La Tradizione Isiaca della Grande Madre

 
Tendiamo a parlare di tradizione “Isiaca” della Grande Madre, poiché
siamo portati a ritenere ed a riscontrare come la cultura misterica
sviluppatasi nel bacino del Mediterraneo assuma la figura della Dea Iside
come prototipo manifesto della madre celeste, generatrice di un figlio
luminoso, guida dei popoli e delle nazioni.
In realtà, approfondendo l’argomento, la questione appare assai più
complessa, con mitologie che narrano di figure archetipali sempre più
antiche e con racconti che rinviano a mitologie, simili od assimilabili a
quelle oggetto del nostro studio, ma comunque diverse, fino a doversi
perdere in terre mesopotamiche, mediorientali, iraniche, senza poterne
venire veramente a capo.
Ecco allora che nasce l’esigenza di trovare non solo un metodo di ricerca e
di studio che ci possa supportare, ma anche un principio guida che possa
segnare dei termini sicuri lungo questo interessante ma faticosissimo
percorso.


Tale metodo e principio non può che essere segnato dall’evoluzione del
principio primigenio della Magna Mater quale generatrice cosmogonica,
sotto varie forme e con molteplici aspetti, ma sempre e comunque madre e
sposa del principio originario maschile, in tutti i piani dell’emanazione, in
ogni angolo dell’Universo.
La mitologia egizia, vicina al nostro sentire e, comunque, progenitrice di
ogni mitologia mediterranea, ci fornisce un significativo punto di partenza.
Proviamo ad approfondire un po’ la cosmogonia kemita eliopolitana, con
particolare attenzione alla linea femminile.
All’inizio di ogni esistenza era NUN, l’Oceano primordiale, dal quale
emerse TA-TENEN, la prima terra, la coagulazione del caos originario, da
essa sorse ATUM, prima manifestazione divina, riassumente in sé il tutto
ed il nulla.
Nel prepararsi al primo atto generativo ATUM diviene ATUM-RA,
principio solare di ogni azione demiurgica che, nel divenire, dà esistenza
alla prima coppia divina, composta da SHU, Dio dell’Aria, e da TEFNUT,
Figlia del caldo umido.
In risonanza con la natura e le qualità demiurgiche, i due primi princìpi
divini danno vita alla seconda Dimensione Cosmica con la nascita del Dio
maschile GEB, la Terra e del Dio femminile NUT, il cielo.
Nella ulteriore ipostasi GEB e NUT danno origine a due coppie divine:
OSIRIDE – ISIDE, e SETH – NEFTYS (o NEFTI), con un atto generativo
contrastato da SHU, geloso di NUT.
NEFTI, con i vestiti ed il profumo di ISIDE, riesce ad ingannare OSIRIDE
e concepire con lui un figlio, ANUBIS, Dio delle necropoli, Signore della
Terra Sacra; il secondo concepimento avverrà fra OSIRIDE ed ISIDE e
sarà non più carnale, ma spirituale, il figlio è HORUS, il Dio del Cielo,
Signore del Sole e della Luna, Sotèr Salvatore e rettificatore dell’Umanità.
Al di là del dato storico ed identificativo delle singole divinità, emergono
alcuni importanti e significativi elementi di considerazione: per la prima
volta viene manifestata un’ipostasi divina in un ambito concettuale di
“dualità”; per la prima volta emerge un “contrasto” nell’ambito del flusso
generativo del divenire; per la prima volta appare il concetto di
quaternario; per la prima volta si struttura, almeno in una così importante e
divulgata tradizione, una differenza fra generazione carnale e generazione
spirituale; per la prima volta le divinità si pongono su diversi piani
emanativi.
Tutti questi elementi saranno ripresi dalle cosmogonie veterotestamentarie
e, sotto altri aspetti, anche da quelle gnostiche.
L’aspetto femminile delle divinità egizie è intrinsecamente connesso con la
tradizione della Grande Madre che, certamente, è di per sé storicamente
antecedente, ma ha la prerogativa di essere compiutamente strutturato e
trasposto su più livelli di manifestazione.
Ad esempio, TEFNUT è la personificazione della prima coppia divina,
NUT quella della seconda dimensione cosmica ed ISIDE l’ipostasi del
femminino sacro nella simbologia del quaternario del mondo manifesto.
Prendendo a prestito qualche concetto filosofico dalla patristica medievale
possiamo così affermare che TEFNUT rappresenta la “causa causante”,
ISIDE la “causa causata” e NUT la “causa formante”.
Questa differenziazione non è solamente formale, ma è sostanziale:
ciascuna personificazione rappresenta l’elemento femminile su di un
diverso piano ed è connaturata ad un diverso livello concettuale; e più è
elevato il livello di riferimento, maggiore è la difficoltà di comprensione
del significato intimo, esoterico, dell’ipostasi divina.
Trasferendo tale concetto in una dimensione cabalistica del femminino
sacro, possiamo affermare che TEFNUT rappresenta l’elemento femminile
nel mondo archetipale, NUT in quello della creazione e ISIDE in quello
della formazione.
Esiste un aspetto terribile della Grande Madre, vita e nascita, in profondità,
sono legate alla morte ed alla distruzione: la Grande Madre Ta-Urt è un
mostro terrificante e divoratore, mortifera e protettiva; Ammit divora le
anime che non erano presenti al giudizio di mezzanotte.
Tuttavia la figura eliopolitana di Iside ha garantito, con i suoi misteri, la
rinascita e la resurrezione non solo dell’anima del faraone, ma di tutte le
anime.
Possiamo quindi affermare che la sicurezza del magico successo sulla via
del sole, comunicata potenzialmente ad ogni individuo, ha colmato
l’angoscia primordiale rappresentata dalla Grande Madre distruttrice e
divoratrice.
Il mondo sotterraneo, l’utero terrestre, inteso come pericolosa terra dei
morti che il trapassato deve attraversare sia per essere giudicato e giungere
al regno ctonio della salvezza e della dannazione, sia per attingere un più
elevato livello di esistenza, è uno dei simboli archetipici della Madre
Terribile.
Il sole tramonta ad ovest e si immerge nell’utero del mondo sotterraneo che
lo divora; perciò l’occidente è il luogo della morte.
Come il tempio è il simbolo femminile e protettivo della casa, cioè della
Grande Dea quale tarda evoluzione della caverna, la porta del tempio, in
quanto accesso alla Dea, è il suo utero.
Non solo dunque il luogo della nascita è ovunque sacro per il femminile,
ma si vede anche che esso è il centro di tutti i culti dedicati alla Grande
Dea femminile come Signora della nascita, della fertilità e della morte.
Nell’Asino d’Oro di Apuleio l’iniziato ai misteri di Iside deve attraversare
le 12 ore della notte, corrispondenti al viaggio notturno del sole nel mare
secondo la concezione egiziana.
La più bella espressione del legame della Grande Madre con i morti è
costituita dai sarcofagi egiziani, che presentano sul fondo la Dea Nut, dea
del cielo, che abbraccia il morto.
Essa è la dea della rinascita, ma ha anche un carattere di morte, in quanto
cielo notturno ed oscuro, identificabile con l’acqua e con l’oscurità
divorante della terra.
Il femminile positivo dell’utero appare, in moltissime iconografie
dell’antichità, non solo mediterranea, come “bocca”: ed è per questo
motivo che al genitale femminile vengono attribuite delle “labbra”. Alla
base di quest’equazione simbolica la bocca, come un utero spostato in alto,
costituisce il luogo di nascita del respiro, della parola e, in buona sostanza,
del Logos.
Analogamente l’aspetto distruttivo del femminile appare sovente nella
forma archetipica di una bocca irta di denti.
Nel suo doppio aspetto la Grande Madre, in quanto Madre Buona, è la
signora della Porta d’Oriente, la porta della nascita, in quanto Madre
Terribile, essa è la signora della Porta d’Occidente, della morte e
dell’ingresso negli inferi.
L’inferno ed il mondo sotterraneo, in quanto vaso della morte,
costituiscono le forme del vaso utero negativo, portatore di morte,
contrapposto al suo aspetto positivo, datore di vita.
Nella sua ampia e profonda fenomenologia l’archetipo del femminile, con
il suo aspetto positivo e negativo, abbraccia ciò che sta in alto e ciò che sta
in basso, ciò che è prossimo e ciò che è lontano: esso appare come un
grande cerchio che costituisce e contiene l’intero Universo.
Sia che la sorgente mitica della vita sia l’oceano primordiale, sia che essa
sia la terra od il cielo, il luogo di origine presenta un elemento costante:
l’oscurità originaria.
L’oscurità della notte primordiale, mondo infero e acqua primordiale,
madre di tutte le cose è il simbolo dell’inconscio dell’umanità collettiva; la
coscienza illuminata dalla prima differenziazione è dunque figlia di questa
profondità primordiale.
Nella mitologia egiziana di Ermopoli la natura dell’oceano primordiale,
come fosse un serpente Uroboros, è rivelata dal fatto che esso circonda la
terra nata da lui stesso e che, alla fine del mondo, riprende nel suo flusso
primordiale ciò che da esso è nato.
Nella rielaborazione cosmogonica elipolitana si colloca la dea Iside nel
contesto generativo di Hator, la grande dea madre dalla testa di mucca, e di
Nut, la dea celeste, che imbeve la terra della sua pioggia-latte e porta sul
dorso il dio solare.
A Nut, la volta superiore del cielo, corrisponde Naunet, la volta inferiore
che, come un cielo riflesso ed inferiore, giace sotto al disco della terra:
entrambe formano il grande cerchio del vaso femminile, ma la dea del
cielo inferiore non è “altro” da quella superiore, bensì ne è l’aspetto infero,
la parte inferiore del cerchio uroborico.
La Grande Dea è l’unità che scorre dall’acqua primordiale sotterranea e
celeste, il mare azzurro su cui viaggiano le barche degli dei della luce,
l’oceano circolare che genera la vita sopra e sotto la terra; tutte le acque, le
sorgenti, le fontane, così come la pioggia, le appartengono. Essa è l’oceano
della vita, con le sue stagioni che portano morte e vita, e la vita è nata da
lei, come un figlio.
Come volta celeste copre i suoi figli come la chioccia i suoi pulcini, perciò
il suo nome non era solo “la porta”, ma anche “colei che copre il cielo”.
In numerose rappresentazioni le ali tese di Iside abbracciano, coprono e
proteggono Osiride e, con lui, tutti i trapassati.
La dea Nut che, dal fondo del sarcofago, abbraccia e prende in grembo i
morti, è la stessa madre di morte che, in ambito cristiano, ci è nota come
Pietà, come Madonna che tiene in grembo il Cristo morto, ritornato
nuovamente a lei, e che nasconde in sé, come vaso primitivo e come urna,
il bambino e l’adulto.
Domina qui, come ovunque, la concezione secondo cui la Grande Madre,
in quanto cielo notturno, contiene in sé, ed è, cielo, terra e acqua.
Solo in seguito, con la separazione, nascono la luce, il sole a la coscienza
e, con essi, anche la differenziazione.
Nella sfera matriarcale il cielo diurno è lo spazio dove il sole nasce e
muore e non, come sarà in seguito, lo spazio sul quale esso domina; è il
margine luminoso della vita, coperto dalla notte all’inizio ed alla fine,
all’interno di esso il figlio della luce deve descrivere il suo arco di luce, che
termina sempre nella morte e, sempre, prelude alla sua rinascita, in un
cerchio senza fine e senza soluzione.
Solo dopo l’affermazione del mondo patriarcale, con il dominio del sole, il
mattino diviene determinante come esempio della nascita del sole.
Ma anche allora, stranamente, il computo del tempo viene fatto iniziare
non con il tramonto od il sorgere del sole, ma con la mezzanotte e il corso
dell’anno comincia con il solstizio invernale, cioè nel periodo più oscuro e
buio.
Anche in Egitto il tempo della nascita è la notte, poiché l’apparizione delle
stelle e della luna è, per l’uomo antico, la nascita evidente, mentre il
mattino è il tempo della morte, in cui il cielo divora i figli della notte.
Se prescindiamo dalla correlazione giorno-sole è possibile comprendere
questa concezione universale dell’umanità: il sole è un figlio del cielo
diurno femminile, così come la luna è figlia del cielo notturno.
Il cielo femminile è l’elemento stabile e duraturo, e l’elemento luminoso
sole, luna, stelle è ciò che sorge e che tramonta, ciò che passa e che declina
all’interno dell’uovo cosmico, bianco-nero, della Grande Madre.
La Grande Madre è, tuttavia, anche Signora del tempo e, dunque, del Fato.
Il simbolo in cui sono archetipicamente connessi tra loro spazio e tempo è
il firmamento, popolato sin dai primordi dalle proiezioni immaginarie
dell’umanità.
Il fatto più significativo non è tanto che in Egitto come in Mesopotamia, in
Arabia come in Cina siano state viste egualmente 28 stazioni della luna e
12 stazioni del sole, ma è che ognuna di queste proiezioni sia stata
percepita come parte della vita della Grande Madre stessa, che tutto genera
e comprende.
La dipendenza dalla Grande Madre di tutti i corpi luminosi ed anche delle
potenze e divinità celesti, il loro sorgere e tramontare, la loro nascita e
morte, la loro trasformazione ed il loro rinnovamento è una delle
esperienze che unisce l’umanità.
L’avvicendamento non solo della notte e del giorno, ma anche dei mesi,
delle stagioni e degli anni soggiace alla volontà onnipotente della Grande
Madre; essa, adornata dalla luna e dal mantello trapunto di astri notturni, è
quindi anche la dea del fato, che tesse la vita così come il destino.
La Grande Madre è la signora del tempo, in quanto signora della crescita,
ed è quindi anche una dea lunare, poiché la luna e il cielo notturno sono le
manifestazioni evidenti e visibili della temporalità del cosmo, ed è la luna,
e non il sole, l’autentico cronometro dell’era primordiale.
La qualità temporale, così come l’elemento acqua, vanno ascritti al
femminile, la cui natura fluente diviene evidente nel simbolo del flusso del
tempo.
A partire dalle mestruazioni e dalla loro connessione con la luna, sino a
giungere alla gravidanza, il femminile è ascritto al tempo ed è dipendente e
determinato da esso più di quanto lo sia il maschile, che tende al
superamento del tempo ed all’esenzione dal tempo.
Nel concetto di finitezza – infinito è dunque prevalente una presenza
divina femminile, datrice di forma e di vita, così come divoratrice di
morte, mentre nel concetto di atemporalità – eternità è prevalente una
presenza divina maschile, solarizzante ed unificante.
Anche il mistero primordiale della filatura e della tessitura è connesso e
compreso nella proiezione della Grande Madre che tesse la vita e fila la
matassa del fato.
Non a caso parliamo di “tessuti” e di “legamenti” del corpo: il tessuto che
la Magna Mater prepara al grande telaio del tempo è, nel microcosmo
dell’utero, la vita, nel macrocosmo dell’Universo, il destino.
Le grandi dee sono dunque, in tutta la tradizione misterica occidentale,
tessitrici; l’incrocio dei fili è il simbolo dell’unione sessuale: ancora oggi si
parla di “incrocio” di animali o di piante.
Così il grande cerchio uroborico è anche ed innanzitutto l’utero che
contiene e crea il mondo, dove ciò che è reale e manifesto riceve la forma
dalla Grande Madre stessa.
Non è forse un caso che molte raffigurazioni iconografiche rappresentino
la Madonna che tesse, proprio nel momento dell’annunciazione: la Vergine
Maria è ancora la Grande Dea che tesse la vita del Cristo nell’utero e,
contemporaneamente, nel macrocosmo, il destino dell’Umanità.
L’archetipo della Grande Madre tessitrice della vita e datrice di forma, con
il tessuto corporeo di cui viene rivestito l’uomo, è sopravvissuto per molti
millenni, fino alla dama che presiede e procede alla vestizione del
cavaliere.
Sopravvive così il segreto aspetto occulto ed amoroso del principio
femminile che, nella trasformazione spirituale, guida ciò che è terreno ed
umano verso un senso superiore, illuminandolo.
La divinità femminile, come Grande Cerchio, si rivela come garante della
sublimazione e della rinascita della vita.
La notte, che conduce attraverso la morte ed il sonno alla guarigione ed
alla nascita, non solo rinnova la vita nel suo ciclo ma, trascendendo
l’oscurità terrena, eleva la sua essenza tramite l’irruzione di forze profonde,
che consentono all’umanità di raggiungere, nell’ebbrezza e nell’estasi, nella
poesia e nell’illuminazione, nella profezia e nella saggezza, una nuova
dimensione di spirito e di luce.
L’ineludibile aspetto spirituale del carattere di trasformazione femminile,
attraverso sofferenza e morte, sacrificio e annientamento, lascia scaturire
da sé la trasformazione, il rinnovamento e la rinascita: ciò che è mortale
diviene così immortale.
Una simile trasformazione è legata alla totale penetrazione di ciò che deve
essere trasceso nell’archetipo del femminile.
Ciò che muore nel ritorno al vaso-madre può apparire come terra, acqua,
mondo infero, urna, sarcofago, caverna, calderone magico o nave, ma tutto rappresenta comunque il grembo materno della notte o dell’inconscio.
La donna è quindi la veggente primordiale, la signora delle acque profonde
che danno la saggezza, delle fonti mormoranti e delle fontane, poiché
l’acqua è, nella mantica, la comunicazione originaria.
Come la spada è il simbolo del maschile, la coppa lo è del femminile; il
filtro magico, la pozione, l’elisir, la bevanda inebriante, il veleno, che la
femmina archetipale mesce è comunque bevanda di trasmutazione, forma
evolutiva dell’acqua della vita; tramite esse il maschile si eleva al livello di
un’esistenza sublimata e spiritualizzata.
E’ facile a questo punto il paragone con la coppa del Graal e con il calice
della Messa, entrambi elementi femminili contenenti bevande
trasmutatorie.
Nel calice sacro l’acqua si mescola con il vino, simbolo del sangue e
dunque anch’esso femminile; nella ierogamia eucaristica l’elemento
femminile della coppa viene congiunto all’elemento maschile del pane,
fatto con il grano, simbolo solare, ancora oggi ben evidenziato dalla forma
a disco dell’ostia.
E mentre la mitologia kemita si differenzia da quella primitiva per la
strutturazione tecnica, per così dire, e logica prima ricordata, ancora
diverso è l’elemento innovativo della gnosi, intendendo per ambito
gnostico prettamente quello sviluppatosi, in senso endogeno, e confluito, in senso allogeno, nel corpus cristiano.
In particolare la più evidente e significativa differenza fra la mitologia
egizia e quella gnostica consiste nel fatto che l’elemento femminile
mantiene la funzione di generatore della divinità redentrice, nel suo aspetto manifesto e terreno, ma riveste contemporaneamente ed antiteticamente la qualità negativa di responsabile della caduta nel mondo di Maya.
In primo luogo è bene chiarire che, quando si parla di “gnosi” si fa
prevalentemente, ma non necessariamente, riferimento alla religione
cristiana, poiché con tale termine sono conosciuti e studiati anche dei
movimenti misterici ed iniziatici sicuramente pre-cristiani ed eterocristiani,anche se la ricerca che ci interessa si occupa, evidentemente,
della gnosi cristiana, endogena ed allogena..
In secondo luogo occorre, anche qui, individuare un principio generale di
approccio, stabilendo dei termini di studio e dei riferimenti che ci
indichino una strada condivisa, a rischio, altrimenti, di perdersi nelle
labirintiche e intricate cosmogonie eoniche settarie, risultando pressoché
impossibile accordare Fibioniti, Stratiotici, Valentiniani, Levitici,
Manichei, Adepti della Madre, Nicolaiti, Barbelioti, Esseni, Ofiti, Sethiani,
Cucheni, Basilidiani, Perati, Cainiti, Carpocraziani.
Il principio non può che essere quello sopra individuato, ovvero sia
l’individuazione delle figure simboliche femminili raffiguranti le diverse
emanazioni della Magna Mater e collocate sui molteplici piani della
manifestazione.
Certamente ritroviamo nella gnosi il culto della Donna divina, della Madre,
dell’eterno Femminino, anche se profondamente trasformato e carico di
nuove proiezioni: essa è la via fra Dio ed il Mondo ed è generalmente
conosciuta con l’appellativo di “Sophia”.
In essa, però, nella cosmogonia gnostica, l’archetipo del femminile tende a
perdere il suo carattere originario di dea incarnata, di Grande Madre, e si
manifesta come personificazione del principio supremo spirituale,
nell’ambito di un processo auto-redentivo, di conoscenza della propria
realtà divina.
Nell’antagonismo duale fra mondo pleromatico perfetto e mondo
imperfetto delle tenebre lo gnostico raffigura in Sophia un elemento
androginico a cui imputa l’opera di creazione, come atto di
insubordinazione nei confronti del Padre primordiale, del Dio supremo ed
anche della gerarchia pleromatica.
Ella volle operare da sola, senza il suo compagno Cristòs, e volle attingere
direttamente dall’abisso, dal deus absconditus trascendente, sconosciuto e
inconoscibile.
Ella produce dunque il doppio di sé senza il concorso ed il consenso del
proprio compagno, il suo pensiero divenne una realtà, ma non l’immagine
del divino, bensì un essere imperfetto, un mostro non soltanto per le sue
sembianze, un drago con il volto di leone dagli occhi di fuoco, fulminanti e
fiammeggianti; egli sarà il creatore, il demiurgo del mondo inferiore.
Quest’opera imperfetta, inoltre, coincide con la separazione del pleroma
dalle tenebre inferiori, simili alle femminili acque primordiali, ed è per
questo che Sophia può essere ricondotta alla figura della Madre extrapleromatica che genera il mondo.
L’immagine del demiurgo che si proclama Dio richiama la figura del drago
mitologico ritenuto, già nelle tradizioni più antiche, la personificazione del
potere dell’acqua, tanto dispensatore che distruttore di vita.
Richiamando simbolicamente la materia iniziale da trasformare e
plasmare, il drago appartiene all’elemento ctonio dell’acqua, al regno
materiale femminile di cui egli è il sovrano, come la sua testa di leone,
ovvero la corona che spesso porta, simboleggia, nel suo aspetto negativo.
Nella concezione gnostica il mondo ha così origine da un errore
ontologico: la decisione di Sophia di conoscere il Padre, il Primo Principio,
allontanandosi dal Pleroma e optando, inconsciamente ma
volontariamente, per la via del male e delle tenebre.
Nell’atto auto-generativo Sophia richiama la figura dell’Uroboros che
interfecit se ipsum, maritat se ipsum, impraegnat se ipsum.
L’Uroboros è l’immagine psichica originaria dell’indifferenziato, ove non
esiste la distinzione dei contrari, essendo la rappresentazione della
coincidentia oppositorum.
In Sophia prevale però l’aspetto negativo per cui l’immagine simbolica
dell’Uroboros diventa sinonimo di un mondo-cosmo fonte di caos.
Eppure questa scelta ha un profondo significato: essa rappresenta dal punto
di vista animico il principio del disordine, e da quello cosmogonico il
principio di separazione; ma ogni cosmogonia implica un sacrificio: dare
forma alla materia significa partecipare all’energia primordiale per
modificarla.
La Sophia gnostica, come l’Eva biblica, è la Madre che dà la vita, ma crea
un mondo imperfetto: alla dimensione del femminile viene dunque
imputata la rovina dell’Umanità.
Da Sophia, tramite il Demiurgo, hanno origine tre nature, che sono la
concretizzazione e la cristallizzazione dei suoi stati d’animo: la Ribellione,
da cui provengono gli irrazionali o Ilici, rappresentati da Caino; la
Sofferenza, da cui hanno origine gli psichici, giusti e ragionevoli, da cui
discende Abele; la Conversione, da cui discendono gli pneumatici, alla
quale appartiene Seth.
Il peccato, l’errore dell’insubordinazione condanna Sophia ad essere
imprigionata nella materia che ella stessa ha creato e da cui può essere
redenta attraverso l’azione del suo compagno, il Cristòs Sotèr.
Cercare di afferrare ciò che è al di là della conoscenza fa cadere Sophia
nell’ignoranza e nell’informità, in quel vuoto di conoscenza che viene
chiamato l’Ombra del Nome, il cono d’ombra; ma nella sua infinita bontà il
Padre pantocrator invia una goccia di luce infondendola nell’anima degli
uomini.
Attraverso la conoscenza del Salvatore le gocce luminose, destandosi dal
sonno umano, potranno ritornare al Padre, ripristinando così l’Unità
originaria.
La Gnosi, portata dal Cristòs per la redenzione di Sophia e dell’intera
Umanità è appunto la consapevolezza dell’Unità spirituale.
Anche l’Eone Sophia possiede molteplici piani di manifestazione: la Pistis
Sophia è la Sophia fedele o divina Ennoia, la Sophia Achamot (sapienza)
appartiene già al piano extra-pleromatico, la Sophia prunikos (la
lussuriosa) è generatrice, mentre la Sophia Echmot (tendenza, pensiero) è
la Sophia di morte
Ma è sempre attraverso il femminile, riproducente il maschile da sé, che si
ritrova la forza unificatrice degli opposti che conduce alla totalità.
L’immagine di Sophia incoronata che ritorna nel Pleroma non è dissimile
dall’assunzione di Maria in cielo come Regina coeli.
Quello di Sophia è dunque un mondo-cosmo caratterizzato da un potere
materno, legato alla terra e per questo ctonio, oscuro e tenebroso, riflesso
di quella Grande Madre che appare nel suo aspetto negativo e materiale,
rispetto a quello spirituale del maschile legato al Pleroma.
Secondo una concezione prettamente junghiana questo mito gnostico è
“palesemente psicologico” in quanto illustra, nella forma di una proiezione
cosmica, la separazione dell’Anima femminile da una coscienza maschile
orientata in senso spirituale, che anela all’assoluto e cioè alla vittoria
definitiva dello spirito sul mondo dei sensi.
L’uomo di questo mondo, secondo il pensiero gnostico possiede un corpo,
un’anima ed uno spirito: quest’ultimo racchiuso dai sette rivestimenti
dell’anima originati dalle sette sfere degli Arconti, i governatori del mondo
in cui l’uomo è prigioniero.
L’ignoranza è l’essenza dell’esistenza mondana per cui il pleroma, lo spirito
è talmente soffocato dall’anima e dalla carne che è assopito, addormentato.
Esso può essere risvegliato e salvato solo attraverso la conoscenza del Dio
trans-mondano e di se stesso, ovvero della sua origine divina ricevuta da
Sophia, la madre extra-pleromatica.
L’anima, se da un lato costituisce il ponte verso l’al di là, dall’altro
costringe l’uomo a vivere secondo la sua emozionalità, trattenendolo nel
mondo ctonio e legandolo alla sua caducità.
Ma in ogni uomo è racchiusa una scintilla divina che lo unisce alla
dimensione pleromatica, una scintilla custodita nella profondità delle
acque interiori, dove non arriva la luce solare, ma solo un flebile riflesso
lunare.
Come sappiamo le dee lunari erano considerate, nella mitologia, fonti della
sapienza e della conoscenza. La luna splendente come l’argento è
l’immagine del divenire, del morire e del rinascere.
In tal modo Sophia ritrova ed assomma a sé la luce e le tenebre essendo,
per gli gnostici, la Sapienza Divina, la forma femminile dello Spirito
Santo; in tal modo la devozione e la fede in questa sapienza può spingere
l’uomo ad ascoltare la voce interna dell’anima, abbandonando la propria
autonomia e rassegnandosi all’irruzione delle oscure potenze della luna,
dello spirito femminile.
Attraverso la mediazione alchemica rappresentata dalla figura della
Sapientia, Sophia riacquista, nel processo di redenzione, la deità dell’eterno
femminino, il volto celeste della saggezza, la potenza delle forze lunari e
l’espressione della forma più alta del Sé spirituale femminile, una vita che
da semplicemente materiale si ritrova tutta protesa verso la totalità e l’Uno.
Nella concezione della Cavalleria sacra e, segnatamente, del templarismo
la mitologia del Femminino sacro approda dopo la mediazione compiuta
dall’esperienza e dagli studi di alchimia.
Tale percorso comporta, come è intuibile, una trasformazione, non certo la
scomparsa, ma l’evoluzione di quello che era l’elemento negativo del
Femminino sacro, ovvero l’aspetto distruttivo e divorante della Grande
Madre.
Quello che nell’esperienza gnostica era raffigurato come l’emblema del
male compiuto dalla Sophia decaduta, male da evitare, combattere e
distruggere, nella mitologia cavalleresca templare diventa un male da
trasformare.
Simbolicamente la rappresentazione torna ad essere quella del drago
(elemento femminile ctonio) che insidia la dama (Sophia Ennoia) e che la
spada del cavaliere deve colpire, non per distruggerlo, ma per trascenderlo
e trasformarlo.
La bocca primigenia, divorante ed irta di denti, diviene un aspetto
demoniaco nella gnosi, ed un drago nella cavalleria sacra.
Primo ed unico nella storia dell’Uomo il cavaliere, avendo già redento il
proprio mondo materiale, riesce finalmente anche a spezzare il cerchio
uroborico del mondo animico; la sua spada diviene allora fiammeggiante,
proiezione del raggio luminoso salvifico che opera un vero e proprio atto
trasmutatorio dell’aspetto lunare ctonio, ponendo la luna da sopra la testa a sotto i piedi, affinché l’atto di ierogamia con il femminile sublimato dia
luogo all’apparizione del Cristòs Sotèr nel microcosmo di ciascun Uomo e
nel macrocosmo dell’intera Umanità.
Eques a Caritate

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