La scomparsa dell’Egitto dei Faraoni e l’inizio delle spedizioni -PARTE 1-

 

 

 

 

 

Nel IV secolo d.C. la religione cristiana è quella ormai prevalente nella parte orientale dell’Impero Romano. Nel 391 l’imperatore Teodosio I decreta la chiusura di tutti i templi pagani dell’Impero. In Egitto, i seguaci delle antiche divinità locali erano probabilmente poco numerosi ma la chiusura dei templi ha un’altra, inaspettata, conseguenza: la scrittura geroglifica, all’epoca ancora in uso, cessa bruscamente di essere compresa.
In effetti, i sacerdoti assicuravano non solo i riti quotidiani ma anche l’insegnamento della lingua e della scrittura, indispensabili alla celebrazione del culto. Quando i sacerdoti scompaiono uno dopo l’altro, nessuno in Egitto è più in grado di leggere i testi scolpiti sui monumenti o scritti sui papiri conservati nelle biblioteche.
Tra le fiamme della biblioteca di Alessandria scompare la storia dell’Egitto.

 


La decisione di Teodosio è tanto più grave in quanto al tempo della presa di Alessandria da parte di Giulio Cesare, nel 47 a.C., la biblioteca era stata distrutta da un incendio, Nella biblioteca, ricca – si racconta – di settecentomila volumi, erano raccolte molte opere sull’Egitto dei faraoni, tra cui la Storici dell’Egitto in trenta volumi che Manetone, un sacerdote egizio, aveva scritto in greco su richiesta di Tolomeo I. Egli aveva potuto consultare nelle biblioteche e negli archivi dei templi i testi egizi che raccontavano gli avvenimenti del passato per poi tradurli in greco. La sua opera non tracciava solo la storia del paese sin dalla più remota antichità ma descriveva anche le usanze degli abitanti e la loro religione. Per questo motivo la perdita della Storici dell’Egitto è sicuramente molto grave perché prima dell’invenzione della stampa i libri esistevano in un unico esemplare, ricopiato a mano solo su richiesta.

 

 

NeI 330 AC Alessandro conquista I ‘Egitto e fonda Alessandria, Alla sua morte nel 323, il corpo viene trasportata qui da Tolomeo I, che fa costruire una tomba
mai più ritrovata.

 

Tuttavia le grandi biblioteche, come quella di Alessandria, possedevano copie delle opere originali. In alcuni casi queste erano conservate nella biblioteca del tempio di Serapide, nella stessa Alessandria. Sfortunatamente questo tempio fù chiuso, distrutto e dato alle fiamme nel 391 DC.E le opere che erano scampate al disastro del 47 a.C. questa volta scomparvero per sempre.
Verso il 450 DC nessuno può più leggere o capire i testi dell’antico Egitto, ed è ormai scomparso anche tutto ciò che gli stessi egizi avevano scritto in greco per far conoscere il loro paese agli stranieri.

 

Malgrado la chiusura dei templi e il doppio incendio di Alessandria, l’Egitto dei faraoni non scompare del tutto.
Gli autori classici, greci e latini, si erano spesso interessati all’Egitto e le loro opere erano conservate a Roma e a Bisanzio. Inoltre la storia degli ebrei, a partire dal secondo millennio a.C., era stata spesso legata a quella dell’Egitto, così che molti libri dell’Antico Testamento, come la Genesi, l’Esodo e altri ancora, conservano frammenti di storia politica dell’Egitto e allo stesso tempo fanno riferimento alle usanze degli egizi. D’altra parte, per provare l’autenticità dell’Antico Testamento, che è alla base della religione cristiana, i Padri della Chiesa, avendo letto a fondo Manetone, citavano frequentemente nei loro scritti passi della sua opera. In questo modo ci hanno trasmesso tra l’altro la divisione della storia dell’Egitto in trenta dinastie, divisione adottata anche dagli egittologi moderni.
Inoltre, la stessa tradizione classica greca e romana attinse spesso alla religione egizia, che appariva,inconsueta e affascinante. Il culto di Iside si era piamente diffuso nell’Impero romano,
specialmente in Gallia, come del resto quelli di Osiride e di Anubi, contribuendo a salvare dall’oblio i riti, spesso magici, della religione dei faraoni.

 


Grazie all’importante opera di Plutarco su Iside e Osiride (100 circa dC.), la leggenda di Osiride è oggi la meglio conosciuta, dal momento che nei testi egizi originali si incontrano solo vaghi cenni.
Così, soprattutto attraverso la Bibbia, sono giunti fino a noi molti episodi più o meno leggendari che sono in relazione con l’Egitto: la traversata del Mar Rosso da parte degli ebrei inseguiti dall’esercito del faraone, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, Giuseppe alla corte del faraone e Mosè neonato, abbandonato in una cesta affidata alle acque del Nilo e adottato dalla figlia del faraone. ‘Tutti questi racconti hanno contribuito a mantenere vivo il ricordo dell’Egitto durante il Medio Evo e il Rinascimento.
A loro volta, i numerosi monumenti che gli imperatori romani fecero trasportare dall’Egitto per abbellire Roma e Bisanzio hanno continuato a incuriosire per la stranezza dei loro testi. E proprio partendo dagli obelischi portati a Roma e innalzati in molte piazze della città che padre Atanasio Kircher cercherà, all’inizio del XVII secolo, di svelare la chiave della scrittura geroglifica.
Ma sono soprattutto i racconti dei viaggiatori che, mantenendo viva la curiosità suscitata dal mistero dell’Egitto, avranno un’influenza decisiva sulla nascita dell’egittologia.

 

Gli abitanti delle coste della Palestina e della Siria sono stati i primi visitatori dell’Egitto. Alcune belle pitture egiziane ci ricordano il passaggio di questi viaggiatori, i quali, al contrario, non ci hanno lasciato nessun testo su ciò che videro in Egitto. Bisognerà  attendere quegli infaticabili curiosi che furono gli antichi greci per avere i primi resoconti dei viaggi fatti nella valle del Nilo.

Nell’odissea Omero descrive un’incursione di pirati greci nel Delta. La spedizione prese una cattiva piega poiché gli attaccanti, dopo avcr ucciso gli uomini e aver radunato donne e bambini per farli schiavi, furono circondati dagli egizi e a loro volta, massacrati o fatti prigionieri: tra questi c’era anche Ulisse.
Dopo i pirati, è la volta dei mercenari e di pacifici mercanti. Nel corso delle guerre contro gli assiri prima e i persiani dopo, i faraoni della XXVI dinastia reclutano mercenari provenienti in gran parte dalle colonie grechc dell’Asia Minore, gli ioni. In questa occasione alcuni nuclei di commercianti greci si stabiliscono in Egitto, a Naucrati nel Delta del Nilo o nelle vicinanze delle guarnigioni militari, come a Elefantina, ll faraone accorda loro la sua protezione.
Malgrado il valore dei mercenari greci, Cambise sconfigge l’esercito egizio a Pelusio (525 a.C.) e si impadronisce dell’Egitto. Con i persiani, il cui dominio si estende anche su tutta l’Asia Minore, l’Egitto entra in contatto con le altre popolazioni assoggettate, e soprattutto con i greci delle coste ioniche e delle isole vicine.


Erodoto, il viaggiatore per  eccellenza, arriva in Egitto verso il 450 a.C.
Prima di intraprendere il suo viaggio, Erodoto legge tutto quello che i greci hanno già scritto sull’Egitto. E dunque ben preparato per un soggiorno fruttuoso ed è animato, com’è ovvio, da molta simpatia nei confronti degli abitanti. La descrizione del paese occupa buona parte della sua operai molto spesso, ciò che sembra essere il frutto di un’immaginazione troppo fertile, o di cattiva informazione da parte dei suoi interlocutori egizi, si rivela invece esatto.

 

 

Del resto, le informazioni più utili non sono quelle concernenti la storia politica ma quelle relative alla vita quotidiana, alla religione, al paese stesso. Erodoto è un attento osservatore e sa
raccontare. Grazie a lui conosciamo aspetti della vita degli egizi che le raffigurazioni e i testi da soli non possono trasmetterci nè spiegarci. Per il greco Erodoto tutto, in Egitto, è fonte di meraviglia. Così, per esempio, annota: “In tutti i paesi i sacerdoti usano portare i capelli lunghi, in Egitto se li rasano, Presso le altre popolazioni, i parenti stretti di un defunto si radono il capo in segno di lutto in Egitto si lasciano crescere la barba e i capelli che, fino a quel momento, usavano rasare”. Questa breve osservazione fornisce la spiegazione di un bel ritratto di faraone.. mal rasato. Si tratta di un dipinto, su un frammento di pietra bianca, che raffigura certamente un nuovo faraone in lutto per la morte del suo predecessore; senza Erodoto nessuno avrebbe potuto indovinarlo.

 

Lo storico ci offre dettagli preziosi sulle feste religiose e popolari alle quali assiste. Ecco, tra le altre, la descrizione della festa annuale a Papremis, nel Delta: “La cerimonia comincia come dovunque con sacrifici e altri riti, poi, al calar del sole, i preti cominciano ad affaccendarsi intorno alla statua di Mars (Montu), mentre altri prendono posto davanti all’entrata del tempio con dei randelli. I fedeli, circa un migliaio, anch’essi armati di randelli, si radunano davanti ai sacerdoti. Alla vigilia della festa la statua del dio, posta all’interno di un piccolo tempio di legno dorato, viene trasportata in un altro edificio, I sacerdoti lasciati di guardia intorno ad essa seguono un carro a quattro rUote, su cui si trova il tempio con la statua, I sacerdoti all’entrata del santuario cercano di impedire l’accesso della processione.


A questo punto tutti i fedeli accorrono in soccorso del loro dio e cominciano a colpire i sacerdoti. Questi ultimi contrattaccano e si ingaggia una violenta lotta a colpi di randello, Non si esita, in caso di bisogno, a fracassare qualche cranio; più di un combattente, ne sono certo, rimane a terra. Si dice tuttavia che non ci siano mai stati morti”.
Erodoto si interessa in modo particolare al culto degli animali, così diffuso in Egitto a quell’epoca. “In alcune regioni” scrive “i coccodrilli sono sacri. In altri non lo sono e viene data loro la caccia. A Tebe e presso il lago Moeris [Oasi de Fayum] sono oggetto di particolare venerazione. Queste due province allevano ciascuna un coccodrillo addomesticato e ammaestrato. Lo adornano con orecchini e con braccialetti alle zampe anteriori, lo nutrono con cibi consacrati; in breve, il coccodrillo conduce una vita di un principe! Alla sua morte, viene imbalsamato e sepolto in un sarcofago. A Elefantina, invece, ben lontani dal considerarlo oggetto di culto, non esitano o mangiarlo”.
Gli egizi rivivono così grazie a Erodoto e spesso le raffigurazioni, nei templi come nelle tombe, confermano l’esattezza delle sue osservazioni.

 

L’Egitto diventa un paese ellenizzato dove solo la popolazione mantiene gli usi, i costumi e la religione del tempo dei faraoni.

 

I racconti degli scrittori greci e romani posteriori a Erodoto sono molto diversi ma altrettanto utili,
in quanto descrivono un Egitto ancora immutato e si basano su testi ormai perduti.
Diodoro Siculo è uno di questi. Contemporaneo di Giulio Cesare, visita l’Egitto. E molto difficile
distinguere nella sua opera ciò che ha letto da ciò che ha visto con i suoi occhi o ha saputo dai suoi
interlocutori egizi. Più ingenuo di Erodoto, accetta perfino la credenza degli egizi secondo la quale i topi nascono spontaneamente dal limo del Nilo! Nella sua opera raramente si trovano osservazioni desunte dalla realtà. Come tutti gli stranieri di passaggio in Egitto, Diodoro resta meravigliato dal culto degli animali. Nota inoltre che in periodo di carestia gli egizi sono giunti al punto di mangiarsi tra loro piuttosto che toccare gli animali sacri. Strabone, cittadino romano di madre greca – scrive infatti in questa lingua, è nato sulle rive del Mar Nero. Arriva in Egitto, ormai diventato provincia dell’Impero romano, intorno al 30 a,C., circa cinquanta anni dopo Diodoro. Grazie alla sua amicizia con il governatore, Elio Gallo, Strabone può percorrere il paese nelle condizioni migliori. Un intero libro della sua Geografia è Consacrato al suo viaggio fino alle cateratte del Nilo. Nel testo si trovano annotazioni veloci che ricordano Erodoto, come quest’ultimo in quale descrive, divertito, le feste popolari alle quali ha assistito:
“Lo spettacolo più curioso è certamente quello della folla che, durante le feste religiose, scende da Alessandria a Canopo navigando lungo il canale: questo è coperto di imbarcazioni giorno e notte, tutte cariche di uomini e donne che, a suon di musica, si danno senza sosta alle danze più voluttuose, mentre a Canopo anche gli alberghi sulle rive del canale offrono facilmente a tutti l’opportunità di gustare il doppio piacere della danza e della buona tavola” .

Come i suoi predecessori, anche Strabone si interessa al culto degli animali.Strabone riferisce particolari molto precisi. Così, il tempo della sua visita alla città di Crocodilopolis,nel Fayum, annota: “Il coccodrillo sacro è nutrito in un lago a parte; i sacerdoti sanno addomesticarlo
e lo chiamano sobek. La sua dieta consiste in pane,carne e vino che gli sono portati dai visitatori stranieri. È per questo che il nostro ospite, personaggio importante nel paese, che si era offerto di farci da guida, ebbe la precauzione, prima di partire alla volta del lago, di prendere dalla sua tavola un dolce, una porzione di carne cotta e anche una bottiglia di idromele. Trovammo il mostro steso sulla riva, i sacerdoti si avvicinarono e, mentre alcuni gli aprivano le mascelle, un altro gli introduceva in gola il dolce, poi la carne e l’idromele. Dopo di ciò il coccodrillo si tuffò nel lago e nuotò verso la riva opposta.

 

 

Ma nel frattempo era giunto un altro straniero, anch’egli munito della sua offerta; i sacerdoti la presero, fecero il giro del lago correndo e afferrato nuovamente il coccodrillo, lo obbligarono a trangugiare di nuovo le delicatezze che gli erano destinate”.
Le indicazioni di Strabone sono così precise che, molto tempo dopo, permetteranno a Manette di scoprire a Saqqara il cosiddetto Serapeum. Un altro celebre viaggiatore è Plutarco, sacerdote di Apollo a Delfi, vissuto nel I secolo d.C. Plutarco attinge dalle opere di Manetone l’essenziale per il suo libro su Iside e Osiride, che dedica a Clea, sacerdotessa di Delfi. Si accontenta, pero, solo di verificare quanto scritto da Manetone e non lascia testimonianze vive come quelle di Erodoto o di Strabone. Dobbiamo a lui, tuttavia, il fatto di conoscere meglio il culto di Osiride, il più celebre degli dei egizi.

 

Antinoo, il favorito dell’imperatore Adriano, annegò nel Nilo nel 125 dc. In sua memoria l’imperatore fondò Antinoopoli. Nel 1798 gli scienziati ne videro ancora resti consistenti, tra cui la colonna fatta erigere da Alessandro Severo. Nel 1828 Champollion trovò altro che rovine.

 

Bisogna citare anche gli imperatori romani tra I viaggiatori dell’antichità? Almeno due tra questi, Adriano e Settimio Severo, hanno inciso i loro nomi sui colossi di Memnone a ricordo del loro passaggio. In genere, gli altri testimoniano il loro interesse per l’Egitto facendo costruire o restaurare a loro nome i templi dedicati alle divinità egizie, ma non vi si recano. Con una sola eccezione: lo scrittore latino Tacito ricorda che Germanico era andato in Egitto nel 19 d.c. per conoscere i monumenti antichi dcl paese. Germanico visita i templi di Tebe in compagnia di un vecchio sacerdote che sa tradurre i testi geroglifici in latino e in greco, lingua che l’imperatore conosce, come tutti i romani colti. Grazie a questo sacerdote, e a Tacito che ne ha ti portato il discorso, abbiamo qualche indicazione sui “tributi imposti alle nazioni: le misure d’oro
e d’argento, il numero delle armi e dci cavalli, le offerte per i templi, l’avorio e i profumi, la quantità di frumento e le provviste che ciascun paese doveva fornire”.

 

CROCIATI, MONACI E CURIOSI SULLE RIVE DEL NILO

Nessuno dei racconti scritti tra il I e il XIV secolo d.C. è paragonabile a quelli degli antichi. All’epoca delle Crociate si scrivono di nuovo racconti di viaggio che parlano dell’Egitto e dei suoi monumenti, ma a quel tempo nessuno è più in grado di leggere i geroglifici. L’Egitto è musulmano, è difficile visitarlo e gli europei che vi giungono non possono spingersi di molto oltre il Cairo.

 

 

I viaggiatori del basso Medioevo e del Rinascimento parlano solo del Delta e delle sue città o delle piramidi di Giza. Influenzati dalla lettura della Bibbia, riconoscono in esse i granai di Giuseppe e si interessano ai resti di epoca cristiana piuttosto che a quelli dell’Egitto faraonico. D’altra parte sono molto rari i viaggiatori che si trattengono più di una quindicina di giorni. Spesso l’Egitto non è che una tappa nel corso del pellegrinaggio verso i luoghi santi.
Bisognerà attendere il XVII secolo perché si apra l’era dci grandi viaggi che preludono alla riscoperta dell’Egitto da parte della spedizione di Napoleone. Viaggiatori per dovere, i monaci continuano in Medio Oriente la loro missione di evangelizzazione del mondo.  Dall’inizio del XVII secolo cappuccini, domenicani e gesuiti hanno basi più o meno permanenti nel Levante, in particolare al Cairo, da dove partono per diffondere il Vangelo.

 


Nel 1672 il domenicano Vansleb, di origine tedesca, è incaricato da Colbert di svolgere una ben precisa missione scientifica: l’acquisto di manoscritti e di monete antiche. Vansleb giunge al Cairo quello stesso anno, percorre tutto il paese e arriva nell’Alto Egitto.
Come altri missionari cattolici, è attirato prima di tutto dagli antichi conventi copti e visita
i monasteri “Bianco” e “Rosso” di Sohag, così come quello di Sant’Antonio sulle rive del Mar Rosso. Non trascura tuttavia le antichità: è il primo europeo mi descrivere le rovine di Antinoopoli, nel Medio Egitto, la città che Adriano aveva fatto costruire in ricordo dell’amato Antinoo, annegato nel Nilo. AI suo ritorno in Francia, cade in disgrazia e Colbert si rifiuta di rimborsargli le spese di viaggio. Vansleb muore qualche anno più tardi, deluso e senza mezzi di sostentamento.

Abbandonato probabilmente nel 14º secolo il convento copto di San Simeone ad Assuan, e uno dei più grandi dell’Egitto. L’edificio comprende le celle dei monaci il refettorio e la Chiesa

 

Console generale di Francia in Egitto ai tempi di Luigi XIV, Benoit de Maillet invia al re un buon numero di reperti antichi. Maillet è il precursore dei Celebri consoli del XIX secolo che si dedicano assiduamente al saccheggio dei tesori egizi a beneficio dei grandi musei europei. Maillet fornisce reperti al conte di Pontchartrain, e soprattutto al conte di Caylus, a sua volta già impegnato negli scavi greci. La maggior parte dei reperti antichi egizi della collezione Caylus sono ora al
Cabinet des Médailles della Biblioteca nazionale di Parigi.

Jean de Thévenot, nato nel 1633, morì in Persia nel 1667. Con le sue incisioni fece scoprire agli europei il Medio Oriente.

 

Un’opera sull’Egitto viene pubblicata,nel 1735, in base ai diari di Maillet. Il titolo è un programma: Descrizione dell’Egitto, contenente numerose osservazioni curiose sulla geografia antica e moderna di questo paese, sui monumenti antichi, su gli usi, i costumi, la religione degli abitanti, sul governo e sul commercio, sugli animali, gli alberi e le piante.Per la prima volta l’Egitto è descritto nel suo insieme i monumenti antichi
occupano un posto di rilievo e Maillet pubblica il disegno della piramide di Cheope. Infine, anticipando l’idea di Desaix e Champollion di spedire a Parigi uno degli obelischi di Luxor, Maillet medita di far trasportare a Parigi un monumento che ne sia degno… la colonna fatta erigere da Pompeo ad Alessandria!Solo le difficoltà del l’operazione lo distolgono dal proposito.

In Egitto Thévenot si interessò alle mummie, Come il suo contemporaneo Vansleb che a Saqquara ,fece aprire un pozzo in fondo al quale si trovava un sotterraneo colmo di vasi contenenti uccelli mummificati e portò in Europa una mezza dozzina; in un altro pozzo scoprì dei sarcofaghi che fece aprire. Così racconta la sua delusione: “non trovammo niente di straordinario e lasciamo tutto là dove l’avevamo scoperto”. E la stessa operazione che Thévenot fece rappresentare in questa illustrazione del suo viaggio in oriente stampato nel 1664

 

Benoît de Maillet Pubblica nel 1735 il primo disegno della piramide di Cheope che, a parte le proporzioni, e fondamentalmente esatto. Ne descrive l’interno ma avverte: l’interno della piramide e così scure annerito dal fumo delle candele dei visitatori che nel corso di tanti secoli sono andati a visitarla, che è difficile giudicare la qualità delle pietre. Si riconosce soltanto la loro estrema levigatezza la loro durezza eccezionale e che sono così perfettamente unite le une alle altre che la punta di un coltello non potrebbe penetrarle nello spazio che separa

 

Claude Sicard, priore della missione dei Gesuiti al Cairo, percorre personalmente tutto l’Egitto e ne redige la prima carta topografica. Il Reggente, Filippo d’Orleans, lo incarica di cercare gli antichi monumenti egizi e di disegnarli a questo scopo gli viene affiancato un disegnatore. Siecard, che ha insegnato lettcrc antiche al collegio dei gesuiti di Lione, è un eccellente latinista e grecista inoltre parla e scrive l’arabo. La sua Ricerca di monumenti si trasforma in una ricerca sulla geografia antica dell’Egitto. Come Champollion un secolo più tardi, parte dei testi greci, latini, copti e arabi per ritrovare i nomi antichi di città e villaggi che visita sistematicamente. Sapendo adoperare il sestante, come tutti i gesuiti dell’epoca, Sicard disegna quindi la prima mappa sistematica dell’Egitto, dal Mediterraneo fino la Assuan ( questa carta, che era andata perduta, è stata ritrovata di recente ).

Spedita al re nel 1722, la mappa permetterà di situare con precisione non soltanto Menfi e Tebe ma anche i grandi templi egizi: Elefantina, Edfu, Kom Ombo, Esna, Dendera… Quando Sicard muore di peste al Cairo, nel 1726, ha appena finito di redigere un Parallelo geografico dell’antico Egitto e dell’Egitto moderno. Ha cinquant’anni.
La precisione delle opere di Maillet e Sicard facilitano notevolmente i viaggi in Egitto, che ormai non appare più come “una regione vaga, misteriosa, popolata da selvaggi, demoni, serpenti magici, pigmei e bestie mostruose”. Tra i viaggiatori che hanno preceduto di qualche anno lo sbarco dell’esercito francese ad Alessandria, nel 1798, due devono essere ricordati per l’influenza che i loro racconti esercitarono sugli scienziati che accompagnavano Napoleone: Savary e Volney.

Alla fine del XVIII secolo, l’Egitto attira un sempre maggior numero di viaggiatori

Il suo racconto è molto suggestivo. “Alle tre e mezza del mattino Savary viaggiava per diletto. Restò al Cairo dal 1796 al 1799 e non si spinse oltre i dintorni della città. Le sue Lettere dall’Egitto traggono ispirazione dall’Egitto moderno piuttosto che dai monumenti antichi, che descriveva sulla base degli autori classici o improntandone la descrizione a quelle di Maillet e di Sicard.

Dopo nemmeno i nostri abiti all’ingresso del corridoio che conduce all’interno e scendemmo tenendo ciascuno la torcia in mano. Verso il fondo, bisognava strisciare come di serpenti per addentrarsi nel passaggio interno, in comunicazione con il primo. Lo percorremmo in ginocchio, appoggiando le mani contro le pareti. Senza questa precauzione, si correva il rischio di scivolare sul piano inclinato, dove gli intagli appena accennati non erano sufficiente per frenare il piede e si rischiava quindi di precipitare verso il basso. A metà del percorso sparammo un colpo di pistola la cui detonazione echeggiò a lungo nelle cavità spaventose dell’immenso monumento svegliando migliaia di pipistrelli che si lanciarono in volo colpendoci le mani e il volto e spegnendo molte delle nostre candele. Savary accompagna la descrizione con la selezione della piramide, che attinge, senza vergogna da Maillet. Descrive la camera funeraria il sarcofago con il coperchio divelto. Per il fascino dello stile le lettere di Savary sedussero molti francesi dalla spedizione del 1798 che poi gli rimproverarono di averli ingannati e di aver descritto un Egitto idilliaco ma inesistente.

 

Volney, nel suo Viaggio in Siria e in Egitto, non si mostrò così ottimista. Nato a Craon nel 1757, Volney si chiamava in realtà Chasseboeuf ma trovò più elegante prendere da Voltaire, che ammirava molto, la prima sillaba di un nuovo nome, Vol, e completarla con l’ultima sillaba di Ferney, il villaggio dove abitava il suo idolo. Dopo gli studi classici ad Angers, Volney si trasferì a Parigi, dove studiò medicina e pubblicò un libro dal titolo Memorie sulla cronologia di Erodoto e si legò agli enciclopedisti. Nel 1781 ricevette un’eredità che gli consentì di viaggiare:
“L’America nascente e i selvaggi mi tentavano ma altre idee mi indussero a partire per l’Asia; la Siria e l’Egitto mi sembrarono un campo adatto alle teorie politiche e morali di cui mi volevo occupare”. Parte dunque dopo essersi preparato, dal momento che è di salute delicata, esercitandosi nella corsa, abituandosi a restare per giorni senza mangiare, saltando fossati e scalando muri, attività che non mancano di stupire gli abitanti del suo paese. Quando ritiene di essere in forma parte, zaino sulla schiena, fucile in spalla e “intorno alla vita una cintura di cuoio contenente 6000 franchi in oro”. Nel 1782 sbarca ad Alessandria, ma quel momento questo viaggiatore straordinario non ci parla più di sé. Il suo Viaggio in Siria e in Egitto non contiene Descrizione dell’Egitto, nonostante vi sia rimasto sette mesi. Malgrado ciò, merita di essere citato poiché è stato letto dagli esperti della spedizione di Napoleone rimasti colpiti dalle sue osservazioni: se l’Egitto fosse governato da uno stato che sa apprezzare le belle arti, vi si troverebbero per la conoscenza dell’antichità, risorse che oramai il resto del mondo rifiuta. In verità, il delta non offre più rovine molto interessanti, dal momento che gli abitanti hanno distrutto tutto per il bisogno o superstizione. Ma nel Said (l’alto Egitto), meno popolato, e immagini meno frequentati del deserto, me ne sono ancora intatte. Questi monumenti sepolti nella sabbia sono custoditi per òe generazioni future. Bisogna quindi rinviare a quel momento i nostri desideri e le nostre speranze. Il desiderio di Volney sarà esaudito molto prima di quanto possa immaginare la sua opera è il suo libro che Napoleone porterà con sé in Egitto. Dopo la pubblicazione Volney sembra disinteressarsi all’Egitto. Conduce una vita movimentata: deputato del terzo Stato nel 1789, diventa segretario della costituente. Imprigionato durante il terrore, rischia la ghigliottina. Nel 1795 parte per l’America ma, accusato di spionaggio deve rientrare in Francia nel 1798. Più tardi Napoleone gli propone di associarsi al consolato, poi di nominarlo ministro dell’interno. Fedele ai suoi ideali rivoluzionari,Volney rifiutò. Tuttavia, durante l’impero, accettò di sedere al Senato. Luigi XVIII lo nominò cavaliere di Francia morì a Parigi nel 1820.

 

Questo ritratto di giovane, il volto sorridente nascosto sotto un grande cappello di feltro è tipico della fine del 18º secolo. A quest’epoca Vivant Denon comincia la sua carriera, sotto il regno di Luigi XV

Nel 1798 ben altri visitatori sbarcarono ad Alessandria: sono i soldati di Napoleone, e con loro c’è anche Vivant Denon. Esistono pochi personaggi interessanti come il barone Dominique Vivant Denon . Nato nel 1747, fu dapprima uno degli uomini di fiducia di Luigi XV, poi segretario d’ambasciata a San Pietroburgo e a Napoli con Luigi XVI riesce a sopravvivere al terrore e più tardi Direttorio, la potente Giuseppina di Beauharnais si interessò a lui. Grazie al suo intervento, partecipò alla spedizione in Egitto, sebbene Napoleone lo giudicasse troppo anziano: aveva cinquanta anni. Al ritorno Napoleone lo nomina direttore generale dei musei. E infatti Denon che crea il museo Napoleone, l’attuale museo del Louvre, Alla caduta dell’Impero, Luigi XVIII si ricordò di averlo visto alla corte di Luigi XVI e gli confermò l’incarico, che avrebbe lasciato dopo il 1815 per protestare ,contro la restituzione, imposta dagli alleati, delle opere accaparrate durante l’impero napoleonico. Si dedicò allora alla stesura di una Storia dell’arte dai tempi più remoti all’inizio del XIX secolo. Vivant Denon morì a Parigi a settantotto anni e, per curiosa coincidenza, a quale passo dall’Istituto di cui faceva parte dal 1787.

 

Ecco Vivant Denon Fondatore del museo Napoleone, poi diventato il Louvre, qualche anno dopo nel suo studio, circondato da oggetti antichi

 

La nascente egittologia deve molto a Vivant Denon. Il suo Viaggio nel Basso e Alto Egitto durante le campagne del generale Bonaparte segna l’inizio della rinascita dell’Egitto dei faraoni. Il libro esce a Parigi nel 1802 e ha un successo fulminante: si contano quaranta edizioni nell’arco di poco tempo e viene subito tradotto
in inglese e in tedesco. Successo giustificato perché Denon è un artista e un eccellente incisore. Ha seguito, nell’Alto Egitto, il corpo di spedizione di Desaix lanciato all’inseguimento del mamelucco Murad e in quell’occasione ha scoperto i monumenti dell’Egitto dei faraoni.

La vita dell’esteta-soldato durante la campagna dell’Egitto è molto dura. Tuttavia Denon entusiasta e disegna tutto ciò che può, nelle condizioni più difficili, come spiega lui stesso: seduto nel suo studio, la carta davanti a sé, l’impietoso lettore dice al povero viaggiatore inseguito, affamato, esposto a tutte le miserie della guerra: ‘Qui ci dovrebbero essere Afroditopolis, Crocodilopolis, Tolemaide: che ne avete fatto di queste città? Non avevate un cavallo per andarci, un esercito per proteggcrvi?’ [..]. Vogliate, o lettore, pensare che siamo circondati da arabi e mamelucchi e che molto probabilmente mi avrebbero rapito, derubato, ucciso, se mi fosse venuto in mente di avventurarmi cento passi fuori dalla colonna, cercando per voi qualche mattone di Afroditopolis”.
Un aneddoto, riportato da Anatole France, descrive bene le condizioni in cui si trova a lavorare Denon. “Un giorno, mentre la flottiglia della spedizione risaliva il Nilo, Denon si accorse di alcune rovine e disse: ‘Devo assolutamente farne un disegno’. Obbligò i suoi compagni a farlo sbarcare, corse nella pianura, si sistemò sulla sabbia e si mise a disegnare. Aveva appena cominciato che un proiettile passò sibilando sul suo foglio. Alzò la testa e vide un arabo che, dopo averlo mancato, stava ricaricando l’arma. Allora, afferrato il suo fucile, sparò un colpo all’arabo centrandolo in pieno petto, chiuse il suo album e ritornò alla barca. La sera mostra il suo disegno allo stato maggiore. Il generale Desaix gli dice: ‘La vostra linea dell’orizzonte non è dritta’. ‘Ah! risponde Denon, è colpa dell’arabo, ha sparato troppo.


I suoi disegni non hanno il rigore di quelli della Descrizione dell’Egitto che appariranno più tardi. In Compenso hanno un maggiore potere evocativo. L’Europa, grazie a dessi, può farsi un’idea realistica del numero della ricchezza della bellezza e dei monumenti dell’Egitto. Sono questi disegni che danno il via a quella che è stata chiamata Egitto Maria, che attirano sia gli studiosi come Champollion che gli avventurieri.

 

Desaix Aveva stabilito il suo quartier generale in alcune tombe vicino a Nagada.Vivant Denon seduto all’estrema sinistra. Al centro si vede il generale Belliard , uno dei comandanti dell’armata in Egitto, mentre si appresta a fare da giudice in un contrasto tra alcuni arabi e dei presunti ladri

 

LE PIRAMIDI DI GIZA

Delle sette meraviglie del mondo antico, la grande piramide di Cheope è la sola ancora oggi esistente. La sua base copre 5 ha, con un lato di 230 m. In origine misurava 146 m di altezza. I blocchi di pietra di 1 m³ sono disposti 201 strati: il primo, alla base, è alto 1 m e 50 i successivi diminuiscono gradualmente fino a raggiungere i 55 cm al vertice della piramide. È stato calcolato un numero totale di 2,6 milioni di blocchi per una massa di 7 milioni di tonnellate, estratti dalle cave vicine, trasportati alla base del monumento issati sulla piramide a mano a mano che veniva costruita. Per effettuare questo trasporto oggi sarebbero necessari 7000 convogli di 1000 t ciascuno 700.000 carichi su camion da 10 t! Napoleone aveva fatto fare un altro calcolo: con i blocchi di tre piramidi si sarebbe potuto recintare la Francia con bastioni di 3 m di altezza e 30 cm di larghezza. Non stupisce dunque che proporzioni talmente straordinarie abbiano potuto suscitare ogni genere di fantasia.

 

 

LA SFINGE: UOMO O LEONE?

Altrettanto misteriosa e la sfinge di Giza che suscita l’interesse di pellegrini viaggiatori. Maillett, nel 1735, vi vedeva una testa di donna innestata su un corpo di leone e si domandava se non si trattasse di segni zodiacali della vergine e del leone associati. Tutti i disegni antichi riproducono soltanto la testa monumentale della sfinge che emerge dalla sabbia. I lavori intrapresi per liberarla dalla sabbia, cominciati con Caviglia nel 1816, furono abbandonati e ripresi da Marinette nel 1853. Masperp e Brugsch, nel 1886, completarono l’opera riportando alla luce la sua forma di leone accovacciato che fa la guardia la tomba del faraone Chefren.

 

 

DALL’ALTO DI QUESTE PIRAMIDI

La Grande piramide era sormontata in origine da un “pyramidion” costruito da un solo blocco di granito o di basalto. Sui blocchi della piattaforma che serviva da base al pyramidion viaggiatori turisti incisero il loro nome. Malgrado i pericoli di una tale ascensione, molti erano coloro che tentavano la scalata. Giovanni Palermo, nel 1581, scrive un gentiluomo curioso arrivato in cima e colto da vertigine, precipitò schiantandosi in un modo tale da diventare irriconoscibile.

 

 

LA GRANDE GALLERIA E LA CAMERA DEL RE

Mentre sopravvenivano i blocchi di pietra, strato dopo strato, i costruttori della Grande piramide costruivano una sorta di labirinto interno che conduce la camera funeraria del faraone Cheope. Sul lato settentrionale due entrate, dissimulate da grossi blocchi di pietra, si aprono su stretti corridoi che portano all’estremità della grande galleria. Quest’ultima, di maggiori dimensioni 8,50 m di altezza e 47 di lunghezza permette di accedere a un piano dal quale si scivola nella camera reale. La riposava, in un sarcofago, la mummia del faraone, circondato da tesori. Tutte le precauzioni prese per costruire corridoi e rendere il santuario inviolabile non impediranno i ladri di penetrarvi a più riprese e di far sparire tutto. In seguito viaggiatori, avventurieri e abitanti del luogo si arischieranno in questo labirinto, scalando la grande galleria alla fioca luce delle torce e contemplando il sarcofago -vuoto- del faraone morto verso il 2600 Ac

 

FINE PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

231 Visite totali, 1 visite odierne