Casina mia

Marilyn Monroe : Quando cade una stella PARTE 2

 

 

 

La bella e il campione
Secondo la tesi più accreditata Marilyn era all’oscuro di tutto; obbedendo ancora una volta al suo cliché di ‘oca giuliva’, sottoscrisse quanto i suoi agenti avevano preparato: un contratto come un altro. Altri invece, come il regista Joshua Logan, sostengono che l’attrice sapeva benissimo cosa stava facendo e si rendeva perfettamente conto che un matrimonio del genere le sarebbe stato ‘utile’. Comunque
siano andate le cose la ‘bomba sexy’ e il ‘dio degli stadi di baseball’ si incontrano sul set di Gli uomini preferiscono le bionde. Fu la rivista Confidential a dare per prima la notizia pubblicando in esclusiva la foto dei due ‘fidanzati’ teneramente abbracciati e suscitando in tutta l’America l’ondata di emozione prevista a tavolino dagli agenti pubblicitari.

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Una foto da ‘pin-up’. A sedici anni le sue misure erano: 96 di seno, 71 di vita e 95 di fiinchi. Si ossigenava i capelli e portava solo abiti attillati.


Il matrimonio, celebrato il 14 maggio 1954, fece epoca; all’uscita dal municipio gli sposini, a edificazione dei loro fans, recitarono puntualmente le battute preparate dai loro uffici stampa: «Sono la donna più felice del mondo — cinguettò Marilyn — fra tre anni la farò finita col cinema e sarò soltanto una sposa e una madre. Voglio tanti bambini». «Su una sola cosa non andiamo d’accordo — ribatté pronto Joe
— a Marilyn non piacciono gli spaghetti». Dieci mesi dopo avevano già deciso di divorziare. In realtà non è possibile pensare a una coppia peggio assortita: lei era una diva che emanava sessualità da tutti i pori e per tenere in vita il suo personaggio doveva esibirsi senza posa nel ruolo di svampita provocante; lui esigeva una mogliettina dolce e affettuosa che lo aspettasse a casa tutte le sere per portargli le pantofole e preparargli la cena. In più Joe era geloso da impazzire. Le occasioni per litigare non mancavano di certo. Le scenate si susseguivano a ritmo crescente allargando sempre di più l’abisso che li divideva. Il colpo di grazia avvenne sul set di Quando la moglie è in vacanza, a causa della famosa scena nella quale la corrente d’aria che esce dalla grata di un marciapiede fa sollevare le gonne di Marilyn. Il regista, Billy Wilder, aveva deciso di girare in una strada di New York, la Lexington Avenue; Marilyn doveva uscire dal Trans-Lux Theatre e camminare sul marciapiede fino al momento delle gonne al vento. Il luogo delle riprese era stato tenuto segreto ma al momento del ciak non meno di trecento fotografi, tra professionisti e dilettanti, oltre a migliaia di curiosi erano assiepati intorno al set: furono così in molti a constatare e a immortalare sulla pellicola fotografica che Marilyn non era solita portare le mutandine. La casa produttrice, la Fox, si preoccupò per la censura e fece girare la scena di nuovo: questa volta Marilyn indossava un paio di castigate mutande bianche, ma ormai la frittata era fatta.
Per Joe fu la classica goccia che fa traboccare il vaso. Chiese e ottenne il divorzio a tempo di record. In tribunale, la diva si sciolse in lacrime e scaricò su Joe tutta la responsabilità del fallimento del loro matrimonio: «Vostro onore — disse al presidente — capita a mio marito di non rivolgermi la parola per cinque o sei giorni di seguito. E se io gli chiedo perché, mi risponde: “Smettila di darmi fastidio”. Mi proibisce di ricevere gli amici. Speravo di trovare nel matrimonio l’amore, la tenerezza, la comprensione; non ho trovato che gelo e indifferenza».
Dopo il divorzio, Marilyn si tuffò ancora di più nel lavoro: un film dopo l’altro, un successo dono l’altro. Nel 1955 piantò la Fox e decise di mettersi in proprio: si trasferì dalla California a New York dove fondò, insieme con il fotografo Milton Greene, la Marilyn Monroe Production. Aveva ventinove anni ed era stufa di essere una ‘bambola di carne’, un simbolo del sesso; voleva dimostrare a tutti di essere una vera attrice, di saper interpretare parti classiche. In un’intervista dichiarò di voler fare Gruscenka nei Fratelli Karamazov. Le reazioni ironiche di tutta la stampa la fecero piombare in uno stato di profonda depressione che credette di poter combattere — non era la prima volta — con una miscela esplosiva: alcool e tranquillanti.
Sapeva di trovarsi di fronte a un bivio senza alternative: o sfondava a New York o tornava pentita a Hollywood per giocare le sue ultime carte di ‘superfemmina, bionda bella e scema’. Ma proprio nel momento più buio, Marilyn riesce a venir fuori dal suo stato di prostrazione con una forza di volontà, un freddo calcolo e una lucidità che si accordano assai male con lo stereotipo di svampita dai nervi fragili che una certa stampa e il mondo del cinema hanno voluto accreditare.
A New York ci sono due mostri sacri che le possono essere utili: Lee Strasberg, direttore dell’Actor’s Studio, la fucina degli attori più preparati degli Stati Uniti, e Arthur Miller, uno degli intellettuali americani più in vista, autore, tra l’altro, di Morte di un commesso viaggiatore che aveva ottenuto a Broadway un clamoroso successo. Accanto a loro poteva dare un calcio al passato, entrare a far parte dell’intellighenzia’ newyorkese, diventare un’ attrice impegnata, ‘seria’ rispettata. Marilyn decise di conquistarli entrambi. E ci riuscì.

 

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Il miliardario Howard Hughes, proprietario della casa di produzione RKO. Nel 1946, dopo alcune copertine della nuova Pinup Hughes la fece cercare da un suo agente per metterla sotto contratto, ma fu battuto sul tempo dalla Twentieth Century Fox.

 

 

 

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Il regista Darryl E. Zanuck, padrino indiscusso della Fox. Disse di lei: «Potrebbe essere la nuova Jean Harlow».

 

Marilyn ha detto

«Non capisco perché voi ragazzi vi eccitiate sempre quando vedete una ragazza in maglietta. Togliete la maglietta, e cosa vi resta?».

«Un giorno venni avvicinata da una donna che mi chiese:

“Ma è proprio vero che non avevate niente addosso quando avete posato per fa fotografia di quel calendario?”. La guardai dall’alto in basso e risposi: “Come niente? E il trucco, dove lo mettete?”».

«La gente è buffa. Vi fa delle domande e, se rispondete con franchezza, pretende di meravigliarsi. A me hanno chiesto:

“Che cosa indossa quando va a letto? Un pigiama? Le calze? Oppure una camicia da notte?”. “Una goccia di Chanel numero 5”, ho risposto io. Credevano che volessi fare la spiritosa. Invece, è la verità».

«Quando mi chiedono: “Vi piace vivere in un mondo di uomini?”, rispondo che non mi dispiace affatto, finché posso viverci da donna».

«Dopo tutto, è una bella responsabilità essere un simbolo».

«Una carriera è una cosa meravigliosa, ma non ti può scaldare in una notte fredda».

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1 . Marilyn dimostra di essere sexy anche vestita con un sacco di caffè. Nel 1949 posò nuda per l’Hollywood Calendar, con un compenso di cinquanta dollari; l’editore ne guadagnò quasi un milione. 2. Una fotografia della notissima sequenza dell’attrice in riva al mare con una giacca di lana.

 

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Una scena del film ‘La confessione della signora Doyle’, Nel 1947 Marilyn era stata licenziata dalla Fox e si era messa a fare la modella, ma con scarsi guadagni. In molte occasioni si trovò a dover saltare i pasti.

 

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Con Jane Russell in ‘Gli uomini preferiscono le bionde’ del 1953. Poco prima di girare il film era scoppiato lo scandalo delle foto sul calendario, ma la Monroe era riuscita a conquistarsi le simpatie della stampa.

 

Hanno detto di Marilyn

«Stupida nella vita come le donne che ha interpretato sullo schermo».
Jim Dougherty
«Cerca di essere un po’ sexy… ».
Laurence Olivier
«Una bimba incantevole, una ragazza senza secondi fini, semplice, ingenua».
Yves Montand
«Passava le sue giornate a curarsi il ricciolo in mezzo alla fronte. Era ossessionata dall’attaccatura a punta dei capelli e appena poteva correva allo specchio per controllare il miglioramento».
Simone Signoret
«Il sonno è la preoccupazione fondamentale della sua vita».
Arthur Miller
«È una che ci mette tre minuti per innamorarsi, pochi secondi per decidere che non lo è più».
Hedda Hopper giornalista
«Insegna a noi tutti a odiare le donne>’.
Fred il suo agente

Il matrimonio con Miller
Alla fine del 1955 Marilyn si iscrisse all’Actor’s Studio. Strasberg la prese subito a ben volere dandole perfino delle lezioni private. Ma i compagni di corso (tutti più giovani di lei) e il corpo insegnante in genere non accolsero con eccessivo entusiasmo quella che chiamavano la ‘torta di formaggio nazionale’: che c’entravano le curve con l’arte con l’a maiuscola? I giornali moltiplicarono le battute sarcastiche, le frecciate velenose ma ancora una volta Marilyn seppe capovolgere la situazione a proprio vantaggio. Nel corso di una conferenza stampa, a un giornalista che le chiedeva perché diavolo avesse deciso di studiare recitazione, rispose: «Semplicemente perché avevo visto i miei film».

 

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Il matrimonio con Joe Di Maggio, celebrato il 14 maggio 1954. Marilyn, che aveva accettato le nozze come un qualsiasi contratto, recitò alla perfezione la parte che le avevano assegnato, annunciando di voler rinunciare al cinema entro tre anni per dedicarsi completamente al marito e ai figli.

Ma la grande vittoria venne con il saggio finale nel quale doveva recitare una scena dell’Anna Christie di O’ Neill che, si diceva, «conteneva tanta sessualità quanto la gamba di una sedia». Marilyn salì sul palcoscenico con il cuore in tumulto. Aveva una paura tremenda e si vedeva; i professori e i compagni che avevano sempre mal sopportato di dividere il sacro tempio dell’arte con una ‘Dumb Blond’ (una bionda stupida) l’aspettavano al varco; un fiasco avrebbe significato la fine; la notizia del suo fallimento sarebbe uscita dalla sala della prova come una bomba: Hollywood avrebbe riso di lei, tutto il mondo avrebbe riso di lei. Invece Marilyn superò la prova del fuoco splendidamente; anche i suoi avversari più feroci alla fine si congratularono con lei.

 

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In vacanza con Joe. Il campione di baseball era molto geloso e avrebbe voluto una moglie dolce e sottomessa che restasse in casa e si occupasse solo di lui.

Nel frattempo stava ottenendo una vittoria anche su un altro fronte: aveva cominciato a frequentare Arthur Miller. Incantato dalla sua grazia, l’autore di Uno sguardo da/ponte, del Crogiolo, della Caccia al/e streghe, una delle ‘teste d’uovo’ più in vista degli Stati Uniti, un commediografo di fama mondiale, perse la testa come un collegiale. I cronisti mondani non tardarono ad accorgersi degli incontri fra l’intellettuale dinoccolato e la star, anche perché loro non facevano nulla per nascondersi. Subito corse la voce che tra i due si parlava già di matrimonio, ma quando chiesero conferma a Marilyn lei rispose con il suo caratteristico finto candore: «Miller, dite? Ma come è possibile? Ho sentito dire che è sposato». Quello che la diva aveva ‘sentito dire’ era esatto, ma il commediografo non ci mise molto ad ottenere il divorzio. Soltanto allora, quando l’attenzione del pubblico era ormai al massimo, Marilyn diede l’annuncio ufficiale con una battuta rimasta celebre: «Sì, è vero. Sposerò Arthur Miller definitivamente». Quel giorno a Hollywood ci fu chi masticò amaro:
prima l’Actor’s Studio, poi il matrimonio con Miller; c’erano tutte le premesse per ritenere che la gallina dalle uova d’oro si stabilisse definitivamente a New York privando i produttori della West Coast di molti milioni di dollari.
Ma, nei primi mesi del 1956, un colpo di scena fa ritornare il sorriso sulle labbra anche ai più pessimisti: Marilyn accetta di tornare a Hollywood per girare Bus stop, diretto da Joshua Logan. L’attrice è cambiata: niente ritardi sul set (come ha sempre fatto in passato e come farà in futuro), niente alcool, niente isterismi. New York e il nuovo amore le hanno fatto evidentemente bene. «Ho vissuto finora sfuggendo me stessa — dice — ora mi accetto come sono». Il film è un successo; unanime il consenso dei critici che per la prima volta esaltano l’interpretazione dell’attrice e non solo le sue curve. Il regista è entusiasta: «Marilyn ha un senso della comicità innato — afferma — è una rivelazione».
Bus stop non segna però il ritorno all’ovile della pecorella smarrita; finita la lavorazione del film, Marilyn raggiunge a New York Miller appena tornato da Reno dove ha concluso le pratiche per il divorzio. Nessun ostacolo si frappone più al loro matrimonio che viene celebrato nel giugno dello stesso anno in due riprese:
cerimonia religiosa secondo il rito ebraico (la religione dello sposo) a Katonah, cerimonia civile a White Plains.

 

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La celebre sequenza di ‘Quando la moglie in vacanza’. In una prima versione della scena l’attrice non indossava indumenti intimi.

Lo schivo Miller tentò disperatamente di sfuggire ai giornalisti e ai fotografi ma fu tutto inutile: il matrimonio tra il ‘grande cervello americano’ e il ‘grande corpo americano’ non poteva essere celebrato in sordina. Il commediografo cominciò a rendersi conto di cosa voleva dire aver sposato la diva più famosa del mondo e ne ebbe una conferma subito dopo: gli impegni di lavoro non permettevano a Marilyn di fare la luna di miele; a Londra l’attendeva Laurence Olivier per cominciare la lavorazione del film Il principe e la ballerina.

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Milton Greene, socio della diva.

I giornali inglesi l’accolgono bene. «È proprio deliziosa come le fragole alla panna», scrive l’Evening News; un settimanale le dedica un’edizione speciale. L’atteggiamento dei giornalisti muta di colpo alla prima conferenza stampa. «Fotografi spiritosi si lanciarono sulla generosa scollatura di Marilyn e intervistatori arguti la provocarono» scrive Arturo Lanicita; «Non fu un’intervista, fu un incontro vero e proprio di pugilato, senza gong e senza arbitro ma anche senza esclusione di colpi». Ma l’attrice era salita troppe volte su un ring come quello per non sapere come difendersi. È sicura di sé, decisa, pronta nelle risposte e, quando le cose si mettono male, sfodera la sua arma migliore, l’ironia.

 

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Le nozze con Arthur Miller. Lo scrittore aveva perso completamente la testa per Marilyn che aveva conosciuto a New York, dove lei si era trasferita per sottrarsi al ruolo di ‘bionda stupida’ che Hollywood le imponeva.

Per metterla in imbarazzo le chiedono il significato di parole difficili; «Cercatele nel dizionario», risponde.
«È vero che quando va a letto indossa solo Chanel numero 5?»
«Dato che sono in Inghilterra indosso solo Yardley’s Lavender».
«Quali numeri di Beethoven preferisce?»
«Sono un disastro coi numeri».
La lavorazione del film fu un incubo. Sir Laurence Olivier non fa nulla per nascondere il disagio che prova un nobile inglese costretto a frequentare una ragazza nata nei bassifondi di una metropoli americana e i nervi di Marilyn ancora una volta saltano. Pillole per dormire, eccitanti per ‘tirarsi su’, alcool, ritardi di ore e ore sul set, assenze di interi giorni. Alla fine anche Olivier rischia un collasso nervoso, Tutti si aspettano il peggio, ma quando il film è montato devono ricredersi. Olivier è stato naturalmente all’altezza del suo talento e Marilyn è affascinante come sempre.L’esperienza inglese è stata comunque un disastro e i coniugi Miller ripartono appena possibile per gli Stati Uniti. Milton Greene, socio della Marilyn Monroe Production, vorrebbe girare altri film in Inghilterra, anzi annuncia il progetto alla stampa britannica senza nemmeno consultare Marilyn: un buon motivo per sciogliere la società, ma ancora una volta l’attrice ha la sensazione di essere stata legata a qualcuno che le è rimasto accanto solo per sfruttarla. È un duro colpo per lei e la luna di miele in Giamaica, per quanto tardiva, serve a farle dimenticare gli ultimi mesi.

Tornata a New York, la coppia organizza la propria esistenza: un appartamento a Manhattan, nella 57a strada, una residenza estiva ad Amagansett, un villaggio di Long Island, una tenuta di 300 acri a Roxbury, nel Connecticut. Sono i mesi più felici della vita di Marilyn.
Ma non poteva durare. Da Hollywood i produttori continuavano a proporle le solite parti sexy e lei rispondeva esasperata che voleva parti ‘serie’. Rimproverava anche al marito di non averla aiutata a compiere la svolta decisiva per la sua carriera e di non aver saputo mettere a posto Olivier quando la trattava dall’alto in basso. Così si era giunti ad un punto di stallo:
da una parte il drammaturgo impegnato, alle prese con un mondo che non gli apparteneva e che non capiva, dall’altra una donna che cercava disperatamente, tra mille contraddizioni, di far dimenticare di essere un ‘fenomeno del sesso’ per diventare un’attrice vera. Quei due in realtà erano troppo lontani per capirsi. Finì che lui si isolò nelle sue stanze passando tutto il giorno a scrivere mentre lei si impigriva a letto fino a tardi e poi usciva a bighellonare da sola. Marilyn cade in una crisi di disperazione, poi in un’altra, poi in un’altra ancora. Di nuovo pillole, di nuovo alcool: i nervi stanno cedendo inesorabilmente. I nonni e la madre sono morti pazzi: l’ossessione di finire anche lei in un manicomio la sconvolge ogni giorno di più. Poi, un raggio di speranza: aspetta un bambino. È quello che le serve per aggrapparsi di nuovo alla vita. Ma la sua felicità dura poco: il tempo esatto che trascorse da quando si accorse di essere incinta a quando andò a farsi visitare da un ginecologo. La diagnosi fu infausta: gravidanza tubarica. Significava dover perdere il bambino. Per Marilyn non era la prima volta e non sarà l’ultima. Pare che negli anni in cui faceva l’attricetta avesse avuto aborti a catena (c’è chi dice dodici!) procurati il più delle volte da praticoni e mammane.
Marilyn cade in uno spaventoso stato di depressione: aumenta le dosi di tranquillanti fino ad arrivare a un ‘incidente’: il marito la sorprende un giorno abbandonata a terra, priva di sensi. Chiama aiuto e i soccorsi arrivano — appena in tempo — da una clinica vicina.
Per allontanare gli spettri della loro infelicità i coniugi Miller provano a trasferirsi in campagna, nel Connecticut, dove Arthur comincia a scrivere la sceneggiatura del ‘loro’ film, Gli spostati, dove finalmente lei potrà avere una parte da attrice ‘vera’. È un breve periodo di serenità, poi viene un’altra crisi: Arthur passa le giornate a scrivere e lei si annoia fino a non poterne più della fattoria e della vita di campagna. Tornano a New York. Marilyn riprende a studiare recitazione con Strasberg e Miller finisce di scrivere la sceneggiatura del film. Per la regia ha pensato a John Huston (il regista di Giungla d’asfalto, il primo film importante di Marilyn) che si dichiara entusiasta; il protagonista maschile sarà Clark Gable. Tutto sembra andare finalmente per il meglio quando i Mil1cr scoprono all’improvviso di essere a corto di soldi e Marilyn è costretta ad accettare, con la morte nel cuore, l’ennesima offerta dei produttori hollywoodiani: «Si vendicheranno, lo so
— confida a un amico — non so ancora come ma lo faranno, non c’è dubbio».
Il ritorno nell’odiata ‘mecca del cinema’ per interpretare A qualcuno piace caldo di Billy Wilder è un ulteriore motivo di frustrazione:
ancora una volta Marilyn deve piegarsi a recitare la parte dell’oca giuliva. Alla fine il film sarà un ennesimo successo, e forse la sua più grande interpretazione, ma durante la lavorazione accade di tutto. Imbottita di pasticche fino all’inverosimile, l’attrice trasforma il set in un inferno: una volta costringe uno dei suoi partner, Tony Curtis, a mordicchiare per quarantadue volte di seguito altrettante cosce di pollo perché lei si dimentica regolarmente la parte; un’altra volta lo stesso Curtis e un altro collega di lavoro, Jack Lemmon, travestiti da donna, devono zampettare per tutto il giorno sui tacchi a spillo perché lei non riesce a dire come voleva una battuta tra le più banali: «Sono io, Zucchero»; ci riuscirà alla quarantasettesima volta. Se a tutto ciò si aggiungono gli esasperanti ritardi con cui arriva sul posto di lavoro (dalle due alle sei ore) e le crisi che le prendono ogni volta che Wilder le dà un suggerimento si può capire perché il regista abbia dichiarato in seguito in un’intervista che Marilyn era «la donna più cattiva di Hollywood» e cosa abbia spinto Tony Curtis a rispondere a chi gli chiedeva se avesse provato gusto a baciare la diva: «È come baciare Hitler».
Nessuno sa che in quel periodo Marilyn aspetta di nuovo un bambino e che è angosciata dalla paura di perderlo (il che avverrà regolarmente poco dopo la fine del film).
Dopo l’ultimo ciak, Wilder rilascia un’intervista nella quale rivela senza mezzi termini i guai procurati da Marilyn durante la lavorazione del film. L’attrice spinge Miller a prendere pubblicamente le sue difese, cosa che il drammaturgo fa sia pure a malincuore.
È la fine del 1958. A qualcuno piace caldo viene accolto con entusiasmo dal pubblico e dai critici; tutti sono soddisfatti, tutti tranne Marilyn che esclama: «Sono incastrata, finita, ormai non potrò essere altro che un’oca!».

In fondo al baratro
Nel giugno del 1959 l’attrice entra all’ospedale Lenox Hill; ufficialmente è per un intervento di ‘chirurgia correttiva’ ma c’è chi afferma che si è trattato di un ennesimo aborto. A complicare le cose, la produzione degli Spostati subisce ancora un ritardo e a febbraio del 1960 Marilyn è obbligata dal contratto firmato con la Twentieth Century Fox ad interpretare il suo eterno ruolo di ‘bambola di carne’ nel film Facciamo l’amore accanto a Yves Montand. È un film fiacco e gli agenti pubblicitari per attirare l’attenzione del pubblico pompano a più non posso la relazione tra la diva e l’attore- cantante francese. Arthur Miller non batte ciglio. È troppo impegnato negli ultimi preparativi del ‘suo’ film. Dopo l’ultima scena di Facciamo l’amore, Marilyn ha solo tre giorni di tempo per andare da Hollywood a New York, provare i costumi e ripartire per Reno dove l’attendono per il primo ciak del nuovo film. E stanca, ha i nervi a pezzi e il suo matrimonio sta andando in malora. Poco prima dell’inizio delle riprese scoppia tra i coniugi Miller un violento litigio, con bottiglie di champagne usate come proiettili. È la fine del loro rapporto. Durante la lavorazione degli Spostati i due non fanno trapelare nulla per non fare una pubblicità negativa al film, ma Marilyn è distrutta. Regge finché può con le unghie e coi denti, aiutata dalle pillole, dalla simpatia di Clark Gable e dall’amicizia di Montgomery Clift (altro protagonista del film), ma alla fine crolla e viene ricoverata in una clinica di Los Angeles.
Dal passato arriva un giorno nella sua stanza Joe Di Maggio, una visita inaspettata che serve a ridarle coraggio. Torna sul set e riesce, non si sa come, a recitare le scene che restano sino alla fine. Rientra a New York i primi di novembre. Pochi giorni dopo le giunge la notizia della morte di Clark Gable per un infarto. È un nuovo duro colpo. La regina di Hollywood sta sprofondando in un abisso senza fondo; la cameriera, Lena Pepitone, scrive nelle sue memorie che qualche giorno più tardi la trattenne a stento mentre stava per buttarsi dalla finestra. La donna le suggeri di telefonare a Joe Di Maggio; solo dopo aver parlato con lui, l’attrice sembrò ritrovare un po’ di serenità.
Joe, malgrado tutto, le era rimasto amico, uno dei pochi scogli cui aggrapparsi in un mare di angoscia. Passano il giorno di Natale insieme. Poi, il divorzio da Arthur Miller. La data scelta è il 20 gennaio 1961, il giorno dell’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca; così non ci sarà troppa pubblicità: l’America ha altro a cui pensare.
«Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese», dice il presidente e Marilyn lo ascolta nella sala TV di un aeroporto. A Dallas.
Tre settimane dopo viene ricoverata alla Paune Whitney Clinic, un ospedale psichiatrico. Quando riemerge dalla fossa dei serpenti è ancora a Joe Di Maggio che telefona: esce dalla clinica aggrappata a lui. New York non ha più senso per lei: gli amici la convincono a tornare a Hollywood dove prende in affitto un ranch. Per qualche mese trascina la sua vita senza scopo tra New York e Los Angeles. Per tentare di rimettere un po’ di ordine nella confusione della sua mente chiede aiuto (è la quarta volta) alla psicanalisi. È proprio il suo analista a consigliarle di acquistare una casa. Così si trasferisce nella villa di Brentwood. Nel frattempo frequenta un vecchio amico (e forse qualcosa di più), Frank Sinatra. È lui a farle conoscere John Kennedy. Poi verrà il turno del fratello, Bob. Nella primavera del 1962 torna anche al lavoro. I produttori della Fox sono tornati alla carica con un film, Something’s Got to Give, che segna il loro trionfo sulla ‘ribelle’ che aveva osato voltare le spalle alla ‘mecca del cinema’ per andare a studiare addirittura recitazione, per scrollarsi di dosso l’etichetta di sex symbol, per diventare un’attrice ‘seria’. La Monroe dovrà apparire nuda in una scena che scandalizzerà i puritani ma che farà salire gli incassi alle stelle. Marilyn, ormai completamente preda del suo ‘male oscuro’, sola con i suoi fantasmi, con un avvenire incerto davanti a sé, non ha più la forza di lottare. Accetta la parte. Nella prima settimana di giugno dopo aver girato la famosa scena di nudo, in una piscina, non si presenta sul set. È assente il lunedi, è assente il martedi; mercoledi la lavorazione viene sospesa, giovedi lei annuncia che è pronta a riprendere il lavoro, venerdi viene licenziata.
Torna a New York dove recita la parte di Blanche Du Bois nel saggio artistico per gli allievi dell’Actor’s Studio, un’interpretazione — ha scritto uno dei suoi biografi, Norman Mailer
— «incredibile, indimenticabile». Per l’estate si trasferisce di nuovo nella sua villa di Brentwood. Qui all’alba del 5 agosto viene trovata morta per una dose eccessiva di sonnifero.
I medici che esaminarono il cadavere e la polizia decretarono: suicidio. Un verdetto destinato a suscitare molte perpiessità.
Fu sepolta al Memorial Park di Brentwood. Al funerale c’era Joe Di Maggio con pochissime altre persone. Non c’era Arthur Miller, non c’era Frank Sinatra, non c’erano i Kennedy, non c’erano i dirigenti della Twentieth Century Fox. Invitati a partecipare alle esequie, i ‘maghi di Hollywood’ risposero: «Per carità, ci ha procurato già abbastanza noie da viva. Ora basta». I magnati che avevano guadagnato milioni di dollari sulla sua pelle trovarono giusto restituirgliene neppure una minima parte sotto forma di un mazzo di fiori.

L’ultimo giorno
Sabato 4 agosto 1962, Marilyn si alza un p0’ prima delle nove; in casa con lei c’è Pat Newcomb sua amica e agente stampa, che ha trascorso la notte li. La cameriera, Eunice Murray, arriva poco dopo. La mattinata passa tranquillamente. Intorno all’una la Murray prepara una «frittata alle erbette», ma ricorda che la mangiò solo Pat, mentre Marilyn non prese nulla. «Niente affatto — controbatte la Newcomb — mangiammo tutte e due degli hamburger».
Verso le cinque del pomeriggio il dottor Greenson, lo psicanalista di Marilyn, venne a farle visita, e se ne andò circa un’ora dopo; nel frattempo era uscita anche Pat. La cameriera ricorda ancora che più tardi telefonò il figlio di Joe Di Maggio, Joe junior; la conversazione lasciò Marilyn di ottimo umore. Peter Lawford, attore del dan di Sinatra e marito di Pat Kennedy, sorella del presidente, le telefonò verso le sette per invitarla a un party ma Marilyn rifiutò.
A questo punto tutto diventa confuso: la Murray dice che Marilyn andò a letto; un giornalista, che ha voluto conservare l’anonimato, afferma invece che l’attrice organizzò una cena a casa sua con Peter Lawford, Bob Kennedy e Pat Newcomb; dopo mangiato, Lawford invitò tutti a casa sua; Marilyn rifiutò per restare sola con Bob, lui però preferì andarsene. Altri ancora sostengono che Marilyn sarebbe andata a cena da Lawford dove, tra gli altri, si trovavano anche Natalie Wood e Warren Beatty. È un mistero anche la presenza di Bob quella sera in California: ufficialmente si trovava sulla costa orientale, ma un agente di polizia affermerà che quel sabato era a Beverly Hills. Sta di fatto che nella tarda serata Marilyn fece numerose telefonate. Forse aveva preso troppe pillole e cercava aiuto. Non possiamo saperlo perché la lista delle sue chiamate notturne è scomparsa dall’ufficio della società telefonica di Santa Monica. Qualcuno afferma che sono stati gli agenti dell’FBI a far sparire la traccia di quelle telefonate. Perché? Perché — si dice
— Marilyn nella sua ultima notte aveva chiamato Bob e perfino la Casa Bianca. Un dettaglio che era meglio far scomparire nell’interesse dei Kennedy o una prova che un giorno avrebbe potuto essere usata contro di loro?
Il primo ad avere dubbi sulla morte dell’attrice è stato il sergente Jack Clemmons del dipartimento ovest della polizia di Los Angeles che quella notte era di guardia. Alle 4,25 deI mattino ricevette una telefonata dal dottor Engelberg che denunciava il suicidio di Marilyn.
Il sergente si recò sul posto e trovò, insieme con Engelberg, il dottor Greenson e la Murray.

«Capii subito che qualcosa non andava. — racconterà più tardi — Le versioni dei fatti della cameriera e dei due medici non coincidevano sugli orari ma nessuno degli inquirenti diede peso a queste contraddizioni. La Murray si era coricata verso le dieci e mezzo e a mezzanotte, vedendo la luce ancora accesa filtrare dalla porta di Marilyn, aveva provato ad aprirla (in un’altra versione si dirà che la Murray si insospettì perché notò un filo del telefono che passava sotto la porta. [N.d.r.]). Trovandola chiusa a chiave, si era allarmata e aveva chiamato al telefono il medico e lo psichiatra dell’attrice. I tre erano penetrati nella stanza rompendo il vetro di una finestra e avevano trovato il corpo senza vita della Monroe. Fu proprio quel corp&a insospettirmi. Ho visto molti morti per avvelenamento e tutti presentavano membra contratte e tracce di vomito sulle labbra. La Monroe, invece, giaceva bocconi in posizione composta, direi quasi armoniosa. Notai che la parte inferiore dalla salma, quella che era appoggiata al lenzuolo, era già diventata bluastra e ne dedussi che il decesso risaliva a parecchie ore prima. Quando chiesi alle tre persone presenti perché avessero tardato tanto ad avvertire la polizia mi risposero he prima avevano dovuto parlare. Un altro elemento che secondo me esclude la tesi del suicidio è l’assenza di un bicchiere accanto all’attrice. Sul suo comodino infatti furono rinvenuti soltanto due flaconi vuoti di Nembutal. Per uccidersi la Monroe avrebbe dovuto inghiottire quaranta pillole senza l’aiuto dell’acqua. Il che è tecnicamente impossibile. Quando feci presente tutti questi aspetti oscuri della vicenda all’autorità inquirente fui rimosso dall’incarico. Non mi diedi per vinto e continuai a indagare: consultai parecchi medici e tutti mi confermarono che se l’attrice avesse ingerito un’ingente quantità di barbiturici, del medicinale sarebbero rimaste tracce nel suo stomaco. Invece c’erano tracce soltanto nel sangue della Monroe. È chiaro quindi che le fu praticata un’iniezione mortale. Avvicinai anche alcuni amici dell’attrice. Molti di loro erano convinti che Marilyn fosse stata uccisa perché frequentando prima John e poi Bob Kennedy, sapeva troppe cose ed era diventata pericolosa». Che Marilyn abbia frequentato tutti e due i fratelli non è soltanto una voce: risulta anche dal dossier lasciato dall’onnipotente e discusso capo dell’FBI,Hoover, uno che di segreti se ne intendeva. Si sa che Marilyn aveva un diario e che vi aveva annotato molte notizie relative ai Kennedy. Aveva scoperto pericolosi segreti di stato? Voleva ricattare il presidente e suo fratello? C’è un legame tra la morte di Marilyn e gli assassinii dei Kennedy? Interrogativi senza risposta.

Marilyn Monroe   (33)

Laurence Olivier e signora insieme a Marilyn e Miller a Londra. La stampa inglese le riservò una trionfale accoglienza

 

 

Quello che è certo è che il diario è scomparso. Lionel Grandison, che nel 1962 era vice coroner della contea di Los Angeles, a vent’anni dai fatti si è deciso a rivelare che fu costretto a firmare il certificato di morte per suicidio di Marilyn in seguito alle pressioni del suo capo di allora, il coroner Theodore Curphey. «Alcuni reperti rinvenuti in casa della Monroe dopo la sua morte furono fatti sparire. — Aggiunge Grandison — In particolare, tra i suoi effetti personali, vidi nel mio ufficio un diario dell’attrice rilegato in rosso e un biglietto scarabocchiato che non feci in tempo a decifrare. Forse era il suo ultimo messaggio. Quando cercai di esaminare questi documenti non li trovai più».

 

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Con Olivier sul set de ‘Il principe e la ballerina’

 

 

Le dichiarazioni di Grandison unite a quelle di Clemmons e dell’infermiere James Hall («La Monroe era viva quando la soccorsi ma uno sconosciuto che si spacciò per medico le praticò un’iniezione al cuore, uccidendola»), i sospetti avanzati da più di un giornalista e di uno scrittore e, ultima in ordine di tempo, l’affermazione di un investigatore privato che asseriva di poter provare che Marilyn era stata assassinata da «una fazione dissidente della CIA» hanno indotto nel 1982 il procuratore distrettuale di Los Angeles, John Van De Kamp, a riesaminare 1’ incartamento relativo alla morte dell’attrice. «Stando alle prove e agli indizi di cui disponiamo — ha dichiarato Van De Kamp a conclusione dell’inchiesta — appare che la morte potrebbe essere stata dovuta a suicidio o ad una overdose di barbiturici presa accidentalmente». Ancora una volta, l’autorità giudiziaria ha ritenuto di non dover prendere in considerazione l’ipotesi dell’omicidio.
E le testimonianze contraddittorie, i ‘buchi’ nell’autopsia e nelle indagini, la scomparsa del diario, le rivelazioni di poliziotti e magistrati? È un’inchiesta difficile che urta contro troppi interessi e coinvolge troppe persone ‘al di sopra di ogni sospetto’. Ma John e Bob Kennedy sono rimasti nel cuore di milioni di persone, i loro nomi appartengono alla storia degli Stati Uniti; non è giusto che sulla loro memoria resti l’ombra, per quanto vaga, di un atroce sospetto. Il caso Monroe resta aperto.


 

FINE

Articolo tratto dal nostro sito : www.ziotibia.it

 

 

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