu invece chi sei?- riprende a dire la balena – Il primo venuto, un illustre sconosciuto che viene a bussare alla porta! Non credere che fare il maggiordomo qui da noi sia semplice, nient’affatto, il lavoro è raddoppiato perchè manca mio figlio. E’ via per lavoro e non tornerà  prima di 40 giorni. Bel tipo anche quello. Mica si accontenta di aver appena ricevuto un piccolo feudo, e non gli basta avere il magazzino pieno di tessuti… macchè, deve mettersi a trafficare con i carichi di allume. Ci occorre l’allume per fissare da noi i colori sui tessuti dice lui, e così ne inventa un’altra di nuova per svignarsela, invece di rimanere qui a pensare alla famiglia. Non ha fatto in tempo a posare piede a Candia e organizzare il feudo in fretta e furia che ha voluto subito ripartire con un convoglio, ha detto che non poteva perdere l’occasione, a Bisanzio lo aspettava un carico di allume. Per conto mio vuol fare troppe cose insieme e finisce per trascurare sua moglie, una Cornaro poi».Ahi, ahi… sua moglie. Ma allora è sposata, questo complica le cose. Comunque sia, insisto:”Proprio per l’assenza del padrone vi è utile un maggiordomo di fiducia. Vi sarà  più facile istruire e addomesticare il personale, sorvegliare la qualità  dei pranzi ed assumere messaggeri per portare le lettere. Potrei aiutarvi a calcolare meglio i profitti e le tasse, a controllare i raccolti, la compravendita delle merci, la riparazione dei carri, il modo di uccidere il bestiame e di curarlo».”Onestamente ha ragione – interviene la giovane alzando un po’ il tono -. In sostituzione di vostro figlio, la responsabilità  di amministrare il feudo pesa unicamente su noi due e fra poco verremo sopraffatte dal carico di faccende se non riusciamo a demandare una parte degli incarichi. Voi non uscite mai di casa però a me tocca girare ogni momento per i terreni, ieri ho dovuto interessarmi personalmente perfino per ingrassare le ruote di un carro, lo sapete pure che i contadini non muovono un dito se non sono costretti».La suocera appoggia il mento sul palmo della mano e indecisa riflette sulle argomentazioni appena udite. Ne approfitto per rincarare la dose:”I villici conoscono mille trucchi per imbrogliare il padrone con falsi pesi e false misure, tutti conoscono la sordida guerriglia del contadino greco che sabota le corvè, ruba nei campi di nascosto e fa il bracconiere nelle riserve del signore».La giovane:”Dobbiamo pur difenderci da simili razzie!»”E va bene, Rèzia, lo assumiamo. Lo terremo in prova fino al ritorno di mio figlio, visto che non sarà  possibile informarlo per lettera della nostra decisione».”Vi ringrazio nobili Signore, lieto di pormi al vostro servizio».”A proposito come ti chiami?» mi chiede Rèzia.”Vanesio».Per la circostanza ho tirato fuori il mio soprannome, qui nessuno lo conosce. Alzo gli occhi ad osservare la parete del soggiorno: sull’affresco appena sopra la porta compaiono cinque delfini azzurri che nuotano in un mare lattescente e pescoso.* * *Un paio di settimane volano via senza che giunga l’occasione propizia per rivelare alla padroncina la vera identità  della mia persona.Pur avendo accettato la mia assunzione la signora Orseolo ha costantemente alcunchè da ridire intorno al mio operato, e forse a ragione, poichè in effetti pratico un mestiere frutto di improvvisazione. Per fortuna la Cornaro preferisce credere che quelle lamentele siano espressione del carattere petulante e brontolone della suocera piuttosto che della mia inesperienza. Nonostante le molte gaffes, ottengo stima e collaborazione da parte dei servitori perchè li tratto umanamente e con rispetto, tutti quanti, compresa la giovane schiava berbera che proprio per questo mi si è affezionata. Solo con Putiferio è impossibile stabilire una intesa, diffidenza e sotterranea ostilità  nascono in lui dall’invidia e dal risentimento verso di me perchè si ritiene defraudato dalla mia intromissione. Comunque nel complesso le varie faccende vanno in porto e la padroncina mi ha dimostrato la sua piena fiducia mettendomi nelle mani le chiavi della villa.Una sera la Cornaro mi manda a chiamare mentre è sola nell’ampia terrazza merlata, vuole lasciarmi delle disposizioni. Salgo in fretta le scale e la trovo seduta ad attendermi. Indossa un vestito alla moda tutto blu e ricamato di stelle, ha lo strascico e lunghissime maniche che scendono dai polsi fino a terra. Una cuffia di lino ricamato le raccoglie i capelli con l’ausilio di una reticella metallica che all’altezza delle tempie sale in alto e in fuori con due protuberanze a semiluna. La scollatura squadrata è poco ampia. La sua pelle è quella di una principessa, lucida e bianca, colorito che serba gelosamente umettandosi la pelle con il latte di asina e rinfrescandola con la rugiada che i servi le vanno a raccogliere all’alba.Mi accoglie con un accenno di sorriso:”Devi portare pazienza per le lamentele della signora Orseolo, non è mai contenta di nulla. Ho fatto i conti delle spese e delle entrate registrate e ho constatato che le cose non vanno poi male».”Faccio del mio meglio» rispondo con un inchino.”La Orseolo è asfissiante con il suo bigottismo, pensa che ha convinto mio marito a cedere un quarto del feudo alla Chiesa, tutto per avere la sicurezza di un posto in paradiso».”E’ una Signora molto generosa, fa spesso l’elemosina ai poveri» ma Rèzia sembra non aver udito.”In che sestriere abitavi a Venezia?» sussurra in tono d’intesa.”A San Marco. Avete forse nostalgia di Venezia?»”Sì un po’ – e sospirando si gira per sottrarre alla mia vista la sua espressione rabbuiata -.Qui mi annoio, non ho amiche, – si confida – ho perso perfino la compagnia della mia serva prediletta, piuttosto che rinunciare al suo fidanzato per venire a Candia ha preferito licenziarsi».”Perchè non visitate l’isola, è stupenda!»”Viaggiare è pericoloso, non mi fiderei nemmeno della mia scorta».”Organizzate qualche festa nella villa…».”Mio marito non vuole gente per casa, è selvatico e scontroso, e che altro potrebbe essere uno che si chiama Orso Orseolo» conclude concitata.”Vostro marito avrà  pur ricevuto visite quando abitavate a Venezia?»”Beh, un paio di amici, facevano interminabili partite con quei maledetti scacchi di ebano».”Ma allora come passavate le vostre giornate nella capitale?»”Segregata nelle mie stanze, perennemente reclusa come una monaca nel chiostro, non uscivo nemmeno per andare a messa perchè gli Orseolo possedevano una cappella all’interno del palazzo. Passavo l’esistenza a cucire, a leggere salmi e a guardare dalla finestra le gondole che passavano. L’unica cosa che mi dava un po’ di conforto era la lettura di un libro…».”Che libro?»”Il romanzo di Alessandro Magno, il condottiero che ha conquistato le terre del Levante fino ai confini con le Indie. Trainato da due grifoni, ha esplorato il fondo dei mari e le meraviglie dei cieli».”Ah sì, il bassorilievo della facciata nord della Basilica d’Oro, Alessandro sul carro trionfale e i grifoni che intrecciano le code» esulto.Ma dato che mi guarda in modo strano, cambio discorso:”Avevate altri libri?»”No».”Non avevate un laboratorio di telai? E’ un buon diversivo per le nobili stare a capo di quegli ambienti di sole donne, se non altro per chiacchierare con le filatrici».”Sì lo avevamo».Riprende contrariata:”Mi sarebbe piaciuto comandare il telaio, ma mio marito ha lasciato a sua madre l’esclusività  del compito».”E voi non vi siete ribellata?»”Lo sai bene che è inutile ribellarsi, l’uomo è il padrone della donna».”Perdonatemi se vi faccio troppe domande. Ma ha forse qualche rancore contro di voi?»”Sì, forse».”Dite, se potete».”Non gli ho dato ancora una discendenza, sebbene si sia sposati da molto. Avevo dodici anni quando ho celebrato le nozze».”E’ il minimo consentito dalla Chiesa».”Lo so, fu per volontà  dei miei genitori».Si alza in piedi e va verso il parapetto della terrazza. Nel grazioso incedere solleva appena la gonna con la mano, ha i piedi nascosti dallo strascico ricamato di stelle sicchè sembra scivoli leggera sul pavimento, senza muovere le gambe. Si ferma tra i merli di pietra del parapetto e fissa lontano oltre il mare.Mi accosto, deciso a rivelarle la mia identità :”Noi ci siamo già  incontrati a Venezia, -sottovoce- ma voi non potete ricordare».”Dove? Hai lavorato alla festa di matrimonio di mia sorella?» puntandomi gli occhi addosso alla luce della torcia.”Ricordate l’ultimo di Carnevale? La calle ove mi conduceste per mano…».Rezia arrossisce confusa e abbassa il capo:”Oh, eri dunque tu. Quel giorno avevo perso il gruppetto dei nostri amici, ero completamente ubriaca» e lo dice con un’intonazione che lascia trasparire, scoperta e vulnerabile, tutta la sua femminilità .Le prendo una mano:”Sono venuto fin qui per il semplice desiderio di rivedervi, vivo nella nostalgia del breve momento di felicità  che mi avete regalato quel giorno a Venezia, da allora non ho fatto altro che pensarvi, intensamente. Ho attraversato il mare alla vostra ricerca ed ora che vi ho trovato, rendo omaggio alla donna nobile e gentile che è in voi».”Tu sei tutto matto» esclama ridendo.”Sarà  che mi avete fatto andare fuori di testa» mormoro fissandola dritto negli occhi.Lei si morde le labbra e mi scruta con la coda dell’occhio:”Per fortuna che non c’è mio marito, altrimenti ti farebbe scorticare vivo».”Io vi amo» accostandomi con la voce carica di emozione.”Proprio un bel guaio» annuisce eguagliando il tono della mia voce.”Oltre, e più dell’amore, io sono una sola cosa con voi, acqua della vostra acqua, goccia del vostro mare».Rezia mi viene così vicina che trovo subito la sua bocca da baciare. Oh sì, quanto, quanto! Mai labbra di donna suscitarono in me gioia più intensa. Era un’emozione estremamente violenta ed estremamente delicata, sorpreso e incredulo non riuscivo a capacitarmi per virtù di quale prodigio un bacio, un semplice bacio, potesse darmi tanto!Intanto era scesa la notte e il suo vestito riluceva di stelle come una galassia, candide gocce sparse in cielo dalle mammelle di una dea. Rezia sorride, abbassa una spallina e poi l’altra e scopre quelle tette che da mesi sognavo senza posa. Ora posso sfiorarle con le dita e leccarne dolcemente i capezzoli.* * *Eludere la sorveglianza perpetua dell’intrigante suocera di Rezia non era certo un compito facile e richiedeva una buona dose di astuzia. Così avevamo preso l’abitudine di darci appuntamento col buio nel giardino del parco ove restavamo appartati vicino la fontana, una grande vasca di pietra piena di pesci. La signora Orseolo abitava al piano superiore, le nostre camere da letto erano invece al pianterreno e davano sul giardino, per cui, fingendo di andare a dormire, ci era sufficiente scavalcare le finestre per poterci tranquillamente incontrare nel cuore della notte.Nascosti dagli ulivi e inebriati dal profumo dei cipressi, stavamo comodamente adagiati nell’erba, stesi sotto i gigli che sembravano vegliare su di noi. I baci di lei erano dolci come latte e miele e a quella fonte la mia sete non si estingueva mai, più insistevo ad attaccarmi alla sua bocca più cresceva in me il desiderio di nuovi baci, e decine e decine di volte tra una carezza e l’altra le dichiaravo il mio amore.Una delle ultime sere di aprile, alzandoci dal prato, ci sediamo sul bordo della fontana. Rèzia indica il centro della vasca e mi confessa quanto la ecciti la Leda col cigno, una statua marmorea in effetti molto sensuale: vestita solo di una stretta collana di perle, Leda ghermisce con la mano il lungo collo del cigno e sfiora con le sue labbra il becco dell’uccello; il grosso cigno dischiude appena le ali, preme le zampe palmate contro i fianchi di lei e penetra tra le sue cosce con la coda di piume, in amoroso amplesso.Ella mi sussurra:”Vorrei che un mago ti trasformasse in cigno così potrei imitare Leda e accoppiarmi con te».”Certo, mentre ti monto ti farei aria con le ali, quando c’è afa» mimando con le mani uno sbattere d’ali.”Mhm, mi piace… farsi pizzicare i capezzoli col becco, mi fa venire i brividi. Capita anche a te di avere qualche fantasia erotica?»”Come no- in realtà  fantasie del genere non me ne venivano mai -. Se il mago potesse trasformarti nell’acqua della fontana, io vorrei essere mutato in un… pesce palla».”Un pesce palla? Perchè?» spalancando gli occhi.”Boccheggia boccheggia, ti sedurrei con le bollicine d’aria della mia bocca» e gonfio le guance per fare il gesto del pesce che boccheggia. Ma il mio gesto istrionico risveglia soltanto le sue risa.L’argento luccica nella penombra, è la sua spilla a forma di chiave, quella stessa che Rezia portava al petto l’ultimo di Carnevale:”Sono le chiavi di S. Pietro?» domando per scherzo.”Sì, io sono la Papessa!»Faccio per inchinarmi a baciarle l’anello ma mi fermo a mezz’aria, colto da un ripensamento:”Ma non è possibile, il papa può essere solo uomo: Habet duos testiculos et bene pendentes».”Non è vero, è esistita anche una Papessa».”Quando mai?»”Dopo la morte di papa Leone. Si era travestita da uomo ma era una ateniese di nome Giovanna».”La Papessa Giovanna! E come andò a finire?»”Sopraffatta dalla passione per un diacono restò incinta e un bel giorno… assalita alla sprovvista dalle doglie partorì in un affollato vicolo di Roma».”Mi immagino lo sbigottimento dei passanti, un momento prima fanno ala al suo passaggio, si inginocchiano supplici e osannanti, poi l’incredibile: a meta vicolo il papa si sente male apre le gambe e partorisce».Rezia muta espressione, si fa seria in volto, ha sentito un fruscio e si gira spaventata. Da dietro un cespuglio, avvolta in veli traslucidi, sbuca la giovane schiava berbera; sedendosi fra noi bacia Rèzia sulle labbra e poi lievemente la mia bocca.Ha sentito le nostre battute sulla Papessa e inizia con parole pacate e vibranti:”Questa è l’isola della Dea. Nella notte dei tempi, Zeus fu partorito a Candia in una grotta. Sua madre era la madre di tutti gli dei, la dea suprema che non ha alcuno sopra di lei…»”Qualcuno l’avrà  pur generata?» obietto.”La Grande Dea è sorta dall’Oceano, sotto le ali nere della Notte».”Dal nulla».”Proprio così».”Dunque l’eterno femmineo? Eterno scorrere della sostanza umida…» accenno.”Di più! La mappa dell’universo: colei che abbraccia tutte le cose».”Però i ministri del culto erano uomini».”No erano donne».”Donne? La donna, si sa, può essere solo incarnazione e strumento del diavolo! Chi ti ha raccontato queste storie?» scandalizzato.”A quei tempi vigeva nella società  il matriarcato, le sacerdotesse celebravano i loro riti ebbre del vino dei primissimi agricoltori del Mediterraneo».”Ubriache» interviene Rèzia.”Ubriache… e ballavano al ritmo fragoroso dei tamburi».”Un ritmo di tamburi assordanti, come può elevare lo spirito al divino?» obietta.”Il ritmo scuotente trasmette un’energia primitiva, risveglia un’animalità  irruente, ossessiva, e tuttavia infonde un sacro trasporto. Le melodie del coro comunicano la dovuta carica emotiva e al culmine della frenesia le sacerdotesse danzanti vengono invasate, cavalcate dalla Dea fino a frantumare i limiti della coscienza».”E la Papessa che le guida?» chiede Rezia.”Balla nuda al chiaro di luna, stringe serpenti con le mani e si abbandona alla voluttà  della carne per comunicare con la Grande Dea assisa in trono tra le due pantere».”Anche questo! I nostri preti dicono che il sesso è una cosa spregevole e impura» controbatte.* * *Beltane, la notte del primo maggio, Rezia arriva euforica all’appuntamento: l’è balenata l’idea del bagno di mezzanotte. Raggiungiamo insieme la spiaggetta poco distante, lei si ferma alle mie spalle e si slaccia dai fianchi la larga cintura da amazzone.Intorno è chiaro. Una luna piena incredibilmente grande e luminosa traccia sul mare una scia di riflessi argentei, innumerevoli luci che nella frazione di un attimo si accendono e si spengono lampeggiando sulle onde. Non dissimile da quel fugace brillare m’appare l’effimera mia vita, dispersa nell’immensa schiera di esseri che si creano e si annichilano nel grande oceano dell’esistenza.I miei pensieri volano al bellissimo, estasiante inno a Reitia:”Signora assoluta delle fiere selvaggevieni nella notte al fragore dei cèmbali,rapida come il vento sul carro di leoni.Potenza incarnata nella sposa di Cronoapri all’amore con la tua magica chiave,sciogli soave l’intricato nodo del cuore.O vergine pura, madre degli immortali,vieni nella notte al fragore dei cèmbalie donaci ricchezza, serenità  e fortuna».Girando la testa in dietro verso Rèzia mi accorgo che s’è frettolosamente spogliata e nuda stringe con le mani i seni rigonfi, drizzando i capezzoli in una vibrazione di piacere. Si bagna nell’acqua fresca mentre io mi sdraio lungo il bagnasciuga, a contemplare il divino incedere di quel corpo illuminato dal chiarore lunare.Mi è presto accanto, tanto vicina da poter carezzare con lo sguardo la rugiada di gocce che luccica sulla sua pelle. Sento sulle anche l’umido contatto del suo corpo bagnato, Rèzia mi solleva la tunica e si posa a cavalcioni sul mio membro… vi oscilla leggera, prima sospesa sulla punta poi scivolando fino in fondo, a ritmare su e giù ondate di indescrivibile voluttà . Intensissimo e ineluttabile, l’orgasmo viene a travolgere la ricerca stessa del piacere e la soffoca nell’appagamento. Poco dopo Rezia s’allontana e va a recuperare i suoi vestiti mentre io rimango a lungo steso sulla riva, immerso e abbandonato in uno stato di torpore profondo.Ad occhi chiusi rivedo i mosaici del soffitto della Basilica d’Oro e mi soffermo sui colori smaglianti dell’albero sopra il pozzo: il verde delle fronde, il tronco dorato e tripartito, il rosso vivo dell’incavo alla sua radice, il grigio perla e il bianco del pozzo. Ma? Adesso ho capito. L’albero sopra il pozzo è il Mercurio dei maghi! La spada dell’Ecate bianca…Penso al contatto con la potenza immensa della Prima Materia… ed ecco improvvisamente mi sento invaso da una potenza infinita, quella della materia indifferenziata substrato di ogni cosa… mi assale una certezza assoluta, esperimento la verità  con un’intensità  tremenda, tremenda, incredibile, senza paragone… ho la chiara consapevolezza dell’unita dell’universo… sono al di fuori del mio corpo, proiettato in tutte le direzioni dello spazio… sono ovunque… sono ogni cosa, partecipo intimamente di ogni essere. La mente vuota… serena, libera e pacificata.E’ per me la prova tangibile e concreta che la magia non mi ha ingannato, un immane potere ha effettiva dimora dietro l’innocua immagine di quel mosaico. I tesori del mondo intero non valgono la suprema avventura di questa esperienza, allorchè la Prima Materia pensa se stessa attraverso la mente di un uomo e accende se stessa nel bagliore della folgorazione.Mi sento trapassare da parte a parte da delle scariche di fulmini. Un fuoco mi sale alla testa lungo la spina dorsale. La schiena s’irrigidisce e rigirandomi sui ciottoli appuntiti mi accorgo di non percepire le sensazioni dolorose. Il respiro è affannoso, ha assunto un ritmo veloce a pieni polmoni, poi rallenta, lascia spazio a brevi periodi di apnea. Segue l’immobilità  completa. Mi è impossibile spostare gli arti, anche muovere un dito. Rimango a lungo in quello stato, non so dire quanto, a me parve un’eternità , avevo perso completamente la nozione dello spazio e del tempo.Man mano che riaffiora la debole percezione di ciò che mi circonda, mi giunge il fragore dei flutti che abbattendosi sulla riva rompono il profondo silenzio della notte. Lacrime scendono, prima di gioia poi di compassione verso tutti gli esseri, e vedo sfilare l’intera generazione delle specie, dagli enormi cetacei ai più fragili insetti che lottano per la sopravvivenza. Partecipe dell’interezza della natura mi confondo nei loro atti d’amore, nel volo felice di due gabbiani come nel polline che scende sulla corolla e là  si riposa. Mi fondo nel sottobosco della verde vita, sono pioggia che cade su foglie riarse, risalgo le vette innevate, esploro gli abissi marini ed ecco inumidirsi la mia pietra porosa… sono roccia di un’isola sommersa.Un coro gregoriano risuona dalle navate di una immensa cattedrale: Dies irae dies illa, solvet saeculum in favilla… e nel medesimo istante vedo da ogni parte innumerevoli bocche e braccia e palme protese. Milioni di occhi mi fissano sgomenti, son tutti lì, presenti all’appello, i vivi come i morti. C’è l’amato mio nonno che mancò precocemente, ne odo la calda voce: mi chiama come mi chiamava da bambino. Ci sono i miei amici di Venezia, e i miei nemici, sì anche loro, là  in disparte. Più oltre una moltitudine di storpi che tende le mani e sgrana gli occhi, a schiere avanzano i derelitti, miriadi e miriadi di sconosciuti che soffrono la malattia, l’ignoranza, il rifiuto, la prigionia.Qualcuno mi sta venendo incontro nel buio, è Zagreo, con i suoi ricci neri, la barba incolta e un sorriso luminoso sulle labbra. Lui non poteva mancare, finalmente lo riabbraccio, ora è più vicino che mai, come nei pozzi, la notte in cui lo tenni abbracciato piangendo, la morte non ci ha divisi siamo ancora uno, uno per l’eternità .Sul bagnasciuga sento sussurrare il mio nome:”Vanesio».Non riesco ad aprire gli occhi, le palpebre mi rimangono incollate. Passano alcuni minuti prima che possa socchiudere gli occhi in fessura e vedere Rezia, china su di me con i raggi della luna che filtrano attraverso i suoi capelli.”Che cosa ti è successo? Ti senti male?» chiede preoccupata.Non posso articolare le parole, i tentativi mi costano uno sforzo spropositato. A poco a poco rientro in me, mi guardo le mani per prendere possesso del mio corpo, sollevo la testa e mi guardo intorno per capire dove sono.”Che ora è?» chiedo per prima cosa, senza ascoltare la risposta.”Dimmi perchè soffri?» supplica Rezia per ottenere una spiegazione.Mi alzo lentamente e appena in piedi sento un brivido lungo la schiena, un raggio di luce mi attraversa e prosegue illimitatamente oltre i piedi e la testa, sto per richiudere gli occhi, devo lottare per non sprofondare nuovamente in quell’estasi.”Rèzia – pronuncio con dolcezza – non esistono parole al mondo… non c’è modo di spiegarti ciò che ho provato. Questa incapacità  mi spiace, come al pittore che dipinge e cancella, dipinge e cancella ma non riesce a riprodurre l’oggetto esattamente come vorrebbe. Cercherò di spiegartelo con uno scritto, parole comunque inadeguate».”Accetterò le tue parole inadeguate, non è da biasimare a che s’appiglia l’uomo che cade in mare. Ma…».Appoggio il dito indice sulle sue labbra:”Ti prego, ora non farmi altre domande. Non so quale fra gli umori corporei abbia potuto produrre questo stato di sonno inusuale, non può essere stata la pituita, nè l’eccesso di sangue, di bile gialla o nera che sia. Dev’essere stato un umore del tutto sconosciuto anche ai migliori medici».Rèzia tace e mi getta le braccia al collo. In piedi nel bagnasciuga restiamo abbracciati a lungo con l’acqua alle caviglie, ad ascoltare le parole del mare.* * *Le finestre della villa illuminate dalle torce e all’interno un gran trambusto: al ritorno dalla spiaggia comprendiamo di essere stati scoperti.Rimango appostato dietro i rampicanti mentre Rezia, spaventatissima, si decide ad entrare in casa per prima. Spiando dalle finestre la seguo con lo sguardo, di fronte a lei la signora Orseolo urla ed impreca furibonda, agita con gran foga un mantello e lo mostra alla servitù che si è raccolta intorno. E’ il mio mantello di cotone! L’ho dimenticato ai piedi del davanzale, nel giardino, mentre aiutavo Rèzia a scavalcare la finestra della sua camera.Inteso come stanno le cose, purtroppo non mi resta che allontanarmi dalla villa, o meglio, scappare via al più presto, perciò entro nella mia camera dalla finestra socchiusa, prendo i miei soldi e metto alcuni vestiti nella bisaccia, appena in tempo per udire la nobildonna che batte i pugni sulla porta chiusa a chiave. Salto dalla finestra e mi dileguo a gambe levate.La signora Orseolo ha ordinato al cameriere Arione e ad altri due giovani greci di rincorrermi per riacciuffarmi. Anche il grasso cuoco ed il sarto ossuto mi inseguono in coda ma presto si perdono per strada. I greci, più veloci di me, all’ingresso del paese stanno per raggiungermi quando di botto si fermano tutti e tre ed Arione mi grida alle spalle:”E’ stato Putiferio a fare la spia. Fa buon viaggio Vanesio, porcellone di un veneziano!»Passano i giorni. Solo e pensoso misuro i più deserti campi a passi tardi e lenti, rifuggo l’interagire con la gente e oltrepasso gli abitati a sguardo spento. Spesso, il bisogno di lei si fa intenso, bruciante, insopportabile, mi convince che non potrò resistere a lungo senza il conforto dei suoi baci… allora ansimo come un folle, cerco sulle mani il profumo rubato ai suoi capelli, evoco il tepore dolce della sua pelle e sento la sua umida bocca incollata, morbida sulla mia. L’amore che nutro per lei è un albero dalle tenere foglioline e non posso sradicarlo senza morirne, poichè esso possiede lunghe radici che penetrano in profondità  nel mio cuore. L’immagine di Rèzia è costantemente impressa nei miei occhi. Nell’acqua chiara o sopra l’erba io me l’immagino viva e sorridente, e quanto più selvaggio e più deserto è il luogo tanto più bella l’adombro nei miei pensieri. Il suo volto si stampa nella natura incolta ed ogni qualvolta appare, pallida sulle rocce, riesco a dimenticare me stesso e la mia pena. Così tanto mi appaga quest’illusione che altro non chiederei, se solo potesse durare in eterno.Errando senza meta, supero la cittadina di Rethimnon e cambio direzione dirigendomi verso l’interno dell’isola. Raggiungo così l’altipiano pianeggiante e circolare di Omalòs, coperto di acquitrini e abitato solo da pastori. Salgo ancora fino al passo da cui posso ammirare il maestoso innalzarsi delle Montagne Bianche, fittamente ricoperte da pini enormi e da isolati cipressi. E’ incredibile, eppure anche in primavera inoltrata quelle pendici sono solcate da lingue di neve che scendono ripide lungo i fianchi.Calo di quota. Oltrepasso il remoto villaggio di Samaria e là  nei dintorni, mi capita di perdere le tracce del sentierino. Finisco nel fondo ghiaioso di un torrente, un continuo susseguirsi di gole profonde e impressionanti, incassate tra le più alte cime delle Montagne Bianche. Pareti a picco salgono sopra la mia testa per oltre seicento metri mentre l’ampiezza del corridoio scavato dall’acqua non supera i tre metri. Nel camminare mi dolgono i piedi sui ciottoli, ostacolato dal rigoglio degli oleandri, costretto a superare ripetutamente il letto del torrente e talvolta piccoli strapiombi di roccia in discesa. Percorro faticosamente una ventina di chilomet