LE CINQUE ERE DEI MAYA

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La cronologia dei maya era calcolata da un punto fisso del passato, proprio come il cristiano parte dalla nascita di Gesù, il greco dai primi giochi olimpici e il romano dalla fondazione di Roma.
Il loro calendario viene ancorato a una data (il Lungo computo), tradotta come 3114 a.C., forse correlata a un ipotetico evento come una nuova creazione del mondo dopo qualche immane catastrofe.
Dai primi secoli dell’era cristiana, i loro sacerdoti astronomi predissero le eclissi con grande precisione e stabilirono accuratamente il corso di Venere.

La scrittura maya, costituita da segni ideografico-fonetici, è stata in parte decifrata dagli studiosi, ma ciò non è bastato fino ad oggi per interpretare tutte le numerose iscrizioni dipinte e scolpite su monumenti, suppellettili e codici.
Tra i testi scritti più importanti che ci tramandano alcuni importanti miti, leggende e avvenimenti storici dei Maya Quiché è il Popol Vuh, letteralmente collezione di foglie scritte, è una raccolta di documenti scritti scoperta agli inizi del 700 da un frate domenicano, questo si fece consegnare dagli indiani l’originale, lo trascrisse e lo tradusse poi in spagnolo.
Popol Vuh è diviso in quattro parti, le prime tre dedicate alle vicende mitiche, il quarto alle vicende storiche Quiché.
Quest’opera venne scritta circa nel 1550 da un ignoto o da ignoti autori come opera di salvataggio del prezioso documento della sua antica cultura.
Si narra della nascita del mondo, degli avi, il Creatore (formatore) del mondo, madre e padre della vita, si parla della cultura maya e della sua visione del mondo; infatti è considerata come la bibbia maya.
Il 21 dicembre 2012 è la data in cui, secondo alcuni, dovrebbe verificarsi una qualche forma di cataclisma.
Tale aspettativa diffusa attraverso siti internet, libri e documentari TV si baserebbe sulla fine di uno dei cicli (b’ak’tun) del calendario Maya.
Una simile idea non trova alcun sostegno nell’ambito della scienza astronomica.
Sulla base di interpretazioni di impronta prevalentemente New Age, sono state formulate varie tesi e teorie sulla corrispondenza di questa data con eventi quali la fine del mondo o trasformazioni radicali dello stesso come l’inizio dell’Era dell’Acquario, un periodo di pace globale e profonda evoluzione spirituale.
Da un’iscrizione sul Monumento 6 del sito archeologico di Tortuguero si ricava la data del 2012, in cui accadrebbe qualcosa che coinvolgerebbe una misteriosa divinità Maya, Bolon Yokte, associata in genere alla guerra e alla creazione.
Da qui se ne è ricavata l’eventuale profezia Maya data al 2012.
Risultano tuttavia diverse altre tavolette che riportano date anche molto successive al 2012, cosa che fa ritenere che i Maya non pensassero a questo giorno come all’ultimo.
La fine di un ciclo del calendario era infatti vista dal popolo maya semplicemente come occasione di grandi celebrazioni per festeggiare l’ingresso nella nuova era, in questo caso il sesto ciclo.
Infatti, ogni fine ciclo segnava un periodo di grandi cambiamenti (data la lunghezza plurisecolare di ogni ciclo, era normale che vi fosse stata un’evoluzione tecnologica rispetto allo stesso periodo del precedente) a cui sarebbe dovuto corrispondere un periodo di pace e serenità.
Sulla base di questa interpretazione, altre opinioni moderne vorrebbero interpretare questa data non come una fine, ma come un inizio di un nuovo periodo di pace dopo le guerre mondiali e locali dell’ultimo secolo.
Secondo i Maya ci furono cinque Ere cosmiche, corrispondenti ad altrettante civiltà.
Le precedenti quattro Ere (dell’Acqua, Aria, Fuoco e Terra) sarebbero tutte terminate con degli immani sconvolgimenti ambientali.
Alcuni studiosi affermano che la prima civiltà – quella distrutta dall’Acqua – era Atlantide. Nel Popol Vuh dei Maya Quiché, si legge: “un diluvio fu suscitato dal Cuore del Cielo… una pesante resina cadde dal cielo.. la faccia della terra si oscurò, e una nera pioggia cadde su di essa, notte e giorno”.
Secondo il calendario Maya, l’attuale Età dell’Oro (la quinta), terminerà nel 2012.
Cosa ci dobbiamo aspettare? Secondo i ricercatori Maurice Cotterell e Adrian Gilbert, i cataclismi che caratterizzarono la fine delle Ere Maya furono causati da una inversione del campo magnetico terrestre, dovuto ad uno spostamento dell’asse del pianeta.
La Terra infatti subirebbe periodicamente una variazione dell’inclinazione assiale rispetto al piano dell’ellittica del sistema solare.
Ciò provocherebbe scenari apocalittici, descritti dallo storico Immanuel Velikvosky nel suo libro “Earth in Upheaval”.
“…Un terremoto farebbe tremare il globo intero. Aria e acqua si muoverebbero di continuo per inerzia, la Terra sarebbe spazzata da uragani e i mari investirebbero i continenti… La temperatura diverrebbe torrida e le rocce verrebbero liquefatte, i vulcani erutterebbero, la lava scorrerebbe dalle fratture nel terreno squarciato, ricoprendo vaste zone.
Dalle pianure spunterebbero come funghi le montagne, che continuerebbero a salire sovrapponendosi alle pendici di altre montagne e causando faglie e spaccature immani.
I laghi sarebbero inclinati e svuotati, i fiumi cambierebbero il loro corso, grandi estensioni di terreno verrebbero sommerse dal mare con tutti i loro abitanti.
Le foreste sarebbero divorate dalle fiamme e gli uragani e i venti impetuosi le strapperebbero dal terreno… Il mare, abbandonato dalle acque, si tramuterebbe in un deserto.
E se lo spostamento dell’asse fosse accompagnato da un cambiamento nella velocità di rotazione, le acque degli oceani equatoriali si ritirerebbero verso i poli e alte maree e uragani spazzerebbero la Terra da un polo all’altro.
Lo spostamento dell’asse cambierebbe il clima in ogni luogo…
Nel caso di un rapido spostamento dell’asse terrestre, molte specie di animali sulla Terra e nel mare sarebbero distrutte e la civiltà, se ancora esistesse, sarebbe ridotta in rovine”.
Lo scenario ipotizzato da Velikovsky, presuppone la fine della vita sul pianeta terra.
Velikovsky, oltre a ricalcare le leggende Maya, espone scientificamente le profezie del monaco Basilio Cotterell, in base ai suoi studi sull’attività delle macchie solari e sul calendario Maya, ha concluso che la profezia relativa alla fine della quinta Era deriva da un calcolo della prossima inversione del campo magnetico terrestre, prevista per il 2012.
Alcuni studiosi americani affermano che la civiltà Maya fu distrutta da calamità naturali, quali l’improvviso innalzamento della temperatura terrestre.
E secondo loro tali fenomeni sono ciclici.
Secondo i Maya tali eventi sarebbero previsti per il 2012.
Secondo recenti studi, tutto lascia credere che ciclicamente la terra subisce una specie di reset, per dare inizio ad una nuova era.

Il Popol Vuh – la bibbia dei Maya
Il Popol Vuh (“Libro della comunità”; Popol Wuj nella moderna trascrizione Quiché) è una raccolta di miti e leggende dei vari gruppi etnici che abitarono la terra Quiché (K’iche’), uno dei regni maya in Guatemala.
Il libro inizia con il mito della creazione maya seguito dalle storie dei due eroi gemelli Hunahpu (Junajpu) e Xbalanque (Xb’alanke), figure salienti della mitologia maya.
Il libro prosegue con i dettagli della fondazione e della storia del regno Quiché, in cui si cerca di mostrare come il potere della famiglia reale provenga degli dei.
Questo è l’inizio del mito della creazione, riportato secondo lo spelling moderno:

Are utzijoxik wa’e
k’ak atz’ininoq,
k’akachamamoq,
katz’inonik,
k’akasilanik,
k’akalolinik,
katolona puch upa kaj.

“Questo è il racconto di come
tutto era sospeso,
tutto calmo,
in silenzio;
tutto immobile,
tranquillo,
e la distesa del cielo era vuota.”

La storia del libro
Il manoscritto del Popol Vuh più conosciuto e completo è scritto nel dialetto maya Quiché.
Dopo la conquista spagnola del Guatemala, l’uso della scrittura maya fu proibito e fu introdotto l’alfabeto latino.
Comunque alcuni sacerdoti e funzionari maya continuarono illegalmente a copiare il testo, usando però i caratteri latini.
Una di queste copie fu scoperta circa nel 1702 da un sacerdote di nome Francisco Ximénez nella cittadina del Guatemala di Chichicastenango: invece di bruciarla padre Ximénez ne fece una copia aggiungendovi una traduzione in lingua castigliana.
Questa copia tornò alla luce in un dimenticato angolo della biblioteca dell’Università di San Carlos a Città del Guatemala, dove fu riscoperta dall’abate Brasseur de Bourbourg e da Carl Scherzer nel 1854.
Essi pubblicarono, pochi anni dopo, la traduzione del testo in francese e inglese, la prima delle molte traduzioni in cui il Popol Vuh è stato stampato da allora.
Il testo del manoscritto Ximénez contiene quelli che alcuni studiosi consideravano errori alla luce dell’esatta traslitterazione di un precedente testo pittografico, una prova che il Popol Vuh è basato su una copia di un testo molto precedente.
Comunque ci furono sicuramente aggiunte e modificazioni al testo al tempo della colonizzazione spagnola, in quanto la maggior parte dei governatori spagnoli del Guatemala sono menzionati come successori degli antichi governanti maya.
Il manoscritto è ora conservato nella biblioteca Newberry a Chicago in Illinois.
Le ceramiche funerarie maya spesso contengono sezioni del testo pittografico del Popol Vuh e illustrazioni delle scene delle leggende.
Alcune storie del Popol Vuh continuano tuttora ad essere raccontate dai maya moderni come leggende popolari; altre storie registrate dagli antropologi nel XX secolo contengono porzioni degli antichi racconti ancora più dettagliate che nel manoscritto Ximénez.
Vera e propria Genesi dei Maya Quichè, scritta in un sol fiato senza divisioni in capitoli, il Popol – Vuh rimane il testo essenziale per comprendere l’anima profonda dei Maya.
Esso ci riferisce il mito della Creazione così come lo concepivano i Maya, e descrive l’evoluzione dell’umanità con le sue diverse creazioni e i suoi successivi cataclismi.
Agli inizi dal caos primitivo emergevano soltanto il cielo e l’acqua, “c’erano soltanto l’immobilità e il silenzio nelle tenebre della notte”.
Ma con la potenza del Verbo, gridando semplicemente “La Terra”, gli dei creatori, Gukumatz e Hurakan (dal quale deriva la parola uragano), la fecero comparire.
Essi la rivestirono subito di foreste, di praterie, di fiumi e la popolarono di una moltitudine di animali, ciascuno con proprie caratteristiche, abitudini e funzioni particolari.
Ma poiché questi ultimi erano incapaci di rendere omaggio agli dei, essi furono destinati a servire soltanto da nutrimento e dunque ad essere uccisi e divorati.
Gli dei creatori modellarono poi delle creature di argilla che si rivelarono prive di intelligenza e di sentimenti, senza consistenza ne forma e quindi incapaci di parlare e di onorarli.
Delusi, gli dei si affrettarono a distruggerli sciogliendoli nell’acqua.
Dopo essersi consigliati con alcuni cacciatori mitici e con alcuni incantatori, gli dei scolpirono allora degli esseri di legno, che parlavano, mangiavano e procreavano, ma il cui viso, essendo di legno, non aveva ne vita ne espressione; essi avevano le mani e i piedi privi di dita, e le loro carni erano gialle, prive di sangue.
La loro intelligenza era mediocre e, essendo privi di sentimenti, essi ignoravano i loro creatori. Questi ultimi, delusi di nuovo, li fecero annegare sotto diluvi d’acqua che oscurarono la crosta terrestre come una resina spessa.
Dal cane al giaguaro, tutti gli animali si rivoltarono contro quei tristi fantocci e tutti gli esseri del creato si ribellarono contro di loro, gli uccelli per primi, compresi i tacchini e persino gli utensili domestici, marmitte e zucche comprese, con setacci e paioli, si misero contro di loro e li ridussero in polvere o li costrinsero a fuggire sugli alberi più alti.
Ecco perché le scimmie, che sono loro discendenti, vivono sugli alberi.
Allora gli dei presero una nuova iniziativa: impastarono la farina di mais, di una specie gialla e bianca che avevano scovato, per caso, con l’aiuto della volpe, del coyote, del corvo e del pappagallo, nel seno di una montagna che nascondeva i chicchi nel suo ventre.
Modellarono i primi quattro uomini, ma li dotarono di sensi troppo perfetti che permettevano loro di vedere sino all’infinito e di un pensiero che riusciva a cogliere e a d abbracciare tutto.
Preoccupati per aver creato dei geni, troppo simili a sé, gli dei soffiarono loro sul viso e subito il loro sguardo si velò, la loro vista si ridusse.
“Essi videro soltanto ciò che era loro vicino e soltanto quello che apparve chiaro ai loro occhi”.
Gli dei diedero loro delle spose che si trovarono “con gioia al loro risveglio”.
Ormai l’alba incorporava il cielo a levante e la stella del Mattino annunciava il sole.
Quegli esseri umani, conoscendo il cerimoniale religioso, resero omaggio agli dei che approvarono e ricevettero i loro tributi: Contemplando la stella del Mattino, questi antenati dei Maya storici formularono questa preghiera:” Salve, o Creatore, o Formatore; tu che ci vedi e ci senti, non abbandonarci, non lasciarci mai.
O Dio, tu che sei in cielo e in terra, dona a noi e alla nostra discendenza la prosperità finché il sole e l’aurora cammineranno nel cielo e le piante spunteranno sotto la luce.
Permettici di camminare sempre per verdi sentieri e fa che noi siamo tranquilli e in pace con i nostri, che viviamo una vita felice; dacci perciò una vita, un’esistenza al riparo da ogni rimprovero, o Hurakan…Gukulmatz, o tu che generi e dai l’essere, fa che la germinazione abbia luogo e che ci sia la luce”.
E’ il caso di notare che, nel pensiero Maya, non è l’apparizione dell’uomo il punto culminante della creazione, ma quello dell’alba.
E’ una bella lezione di modestia che fa dell’uomo un essere subalterno e accidentale.
Inoltre ogni atto creatore, sia del mondo che dell’uomo, dei vegetali che degli animali, si compie regolarmente di notte e deve terminare prima dell’alba.
Questo principio è rimasto in vigore tra i Quichè e i Chorti presso i quali, secondo Girard, “l’atto generatore si realizza soltanto di notte, come le cerimonie del culto agrario, perché entrambi sono la ripetizione dell’atto grandioso della creazione cosmica.
Il coito, come la nutrizione, non sono semplici atti fisiologici, ma un rito attraverso il quale l’uomo si inserisce nel sacro.
I sacerdoti Chorti dicono che gli dei lavorano soltanto di notte: è in quell’occasione che fanno crescere la vegetazione; per questo motivo i preti devono agire nello stesso modo in cui agisce il gruppo teogonico che rappresentano.
Un’abitudine così strana impone al ricercatore che ha il raro privilegio di assistere a quelle cerimonie, lunghe veglie di notte, in un ambiente profondamente mistico, in cui sente palpitare le vibrazioni intime dell’animo indigeno”.
Parallelamente a quella Creazione in più riprese si narrano altri miti, quali quelli dei due Gemelli, Hunahpu e Ixbalamqué: Hunahpu, il più importante dei due, “assolve a due funzioni” dice Girard; “è il Dio del Mais durante il periodo del lavoro nei campi, e il Dio del Sole durante l’estate.
Le cerimonie del culto solare sono celebrate di giorno, in pubblico, poiché esse devono glorificare il Sole; al contrario quelle del dio agrario si svolgono di notte, perché è in quel momento che gli “agrari” lavorano, e sono segrete”.
I due Gemelli trasformano in scimmie i loro fratellastri che li perseguitavano, poi, per mezzo di sortilegi e grazie alla fortuna, si impossessano dell’attrezzatura paterna del gioco della Pelota: guanti, scudi di cuoio, palle di caucciù.
Il loro messaggero, il pidocchio, viene inghiottito da un rospo divorato da un serpente a sua volta morso da uno sparviero; la zanzara fa la spia e il loro complice, il moscerino, buca la secchia della loro nonna per farla ritardare.
Questo è l’universo delle favole con il suo aspetto meraviglioso e il suo carattere incantato; con estrema rapidità gli alberi crescono a dismisura e le cerbottane si trasformano magicamente in canoe.
Come gli eroi della mitologia greca, i nostri Gemelli affrontano cicli di prove dalle quali escono con esiti diversi, grazie al decisivo aiuto delle formiche, delle tartarughe e anche dei conigli.
Essi sono anche eroi civilizzatori e l’epopea termina con l’enumerazione delle varie conquiste culturali di cui sono stati promotori: l’organizzazione sociale, l’architettura, i riti religiosi e anche la guerra.
Il Popol – Vuh comincia dal caos primitivo e finisce quando viene raggiunto un livello superiore di civilizzazione.
Nel decalogo e nei meandri del racconto, sfruttando ogni minimo particolare, Girard si è sforzato di comprendere il significato esoterico, di cogliere il valore e la portata storiografica del libro “perfettamente intelligibile per i Maya Quiché”.
La mitologia ha lasciato il terreno letterario per quello scientifico, constata Girard, “tanto più che vivere e agire in accordo con le norme mitologiche fu la costante ossessione del mondo Maya Quiché, la cui cultura resta essenzialmente mitologica, dato che la scienza e la storia non si erano ancora separate dalla religione”.
E Girard constata che l’indigeno vive ancora in età mitologica; e questa è un’affermazione capitale per chi cerca di comprenderlo; questo però non vuole assolutamente dire che sia rimasto all’età del pensiero prelogico!

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