Il rebus dello Yucatà n Parte 3

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Le città  abbandonate

Tutte le grandi civiltà  del passato furono essenzialmente agricole e fluviali (si pensi a quelle sorte intorno al Tigri e all’Eufrate, allo Yang Tze Kiang e soprattutto al Nilo), e quelle americane non sfuggono alla regola. Altro presupposto indispensabile per la nascita di una civiltà  è, oltre all’agricoltura, l’allevamento e l’uso del bestiame come mezzo di trasporto. I maya furono agricoltori, ma non allevatori di bestiame, quasi certamente per mancanza di animali adeguati: così la loro civiltà  è l’unica al mondo che abbia potuto costruire i suoi immensi palazzi e le gigantesche piramidi senza l’aiuto di animali da trasporto. Del resto, i maya ignoravano, come abbiamo detto, anche l’aratro e persino la ruota, che compare soltanto in alcune statuette che potrebbero essere state oggetti di culto o giocattoli.Abbiamo diviso la storia dei maya in due grandi periodi, usando le espressioni Regno Antico e Nuovo Regno, basandoci, come si è detto, su un avvenimento della massima importanza che, nonostante le numerose ipotesi avanzate in proposito, fino ad oggi non è stato possibile spiegare.Nel corso del IX secolo d.C.

(secondo il sistema di computo di Goodman, Hernandez e Thompson) i maya abbandonarono tutte le loro città  situate nel triangolo Palenque, Uaxactùn, Copà n (e cioè Piedras Negras, Tikal, Flores, Menchè, Seibal, Iskin, Quiriguà ) e si spostarono in massa verso l’estremità  settentrionale della penisola dello Yucatà n, dove fondatono ex-novo altre città  quasi identiche a quelle appena abbandonate.Non si trattò, si badi bene, di gruppi di audaci pionieri, ma di tutto un popolo che abbandonò le città  che aveva costruito con tanta maggiore fatica in quanto privo di mezzi di trasporto e si spostò a nord, lasciando che gli antichi templi cadessero in rovina e venissero rapidamente invasi dalla giungla. Come se in pieno Rinascimento i veneziani, i genovesi, i fiorentini avessero abbandonato le loro città  per andare a ricostruirle quasi identiche in Francia o in Germania.Qualcuno ha cercato di spiegare questo mistero pensando a un’invasione straniera; ma nel IX secolo i maya erano al culmine della loro potenza e nessun popolo sarebbe stato in grado di sconfiggerli in modo così catastrofico da costringerli ad abbandonare il proprio territorio. E, del resto, un’invasione avrebbe lasciato qualche traccia: rovine chiaramente causate dall’uomo, edifici parzialmente bruciati, armi… Niente di tutto questo è stato trovato. Altri hanno avanzato l’ipotesi di una catastrofe naturale. Ma quale catastrofe naturale può costringere un intero popolo a lasciare le sue città , le sue case, i suoi templi? Come per l’invasione straniera, mancano poi le tracce di una tale catastrofe, e del resto, come rileva Ceram, Chichèn Itzà  non è certo opera di un popolo decimato. Infine una catastrofe di cosi immense proporzioni avrebbe colpito anche le regioni dove si spostarono i maya, che non andarono più lontano di 4500 chilometri.Un terzo gruppo di archeologi pensa a un improvviso cambiamento di clima, di cui peraltro manca ogni prova. E poi, come si diceva per la catastrofe, le antiche e le nuove località  sono relativamente vicine fra loro, e un cambiamento di clima avrebbe certo reso inabitabili anche le regioni settentrionali.Citando Ceram, una spiegazione più plausibile potrebbe essere questa: col passare del tempo il tipo di agricoltura praticato dai maya (cioè incendio della giungla e semina nei terreni così ottenuti) avrebbe esaurito le risorse del suolo in modo definitivo e irreversibile. La catastrofe sarebbe dunque stata di carattere ecologico. Scrive infatti l’archeologo: “I campi si impoverivano. Il periodo di riposo necessario a un campo affinchè potesse nuovamente germogliare ed essere incenerito diventava sempre più lungo. I contadini maya dovevano inoltrarsi sempre di più nella giungla per praticare il loro dissodamento incendiario; e cosi si allontanavano dalle città , che non potevano d’altronde fare a meno di loro per vivere. Sempre nuove steppe incendiate e impoverite si frapponevano fra il contadino e le città . La grande civiltà  del Regno Antico dei maya si arrestò perchè venne a mancare questa base agricola: possono esistere civiltà  senza tecnica, ma non civiltà  senza aratro. E quando le città  si trovarono circondate da un anello di aride steppe, la fame spinse il popolo ad emigrare».Secondo altri studiosi ciascuna città  maya sarebbe stata invece abbandonata per ragioni diverse: cattivi raccolti, carestie, epidemie, ribellioni, sconfitte militari.

Il pozzo della morte

Come Schliemann aveva trovato le rovine di Troia seguendo i versi di Omero, così Edward Herbert Thompson individua il sacro pozzo di Chichèn Itzà  affidandosi a ciò che ne aveva scritto il vescovo Diego de Landa. Basandosi su antiche tradizioni, de Landa aveva infatti narrato che, nei periodi di siccità , processioni di sacerdoti e di popolo si dirigevano fino a un pozzo (cenote) per placare la collera del dio della pioggia. Le cerimonie comprendevano il sacrificio di un certo numero di vittime umane, fanciulle e fanciulli, che, dopo lunghi e complessi rituali, venivano scagliate nelle profondità  del pozzo. De Landa aggiungeva che, come ulteriore offerta agli dèi, dopo le vittime, venivano gettati nel pozzo ricchi doni, oggetti preziosi, oro e gioielli.Chichèn Itzà , all’estremità  settentrionale della penisola dello Yucatà n, era stata la città  più importante del Nuovo Regno.Thompson vi giunge dopo un lungo viaggio a cavallo, accompagnato da una guida indiana e intuisce di aver raggiunto la meta quando, oltre i palazzi e i templi in rovina, intravede una strada che conduce a un pozzo: il pozzo sacro di Chichèn Itzà !Nel testo di Diego de Landa si parlava chiaramente di oggetti preziosi gettati nel pozzo dopo le vittime umane. Ma sarebbe stato possibile riportare qualcosa in superficie? E chi avrebbe fornito i capitali necessari al finanziamento della gigantesca operazione?Tornato a Boston, Thompson riesce a ottenere una forte somma di denaro in prestito. Prende lezioni di immersione da un palombaro in pensione, il capitano Ephraim Nickerson, acquista una draga, e riparte per lo Yucatà n.Appena giunto sull’orlo del misterioso pozzo sacro, Thompson ne prende le misure: è largo nel suo punto massimo circa 70 metri; lo scandaglio dà  una profondità  di circa 25 metri, ai quali devono essere aggiunti un numero imprecisato di metri di fanghiglia. Poi, impaziente, archeologo fa calare subito la draga. E difficile — scrive — che qualcuno possa avere un’idea della mia tensione nel momento cui la draga maneggiata da cinque uomini [tenti all’argano, ai freni e alle leve di acciaio, oscillò, rimase sospesa per un istante nel centro dell’oscuro orifizio e poi spari nell’acqua stagnante. Aspettammo un paio di minuti per dare il tempo ai denti di mordere il fondo, gli operai si curvarono sull’argano e i loro muscoli cominciarono a giocare come argento vivo sotto la pelle scura, mentre i cavi di acciaio si tendevano sotto il peso che veniva tramato su. L’acqua, che fino a quel momento era ancora rossa come uno specchio di ossidiana, cominciò a gorgogliare e a ribollire quando la cesta della draga salì con moto lento ma continuo verso l’orlo del pozzo, mentre l’acqua limpida gocciolava dalle braccia di acciaio, saldamente strette all’ordigno. Girando intorno la leva, la cesta depositò sulla piattaforma un carico di materiale bruno, legna marcita, foglie secche, rami spezzati e simili. Poi oscillò di nuovo per riprendere la posizione di prima e scendere a fare un nuovo carico… Una volta portò ben stretto fra le sue braccia di ferro un tronco d’albero così ben conservato da far pensare che una tempesta lo avesse gettato nel fondo del pozzo il giorno prima. Ma il lunedi il tronco si era dissolto sul cumulo di pietre dove la draga lo aveva depositato e non erano rimaste che poche schegge circondate da una macchia scura di aceto di legno. Un’altra volta la draga portò le ossa di un giaguaro e di un capriolo, mute testimonianze di una tragedia boschiva. Così si andò avanti per molti giorni. Cominciai a diventare nervoso, e la notte non riuscivo a prender sonno. E’ possibile, mi chiedevo, che io abbia indotto i miei amici a tutte queste spese e mi sia esposto al ridicolo solo per dimostrare, con gran gioia di molti, che le’tradizioni non sono altro che vecchie favole prive di fondamento?».

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Nel momento più grave della sua crisi di coscienza, Thompson fa una scoperta confortante: frugando nel fango, gli capitano fra le mani due zolle bianco-giallastre di aspetto resinoso. Thompson le avvicina al fuoco: si sparge subito intorno un odore forte e gradevole. Le zolle sono resti dell’incenso che i maya bruciavano durante i sacrifici umani. E’ poco, ma certo un buon inizio. “Quella notte dormii profondamente per la prima volta dopo settimane» annoto l’archeologo.Dopo quel giorno vengono alla luce utensili, gioielli, vasi, punte di lancia, coltelli di ossidiana, coppe di giada. E finalmente il primo scheletro!Ma il lavoro di Thompson è appena cominciato. Infatti, dopo questi materiali di grande interesse, la draga cessa di portare su reperti significativi. Allora Thompson decide di giocare l’ultima carta, la più audace. Indossa uno scafandro da palombaro e si immerge. Scopre subito che sul fondo il fango è così denso che la visibilità  è nulla. Sicuro che la draga abbia trascurato di frugare negli anfratti, immerso nell’oscurità  giallastra, Thompson compie il lavoro con le mani. I risultati non si fanno attendere.Leggiamo
ancora il diario di Thompson: “Il primo e più importante risultato della
nostra opera di dragaggio e di immersione fu la conferma, nei loro
particolari salienti, delle tradizioni relative al pozzo sacro. Trovammo
infatti un gran numero di figure intagliate nella giada e martellate in
foglie d’oro e di rame, e poi coppale e zollette di resina d’incenso,
molti resti di scheletri, numerosi giavellotti e molte lance con punte
di calcite e di ossidiana e anche qualche resto di tessuti antichi…
Tutti questi oggetti avevano un grande valore archeologico. C’erano poi
pezzi d’oro quasi puro, fuso, martellato e inciso… La maggior parte
dei cosiddetti oggetti d’oro erano in realtà  di una lega che
conteneva più rame che oro. Il loro principale valore consisteva nei
segni simbolici che vi erano impressi. In massima parte non si trattava
che di frammenti. Evidentemente secondo un’usanza rituale i sacerdoti
riducevano in pezzi i doni votivi prima di gettarli nel pozzo. Le
fratture erano sempre tali da non distruggere i lineamenti del volto
delle persone raffigurate in giada o sulle foglie d’oro. Si ha ragione
di credere che questi pendagli di giada e le lamine d’oro e gli altri
ornamenti di metallo o di pietra, quando erano frantumati, venivano
considerati come ‘morti’. noto che gli antichi popoli civilizzati
dell’America come i loro lontani predecessori dell’Asia settentrionale,
e fino ai nostri giorni i mongoli, credevano che la giada e gli altri
oggetti sacri fossero forniti di vita. E perciò questi ornamenti
venivano frantumati o ‘uccisi’ in modo che i loro spiriti potessero adornare convenientemente lo spirito del messo quando fosse finalmente arrivato alla presenza di Hunal Hu, il supremo dio del cielo! Il valore in oro degli oggetti che sono stati tratti dal pozzo con tanta spesa e con tante fatiche è insignificante. Ma ogni oggetto ha un valore relativo. Uno stesso intento, la difesa del futuro, spinge lo storico a tuffarsi nel passato e l’ingegnere a penetrare nella terra. Bisogna ammettere che molti di questi oggetti portano sulla loro superficie, tradotte in simboli, idee e convinzioni che rinviano, attraverso i tempi, alla prima patria di questo popolo, il paese al di là  dei mari (ricordiamo che Thompson era convinto che i maya fossero discendenti degli atlantidi [n.d.a.] ) Vale la pena di dedicare una vita intera a tali ricerche». Quello che scrive Thompson sullo scarso valore monetario dei suoi ritrovamenti è vero; occorre però ricordare che il tesoro di Chichèn Itzà  fu superato nel nostro secolo, per valore, solo da quello della tomba di Tutankamen. Ma, scrive Ceram, l’oro del faraone era stato posto accanto alla mummia, depositata nel sepolcro per l’eterno riposo. L’oro del pozzo sacro giaceva invece accanto a scheletri di fanciulle, vittime di sacerdoti crudeli e di una divinità  spietata. Sarà  mai riuscita una di esse a trascinare con sè nell’abisso un sacerdote? Parrebbe di si. Sul fondo del pozzo, oltre ai crani di fanciulle, è stato trovato anche quello di un uomo anziano. Probabilmente un sacerdote. Chichèn Itzà  è la città  maya meglio conosciuta, perchè vi sono stati effettuati più scavi e rilievi. Oggi presenta un aspetto ben diverso da quello che si mostrò allo scienziato Thompson. I turisti, girando in comodi pullman, possono ammirare il Tempio dei Guerrieri, con i suoi colonnati dai quali si innalza la scala che porta alla piramide, e vedere l’osservatorio astronomico, una costruzione circolare con le finestre tagliate in modo da guidare lo sguardo su determinati astri; possono scendere e vagare per i grandi campi da gioco dove i giovani nobili giocavano a una specie di pallacanestro con palle di caucciù indurito, e arrivare finalmente al castillo, la piramide più grande, con una scalinata a nove ripiani che conduce al tempio di Kukulkan,
il ‘serpente piumato’. Davanti al Tempio dei Guerrieri si innalzano due
colonne che rappresentano due serpenti, con la testa cornuta schiacciata
al suolo, la bocca aperta, il corpo teso all’indietro e verso l’alto.
Davanti a queste colonne serpentine e all’intero Tempio dei Guerrieri
gli archeologi si convinsero che la civiltà  maya era in qualche
modo cambiata, o almeno si era modificata. Come se avesse subito
influenze straniere. Ma chi potevano essere questi stranieri? Non Certo
gli aztechi, il cui splendore aveva raggiunto il massimo quando già
la cultura maya era in decadenza. Forse quella ‘terza civiltà ‘ di cui parlava Prescott: i toltechi.Anche questo è possibile, ma non assolutamente certo. In altre parole siamo al punto di partenza; dobbiamo ammettere che della civiltà  maya e di quelle che l’hanno preceduta non sappiamo ancora quasi nulla e che, nonostante i milioni di dollari spesi e gli sforzi di diverse generazioni di archeologi, il mistero dei maya non è stato ancora violato.

L’ultima scoperta

L’ipotesi che la civiltà  maya, come altre dell’America precolombiana, possa essere stata originata da tribù asiatiche che avrebbero attraversato lo Stretto di Bering parecchie migliaia di anni prima dell’era cristiana ha acquistato nuovo vigore dopo la notizia della recentissima scoperta (giugno 1984) fatta in Messico dall’antropologo statunitense Neil Steede. Questi, a quanto ha dichiarato al quotidiano messicano The News, avrebbe rinvenuto, sulle pareti delle piramidi maya di Comalcalco, circa 850 km a sud di Città  di Messico, iscrizioni in cinese e in birmano antico risalenti almeno al 400 a.C. (l’origine asiatica e la datazione di tali iscrizioni sono state stabilite da esperti dell’Epigraphic Society degli Stati Uniti, cui erano stati inviati alcuni esemplari). Secondo l’antropologo le rovine di Comalcalco potrebbero essere le vestigia di una università  dove si studiavano, tra l’altro, le lingue; e le tavolette con le iscrizioni potrebbero essere quelle su cui si esercitavano gli studenti, poi riutilizzate come rivestimento delle piramidi. Tuttavia la scoperta, anzichè scioglierli, non ha fatto che moltiplicare gli interrogativi. Perchè, come ha sottolineato lo stesso Steede, “le lingue da cui sembrano originate le iscrizioni non esistevano all’epoca»: le prime testimonianze di birmano scritto risalgono infatti al XII secolo d.C., cioè a ben 1500 anni dopo le iscrizioni di Comalcalco; e a maggior ragione questa scrittura non avrebbe potuto essere importata in America nel corso di una trasmigrazione avvenuta, secondo chi sostiene tale tesi, molte migliaia di anni prima. Steede,
pur non accogliendo la ‘teoria dello Stretto di Bering’, si è comunque detto convinto che importanti migrazioni siano avvenute in epoche posteriori, come testimonierebbero anche alcuni disegni scoperti a Comalcalco,
raffiguranti elefanti e volti umani dai tratti decisamente negroidi o
orientali, ipotesi suggestiva, ma ancora tutta da verificare.

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