La campana della città sommersa di Viverone

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Già  perchè questa è una delle leggende più note del lago e s’intreccia con quella della presenza presso questo specchio d’acqua di S. Martino di Tours, il Santo ricordato popolarmente per la divisione del suo mantello che egli fece con una spada, che da guerriero qual era portava sempre con sè per condividerlo con un povero infreddolito.Si racconta dunque che S. Martino, proveniente da Aosta, passasse per Ivrea, ai cittadini della quale chiese ospitalità . Gli fu negata ed egli allora stese il suo mantello sulle acque della Dora dalle quali si fece trasportare sino nei pressi di Anzasco, dove fondò un borgo chiamato appunto S. Martino.

Sulla scomparsa nelle acque del lago di questa città , la leggenda prevede due varianti.La prima racconta che la città  fondata dal Santo sarebbe poi – nuova Sodoma!- divenuta una città  viziosa e dissoluta che sarebbe stata inghiottita dalle acque del lago per castigo di Dio irato con i suoi abitanti. L’altra variante vuole distinguere tra i malvagi e i buoni di questa città  dissoluta e narra che alla vigilia della catastrofe Dio mandò un Angelo sotto le sembianze di un mendicante a chiedere l’elemosina porta per porta: Solo gli usci di poche case si aprirono per aiutare il povero. La lezione di S. Martino era stata dunque dimenticata! Allora l’ Angelo avvertì i buoni di prendere di corsa le proprie cose e di fuggire perchè la città  sarebbe scomparsa sotto le acque. Gli altri furono inghiottiti insieme alla Città  e con essa anche la Chiesa di S. Martino fu sommersa nelle acque e da lì ogni tanto fa sentire la sua voce.Io mi fermai a lungo, verso l’appressar del tramonto, tenuto fermo quasi da un incantesimo, da una magia, contemplando a nord-ovest l’ampia distesa del lago di Viverone; tremolavano le acque sotto il bacio della luce, sfavillavano un’iride infinita di riflessi, e il monte cupo, dietro di esso, vi proiettava un’ombra di forma bizzarra, sempre più grande e fantastica man mano che il sole si abbassava sull’orizzonte. Là  presso, Viverone, e, più vicino al castello, dond’io riguardava, il paese di Roppolo; in faccia nelle nebbie dell’estremo Occidente, le rocche del contado di Masino, ove s’annidò un ramo fiero e feroce dei discendenti di Arduino”. Così scriveva circa novantasei anni fa (quando gli storici scrivevano pure bene) lo storico piemontese Ferdinando Gabotto.Anche oggi, guardando il lago da lontano si può ammirare il medesimo panorama ed essere pervasi dagli stessi sentimenti; accostandoci alle sue sponde però, ci troviamo in un ambiente ormai profondamente alterato dalle costruzioni di ogni tipo che gli sono cresciute addosso e dalle migliaia di autovetture in sosta o in movimento lungo gran parte della sua fascia costiera.Prima che fosse aggredito e straziato dal turismo, il lago di Viverone era un angolo del Piemonte avvincente e suggestivo. Le sue verdi rive, in alcuni tratti selvagge e ricchissime di flora palustre, non erano deturpate e contaminate da centri abitati e i rari cascinali che gli stavano attorno non riuscivano neppure a specchiarsi nelle sue acque; lo stesso borgo di Viverone era cresciuto su una modesta altura a qualche centinaio di metri di distanza. Presso le sue sponde vi era un alto silenzio e si poteva godere con tranquillità  del paesaggio disegnato dalla morbida confluenza del Biellese e del Canavese. Soprattutto il Canavese trae un po’ la sua bellezza crepuscolare dalla lucente superficie del lago, che per un breve tratto lo lambisce. Una bellezza discreta, quella canavesana, ma amata da qualche raffinato poeta:

Ara m’alberc Dieus e Sains Juliase la doussa terra de Canaves;qu’en Proensa no tornarai ieu ges…

(Ora mi ospitino Dio e San Giuliano e la dolce terra canavesana, perchè non tornerò più in Provenza). E’ il canto nostalgico di un trovatore provenzale, Peire Vidal, all’inizio del XIII secolo. Un tempo, agli occhi dei più, il lago pareva custodire il segreto della sua nascita e della sua esistenza. Forse questo senso di mistero che gli aleggiava attorno era anche dovuto alla circostanza che, a differenza di altri laghi, il lago di Viverone non ha immissari naturali, essendo alimentato in modo invisibile, cioè esclusivamente dalle falde sotterranee, e non ha emissari naturali importanti, perdendo le acque eccedenti in modo altrettanto invisibile per evaporazione. L’ambiente era propizio per far germogliare racconti fantastici e chimerici. Così in epoca lontana e immemorabile è nata la leggenda del paese scomparso, della quale raccontiamo l’essenziale.Si dice che dove oggi si estende il lago vi fosse una bella e feconda piana con al centro il borgo di S. Martino, la cui popolazione viveva senza alcun rispetto delle norme di vita dettate dalla religione cristiana; allora Dio, prima di punire quella gente malvagia, volle metterla alla prova.Un giorno, un mendicante cencioso, scarnito e triste, con il volto scavato dalla miseria, dalla malattia e dall’angoscia della solitudine, giunse a S. Martino dove andò a bussare di porta in porta, implorando soccorso in nome di Cristo con voce fioca e tremante; ma altro non ebbe se non ingiurie, sbeffeggiamenti e l’ira dei cani aizzati. Errò il poveretto per le vie del borgo, invano tendendo le mani, seguito invece da parole cattive, da grasse risate e da cupi latrati. Chi era quel mendico? Si narra che sotto le sue spoglie si celasse un angelo o lo stesso Onnipotente. La sorte di S. Martino fu comunque segnata dall’inesorabile e tremenda giustizia divina.Calarono le tenebre, e nella fosca oscurità  della notte si sollevò una bufera tempestosa con turbini di pioggia e violente scosse di terremoto, che spalancarono una voragine dentro cui sprofondò il borgo maledetto. Dall’abisso scaturirono subito le acque che andarono ad occupare il luogo che era stato S. Martino, allagando tutta l’ubertosa piana che lo circondava. All’alba del nuovo giorno le nuvole del cielo si specchiavano già  nelle acque terse e calme del nuovo lago.Il borgo di S. Martino era sparito tutto, sommerso. Solo in certi momenti, per arcane e gravi contingenze, dal fondo del lago risalgono i lenti e lugubri rintocchi di una campana.Non di rado la leggenda è generata da una realtà  che, allontanandosi nel tempo, assume contorni sempre più sfumati e indefiniti, così da consentire alla fantasia del popolo di ridisegnarli secondo il suo estro. Forse è questo il nostro caso, come è già  stato osservato. Quasi certamente la leggenda che abbiamo narrato ha un’origine storica, derivata dall’effettiva scomparsa di alcuni villaggi che esistevano presso il lago.Bisogna sapere che sul principio del secolo XIII il comune di Vercelli tentava fortemente di espandersi in direzione di tutti i quattro punti cardinali e quindi anche in direzione di Ivrea e del Canavese, per incunearsi allo sbocco della Valle d’Aosta. Nel 1202, onde dare stabilità  alla sua penetrazione da quelle parti, decise di fondare un grosso borgo franco, riunendo gli abitanti di Unzasco, Livione, Piverone e Palazzo in un luogo che, per ragioni di opportunità  politica, denominò De Costis; ma era così connesso a Piverone, che dopo pochi anni fu chiamato con il nome che più gli competeva, cioè Piverone.Faccio grazia al lettore di tutti i guai e di tutte le controversie che questo avamposto vercellese fece sorgere fra Vercelli ed Ivrea; sta di fatto che la nascita del nuovo borgo determinò radicali mutamenti in quel territorio. Piverone s’ingrandì con una parte degli abitanti di Palazzo e con tutti quelli di Unzasco e di Livione; di conseguenza questi due villaggi sparirono, mentre Palazzo continuò a sopravvivere sebbene i Vercellesi ne avessero iniziato la demolizione.Unzasco era situata proprio sulle sponde del lago (lo ricorda l’attuale Anzasco) e Livione ne era poco distante (doveva trovarsi nella zona oggi compresa fra Anzasco e Piverone, individuabile dal rudere del così detto “gesiun” e dalla cappella di Navione). La loro distruzione dovette procedere rapidissima, anche perchè tutto il materiale edilizio recuperabile era portato nel borgo franco per essere utilizzato nella costruzione delle nuove case. Quando ciò avvenne? forse nel 1210, anno in cui i consoli dei quattro villaggi donarono al comune di Vercelli i terreni necessari all’erezione del borgo. Dopo, infatti, i luoghi di Unzasco e di Livione non saranno più menzionati dai documenti e su di essi incomincerà  a calare, se non l’oblio totale, certamente una nebbia sempre più fitta, tale da rendere vaga e indeterminabile la memoria di una loro antica esistenza. Forse è il momento in cui la leggenda del borgo sommerso è subentrata al ricordo smarrito degli insediamenti scomparsi.

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