Casina mia

Roma brucia: cui prodest?

 

 

 

 

Un rogo immane avvolge Roma del luglio del 64 dopo Cristo. Per sette giorni le fiamme divampano sulla città, trasformata n un enorme braciere. Della catastrofe viene accusato lo stesso imperatore Nerone che a sua volta ;carica la colpa sui cristiani scatenando una terribile persecuzione. Chi ha veramente appiccato il fuoco? E perché?
Ha ucciso la madre Agrippina, la prima moglie, Ottavia, la seconda moglie Poppea e il fratellastro Britannico. Questo, tanto per restare in famiglia. Gli altri delitti non si contano. «Uccideva senza motivo o misura, a capriccio, non importa chi, non importa perché», scrive Svetonio. Questo il ritratto di Nerone, così come abbiamo imparato a conoscerlo fin dai banchi di scuola. Letteratura e cinema hanno caricato la dose: basterà ricordare Quo Vadis?, scritto da Henryk Sienkiewicz nel 1896 e dal quale sono tate tratte ben cinque edizioni cinematografiche (l’ultima è del 951 con un grande Peter Ustinov nei panni dell’imperatore paranoico). Nerone despota assoluto, mostro assetato di sangue, ma soprattutto il pazzo che ha incendiato Roma dandone poi la colpa ai cristiani e prendendo spunto da questa falsa accusa per perseguitarli facendoli sbranare dalle belve nel circo, bruciandoli rivi e sottoponendoli a ogni altro genere di tortura. l’immagine di Nerone cinto d’alloro, che declama liriche accompagnandosi con la cetra, mentre sotto di lui Roma arde è tipica dell’iconografia popolare, ripresa da scrittori, commediografi, registi e comici di tutte le epoche fino ai nostri giorni. Non un’immagine di fantasia, è ancora Svetonio che lo racconta. Non sono pochi, tuttavia, gli storici moderni che avanzano qualche dubbio su Nerone folle tiranno, incestuoso, omicida, incendiario. Tra gli antichi, già Tacito si limita a riportare i fatti e a riferire le voci senza esprimere un giudizio di aperta condanna. Quindi Nerone sovrano ‘assolutamente assoluto’ ma non il malvagio per eccellenza, uno stravagante, un artista dall’equilibrio non del tutto stabile ma non folle a tal punto da incendiare la Capitale dell’impero solo per avere l’occasione di declamare in una scenografia irripetibile il poema da lui scritto sulla guerra di Troia. Allora, chi ha bruciato Roma?

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Nerone canta accompagnandosi con la cetra mentre Roma brucia ai suoi piedi. E una delle immagini più famose della storia ma anche con molta probabilità,una delle più false. Così come sono inattendibili molte altre accuse che fanno riferimento alla follia dell’imperatore

 

Roma, 19 luglio dell’anno 64 dopo Cristo. Nella notte, alte lingue di fuoco si levano al[improvviso dal Circo Massimo, nel cuore della città. Le fiamme si propagano con velocità impressionante avviluppando i vicini edifici dei colli Palatino e Celio. I primi ad accorrere si rendono subito conto che non è un incendio come tanti altri: qualcosa o qualcuno, forse un insieme di circostanze concomitanti, fa sì che tutti i tentativi per circoscriverlo risultino vani. Svegliati dal frastuono, tutti gli abitanti della capitale si riversano nelle strade dove regna un caos indescrivibile. Abbandonata ogni speranza di spegnere, o almeno di limitare i danni dell’immane rogo,migliaia e migliaia di persone in preda a un panico incontenibile si gettano urlando in una corsa folle verso la campagna.
Per sette lunghi giorni, Roma si trasforma in un immenso, apocalittico braciere. Nel rogo vengono completamente distrutti tre dei quattordici quartieri in cui si divide l’Urbe; sette subiscono danni notevoli e solo quattro sfuggono alla catastrofe.

 

Un ritratto marmoreo di Nerone conservato al Museo delle Terme di Roma.

Un ritratto marmoreo di Nerone conservato al Museo delle Terme di Roma.

L’imperatore Nerone, raggiunto dalla notizia del disastro mentre si trova ad Anzio,fa subito ritorno nella capitale, si reca nei luoghi più colpiti dalla sciagura e coordina personalmente i soccorsi ordinando, tra l’altro, che i giardini imperiali siano messi a disposizione dei duecentocinquantamila cittadini rimasti senza tetto che si aggirano disperati e affamati tra le macerie fumanti.
Lo zelo dell’imperatore, il suo intervento tempestivo e la generosità con cui era accorso in aiuto dei propri sudditi non riuscirono comunque a far tacere le voci inquietanti che correvano per tutta la città:
fin dalle prime ore della tragedia si era detto che fosse stato lo stesso Nerone ad ordinare ai propri fedelissimi di appiccare il fuoco. C’era anche chi sosteneva di aver visto i pretoriani alimentare le fiamme e impedire ai cittadini di spegnerle.

L’accusa va prendendo corpo ogni giorno di più: l’imperatore — si dice — avrebbe deliberatamente distrutto la vecchia città per costruirne un’altra più consona alla sua sfrenata mania di grandezza. Tanto più che Nerone dà subito il via a un progetto di imponenti costruzioni, tra le quali la sua domus aurea, reggia di una magnificenza senza pari che sorge sulle rovine della domus transitoria, tra l’Esquilino e il Palatino, una delle prime zone — guarda caso — ad essere state completamente distrutte dall’incendio.
L’accusa di aver incendiato Roma è troppo grave anche per un imperatore. Le conseguenze di un simile sospetto possono essere imprevedibili e Nerone decide di correre subito ai ripari addossando ai cristiani la responsabilità della sciagura.

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Agrippina uccisa dai sicari di Nerone. L’imperatore, che doveva il trono ai maneggi della madre, se ne sbarazzò per gestire da solo il potere.

La tesi imperiale viene accolta senza troppe difficoltà dal popolo che già da tempo vedeva nei seguaci di Cristo turpi individui capaci di nefandezze di ogni genere, non esclusa la pratica del cannibalismo. Gli ‘incendiari’, sottoposti a orrende e spettacolari torture, per il divertimento della plebe, muoiono a migliaia fra atroci tormenti.

 La morte di Seneca. Il filosofo, già consigliere imperiale, fu obbligato al suicidio dopo la congiura dei pisoniani.

La morte di Seneca. Il filosofo, già consigliere imperiale, fu obbligato al suicidio dopo la congiura dei pisoniani.

In tempi recenti è stata avanzata la tesi secondo la quale non l’imperatore né i cristiani, bensì un gruppo di congiurati che si riunivano in casa del patrizio Calpurnio Pisone avrebbero messo a fuoco Roma, per sollevare il popolo contro il suo principe. C’è anche chi sostiene che l’incendio possa essersi prodotto per cause accidentali.

Nerone assiste all’incendio di Roma

Nerone assiste all’incendio di Roma

Quale delle quattro ipotesi è la più attendibile? A chi giovava l’incendio di Roma? Ai cristiani? A Nerone? A coloro che intendevano spodestarlo? O fu davvero opera del caso?

 

La morte di Calpurnio Pisone. Il patrizio romano guidava un gruppo di congiurati antineroniani, forse i veri responsabill dell’incendio. Furono tutti uccisi nel 65 dopo Cristo.

La morte di Calpurnio Pisone. Il patrizio romano guidava un gruppo di congiurati antineroniani, forse i veri responsabili dell’incendio. Furono tutti uccisi nel 65 dopo Cristo.

 

L’incendio
Nella notte fra il 18 e il 19 luglio 64 d.C. Roma è sconvolta da una terribile calamità: uno spaventoso incendio. Le prime lingue di fuoco avvolgono il Circo Massimo e investono presto le abitazioni vicine propagandosi poi verso tutta la città.
Tacito così descrive le fasi del tragico evento:
«Il fuoco si appiccò in quella parte del Circo che è confinante con i colli Palatino e Celio, dove erano botteghe che con le loro merci davano alimento alle fiamme; subito dilagato e reso rapido dal vento, esso investì il Circo in tutta la sua lunghezza, dove non poteva trovare un arresto nelle mura che circondano palazzi o nelle recinzioni dei templi o in qualsiasi altro ostacolo. Con vortici l’incendio avviluppò l’intera parte pianeggiante, poi raggiunse le alture, per ridiscendere ancora, devastatore, al piano. Lenti erano i soccorsi davanti alla fulmineità del flagello e la città fu particolarmente esposta per gli stretti vicoli serpeggianti e per gli isolati fuori di misura, caratteristici della vecchia Roma. In mezzo a tutto questo si levavano le urla delle donne atterrite, le più deboli grida dei vecchi e dei fanciulli smarriti. C’erano quelli che provvedevano solo a sé e quelli che pensavano agli altri, e nel trasportare gli invalidi o nell’attenderli, ora attardandosi ora correndo, tutto ostacolavano con la confusione. Si dava spesso il caso che mentre si guardavano dal fuoco alle spalle, venivano assaliti dai lati o di fronte; scappati un poco più oltre, anche li erano assediati dalle fiamme, e pur nei luoghi creduti più lontani cadevano nella stessa situazione. Furono ridotti a non sapere dove era il pericolo e dove era lo scampo, e facevano ressa nelle strade e si buttavano a terra negli spazi liberi. Pur con la possibilità di salvarsi, alcuni morirono per aver perso tutti i beni, senza un soldo per campare un giorno, altri per l’affetto dei propri cari, che non avevano potuto scampare alla morte. Nessuno aveva il coraggio di combattere il fuoco, poiché molti con frequenti minacce impedivano di spegnerlo e altri apertamente lanciavano fiaccole, urlando che qualcuno gliel’aveva imposto. Nè sappiamo se così fu veramente, o se lo facevano per compiere con più libertà le loro ruberie».

 

Ancora Nerone in una scultura del Museo della Civiltà Romana.

Ancora Nerone in una scultura del Museo della Civiltà Romana.

In passato, Roma era stata più volte devastata dalle fiamme, ma soltanto nel 390 a.C., quando i Galli penetrarono nella città mettendola a ferro e fuoco, si era avuta una simile distruzione. Negli Annali Tacito cita l’incendio del 27 d.C., che scoppiò alle falde del colle Celio, quello del 36, che provocò il crollo di una parte del Circo Massimo e quello che nel 63, sviluppatosi in seguito alla caduta di un fulmine, aveva incenerito il Ginnasio e fuso la statua in
bronzo di Nerone. –
La notizia del terribile incendio del luglio 64 raggiunge Nerone di notte, mentre si trova ad Anzio, dove si è recato qualche giorno prima per sottrarsi alla calura della capitale. Subito si fa sellare il cavallo e parte alla volta di Roma.

Quando vi giunge il fuoco si sta già avvicinando al palazzo imperiale. Il sovrano vuole recarsi personalmente sui luoghi più colpiti dal disastro; dispone che i senzatetto siano accolti nel Campo di Marte e nelle terme di Agrippa, oltre che nei propri giardini dove fa allestire tendopoli per ospitarli. Riduce il prezzo del grano e dispone il trasporto di derrate alimentari dai municipi limitrofi; ordina la rimozione delle macerie che fa gettare nelle paludi di Ostia e controlla che venga effettuato con rapidità il trasporto del frumento all’affamata capitale, per via fluviale.
Ma, nonostante la solerzia del suo impegno, si fa presto strada tra la popolazione la congettura che sia stato proprio lui a far incendiare la città. Certuni affermano addirittura di aver visto i servi dell’imperatore alimentare le fiamme o appiccare il fuoco con le fiaccole e soldati impedirne il contenimento.
Questa voce, suscettibile di essere raccolta dalla massa irata e stravolta dalla calamità, riesce ad impressionare anche un despota assoluto:
Nerone corre prontamente ai ripari e per distogliere da sé l’infamante sospetto accusa i cristiani di aver voluto la distruzione di Roma per odio del genere umano.
Comincia così la prima vera persecuzione anticristiana della storia di Roma: costretti a confessare, non si sa se di essere i fautori dell’incendio o soltanto di aver abbracciato la religione del Cristo, i malcapitati vengono impiccati, dilaniati dai cani, crocefissi, arsi vivi, al fine di placare la furia del popolo.

Ad avvalorare la tesi che l’incendio non si sia sviluppato per cause accidentali contribuisce il fatto che esso, scoppiato inizialmente nei pressi del Palatino, si riaccende poi sul Pincio, negli splendidi possedimenti del prefetto del pretorio, il bieco confidente dell’imperatore, Tigellino.
“Questo secondo incendio — commenta Tacito — diede luogo a più sinistre dicerie, perché era divampato da una proprietà di Tigellino nel quartiere Emiliano e si credeva che Nerone cercasse la gloria di fondare una città nuova e di chiamarla con il proprio nome. Effettivamente, dei quattordici quartieri in cui Roma si divide, quattro soli rimanevano intatti, tre erano stati rasi al suolo e gli altri sette presentavano qua e là pochi resti di case sbrecciate e mezzo bruciate.
Quante furono le case signorili, gli isolati popolari e i templi che andarono perduti? Non sarebbe agevole enumerarli; certo è che i più antichi monumenti della religione, il tempio che Servio Tullio aveva consacrato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva dedicato ad Ercole, il tempio di Giove Statore e il santuario di Vesta, con i Penati del popolo romano, furono distrutti dal fuoco. Senza contare le ricchezze conquistate con tante vittorie e le meraviglie delle arti greche e infine i monumenti antichi, e ancora intatti, del genio letterario; sicché, pure in tanta bellezza della città che risorgeva dalle macerie, gli anziani ricordavano molti tesori che non si potevano più recuperare”.

Un ritratto di Tacito ricavato da una gemma antica. Lo storico romano, autore degli ‘Annali’, descrive minuziosamente l’incendio del 64 d. C. ma non si pronuncia sulla presunta colpevolezza dell’imperatore. Pare tuttavia escludere che la catastrofe sia da attribuire ai cristiani, ai quali non avrebbe potuto recare alcun vantaggio.

Un ritratto di Tacito ricavato da una gemma antica. Lo storico romano, autore degli ‘Annali’, descrive minuziosamente l’incendio del 64 d. C. ma non si pronuncia sulla presunta colpevolezza dell’imperatore. Pare tuttavia escludere che la catastrofe sia da attribuire ai cristiani, ai quali non avrebbe potuto recare alcun vantaggio.

 

Un trono bagnato di sangue
Nerone, ovvero Lucio Domizio Enobarbo, figlio di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina, sali al trono nel 54 grazie ad un uxoricidio. Infatti la madre, donna ambiziosissima, fece avvelenare il marito, l’imperatore Claudio, per facilitare l’ascesa al potere del figlio. Il grave delitto di cui si macchiò non fu determinato tuttavia da orgoglio materno, bensì dal convincimento, rivelatosi in seguito errato, di poter prendere personalmente le redini del governo. Dopo aver affidato il giovane Enobarbo ad educatori di grande prestigio quali Afranio Burro e il filosofo stoico Lucio Anneo Seneca, lo aveva costretto nel 53 ad impalmare la sorellastra Ottavia, per spianargli la via del regno. Per quanto oculata ed astuta, Agrippina non giocò però bene le sue carte. I mentori si erano proposti le sue stesse finalità: governare di fatto al posto dell’inesperto imperatore. Ma quest’ultimo si rivelò tutt’altro che docile e malleabile. La prima a farne le spese fu proprio Agrippina, che, dopo aver tanto mestato, fu assassinata per mano di sicari inviati dal figlio. Probabilmente al ripugnante delitto non furono estranei i due consiglieri.
Chi fu veramente Nerone? Un degenerato, un iniquo, un folle? Ordinò veramente l’incendio di Roma?
Il personaggio è inquietante e di difficile interpretazione. I primi cinque anni del suo regno vengono lodati dagli storici per l’assennatezza amministrativa e legislativa di cui il sovrano dette prova. Occorre tuttavia considerare che nel periodo iniziale Nerone accolse di buon grado i suggerimenti dei suoi maestri e dei ministri più autorevoli; la sua indole megalomane si manifestò appieno soltanto dopo la morte di Burro (pare fatto avvelenare dallo stesso imperatore) e l’allontanamento di Seneca. Il principio di auctoritas, su cui si basava il dispotismo imperiale, fu allora esercitato fino alla sfrenatezza e col massimo disprezzo dell’istituzione senatoria.
«Uccideva — racconta Svetonio — senza motivo o misura, a capriccio, non importa chi, non importa perché. Per fare un esempio, fece accusare Salvidieno Orfito di aver affittato come casa di appuntamenti tre abitazioni che facevano parte di una sua casa nei pressi del Foro. Cassio Longino, un giurista cieco, fu imputato di aver lasciato in un vecchio albero genealogico della sua famiglia l’immagine di Cassio, uno degli assassini dì Cesare. A Peto Trasea rimproverava di avere il cipiglio ingrugnato di un pedagogo. Accordava soltanto un rinvio di qualche ora a quelli che ricevevano la sentenza di morte, ma, per prevenire sorprese, mandava suoi medici incaricati, in caso di esitazione, di ‘curare’ immediatamente i condannati. Dicono perfino che avesse pensato di farne divorare vivo qualcuno da un egiziano, un vero polifago, abituato a mangiar carne cruda e tutto quello che di crudo gli capitava. Gonfio d’orgoglio per cosi brillanti ‘successi’, dichiarava che non v’era principe che avesse allargato a tal punto i confini del suo potere, e spesso lasciava capire con allusioni chiarissime che non avrebbe risparmiato il resto del Senato, che un giorno avrebbe anzi fatto sparire quella istituzione, e avrebbe affidato province e armate a cavalieri e a liberti. In ogni caso, quando arrivava in Senato o se ne partiva, non abbracciava nessuno e non rispondeva nemmeno ai saluti. Prima di cominciare i lavori dell’istmo di Corinto, disse ad alta voce, davanti a una folla considerevole, che si augurava che l’impresa facesse la gloria sua e del popolo romano, senza far menzione del Senato».

Un busto di Agrippina (Napoli, Museo Nazionale): aveva costretto il giovane Nerone a sposare nel 53 la sorellastra Ottavia, nata dal suo matrimonio con l’imperatore Claudio, per facilitare la successione.

Un busto di Agrippina (Napoli, Museo Nazionale): aveva costretto il giovane Nerone a sposare nel 53 la sorellastra Ottavia, nata dal suo matrimonio con l’imperatore Claudio, per facilitare la successione.

Pare avesse un bel volto e grandi occhi chiari, ma i continui bagordi, le incontinenze di ogni tipo e le luculliane gozzoviglie gli avevano sformato il fisico: il robusto collo sosteneva un volto flaccido e il grosso ventre dilatato poggiava su esili gambe. Aveva una voce gradevole e ben modulata ed una grande passione per la musica, il teatro e le corse equestri. Venerava la civiltà ellenica che aveva generato artisti di insuperabile talento e, altrettanto convinto del proprio, si esibiva pubblicamente come cantante e citaredo, come attore e come fantino — anche se gli assennati precettori lo avevano sconsigliato di prodursi coram populo perché disdicevole al suo rango — e recitava versi di sua produzione.
Inviso ai Padri Coscritti, era invece amato dal popolo, che svagava con grandiose manifestazioni teatrali, gare ippiche, contese gladiatorie. Ricercava il plauso della plebe, elargendo doni demagogici: «Non passava giorno — ci informa Svetonio — che Nerone non donasse al popolo uccelli d’ogni razza, vettovaglie, abiti, oggetti d’oro e d’argento, pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, belve addomesticate, e persino navi, case, campagne».
Morto Afranio Burro («non si sa se per malattia o per veleno», commenta prudentemente Tacito, mentre per Svetonio e Cassio Dione non vi sono dubbi: si tratta di avvelenamento), la carica di prefetto del pretorio viene ripartita fra Fenio Rufo e Tigellino. Quest’ultimo col tempo diventa il consigliere potente e segreto di Nerone e la causa prima del suo decadimento estremo. A quel punto Tigellino, da quel vile che è, gli volterà le spalle. il giudizio sul personaggio, espresso da Tacito nelle Historiae, è estremamente severo: «Di oscuri natali, dalla giovinezza turpe e dalla vecchiaia depravata, ottenne, per mezzo dei vizi, il comando dei vigili, la prefettura del pretorio ed altri premi di solito concessi alla virtù, dato che quella è la via più rapida. Esercitò la crudeltà, l’avidità e si macchiò di audaci delitti, dopo aver corrotto Nerone inducendolo ad ogni scelleratezza, osando anche commettere misfatti a sua insaputa e, infine, tradendolo e abbandonandolo» –

 

 Un ritratto di Claudio (Roma, Musei Capitolini). Più uomo di lettere che di governo, arrivò all’impero quasi per caso, e malvolentieri, dopo il funesto regno di Caligola. Ebbe quattro mogli, che a turno lo dominarono.

Un ritratto di Claudio (Roma, Musei Capitolini). Più uomo di lettere che di governo, arrivò all’impero quasi per caso, e malvolentieri, dopo il funesto regno di Caligola. Ebbe quattro mogli, che a turno lo dominarono.

Dopo essersi sbarazzato — per mezzo di emissari inviati da Tigellino — di due senatori, Plauto e Silla, da cui temeva di poter essere un giorno soppiantato per l’alta nobiltà del loro lignaggio (uno l’aveva già relegato nella Gallia Narbonese e l’altro in Asia), Nerone rivolge la propria attenzione agli affari privati, risolvendoli alla stessa maniera, cioè coi delitto. Ripudia e confina in Campania la moglie Ottavia, con la pretestuosa motivazione della sterilità, per poter finalmente sposare Sabina Poppea che lo ha da tempo irretito con le arti di una calcolata seduzione.
«Questa donna — riferisce ancora Tacito aveva tutte quante le doti, tranne l’onestà dell’animo. Infatti sua madre, che aveva supein bellezza tutte le donne della sua età, le aveva donato in egual misura notorietà e fascino; e i mezzi finanziari erano pari allo splendido casato. La sua conversazione era affabile, raffinato il suo spirito; aveva l’aria modesta ma costumi dissoluti. Raramente usciva in pubblico e quando usciva una parte del volto era coperta da un velo, per non dario in pasto al pubblico, o perchè questo la rendeva più attraente. Non ebbe mai riguardo della sua reputazione, non facendo distinzione alcuna tra i suoi mariti (ne aveva avuti due prima di Nerone) e i suoi amanti; senza rendersi schiava del proprio affetto o dell’altrui, portava il suo capriccio là dove vedeva il suo tornaconto». E proprio lei ad escogitare nei confronti di Ottavia una falsa accusa di adulterio. Pur difesa dalle ancelle, che testimoniano della sua irre prensibile condotta malgrado le torture cui vengono sottoposte, la giovane ex imperatrice non ha scampo. Eppure è amata dal popolo, che la reclama a Roma, con grande dispetto di Poppea. Istigato da quest’ultima, Nerone incalza: sarebbe addirittura esistito un figlio della colpa (e la precedente accusa di sterilità?), fatto sparire dalla stessa madre. Ordina quindi che Ottavia venga tradotta nell’isola Pandataria, dove la raggiunge la condanna a morte. Svenata dai sicari del potente ex consorte ed immersa nell’acqua calda perché la tragedia si compia più in fretta, l’infelice giovane subisce dopo la morte l’estrema umiliazione: la sua testa, staccata dal busto, viene recapitata alla crudele rivale. Si conclude in tal modo la breve vita della figlia di Claudio, che sembrava destinata, per nascita e popolarità, a ben altra sorte.
Nerone è all’ apice delle sue nefandezze familiari: matricida, fratricida (aveva fulminaro con un infuso fatto preparare da una fattucchiera il fratellastro Britannico, altro figlio di Claudio, per timore di essere da questi sostituito sul trono) ed infine uxoricida.
Fa poi uccidere i liberti Dioforo e Pallante, l’uno perché aveva criticato il matrimonio con Poppea, e l’altro per cupidigia. Pallante era infatti straordinariamente ricco e l’imperatore si mostrava ansioso di entrare in possesso del suo patrimonio.

Combattimento tra gladiatori in un rilievo romano. I ‘circenses’ erano il pilastro della politica imperiale.

Combattimento tra gladiatori in un rilievo romano. I ‘circenses’ erano il pilastro della
politica imperiale.

La persecuzione dei cristiani
Nel racconto di Tacito:«Ma nessun mezzo umano, nè largizioni del principe o sacre cerimonie espiatorie riuscivano a sfatare la tremenda diceria per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Per far cessare dunque queste voci, Nerone inventò dei colpevoli e punì con i più raffinati tormenti coloro che,odiati per le loro nefande azioni, il volgo chiamava cristiani. Il nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; soffocata per il momento, quel/a rovinosa superstizione dilagava di nuovo, non solamente attraverso la Giudea, dove quel male era nato, ma anche in Roma, dove tutto ciò che c’è al mondo di atroce e di vergognoso da ogni parte confluisce e trova seguito. Ordunque, prima furono arrestati quelli che confessavano la loro fede; poi, dietro indicazioni di questi, una grande moltitudine di gente fu ritenuta colpevole non tanto del delitto di incendio, quanto di odio contro l’umanità. E non bastò farli morire, ché fu aggiunto anche lo scherno; sicché, coperti da pelli di fiera, morivano straziati dal morso dei cani o venivano crocifissi o dovevano essere dati alle fiamme perché, quando la luce del giorno veniva meno, illuminassero la notte come torce. Per questo spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardin4 intanto che dava un gioco circense, mescolandosi al popolino vestito da auriga e partecipando alla corsa ritto su un cocchio. Per questo, sebbene essi fossero colpevoli e meritassero le punizioni più gravi, sorgeva verso di/oro un moto di compassione, sembrando che essi venissero immolati non già per il pubblico bene, ma perché avesse sfogo la crudeltà di uno solo».

 

Una scena del martirio dei cristiani condannati ad essere sbranati dai leoni. Fino al principato di Nerone non c’erano state persecuzioni, ma solo una condanna morale del Senato nel 35 d. C.

Una scena del martirio dei cristiani condannati ad essere sbranati dai leoni. Fino al principato di Nerone non c’erano state persecuzioni, ma solo una condanna morale del Senato nel 35 d. C.

 

L’incendiario dell’Urbe
Si inserisce a questo punto l’episodio dei grande rogo, che incenerisce l’Urbe nell’estate del 64. Abbiamo già visto come Nerone si prodigasse a contenerne la portata, a limitarne i danni, ed infine come si impegnasse nella ricostruzione. Pro domo sua si potrebbe obiettare:
infatti dalle rovine della sua casa, la domus transitoria, sorse una dimora incastonata di pietre preziose ed ori, la domus aurea appunto, un immenso edificio che occupò la zona fra l’Esquilino e il Palatino, disegnata e costruita dagli architetti Severo e Celere. La circondavano giardini e boschi, popolati da animali esotici e disseminati di laghi, prati e fioriture d’ogni profumo e d’ogni colore. Dai soffitti interni piovevano sugli ospiti boccioli e fragranze. Nel vestibolo della casa ‘solare’, venne inoltre collocata una gigantesca statua bronzea raffigurante ‘l’apollineo dio imperiale’.
La fastosità del nuovo edificio non costituisce tuttavia una prova della colpevolezza di Nerone. Egli, despota assoluto, avrebbe potuto agevolmente far distruggere il proprio palazzo per costruirne un altro adeguato al mito della propria grandezza, senza bisogno di provocare un simile disastro.
Quali altri argomenti adducono gli storici che sostengono la tesi dell’imperatore incendiario? Fra i più autorevoli, Tacito e Svetonio, che raccolsero le testimonianze sull’accaduto a cinquant’anni di distanza, esistono alcune discordanze di giudizio. Per Svetonio, cui fa eco Cassio Dione, responsabile dello scatenamento dell’incendio fu lo sfrenato, megalomane, folle principe. Narra lo storico che, nel corso di una conversazione, un tale pronunciò il verso greco: «Dopo di me la terra vada pure a fuoco», cui Nerone rispose: «Mano, ci vada mentre sono ancora vivo!». Ma questa non è una prova. Incediò Roma, sostiene sempre Svetonio, perchè «disgustato dalle bruttezze dei vecchi edifici, dalle vie strette e tortuose»: ma il fuoco avviluppò imponenti palazzi, terme, templi, distrusse il cuore della capitale, risparmiando proprio i quartieri più miserabili. Lo fece inoltre, afferma ancora lo storico, perché voleva godersi da artista quale si piccava di essere ‘la bellezza delle fiamme’: «Nerone contemplava l’incendio dall’alto delia torre di Mecenate, sedotto dalla bellezza del fuoco. Cantò la fine di Troia nel suo costume teatrale, per non mancare quest’occasione».
Tacito, storico più ponderato e meno astioso verso i regnanti della dinastia giulio-claudia,per quanto anch’egli assai esplicito sui loro misfatti, non si pronuncia personalmente sulla colpevolezza o meno di Nerone: «Non si sa — dice — se l’incendio fu dovuto al caso o alla malvagità del principe, poiché entrambe le versioni furono tramandate».
La storiografia moderna tende ad attribuire l’esplosione dell’incendio a cause fortuite. In realtà, diverse considerazioni inducono a propendere per tale ipotesi. Come abbiamo detto, in quel momento Nerone si trovava ad Anzio:se avesse impartito l’ordine di scatenare il flagello, non avrebbe perso di sicuro l’inizio dello spettacolo. Per porre fine alle dicerie, accusò i cristiani e li perseguitò. Quanto alla presenza di attizzatori — che alcuni testimoni affermarono di aver veduto — poteva, come suggerisce Tacito, trattarsi di semplici ladruncoli più interessati per i loro traffici al propagarsi che all’estinguersi delle fiamme. È vero che il fuoco, spentosi sul Palatino, si riaccese violento nei terreni di Tigellino. Ma che interesse aveva l’imperatore a distruggere i quartieri del suo confidente e una zona ricca e cosi ben sviluppata?

Una stanza affrescata della ‘domus aurea’, sfarzosa nuova dimora di Nerone. L’area su cui venne costruita era stata la prima ad essere distrutta dall’incendio, e questo rafforzò l’opinione pubblica nella convinzione che proprio l’imperatore, smanioso di nuove ricchezze, fosse il maggior responsabile del gigantesco rogo.

Una stanza affrescata della ‘domus aurea’, sfarzosa nuova dimora di Nerone. L’area su cui venne costruita era stata la prima ad essere distrutta dall’incendio, e questo rafforzò l’opinione pubblica nella convinzione che proprio l’imperatore, smanioso di nuove ricchezze, fosse il maggior responsabile del gigantesco rogo.

 

A morte i cristiani
Il 62 segna un profondo mutamento nella politica imperiale: è l’anno in cui Nerone si distacca definitivamente dai suoi mentori. Burro muore e Seneca si ritira; è l’anno delle nozze con Poppea e della tragica fine di Ottavia. Anche la comunità cristiana, che vive a Roma un’esistenza abbastanza tranquilla, sebbene invisa a molti e soprattutto all’altra comunità presente sul territorio, quella giudaica, risente della svolta e comincia ad avere le prime noie da parte delle autorità. Fino a quel momento non si erano avute persecuzioni nei confronti di queste minoranze. Vi era stato tuttavia, nel 35, un pronunciamento legale sulla proposta presentata dall’imperatore Tiberio di liberalizzare la nascente religione cristiana. Il senatoconsulto dell’epoca rifiutò il riconoscimento e dichiarò ‘illecito’ tale culto (religio illicita). Quanto ai giudei, si era avuto nei loro confronti nel 41, sotto Claudio, un provvedimento che vietava loro di riunirsi in massa, motivato dal timore che potessero insorgere confusione e tumulti. In seguito, Claudio li fece addirittura espellere.
Contro i cristiani non furono adottate misure particolari, essendo essi minori di numero e come tali ritenuti poco pericolosi. La grande persecuzione del 64 contro i seguaci di Cristo trova fondamento giuridico nel senatoconsulto del 35, mai prima di allora messo in pratica. L’accusa, di odio verso l’umanità, formulata in un primo tempo contro i cristiani ed estesa in seguito agli stoici, è dovuta, secondo l’apostolo Pietro, al fatto che i cristiani respingeva- no le dissolutezze pagane: lascivia, crapula, sfrenata idolatria. Un modello più severo di vita, un costante riferimento alla sobrietà e un richiamo alla moralità dei costumi è presente nella tematica stoica e non meraviglia che Nerone, dopo i cristiani, abbia perseguitato anche gli stoici.
Il popolo accolse la tesi imperiale che voleva i cristiani colpevoli del rogo di Roma e plaudi alla loro atroce punizione, perché da tempo convinto delle voci che circolavano intorno alla comunità religiosa. Essi erano odiati per le loro fragilità, dice Tacito, cioè per le ‘azioni ignobili e turpi’ compiute nel corso dei riti. Si attribuivano loro atti di cannibalismo e amplessi incestuosi. Un altro appiglio giuridico alla persecuzione Nerone lo avrebbe ricavato dall’editto di Nazareth, un proclama imperiale su pietra, risalente sempre all’età giulio-claudia. Esso decretava la morte per i violatori dei sepolcri, reato di cui i cristiani erano imputabili dopo la scomparsa del corpo del Crocifisso. Tacito, per quanto convinto delle loro nefandezze, non li ritiene tuttavia responsabili dell’incendio: sottoposti alle torture, confessarono la loro fede, e ciò bastò a farli incriminare del resto.
Perché i cristiani avrebbero dovuto incendiare l’Urbe? Il loro credo non contemplava l’odio e la vendetta e da un simile sfacelo avrebbero ricavato soltanto la propria distruzione fisica e quella delle loro abitazioni, come di fatto avvenne. La persecuzione di Nerone determinò anche il martirio e la morte degli apostoli Paolo e Pietro: «L’odioso scervellato che governava il mondo — commenta lo storico francese Renan — non s’accorse di essere il fondatore di un ordine nuovo, di firmare, per l’avvenire,una carta scritta col cinabro, i cui esiti dovevano esser vendicati in capo a quasi duemila anni. Roma, fatta responsabile del sangue versato, divenne come Babilonia una specie di città sacramentale e simbolica. In ogni caso quel Nerone prese un posto di prim’ordine nella storia del cristianesimo.

 

 Nella tradizione del Nerone ‘incendiario’ i motivi storicamente plausibili si confondono con le accuse più stravaganti. In questa scena Nerone canta su una terrazza mentre Roma brucia. In realtà al momento dello scoppio dell’incendio l’imperatore si trovava ad Anzio; avvertito, si recò subito nei luoghi più colpiti per dirigere con impegno i soccorsi

Nella tradizione del Nerone ‘incendiario’ i motivi storicamente plausibili si confondono con le accuse più stravaganti. In questa scena Nerone canta su una terrazza mentre Roma brucia. In realtà al momento dello scoppio dell’incendio l’imperatore si trovava ad Anzio; avvertito, si recò subito nei luoghi più colpiti per dirigere con impegno i soccorsi

 

La congiura di Pisone
Secondo lo scrittore Giuseppe Caiati ad appiccare il fuoco all’Urbe furono i pisoniani, un gruppo di congiurati che faceva capo al patrizio Calpurnio Pisone, discendente dalla gente Calpurnia, un uomo «che adoperava l’eloquenza per difendere i suoi concittadini», ma che non brillava, come ci informa Tacito, per l’austerità dei costumi. Lo affiancavano l’amico intimo Antonio Natale, il tribuno Subrio Flavio, il centurione Sulpicio Aspro, il poeta Anneo Lucano, nipote di Seneca, Plauzio Laterano, il cavaliere Claudio Senecione, i senatori Flavio Scevino ed Afranio Quinziano ed altri che riponevano fiducia nell’ autorevole appoggio del prefetto del pretorio Fenio Rufo. «In buona parte — scrive Caiati — sono persone che hanno frequentato la corte, già intime del principe e che hanno partecipato a tutte le sue dissolutezze e ribalderie. Sono persone che, ad eccezione di qualcuna, si trovano contro Nerone non per un ideale di libertà, come altre dell’ opposizione che fanno capo a uomini come Trasea Peto o Elvidio Prisco, ma o perché non si sentono più sicure per le violenze sempre crescenti del principe, o perché, mal- contente, cercano speranze in novità, o perché guastatesi col principe per motivi personali, o perché invidiose della preponderanza del suo infame favorito (Tigellino)».
Per viltà, avrebbero scartato l’ipotesi di uccidere Nerone in modo diretto: «Era necessario quindi mettere il popolo contro il principe; possibilmente in un tumulto, in uno scompiglio farlo trucidare dal popolo stesso. Ma come muovere quella canaglia? A qualcuno ecco balenare l’orrendo progetto: Nerone ha già fatto preparare un nuovo piano regolatore; più volte ha detto delle sciocchezze, di voler vedere la terra in fiamme, la città distrutta; ha fatto tante stranezze, ha commesso tanti delitti: non è pure possìbile che egli bruci Roma? 11 popolo, che s’attiene sempre al peggio, lo crederà ed essendo il delitto terribile, smisurato, nell’esasperazione ucciderà Nerone oppure darà ai congiurati il modo di sopprimerlo senza che nessuno pensi a vendicarlo».
Sempre secondo questa tesi, i pisoniani approfittano dell’assenza dell’imperatore per provocare il disastro e mettere in giro voci contro di lui. In quest’ottica si spiega anche la presenza delle guardie pretoriane che ostacolano i tentativi di estinzione: gli ordini in tal senso sarebbero stati impartiti dai loro capi, tribuni e centurioni, coinvolti nel complotto. Quanto alla dinamica dell’incendio, sviluppatosi prima vicino al palazzo imperiale, riaccesosi poi presso i poderi di Tigellino, indicherebbe con chiarezza quali personaggi si è voluto colpire: Nerone ed Ofonio Tigellino. L’ipotesi è suggestiva, ma è anche tutta da provare. Fallito il tentativo di liquidare Nerone per mano del popolo, nei mesi che seguirono i cospiratori — e qui usciamo dal campo delle ipotesi  per rientrare in quello della realtà storicamente documentata — progettarono più volte di attentare alla vita dell’imperatore, ma sempre qualcosa intervenne a distoglierli dall’impresa. Logorato dai continui rinvii, il complotto fu scoperto l’anno seguente senza che i congiurati, invano sollecitati dalla liberta Epicari, fossero riusciti a passare all’azione.
Durante gli interrogatori i cospiratori smascherati si denunziarono vicendevolmente. Ci fu persino chi accusò la propria madre- In questo quadro di deprimente vigliaccheria, rifulge l’esempio di una donna, Epicari, che diede prova di grandissima forza morale: «Nè la sferza — racconta Tacito — nè il fuoco, né il furore di quelli che più s’accanivano a tormentana, per non essere presi a scherno da una donna, riuscirono a fare sì che ammettesse ciò che le veniva contestato. Così il primo giorno dell’interrogatorio passò senza frutto. Il giorno dopo, mentre veniva portata alle stesse torture su una portantina (poiché non poteva reggersi sulle membra slogate), legò, a modo di laccio, la fascia che s’era tolta dal petto alla spalliera della portantina e, facendo forza con tutto il peso del corpo, esalò l’ormai tenue respiro, dando un esempio tanto luminoso in quanto una donna e per di più una liberta, in così pericoloso frangente, proteggeva degli uomini estranei e quasi a lei sconosciuti, mentre individui liberi ed uomini, cavalieri e senatori romani, senz’essere sfiorati dai tormenti, tradivano ciò che ciascuno aveva di più caro».
Fu in questa occasione che Seneca, accusato— non si sa fino a qual punto a ragione — di aver partecipato alla congiura, fu costretto a togliersi la vita.

 

La fine fine Nerone
Due anni dopo il grande rogo, Nerone si reca in Grecia, dove intende partecipare ai giochi d’ Olimpia. Come attore e come auniga fornisce prove coronate da lusìnghieri quanto scontati successi.
Allentato ogni freno (se mai ne aveva avuti), bacia e carezza pubblicamente il nuovo amore, l’adolescente Sporo, le cui fattezze gli ricordano quelle di Poppea (morta qualche tempo prima, forse a causa di un parto prematuro; secondo Tacito per un calcio sferratole dal brutale marito), senza pertanto che i greci si scandalizzino troppo, data la loro consuetudine alle pratiche omosessuali.
Riconoscente agli abitanti della sua patria ideale per i plausi che gli hanno tributato, Nerone restituisce la libertà all’Ellade e la esonera dal pagamento delle tasse. Dispone inoltre che si dia inizio ai lavori per il taglio dell’istmo di Corinto.
Ma grosse nubi si addensano sul suo capo: nel 66, mentre è in Grecia, scoppia la rivolta giudaica guidata da Menahem; la guarnigione romana viene massacrata e stessa sorte subiscono le truppe romane giunte dalla Siria al comando del legato imperiale Cesto Gallo. Intanto i ribelli hanno espugnato la città santa di Gerusalemme e la tengono con grande ardimento. Nerone non si muove. Non torna a Roma e non raggiunge i luoghi del conflitto: è più interessato alle gare olimpiche. Quest’ennesima dimostrazione di irresponsabilità finisce per costargli lo scettro e la vita: Nel 67 affida il comando dell’esercito a Tito Flavio Vespasiano, che condurrà una lunga e dura campagna prima di riuscire a sedare la rivolta. Gerusalemme verrà ripresa nel 70 dal figlio di Vcspasiano, Tito e — data alle fiamme dai legionari romani — sarà anch’essa incenerita.

 

La morte di Nerone in un ‘incisione dell’ottocento. Abbandonato da tutti (anche dalla sua ‘anima nera’, il sinistro Tigellino), proclamato dal Senato ‘nemico pubblico’ e condannato alla pena capitale da eseguirsi mediante fustigazione. l’imperatore si tolse la vita — forse aiutato dal liberto Epafrodito — per sottrarsi all’estremo umiliante supplizio.

La morte di Nerone in un ‘incisione dell’ottocento. Abbandonato da tutti (anche dalla sua ‘anima nera’, il sinistro Tigellino), proclamato dal Senato ‘nemico pubblico’ e condannato alla pena capitale da eseguirsi mediante fustigazione. l’imperatore si tolse la vita — forse aiutato dal liberto Epafrodito — per sottrarsi all’estremo umiliante supplizio.

Nerone nel Frattempo è morto. Rientrato a Roma nel 68, aveva disposto smisurati festeggiamenti per le vittorie riportate ad Olimpia: le 1800 corone da lui vinte ai giochi erano state solennemente dedicate ad Apollo. Ma un’inquietante notizia era giunta dalla Gallia: il legato C. Giulio Vindice sollevava al grido di «libertà dal tiranno!» le popolazioni locali che aspiravano all’autonomia. Vindice viene sconfitto dalle legioni di Virginio Rufo, che gli muove contro dalla Germania Superiore. Acclamato nuovo imperatore dai suoi soldati, Rufo si rimette al Senato. Nel frattempo si ribella anche Galla governatore della Spag
Cade la stella di Nerone; anche Tigellino lc abbandonato. La curia, che gli è ostile da re po, lo condanna a morte.
Per sfuggire al supplizio — fustigazione un che morte ne segua — l’imperatore si toglie vita: secondo alcune fonti si uccide con le  proprie mani, pugnalandosi, secondo altri  si fa uccidere dal liberto Epafrodito. Negli ultimi istanti gli sono accanto le uniche persone lo abbiano amato, le due nutrici Egloge e Alessandria, e la dolce Atte, suo primo amore.

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