La Luna e le poesie di George Trakl 4

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TRASFIGURAZIONE

Quando scende la sera,ti abbandona lieve un azzurro volto.Un piccolo uccello canta nel tamarindo.Un mite monaco congiunge le mani spente.Un bianco angelo visita Maria.

Una corona notturna di violette, grano e purpurea uva è l’anno del contemplante.Ai tuoi piedi si aprono le fosse dei morti,quando posi la fronte sull’argentee mani. Silenziosa dimora sulla tua bocca l’autunnale luna,ebbra dell’azzurro canto del succo di papavero;azzurro fiore che lieve risuona entro ingiallita pietra.

VENTO DELLE ALPI Cieco lamento nel vento, lunari giorni d’inverno,fanciullezza, sommessi si perdono i passi alla nera siepe,lunghi rintocchi serali.Leve avanza la bianca notte,trasforma in purpurei sogni dolore e tormento della petrosa vita,così che mai si distolga l’aculeo di spina dal putrescente corpo.Profondo nel sopore sospira l’anima impaurita,profondo il vento negli spezzati alberi,e oscilla la figura di pianto della madre pel bosco solitario di questo muto lutto; notti,colme di lacrime, angeli di fuoco.Argenteo si sfracella su spoglio muro uno scheletro infantile

NELL’OSCURITA L’anima tace l’azzurra primavera. Fra gli umidi rami serali si chinò in brividi la fronte agli amanti.Oh, la verdeggiante croce. In oscuro colloquio si conobbero uomo e donna.Allo spoglio muro vaga con i suoi astri il solitario.Sopra le vie del bosco nel chiarore lunare affondò la boscaglia di obliate cacce; sguardo dell’azzurro da cadenti rocce irrompe.

NOTTE INVERNALE E’ caduta la neve. Dopo mezzanotte abbandoni ebbro di purpureo vino l’oscura cerchia degli uomini, la rossa fiamma del loro focolare. Oh, l’oscurità !Nero gelo. La terra è dura, l’aria sa di amaro. Le tue stelle si chiudono in maligni segni.Con passi petrosi calpesti l’argine della strada ferrata, con occhi rotondi, come un soldato che assale una trincea. Avanti!Amara neve e luna!Un rosso lupo che un angelo strangola. Le tue gambe tintinnano nell’incedere come azzurro ghiaccio e un sorriso pieno di tristezza e orgoglio ha impietrito il tuo volto e la fronte impallidisce per l’ebbrezza del gelo;o forse si china muta sul sonno di un guardiano, che s’è lasciato cadere nella sua capanna di legno.Gelo e fumo. Una bianca camicia di stelle brucia le spalle di chi la porta e gli avvoltoi di Dio sbranano il tuo cuore di metallo.Oh, il colle pietrigno. Silenzioso si scioglie il gelido corpo e obliato nella neve argentea.Nero è il sonno. l’orecchio segue a lungo i sentieri delle stelle nel gelo.Al risveglio suonavano le campane al villaggio. Dalla porta orientale entrò argenteo il roseo giorno.

SOGNO E OTTENEBRAMENTO La sera il padre fu un vegliardo; in oscure stanze impietrò il volto della madre e sul ragazzo pesava la maledizione della stirpe degenerata. Talvolta egli ricordava la sua infanzia piena di malattia, terrore e oscurità , di segreti giochi nel giardino stellare; o come egli nutriva i ratti, nel cortile crepuscolare. Da azzurro specchio usci la sottile figura della sorella ed egli precipitò come morto nel buio. Di notte la sua bocca si spaccava come un rosso frutto e le sue stelle splendevano sopra la sua tristezza, senza parola. I suoi sogni riempivano l’antica casa dei padri. La sera egli passava volentieri pel cimitero in rovina, o scrutava nella crepuscolare cella mortuaria i cadaveri, le verdi macchie della putrefazione sulle loro belle mani. Alla porta del convento chiese un pezzo di pane; l’ombra di un morello balzò dal buio e lo atterrì. Quando giaceva nel suo fresco letto lo assalivano indicibili lacrime. Ma non c’era nessuno che posasse la mano sulla sua fronte. Quando venne l’autunno egli Passava, chiaroveggente, per l’umido prato bruno. Oh, le ore di selvaggia estasi, le sere al verde fiume, le cacce! Oh, l’anima che cantava sommessa la canzone dell’ingiallito canneto; ardente devozione. Silenzioso guardava lungamente gli occhi stellari dei rospi, palpava con rabbrividenti mani la frescura dell’antica pietra e parlava della veneranda saga della fonte azzurra. Oh, gli argentei pesci e i frutti, che cadevano dagli alberi contorti. Gli accordi dei suoi passi lo colmavano di fierezza e di disprezzo per gli uomini. Sulla via di casa incontrò un castello disabitato. Divinità  decadute stavano nel giardino, dolenti, nella sera. Ma a lui sembrò: qui io ho vissuto anni dimenticati. Un corale d’organo lo riempì col brivido del Divino. Ma in oscura cavità  egli trascorreva i suoi giorni, mentì, rubò e si nascose, fiammeggiante lupo, dinnanzi al bianco volto della madre. Oh, l’ora, quando egli con bocca impietrata cadde nel giardino stellare, l’ombra dell’assassino scese su di lui. Con purpurea fronte egli andò alla palude e l’ira divina castigò le sue spalle di metallo; oh, le betulle nella tempesta, l’oscuro brulicare di animali, che i suoi sentieri ottenebrati evitavano. Odio bruciava il suo cuore, libidine, quando egli nel verdeggiante giardino estivo usò violenza alla creatura silenziosa nel cui volto radioso riconobbe il proprio, ottenebrato. Ahimè! la sera alla finestra quando da fiori purpurei uscì uno scheletro grigiastro, la morte. O voi torri e campane; e le ombre della notte caddero su di lui, petrose.Nessuno lo amava. Menzogna e lussuria bruciavano il suo capo in stanze crepuscolari. L’azzurro fruscìo di una veste femminile lo irrigidiva in statua e sulla porta stava la figura notturna della madre. Al suo capo si ergeva l’ombra del Male. Oh voi notti e stelle. La sera egli saliva con lo storpio al monte; sulla gelida cima era il roseo splendore del tramonto e il suo cuore risuonava lieve nel crepuscolo. Grevi scendevano su di loro i tempestosi pini e il rosso cacciatore uscì dal bosco. Quando fu notte si spezzò il suo cuore cristallino e l’oscurità  colpì la sua fronte. Sotto spoglie querce strozzò con gelide mani un gatto selvatico. Con lamento apparve alla destra la bianca figura di un angelo, e crebbe nella oscurità  l’ombra dello storpio. Ma egli alzò una pietra e gliela gettò contro, così che quegli fuggì urlando, e con sospiri dileguò all’ombra dell’albero, il mite volto dell’angelo. A lungo giacque egli su petroso campo e vide con stupore il padiglione dorato delle stelle. Messo in fuga dai pipistrelli si lanciò nel buio. Senza fiato entrò nella casa in rovina. Nella corte bevve, animale selvatico, all’azzurra acqua della fontana, finchè sentì il gelo. Febbricitante sedeva sulla gelida scala, infuriava contro Dio, perchè morisse. Oh, il grigio volto del terrore, quando egli levò gli occhi rotondi sopra la gola squarciata di una colomba. Strisciando per scale sconosciute incontrò una fanciulla ebrea e afferrò i suoi capelli neri e le prese la bocca. Un che di ostile lo seguiva per tetri vicoli e uno stridore ferreo straziava il suo orecchio. Lungo muri autunnali seguiva egli, chierico silenzioso, il sacerdote taciturno; sotto inariditi alberi respirava ebbro lo scarlatto di quella veste veneranda. Oh, il declinante disco solare. Dolci martiri straziavano la sua carne. In un portico deserto gli apparve irrigidita d’immondizia la propria sanguinante figura. Più profondamente amava egli le nobili opere di pietra; la torre, che con ghigni infernali assale di notte l’azzurro cielo di stelle; il fresco sepolcro, dove si conserva il focoso cuore dell’uomo. Ahimè! l’indicibile colpa, che quello manifesta! Ma quando egli meditando pensieri roventi scese lungo l’autunnale fiume, gli apparve in crinito mantello, demone fiammeggiante, la sorella. Al risveglio si spegnevano sul loro capo le stelle.Oh, la stirpe maledetta. Quando in stanze contaminate è compiuto il destino di ognuno, entra nella casa con passi putrescenti la morte. Oh, fosse fuori primavera e cantasse nell’albero in fiore un amabile uccello. Ma grigiastro inaridisce lo stentato verde, alla finestra dei notturni e i cuori sanguinanti meditano ancora il male. Oh, le albeggianti vie primaverili del meditante. Più giustamente lo rallegrano la siepe in fiore, la giovane messe del campagnolo e l’uccello sonoro, di Dio mite creatura; la campana serale e le belle comunità  degli uomini. Che egli possa dimenticare il suo destino e il pungolo di spine. Liberamente verdeggia il ruscello, dove argenteo vaga il suo piede e un albero vaticinante mormora sopra il suo ottenebrato capo.Così egli alzò con esile mano la serpe e in lacrime di fuoco si sciolse il suo cuore. Sublime è il silenzio del bosco, oscurità  inverdita e i muscosi animali, che si levano svolazzando quando annotta. Oh, l’orrore, perchè ognuno conosce la propria colpa, cammina per spinosi sentieri. Così egli trovò nel roseto la bianca figura della creatura sanguinante per il manto del suo sposo.Ma egli stava affondato nella sua chioma d’acciaio, muto e dolorante dinnanzi a lei. Oh, i radiosi angeli, che il purpureo vento notturno disperdeva. Per notti dimorò egli in cavità  di cristallo e la lebbra crebbe argentea sulla sua fronte. Come ombra discese giù lungo il sentiero sotto stelle autunnali. Cadde la neve e azzurre tenebre riempirono la casa. Voce di cieco risuonava la dura voce del padre che scongiurava l’orrore. Ahimè! l’apparizione delle donne incurvate! Sotto le irrigidite mani si sfacevano frutta e arredi all’inorridita stirpe. Un lupo straziò il primogenito e le sorelle fuggirono negli oscuri giardini da ossuti vegliardi. Ottenebrato veggente cantò quegli lungo i cadenti muri e la sua voce divorò il vento di Dio. Oh, l’ebbrezza della morte! Oh, voi figli di una oscura stirpe. Argentei scintillano maligni fiori del sangue alle sue tempie, la fredda luna nei suoi occhi infranti. Ahimè, ai notturni! Ahimè, ai maledetti!Profondo è il sopore in oscuri veleni, colmo di stelle e del bianco volto della madre, il pietroso. Amara è la morte, il cibo degli oppressi da colpa; nella bruna ramaglia del tronco si dissolsero ghignando i volti di terra. Ma sommesso cantò quegli nella verde ombra del sambuco, quando si svegliò da angosciosi sogni, soave compagno di giochi gli si avvicinò un roseo angelo, così che egli, mite animale selvatico si assopì verso notte; e vide il volto stellare della purezza. Dorati si piegavano i girasoli su lo steccato del giardino, quando venne l’estate. Oh, l’alacrità  delle api e il verde fogliame del noce, i temporali trascorrenti. Argenteo fioriva anche il papavero, portava in verde capsula i nostri notturni sogni stellari. Oh, com’era silenziosa la casa, quando il padre dileguò nel buio. Purpureo maturava il frutto sull’albero e il giardiniere agitava le dure mani; oh, i segni criniti nel sole radiante. Ma silenziosa entrava di sera l’ombra del morto nella dolente cerchia dei suoi e risuonava cristallino il suo passo sopra i prati verdeggianti al margine del bosco. Taciturni si raccoglievano quelli intorno al tavolo; morenti spezzavano con mani ceree il pane sanguinante. Oh, gli occhi di pietra della sorella, quando al pasto la sua follia nella notturna fronte del fratello apparve e alla madre il pane divenne pietra nelle mani dolenti. Ahimè, ai putrescenti, quando con argentee lingue l’inferno tacquero. Così si spensero le lampade nella gelida stanza e da purpuree maschere si guardarono in silenzio, creature dolenti. Per tutta la notte scrosciò la pioggia e ristorava i campi. In spinosa boscaglia l’oscuro essere seguiva gli ingialliti sentieri nel grano, la canzone dell’allodola e il mite silenzio della verde ramaglia per trovar pace. Oh, voi villaggi e muscosi gradini, fiammeggiante visione. Ma ossei vacillavano i passi su serpi dormenti al margine del bosco e l’orecchio seguiva sempre il furente grido dell’avvoltoio. Petroso deserto trovò egli la sera, funebre corteo nella oscura casa dei padri. Purpuree nuvole oscuravano il suo capo, così ch’egli muto sopra il proprio sangue e immagine cadde, lunare volto e impietrito sprofondò nel vuoto, quando in uno specchio infranto la sorella, morente giovinetto, apparve; la notte inghiottì la stirpe maledetta.

OCCIDENTE Luna, quasi uscisse un essere morto da un azzurro antro,e cadono di germogli molti sul sentiero di rocce.Argenteo piange un che di malato allo stagno serale,sul nero battello trapassaron gli amanti.O forse risuonano i passidi Elis attraverso il boschetto il giacinteo e di nuovo si perdono sotto le querce.Oh, la figura del fanciullo plasmata di cristalline lacrime,notturne ombre.Guizzanti fulmini rischiarano le tempie le sempre fresche,quando presso il verde colle primaverile temporale rimbomba. Così lievi sono i verdi boschi della nostra patria,cristallina onda che s’infrange al cadente muro e noi abbiamo pianto nel sonno;vagare con incerti passi lungo la siepe di spine cantanti nell’estate sera le nella sacra quiete del vigneto di cui lontano si spegne il raggio;ombra ora nel fresco grembo della notte, aquila dolente.Così lieve chiude un lunare raggio i purpurei segni della tristezza.Voi grandi citta su pietra fondate nella pianura!Così senza parola segue il senza patria con oscura fronte il vento gli spogli alberi sulla collina.Voi verso lontananze declinanti torrenti!Violento impaura orrido rosso serale fra tempestosa nuvolaglia.Voi popoli morenti!Pallida onda frangentesi sul lido della notte,stelle cadenti.

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