Il rebus dello Yucatà n Parte 2

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Profezie maya sulla conquista

Come gli aztechi affermano che vi furono presagi funesti che vaticinarono l’arrivo degli uomini bianchi, così i testi maya contengono le celebri profezie dei Chilam-Balamoob
o ‘sacerdoti tigri’ che annunciano la comparsa di coloro che chiamano ‘stranieri dalle barbe rossicce’. L’antologia dei testi maya sulla conquista comincia con varie profezie estratte dai libri del Chilam Balam di Chumayel e di Tizimin. Tutte concordano nell’affermare che entro l’undicesimo periodo di venti anni di 360 giorni, ossia l’11 Ahau Katun,
sarebbero dovuti arrivare ‘gli uomini di colore chiaro’. Ne traiamo alcune dal rovescio della conquista di Miguel Leòn-Portilla, Adelphi, Milano 1974.Profezia di Chumayel e Tizimin sull’arrivo degli stranieri dalle barbe rossicce:“L’11 Ahau Katùn,  il primo che si conta,  è il Katùn
iniziale.  lchcaansiho, Faccia della nascita del cielo,  fu il seggio del Katùn  quando giunsero gli stranieri dalle barbe rossicce,  i figli del sole, gli uomini di colore chiaro.  Ahi! Rattristiamoci, poichè son giunti!  Dall’oriente sono venuti,  e quando giunsero i barbuti a questa terra,  i messaggeri col segno del dio, gli stranieri della terra,  gli uomini rossicci..  cominciò dal Fiore di Maggio.  Ahi, per Itzà , Mago dell’acqua, che vengono i vigliacchi bianchi del cielo,  i bianchi figli del cielo!  Il legno del bianco scenderà ,  verrà  dal cielo,  da ogni parte verrà ,  all’alba vedrete il segno che lo annuncia.  Ahi! Rattristiamoci poichè
sono venuti,  perchè sono arrivati i grandi ammucchiatori di pietre,  i grandi ammucchiatori di travi per costruire,  i falsi ibteel,
‘radici’ della terra  che sputano fuoco all’estremità  delle braccia, li mascherati nei loro lenzuoli,  quelli con le corde per impiccare i Signori!  Triste sarà  la parola di Hunab Ku,  Unica-divinità  per noi,  quando si allargherà  per tutta la terra  la parola del Dio dei cieli. Ahi! Rattristiamoci poichè son giunti!  Ahi per ltzè,
Mago dell’acqua,  perchè i vostri dèi non varranno più!  Questo dio Veridico che viene dal cielo Isolo di peccato parlerà ,  solo di peccato sarà  il suo insegnamento.  Inumani saranno i suoi soldati, crudeli i suoi mastini feroci.  Quale sarà  l’Ah Kin,  sacerdote del culto solare,  e il Bobat, il Profeta, che capisca ciò che deve succedere  ai popoli di Mayapà n, stendardo-cervo, e Chichèn ltzà ,  bordi dei pozzi del mago dell’acqua?  Ahi per voimiei Fratelli Minori,  che il 7 Ahau Katùn  avrete troppo dolore  e troppa miseria,  per il tributo raccolto  con violenza,  e soprattutto consegnato rapidamente!  Diverso tributo domani  e dopodomani darete!  E questo che ci aspetta, figli miei. Preparatevi a sopportare il peso della miseria
che viene al vo- sto popolo  perchè questo Katùn che cala,  è Katùn
di miseria  Katùn alle prese con il maligno  alle prese l’11 Ahau>’.

I reperti rinvenuti da Stephens e Catherwood lungo le rive del rio Copà n si rivelarono di primaria importanza per attingere notizie sulla misteriosa civiltà maya. Tra i monumenti più interessanti scoperti nel corso di questa spedizione: la statua della divinità della tempesta e l'altare del calendario . In una spedizione successiva, l'archeologo Thompson scoprì a Chichèn Itzù
il pozzo dei sacrifici umani

I reperti rinvenuti da Stephens e Catherwood lungo le rive del rio Copà n si rivelarono di primaria importanza per attingere notizie sulla misteriosa civiltà  maya. Tra i monumenti più interessanti scoperti nel corso di questa spedizione: la statua della divinità  della tempesta  e l'altare del calendario . In una spedizione successiva, l'archeologo Thompson scoprì a Chichèn Itzù il pozzo dei sacrifici umani

Profezia del Chilam Balam di Chumayel:“Questo è il volto del Katùn,  il volto del Katù

n del 13 Ahau: si spaccherà  la faccia del Sole.  Cadrà  a pezzi sopra gli dèi di adesso.  Per cinque giorni sarà  morso il Sole e sarà  visto.  Questa è la rappresentazione del 13 Ahau.  Segno che Dio dà   che accadrà  che il Re di questa terra muoia.  Così verranno gli antichi re  a combattere gli uni contro gli altri,  quando i cristiani metteranno piede in questa terra.
Così il Nostro Padre Dio darà  il segnale che verranno,  perchè
non c’è concordia,  perchè hanno sofferto molta miseria  i
figli dei figli. Ci hanno cristianizzato, ma ci fanno passare di mano in
mano come animali.  E Dio è offeso dai ‘Succhiatori’.  Millecinquecentotrentanove anni.  Così, 1539 anni.  Ad oriente è la porta  della casa di don Juan (Francisco) Montelo,  colui che ha introdotto il cristianesimo in questa terra di Yucalpetèn, Yucatà n»

Il popolo più brillante della Terra

Il viaggio avventuroso di Thor Heyerdahl che su una barca di papiro cerca di individuare sulla corrente delle Canarie una possibile via di migrazione preistorica dall’Egitto all’America centrale e il naufragio del Ra allargo delle Bahamas non offrono alcuna risposta. Cosi come la presenza di caratteri micenei nei palazzi di Uxmal e la somiglianza fra certi dettagli delle architetture maya e quelle cambogiane. Il mistero rimane, anzi diventa più fitto via via che l’indagine si approfondisce. Neppure i libri del Chilam Balam, che si basano su documenti maya, riescono a chiarire i momenti determinanti della cultura mesoamericana.

Particolare di un dipinto di Miguel Gonzales conservato al Museo de .4mèrica di Madrid: ricostruisce l'incontro tra il re Montezuma e Cortès; l'arrivo dei con quistadores spagnoli diede il colpo di grazia alle civiltò precolombiane che da tempo avevano imboccato la strada senza ritorno della decadenza.

Particolare di un dipinto di Miguel Gonzales conservato al Museo de .4mèrica di Madrid: ricostruisce l'incontro tra il re Montezuma e Cortès; l'arrivo dei con quistadores spagnoli diede il colpo di grazia alle civiltò precolombiane che da tempo avevano imboccato la strada senza ritorno della decadenza.

Il dominio dei maya comprende un territorio vasto, dalla geografia complessa: dall’umido silenzio pluviale delle foreste dell’Honduras e del Guatemala, all’altopiano messicano, alla savana. Dall’istmo alla grande penisola: migliaia di chilometri deserti, inospitali, più vicini ai Caraibi che al Pacifico. L’aspra tavolozza si abbandona spesso alla dolce quiete di un lago come l’Izabal o l’Atitlan, al respiro accogliente di oasi tropicali meno dense della giungla di Copà n.Questo territorio, così vasto e contrastato, è oggi diviso fra il Messico, l’Honduras e il Guatemala: stati che hanno sovranità  e società  diverse, ma le città , i villaggi, le montagne, gli altipiani conservano i nomi antichi e vi vivono gruppi etnici in tutto simili, nella lingua come nei costumi, agli agricoltori maya che servivano la casta dei sacerdoti e alimentavano le città . Sopravvivono oggi quattro milioni di maya che vivono sul rio Copà n, sulla Sierra de las Minas, sugli Altos Cuchumantes, sui Cerros Maya, sulle sponde del Mar dei Caraibi: all’incirca negli stessi luoghi che furono culla, adolescenza, maturità  e decadenza della civiltà  maya.Sul progresso dei maya, il sipario si alza al secondo atto: non quando questa civiltà  è nell’infanzia o nell’adolescenza, ma quando ha raggiunto la piena maturità ; come se per un prodigio essa sia nata adulta. In anni di ricerche gli archeologi non hanno mai scoperto tracce di un’evoluzione graduale, ma solo testimonianze di un’apoteosi: piramidi ed edifici giganteschi con decorazioni raffinate, piazze spaziose dove si giocava una specie di pallacanestro, osservatori astronomici, stele paurose e affascinanti. Roma antica è all’origine un villaggio di capanne, identificato e scavato; Tikal, uno dei maggiori centri maya, è subito una grande città , espressione di una cultura che ha raggiunto il suo massimo, e la piramide che la distingue
‘ la più alta costruita dai maya: ben settanta metri! ‘ è una struttura elegante e sofisticata. Quale significato dare a questa grande piramide bianca che si erge sullo sfondo verde della giungla? Non lo sappiamo. Probabilmente quello di una scalata del pensiero al cielo, alle stelle, alle vette dell’arte, a quelle conquiste sorprendenti che hanno fatto attribuire ai maya, dall’archeologo Morley,
l’epiteto di ‘greci d’America’: definizione che tuttavia va accettata con prudenza perchè la civiltà  maya presenta grandi contraddizioni e vuoti sorprendenti: conosce il moto delle stelle, ma ignora la ruota; ha scoperto un concetto matematico astratto come lo zero
‘ introdotto nell’ Europa medievale dagli arabi ‘ ma non dispone dell’aratro. In altre parole, con tutte le meraviglie della loro civiltà , i maya erano per certi versi un popolo dell’età  della pietra!

Scorcio di Tulùm disegnato da Frederick Catherwood per il libro di Stephens.

Scorcio di Tulùm disegnato da Frederick Catherwood per il libro di Stephens.

Si presentano altri misteri. Considerata l’omogeneità  della cultura maya, come e per quali strade avvenivano i contatti, gli scambi fra le varie città ? Lo spiegano forse la lastra di calcare grigio di Chinkultic col giocatore di pelota o la stele di Quiriguà ? Cosa affermano i geroglifici? Niente di preciso, di soddisfacente: al contrario sollevano altri enigmi, altri problemi di difficile soluzione.Il mondo maya è una costellazione di città , di santuari. Il primate religioso governa con la matematica, l’astronomia e l’astrologia: tre elementi sui quali si basa tutta l’organizzazione economica, politica, sociale della società  maya. Gli architetti innalzano edifici luminosi e templi immensi; gli artigiani scolpiscono bassorilievi, fabbricano idoli e monili di giada, dipingono vasi e pareti, forgiano monili d’oro e vasi di terracotta.Al di sotto, con una divisione che non potrebbe essere più netta, ci sono i contadini che alimentano le altre caste con le messi strappate alla giungla grazie al fuoco che brucia la vegetazione e fertilizza il suolo, consentendo la semina del granturco e della juca.Il tempo è l’interprete di ogni vicenda maya, il dio, il dominatore, il dittatore, il benefattore, è vita e morte: una regola che non ammette eccezioni, una specie di ossessione. E appunto per conoscere il tempo, per calarne i principi dall’astratto nella realtà  quotidiana, che i sacerdoti studiano il moto dei corpi celesti, spingono la loro osservazione fino alle lontane galassie. L’astronomia maya supera la scienza di ogni altro popolo conosciuto. Senza alcuno strumento, privi di un supporto tecnico, i maya ottengono risultati eccezionali: utilizzano il sistema vigesimale, trovano, come abbiamo detto, lo zero, inventano un calendario che parte da una data mitica e misteriosa: il 14 ottobre dell’anno 311 avanti Cristo. Fu l’intera casta dei sacerdoti, attraverso generazioni di studiosi, a mettere a punto questo calendario, che risulta il più esatto mai concepito, o fu un genio solitario a inventarlo? E’ un altro dei tanti misteri dei maya.

Il sarcofago di Palenque scoperto da Ruiz all'interno della piramide. Custodiva una salma millenaria, certo di un nobile o di un sommo sacerdote.

Il sarcofago di Palenque scoperto da Ruiz all'interno della piramide. Custodiva una salma millenaria, certo di un nobile o di un sommo sacerdote.

I contadini accorrevano alle città  per le feste, le cerimonie i riti religiosi; le lasciavano per tornare alla semina, al raccolto, alle altre occupazioni dell’agricoltura. Abbattevano la giungla con asce di pietra, poi incendiavano le foglie e la vegetazione caduta; quindi seminavano il terreno fertilizzato dalla cenere con rozzi bastoni appuntiti, Era loro cura impedire che il rigoglio della vegetazione soffocasse le città , bloccandone la sfolgorante vitalità .E dai cieli notturni che i sacerdoti trassero l’ispirazione e i calcoli per la loro massima conquista, il calendario. Erano assillati dal tempo e dagli spazi celesti dove volava il quetzal, l’uccello sacro e variopinto. I templi, i cieli e la vita stessa dell’uomo erano amministrati dal tempo: i maya, che avevano inventato il calendario più perfetto del mondo, ne erano diventati schiavi. E’ stato forse il “popolo più brillante della terra», come lo definisce l’archeologo Morley, ma chiuso, diremmo, in una prigione di spazio e di tempo. Nessuna azione compiva- no i maya senza la ferrea disciplina dei loro calendario.

Nel suo libro Civiltà  sepolte scrive Ceram:

“Niente era fortuito, e l’estetica soggiaceva alle leggi della matematica. Se finora aveva destato sorpresa la ripetizione apparentemente priva di senso o l’improvvisa interruzione degli spaventosi volti di pietra, si apprendeva ora che tale ritmo esprimeva un numero o una speciale pausa del calendario. Il motivo ornamentale della balaustra della scala dei geroglifici di Copà n, ripetuto quindici volte, indicava il numero dei periodi intercorsi; i 75 gradini della scala davano i giorni intercalari alla fine dei periodi (15 volte 5). Un’architettura di questo genere, completamente subordinata al calendario, non è mai esistita in nessuna altra parte del mondo.(…) Diverso da tutti gli altri calendari conosciuti, era senz’altro il più preciso. Tralasciando tutte le minuzie, che ancor oggi si è ben lungi dall’aver chiarito, la sua struttura era la seguente: c’era innanzitutto una serie di 20 segni per i giorni che con i numeri da 1 a 13 davano complessivamente una successione di 260 giorni, il cosiddetto tzolkin. Una serie di 18 segni indicava i mesi, ognuno dei quali era formato da 20 giorni, seguito da un segno che rappresentava un periodo di 5 giorni. Questo era l’anno maya, il cosiddetto haab, formato da 365 giorni. C’era poi il computo con un periodo che era il risultato di una combinazione di tzolkb -i e di haab, e che indicheremo con la denominazione inglese di calendar-round, adottata dalla terminologia scientifica. Questo periodo includeva 18 980 giorni o 52 anni di 365 giorni, ed era particolarmente importante per l’intera vita dei maya. C’era poi il cosiddetto longcount, effettuato sulla base di un sistema in rapporto a una data di partenza. Tale data “4 Ahau, 8 Cumhu» corrisponde nella sua funzione alla nostra data della nascita di Cristo (beninteso solo nella funzione e non nella cronologia!).Con questo sistema di calcolare il tempo
‘ un sistema cosi complesso ed evoluto che ci vorrebbe un libro intero per spiegarlo con precisione
‘ i maya conseguirono un’esattezza che superava quella di qualsiasi calendario conosciuto. A torto noi riteniamo che il calendario di cui ci serviamo oggi rappresenti la soluzione migliore. Esso non è altro che una rettifica di quelli che lo hanno preceduto. Così nel 239 a.C. Tolomeo III corresse il computo del tempo degli antichi egizi, e Giulio Cesare introdusse altre modifiche instaurando un calendario che fu in vigore fino al 1582 d.C. quando, ad opera di Gregorio XIII, al calendario giuliano si sostitui quello gregoriano. Se confrontiamo l’anno di tutti questi calendari con l’anno assoluto calcolato astronomicamente vedremo che quello che più si avvicina al valore assoluto è proprio quello dei maya. L’anno comprende:secondo il calendario giulianosecondo il calendario gregorianosecondo il calendario mayasecondo il computo astronomicoQuesto popo1o che seppe unire la più esatta osservazione del cielo ai più complicati artifici matematici, dando così la prova di una spiccata attitudine al pensiero razionalistico, soggiacque d’altro canto al peggiore dei misticismi. Il popolo maya, che creò il miglior calendario del mondo, ne divenne nello stesso tempo lo schiavo!)).365,250000 giorni365,242500 giorni365,242129 giorni365,242198 giorni

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Date europee e date maya

Dunque ogni monumento maya era rigorosamente datato. Ma il vero problema restava pur sempre quello di trovare un sistema che rapportasse la datazione maya alla nostra. In altre parole: rispetto alla nascita di Cristo, quando iniziò la storia dei maya? Il problema è stato in parte risolto dalla tabella GoodmanHernandez-Thompson, dalle prime fondazioni di città  fino alla loro rovina. Tuttavia, secondo nuove acquisizioni basate sul metodo del carbonio radioattivo, ha qualche fondamento anche la cronologia di Spinden, secondo la quale gli avvenimenti del 900 dopo Cristo andrebbero anticipati al 650 dopo Cristo.Gli archeologi, in base ad un avvenimento straordinario e rimasto sino ad oggi misterioso (cioè l’abbandono totale e completo di tutte le città  maya del meridione e il trasferimento dell’intera popolazione a nord, nella penisola dello Yucatà n), hanno diviso la cronologia maya in due grandi periodi: il Regno Antico e il Nuovo Regno.Riportiamo qui in basso la cronologia del Regno Antico secondo la tabella GoodmanHernandez-Thompson.Dopo aver abbandonato le vecchie città , i maya si stanziarono nella parte più alta dello Yucatà n, iniziandovi la costruzione di un Nuovo Regno. Il centro fu Chichèn Itzà . Una forte lega si formò sotto la guida di Mayapà n. Il periodo seguente è contraddistinto dall’influsso di popoli messicani (toltechi) sulla civiltà  maya, influsso che si nota specialmente nei monumenti.Verso il 1200 d.C. Chichèn Itzà  viene conquistata dal signore di Mayapà n, Hunac Ceel, con l’appoggio dei toltechi. Mayapà n diventa così il centro principale, ma l’unità  della lega è assai debole. Nel 1441 una rivolta di nobili, guidati da Uxmal, conquista Mayapà n.Nel periodo seguente comincia la decadenza del regno. Solo due grandi città  vengono fondate mentre le altre si spopolano rapidamente. Bande di contadini armati si combattono ferocemente. Il Nuovo Regno non è pertanto in grado di offrire una minima resistenza alla conquista spagnola

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Le citta maya del Regno Antico

Gli archeologi che hanno liberato Copà n dalla soffocante vegetazione della giungla, restaurandola dove ciò era assolutamente necessario, hanno lavorato con grande cura e l’antico centro religioso dei maya si presenta oggi al visitatore in condizioni così perfette da dargli l’illusione che i suoi abitanti l’abbiano appena lasciato. La città  possiede cinque grandi piazze e sedici gruppi di edifici. La piazza orientale è circondata da tribune in muratura, disposte in riga. Giaguari scolpiti nella pietra fiancheggiano la scalinata che conduce al maggiore dei templi. Atlanti e cariatidi, anche questi scolpiti nella pietra e ricoperti di motivi allegorici, di serpenti e diteste di draghi, ne sorreggono il tetto. Il più bello dei complessi di templi di Copà n, la cosidetta acropoli, è un gruppo di costruzioni in cui le acque impetuose del fiume che porta lo stesso nome della città  hanno aperto la più grande sezione trasversale archeologica che mai sia stata rinvenuta, con una parete alta 35 metri messa allo scoperto su una lunghezza di oltre 300 metri.Sia
la piazza centrale sia la più grande delle altre quattro potrebbero
reggere il confronto con il Circo Massimo di Roma. Vicino all’ acropoli
vi è un campo dalle superfici oblique destinato al gioco rituale della
palla, al quale si accede dall’imponente scalinata larga nove metri e
decorata lateralmente con 2500 geroglifici. il più grande ‘libro’ di storia maya che esista, scritto nella pietra, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a leggerlo. Al momento della scoperta, soltanto dieci dei sessantatrè gradini che componevano la scalinata erano rimasti al loro posto originario; gli altri furono ricollocati durante i lavori di restauro. Dato che ciascuno porta incisa una serie di geroglifici e che i restauratori non furono in grado di stabilire quale fosse in origine la disposizione dei gradini il deciframento delle iscrizioni è reso ancora più difficile. L’unica notizia che si è potuta rilevare sin qui è che la scalinata fu inaugurata nel 750 dopo Cristo.Copà n conserva le stele artisticamente più pregevoli che siano state erette dai maya. Le colonne di pietra, che venivano conficcate nel terreno verticalmente, sono coperte di bassorilievi che rappresentano figure di sacerdoti- sovrani, intorno alle quali si avviticchiano motivi ornamentali d’ispirazione zoomorfa e fitomorfa, come se l’opera, anzichè
dall’uomo, fosse risultata dal ‘lavoro’ della giungla. Monumenti maya simili a questi si trovano anche a Quiriguà .

Ricostruzione di un affresco del tempio delle Tigri a Chichèn Itzui

Ricostruzione di un affresco del tempio delle Tigri a Chichèn Itzui

Ai piedi delle stele sorgono altari e pietre sacrificali zoomorfe, in prevalenza in figura di drago e di tartaruga, oppure di teschi in tutto simili a quelli che si trovano disseminati in un largo tratto attorno a Copà n. Il più bello degli altari porta, su ciascuno dei quattro lati, il bassorilievo di quattro uomini seduti a gambe incrociate. Nella pietra è incisa anche una data che corrisponde all’anno 763 dell’era cristiana. Molto probabilmente nell’anno indicato aveva avuto luogo un congresso di astronomi, e le figure scolpite rappresentano alcuni dei partecipanti. Sappiamo che durante queste riunioni gli astronomi svolgevano un lavoro in comune per apportare le necessarie correzioni al calendario e si suppone che esso sia stato stabilito definitivamente nel 763 dopo Cristo.Copà n venne scoperta grazie alla passione di Stephens e scavata quasi artigianalmente. Al contrario, la maggior parte delle scoperte fatte a Tikal sono il risultato di una minuziosa preparazione. Muraglie diroccate, terrazze e piattaforme sprofondate vengono rimosse con cautela
‘ si tratta di un lavoro faticoso, che richiede diverse settimane ‘ quindi gli archeologi frugano attentamente, alla paziente ricerca di bassorilievi in pietra, di ossa umane e di cocci di argilla. E di tanto in tanto fanno qualche grande scoperta, come avvenne in un torrido pomeriggio del marzo 1958.Alcuni scavatori stavano continuando un’operazione iniziata già  da parecchi giorni e ripulivano le stanze dell’edificio numero 34
‘ uno dei sedici templi dell’acropoli settentrionale ‘ dalle macerie di pareti crollate. Mentre si accingevano a liberare la più interna delle stanze da un cumulo di detriti alto due metri scoprirono i frammenti di una stele infranta volontariamente che portavano ancora tracce di pittura rossa. Oggi la stele, contraddistinta con il numero 26, è considerata uno degli esempi più significativi che l’arte plastica maya abbia prodotto durante il Regno Antico. Il tempio nel quale fu ritrovata è chiamato da allora Tempio della Stele Rossa.

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Un’altra importante scoperta venne fatta nel 1959, quando gli scavatori riportarono alla luce i resti di un’altra stele, anche questa spezzata intenzionalmente, con ogni probabilità , dai sacerdoti e sepolta a non più di duecento metri dalla grande piazza di Tikal. Nel catalogo compilato per gli archeologi la stele è indicata con il numero 29. Gli esperti hanno potuto decifrare i glifi scolpiti nella pietra: è una data che corrisponde al 292 d.C. del nostro calendario, per cui la stele è il più antico documento maya che si conosca.A Tikal i lavori sono tuttora in corso. Si abbattono alberi, si setacciano con gran cura i detriti e le macerie vengono portate a bordo di autocarri che sono arrivati sin là  per via aerea, come tutto il resto dell’attrezzatura.La grande, ripida scalinata scoperta che porta al tempio I, alto quarantasette metri e venti centimetri, il Tempio del Giaguaro Gigante, è già  stata restaurata. Per rimettere allo scoperto il rivestimento esterno in pietra
‘ rivestimento che al tempo stesso forma la scalinata ‘ della piramide alta circa quarantatrè metri e mezzo, sulla cui sommità  si trova il tempio lI, Tempio delle Maschere, fu necessario erigervi tutto intorno una immensa intelaiatura di ferro. La piazza è enorme, con una superficie di oltre 9300 metri quadrati; anticamente era tutta lastricata ed era adibita alla celebrazione di cerimonie fastose

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Sul lato meridionale della piramide-tempio I si trovava il campo per il gioco della palla. Accanto al lato opposto si erge una fila di stele ornate con artistici motivi di bassorilievo parzialmente ben conservati. Dietro si innalza l’acropoli settentrionale, una piattaforma artificiale sulla quale i maya avevano costruito piramidi più piccole e tempietti. L’antico centro cerimoniale di Tikal si presenta oggi con un aspetto veramente suggestivo. Dalla piattaforma dell’acropoli si vede ad un certa distanza la possente muraglia con il Palazzo dei Nobili. A destra e a sinistra le piramidi si lanciano verso il cielo, chiuse nella straordinaria cornice naturale della giungla.

Il pantheon maya

Quella dei maya era una religione politeista. In tutti i fenomeni naturali, nelle stelle, nel fuoco, nell’acqua, i maya vedevano la dimora di spiriti e demoni che per loro assumevano l’aspetto di divinità : per questa ragione il loro mondo era popolato di divinità  terrestri e celesti, di dèi che dominavano le acque o il fuoco. Erano dèi mutevoli e capricciosi, e pertanto da essi gli uomini si potevano attendere sia il bene che il male; nelle raffigurazioni, apparivano bifronti:una faccia sorrideva, l’altra era severa e corrucciata. Se con una mano donavano agli uomini frutti meravigliosi, con l’altra mandavano loro sciagure e dolori. Perchè gli dèi fossero sempre ben disposti, gli uomini dovevano offrire loro continui sacrifici, anche umani.Per
i maya la terra era un disco galleggiante sull’acqua ‘universale’. Al di sopra si innalzava il cielo, come una gigantesca piramide; sulla piattaforma più alta sorgevano le dimore degli dèi. Le piramidi erano infatti la rappresentazione simbolica dell’universo. “Un altro simbolo del cielo che troviamo sia presso i maya che presso gli aztechi
‘ scrive l’archeologo tedesco Disselhof ‘ è un serpente mitico o una specie di drago con due teste». Questo drago ha indotto alcuni archeologi a ritenere che nella preistoria vi siano stati rapporti magari indiretti con la Cina.La paura della morte, la preoccupazione di conservare la salute e la vita e la cura di offrire in ogni momento il sacrificio più indicato per ottenere la benevolenza degli dèi, dominavano completamente il pensiero e le tradizioni dei maya. A differenza degli aztechi, i maya pensavano che le buone azioni venissero premiate dopo la morte, e quelle cattive punite.I codici hanno contribuito notevolmente alla conoscenza delle divinità  maya. L’archeologo tedesco Paul Schellhas ne potè identificare un buon numero col metodo comparativo, cioè confrontando le divinità  di cui ignorava il nome con quelle citate da Diego de Landa e con quelle scolpite sui monumenti in pietra. Le disegnò ciascuna con una lettera dell’alfabeto, e il sistema presenta quanto meno un vantaggio:quello di evitare le discussioni sui nomi riportati nei codici, dato che ogni cronista li aveva trascritti in modo diverso.

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Gli dèi più importanti dei maya erano in rapporto diretto con l’agricoltura e la fertilità  della terra, i signori del tuono, del fulmine e della pioggia. Primo di tutti era Chac,
il dio della pioggia, il ‘dio del fulmine con l’ascia’, protettore delle pianticelle di granturco cui elargiva il dono dell’acqua. Egli, che compare più spesso di qualsiasi altra divinità  nei manoscritti, era il corrispondente esatto di Tlaloc, il dio azteco della pioggia, e la sua maschera è facilmente riconoscibile dal naso rivolto all’insù. Forse questa caratteristica è una stilizzazione della proboscide del tapiro, o forse rappresenta la mascella superiore del serpente, poichè all’inizio tutte le divinità  della pioggia e della terra sono di natura serpentina. I maya credevano che Chac si identificasse in quattro divinità , come del resto tutti gli altri dèi. I quattro Chac, manifestazioni diverse delle stessa divinità , vivevano nei quattro punti cardinali e ciascuno era di un colore particolare: il Chac del meridione era rosso, quello del settentrione bianco, nero quello dell’occidente e giallo quello dell’oriente.Gli dèi maya non solo erano onnipresenti, ma potevano addirittura spostarsi in un mondo opposto alla loro dimora naturale. Per esempio, il dio del sole Kimish Ahau scompariva al tramonto dal cielo degli dèi superni per trasferirsi fra i padroni della notte, nel mondo degli inferi. Per questa ragione viene raffigurato spesso con i simboli della morte: per esempio, sulle stele di Copà n, che raffigurano il dio del sole con i denti lunati e grandi occhi quadrati. La seconda divinità  in ordine di importanza era il dio del cielo, Itzamnà ,
chiamato ‘la rugiada del cielo’, al quale alcuni archeologi attribuiscono addirittura il primo posto nel l’Olimpo maya. Come Chac, anche Itzamnà  si presentava in quattro forme, localizzate nei punti cardinali. Negli affreschi scoperti a Bonampak nel 1947, è raffigurato come un uomo, ma anche come un coccodrillo bicefalo o un serpente a una o due teste, con la faccia del dio del sole che emerge dalle fauci aperte. Con il nome di Xoc Kin, Itzamnà  era venerato anche come patrono della poesia e della musica. Presso i maya dello Yucatà n, Itzamnà  era ritenuto figlio di una dea, Hunabku, così lontana e disinteressata del mondo degli uomini che non veniva mai raffigurata.

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Nelle sculture che risalgono alla prima parte del Regno Antico, compare spesso un giovane dio del granturco, frequentemente raffigurato con il capo ornato da un mazzo di pannocchie, che in seguito venne sostituito nelle sue funzioni da Chac. Nello Yucatà n, la figura del dio del granturco si fuse invece con quella di Yumil Kaxob,
il ‘padrone dei boschi’, ma sopravvisse nelle tradizioni dell’altopiano
del Guatemala, dove viene venerato ancora oggi dai maya stanziati in
quei luoghi. La faccia di questa divinità  cambia al variare
dell’ambiente, e per questa molteplicità  di aspetti è paragonabile
al dio greco Zeus.Anche il ‘serpente piumato’ Kukulkan si presentava sotto molti aspetti. Gli aztechi lo adoravano come dio supremo con il nome di Quetzalcoatl, il sovrano divinizzato di Tollan, ed è probabile che sia stato importato nello Yucatà n quando i maya caddero sotto l’influenza tolteca.Nelle immagini maya, Kukulkan,
‘colui che porta la luce’, è una specie di Prometeo ed è raffigurato con abiti molto ricchi e un manto di piume di quetzal, rutilante di colori. Kukulkan,patrono della città  di Chichèn Itzà , era il dio del vento e il regolatore delle precipitazioni atmosferiche, e come tale alleato di Chac, dio della pioggia.Un aspetto della cultura maya che scandalizzò i con quistadores fu l’usanza dei sacrifici umani. Come provano le pitture murali di Bonampak, tale uso risaliva alle origini stesse della cultura maya, ma non era così frequente come presso gli aztechi. I maya sacrificavano di solito i prigionieri di guerra o, in tempo di pace, gli schiavi. In alcune occasioni erano i genitori stessi a offrire i figli perchè
venissero immolati agli dèi. La forma di sacrificio ‘più comune era per asportazione del cuore da parte dei sacerdoti; in alcune circostanze si ricorreva però anche alle frecce.Va precisato tuttavia che i sacrifici umani erano riservati alle cerimonie più solenni e importanti, mentre le offerte abituali erano costituite da animali, cibi, bevande e da incensamenti.

Chac,
il 'dio del fulmine con l'ascia', in una scultura proveniente da Chichèn Itzc: occupava uno dei posti phì elevati nella gerarchia dell'Olimpo maya; si identificava in quattro dii'initi ognuna delle quali viveva in un punto cardinale.

Chac, il ‘dio del fulmine con l'ascia', in una scultura proveniente da Chichèn Itzc: occupava uno dei posti phì elevati nella gerarchia dell'Olimpo maya; si identificava in quattro dii'initi ognuna delle quali viveva in un punto cardinale.

Le città  abbandonate

Tutte le grandi civiltà  del passato furono essenzialmente agricole e fluviali (si pensi a quelle sorte intorno al Tigri e all’Eufrate, allo Yang Tze Kiang e soprattutto al Nilo), e quelle americane non sfuggono alla regola. Altro presupposto indispensabile per la nascita di una civiltà  è, oltre all’agricoltura, l’allevamento e l’uso del bestiame come mezzo di trasporto. I maya furono agricoltori, ma non allevatori di bestiame, quasi certamente per mancanza di animali adeguati: così la loro civiltà  è l’unica al mondo che abbia potuto costruire i suoi immensi palazzi e le gigantesche piramidi senza l’aiuto di animali da trasporto. Del resto, i maya ignoravano, come abbiamo detto, anche l’aratro e persino la ruota, che compare soltanto in alcune statuette che potrebbero essere state oggetti di culto o giocattoli.Abbiamo diviso la storia dei maya in due grandi periodi, usando le espressioni Regno Antico e Nuovo Regno, basandoci, come si è detto, su un avvenimento della massima importanza che, nonostante le numerose ipotesi avanzate in proposito, fino ad oggi non è stato possibile spiegare.Nel corso del IX secolo d.C. (secondo il sistema di computo di Goodman, Hernandez e Thompson) i maya abbandonarono tutte le loro città  situate nel triangolo Palenque, Uaxactùn, Copà n (e cioè Piedras Negras, Tikal, Flores, Menchè, Seibal, Iskin, Quiriguà ) e si spostarono in massa verso l’estremità  settentrionale della penisola dello Yucatà n, dove fondatono ex-novo altre città  quasi identiche a quelle appena abbandonate.Non si trattò, si badi bene, di gruppi di audaci pionieri, ma di tutto un popolo che abbandonò le città  che aveva costruito con tanta maggiore fatica in quanto privo di mezzi di trasporto e si spostò a nord, lasciando che gli antichi templi cadessero in rovina e venissero rapidamente invasi dalla giungla. Come se in pieno Rinascimento i veneziani, i genovesi, i fiorentini avessero abbandonato le loro città  per andare a ricostruirle quasi identiche in Francia o in Germania.Qualcuno ha cercato di spiegare questo mistero pensando a un’invasione straniera; ma nel IX secolo i maya erano al culmine della loro potenza e nessun popolo sarebbe stato in grado di sconfiggerli in modo così catastrofico da costringerli ad abbandonare il proprio territorio. E, del resto, un’invasione avrebbe lasciato qualche traccia: rovine chiaramente causate dall’uomo, edifici parzialmente bruciati, armi… Niente di tutto questo è stato trovato. Altri hanno avanzato l’ipotesi di una catastrofe naturale. Ma quale catastrofe naturale può costringere un intero popolo a lasciare le sue città , le sue case, i suoi templi? Come per l’invasione straniera, mancano poi le tracce di una tale catastrofe, e del resto, come rileva Ceram, Chichèn Itzà  non è certo opera di un popolo decimato. Infine una catastrofe di cosi immense proporzioni avrebbe colpito anche le regioni dove si spostarono i maya, che non andarono più lontano di 4500 chilometri.Un terzo gruppo di archeologi pensa a un improvviso cambiamento di clima, di cui peraltro manca ogni prova. E poi, come si diceva per la catastrofe, le antiche e le nuove località  sono relativamente vicine fra loro, e un cambiamento di clima avrebbe certo reso inabitabili anche le regioni settentrionali.Citando Ceram, una spiegazione più plausibile potrebbe essere questa: col passare del tempo il tipo di agricoltura praticato dai maya (cioè incendio della giungla e semina nei terreni così ottenuti) avrebbe esaurito le risorse del suolo in modo definitivo e irreversibile. La catastrofe sarebbe dunque stata di carattere ecologico. Scrive infatti l’archeologo: “I campi si impoverivano. Il periodo di riposo necessario a un campo affinchè potesse nuovamente germogliare ed essere incenerito diventava sempre più lungo. I contadini maya dovevano inoltrarsi sempre di più nella giungla per praticare il loro dissodamento incendiario; e cosi si allontanavano dalle città , che non potevano d’altronde fare a meno di loro per vivere. Sempre nuove steppe incendiate e impoverite si frapponevano fra il contadino e le città . La grande civiltà  del Regno Antico dei maya si arrestò perchè venne a mancare questa base agricola: possono esistere civiltà  senza tecnica, ma non civiltà  senza aratro. E quando le città  si trovarono circondate da un anello di aride steppe, la fame spinse il popolo ad emigrare».Secondo altri studiosi ciascuna città  maya sarebbe stata invece abbandonata per ragioni diverse: cattivi raccolti, carestie, epidemie, ribellioni, sconfitte militari.

Il pozzo della morte

Come Schliemann aveva trovato le rovine di Troia seguendo i versi di Omero, così Edward Herbert Thompson individua il sacro pozzo di Chichèn Itzà  affidandosi a ciò che ne aveva scritto il vescovo Diego de Landa. Basandosi su antiche tradizioni, de Landa aveva infatti narrato che, nei periodi di siccità , processioni di sacerdoti e di popolo si dirigevano fino a un pozzo (cenote) per placare la collera del dio della pioggia. Le cerimonie comprendevano il sacrificio di un certo numero di vittime umane, fanciulle e fanciulli, che, dopo lunghi e complessi rituali, venivano scagliate nelle profondità  del pozzo. De Landa aggiungeva che, come ulteriore offerta agli dèi, dopo le vittime, venivano gettati nel pozzo ricchi doni, oggetti preziosi, oro e gioielli.Chichèn Itzà , all’estremità  settentrionale della penisola dello Yucatà n, era stata la città  più importante del Nuovo Regno.Thompson vi giunge dopo un lungo viaggio a cavallo, accompagnato da una guida indiana e intuisce di aver raggiunto la meta quando, oltre i palazzi e i templi in rovina, intravede una strada che conduce a un pozzo: il pozzo sacro di Chichèn Itzà !Nel testo di Diego de Landa si parlava chiaramente di oggetti preziosi gettati nel pozzo dopo le vittime umane. Ma sarebbe stato possibile riportare qualcosa in superficie? E chi avrebbe fornito i capitali necessari al finanziamento della gigantesca operazione?Tornato a Boston, Thompson riesce a ottenere una forte somma di denaro in prestito. Prende lezioni di immersione da un palombaro in pensione, il capitano Ephraim Nickerson, acquista una draga, e riparte per lo Yucatà n.Appena giunto sull’orlo del misterioso pozzo sacro, Thompson ne prende le misure: è largo nel suo punto massimo circa 70 metri; lo scandaglio dà  una profondità  di circa 25 metri, ai quali devono essere aggiunti un numero imprecisato di metri di fanghiglia. Poi, impaziente, archeologo fa calare subito la draga. E difficile
‘ scrive ‘ che qualcuno possa avere un’idea della mia tensione nel momento cui la draga maneggiata da cinque uomini [tenti all’argano, ai freni e alle leve di acciaio, oscillò, rimase sospesa per un istante nel centro dell’oscuro orifizio e poi spari nell’acqua stagnante. Aspettammo un paio di minuti per dare il tempo ai denti di mordere il fondo, gli operai si curvarono sull’argano e i loro muscoli cominciarono a giocare come argento vivo sotto la pelle scura, mentre i cavi di acciaio si tendevano sotto il peso che veniva tramato su. L’acqua, che fino a quel momento era ancora rossa come uno specchio di ossidiana, cominciò a gorgogliare e a ribollire quando la cesta della draga salì con moto lento ma continuo verso l’orlo del pozzo, mentre l’acqua limpida gocciolava dalle braccia di acciaio, saldamente strette all’ordigno. Girando intorno la leva, la cesta depositò sulla piattaforma un carico di materiale bruno, legna marcita, foglie secche, rami spezzati e simili. Poi oscillò di nuovo per riprendere la posizione di prima e scendere a fare un nuovo carico… Una volta portò ben stretto fra le sue braccia di ferro un tronco d’albero così ben conservato da far pensare che una tempesta lo avesse gettato nel fondo del pozzo il giorno prima. Ma il lunedi il tronco si era dissolto sul cumulo di pietre dove la draga lo aveva depositato e non erano rimaste che poche schegge circondate da una macchia scura di aceto di legno. Un’altra volta la draga portò le ossa di un giaguaro e di un capriolo, mute testimonianze di una tragedia boschiva. Così si andò avanti per molti giorni. Cominciai a diventare nervoso, e la notte non riuscivo a prender sonno. E’ possibile, mi chiedevo, che io abbia indotto i miei amici a tutte queste spese e mi sia esposto al ridicolo solo per dimostrare, con gran gioia di molti, che le’tradizioni non sono altro che vecchie favole prive di fondamento?».

 immagine23

Nel momento più grave della sua crisi di coscienza, Thompson fa una scoperta confortante: frugando nel fango, gli capitano fra le mani due zolle bianco-giallastre di aspetto resinoso. Thompson le avvicina al fuoco: si sparge subito intorno un odore forte e gradevole. Le zolle sono resti dell’incenso che i maya bruciavano durante i sacrifici umani. E’ poco, ma certo un buon inizio. “Quella notte dormii profondamente per la prima volta dopo settimane» annoto l’archeologo.Dopo quel giorno vengono alla luce utensili, gioielli, vasi, punte di lancia, coltelli di ossidiana, coppe di giada. E finalmente il primo scheletro!Ma il lavoro di Thompson è appena cominciato. Infatti, dopo questi materiali di grande interesse, la draga cessa di portare su reperti significativi. Allora Thompson decide di giocare l’ultima carta, la più audace. Indossa uno scafandro da palombaro e si immerge. Scopre subito che sul fondo il fango è così denso che la visibilità  è nulla. Sicuro che la draga abbia trascurato di frugare negli anfratti, immerso nell’oscurità  giallastra, Thompson compie il lavoro con le mani. I risultati non si fanno attendere.Leggiamo
ancora il diario di Thompson: “Il primo e più importante risultato della
nostra opera di dragaggio e di immersione fu la conferma, nei loro
particolari salienti, delle tradizioni relative al pozzo sacro. Trovammo
infatti un gran numero di figure intagliate nella giada e martellate in
foglie d’oro e di rame, e poi coppale e zollette di resina d’incenso,
molti resti di scheletri, numerosi giavellotti e molte lance con punte
di calcite e di ossidiana e anche qualche resto di tessuti antichi…
Tutti questi oggetti avevano un grande valore archeologico. C’erano poi
pezzi d’oro quasi puro, fuso, martellato e inciso… La maggior parte
dei cosiddetti oggetti d’oro erano in realtà  di una lega che
conteneva più rame che oro. Il loro principale valore consisteva nei
segni simbolici che vi erano impressi. In massima parte non si trattava
che di frammenti. Evidentemente secondo un’usanza rituale i sacerdoti
riducevano in pezzi i doni votivi prima di gettarli nel pozzo. Le
fratture erano sempre tali da non distruggere i lineamenti del volto
delle persone raffigurate in giada o sulle foglie d’oro. Si ha ragione
di credere che questi pendagli di giada e le lamine d’oro e gli altri
ornamenti di metallo o di pietra, quando erano frantumati, venivano
considerati come ‘morti’. noto che gli antichi popoli civilizzati
dell’America come i loro lontani predecessori dell’Asia settentrionale,
e fino ai nostri giorni i mongoli, credevano che la giada e gli altri
oggetti sacri fossero forniti di vita. E perciò questi ornamenti
venivano frantumati o ‘uccisi’ in modo che i loro spiriti potessero adornare convenientemente lo spirito del messo quando fosse finalmente arrivato alla presenza di Hunal Hu, il supremo dio del cielo! Il valore in oro degli oggetti che sono stati tratti dal pozzo con tanta spesa e con tante fatiche è insignificante. Ma ogni oggetto ha un valore relativo. Uno stesso intento, la difesa del futuro, spinge lo storico a tuffarsi nel passato e l’ingegnere a penetrare nella terra. Bisogna ammettere che molti di questi oggetti portano sulla loro superficie, tradotte in simboli, idee e convinzioni che rinviano, attraverso i tempi, alla prima patria di questo popolo, il paese al di là  dei mari (ricordiamo che Thompson era convinto che i maya fossero discendenti degli atlantidi [n.d.a.] ) Vale la pena di dedicare una vita intera a tali ricerche». Quello che scrive Thompson sullo scarso valore monetario dei suoi ritrovamenti è vero; occorre però ricordare che il tesoro di Chichèn Itzà  fu superato nel nostro secolo, per valore, solo da quello della tomba di Tutankamen. Ma, scrive Ceram, l’oro del faraone era stato posto accanto alla mummia, depositata nel sepolcro per l’eterno riposo. L’oro del pozzo sacro giaceva invece accanto a scheletri di fanciulle, vittime di sacerdoti crudeli e di una divinità  spietata. Sarà  mai riuscita una di esse a trascinare con sè nell’abisso un sacerdote? Parrebbe di si. Sul fondo del pozzo, oltre ai crani di fanciulle, è stato trovato anche quello di un uomo anziano. Probabilmente un sacerdote. Chichèn Itzà  è la città  maya meglio conosciuta, perchè vi sono stati effettuati più scavi e rilievi. Oggi presenta un aspetto ben diverso da quello che si mostrò allo scienziato Thompson. I turisti, girando in comodi pullman, possono ammirare il Tempio dei Guerrieri, con i suoi colonnati dai quali si innalza la scala che porta alla piramide, e vedere l’osservatorio astronomico, una costruzione circolare con le finestre tagliate in modo da guidare lo sguardo su determinati astri; possono scendere e vagare per i grandi campi da gioco dove i giovani nobili giocavano a una specie di pallacanestro con palle di caucciù indurito, e arrivare finalmente al castillo, la piramide più grande, con una scalinata a nove ripiani che conduce al tempio di Kukulkan,
il ‘serpente piumato’. Davanti al Tempio dei Guerrieri si innalzano due
colonne che rappresentano due serpenti, con la testa cornuta schiacciata
al suolo, la bocca aperta, il corpo teso all’indietro e verso l’alto.
Davanti a queste colonne serpentine e all’intero Tempio dei Guerrieri
gli archeologi si convinsero che la civiltà  maya era in qualche
modo cambiata, o almeno si era modificata. Come se avesse subito
influenze straniere. Ma chi potevano essere questi stranieri? Non Certo
gli aztechi, il cui splendore aveva raggiunto il massimo quando già
la cultura maya era in decadenza. Forse quella ‘terza civiltà ‘ di cui parlava Prescott: i toltechi.Anche questo è possibile, ma non assolutamente certo. In altre parole siamo al punto di partenza; dobbiamo ammettere che della civiltà  maya e di quelle che l’hanno preceduta non sappiamo ancora quasi nulla e che, nonostante i milioni di dollari spesi e gli sforzi di diverse generazioni di archeologi, il mistero dei maya non è stato ancora violato.

L’ultima scoperta

L’ipotesi che la civiltà  maya, come altre dell’America precolombiana, possa essere stata originata da tribù asiatiche che avrebbero attraversato lo Stretto di Bering parecchie migliaia di anni prima dell’era cristiana ha acquistato nuovo vigore dopo la notizia della recentissima scoperta (giugno 1984) fatta in Messico dall’antropologo statunitense Neil Steede. Questi, a quanto ha dichiarato al quotidiano messicano The News, avrebbe rinvenuto, sulle pareti delle piramidi maya di Comalcalco, circa 850 km a sud di Città  di Messico, iscrizioni in cinese e in birmano antico risalenti almeno al 400 a.C. (l’origine asiatica e la datazione di tali iscrizioni sono state stabilite da esperti dell’Epigraphic Society degli Stati Uniti, cui erano stati inviati alcuni esemplari). Secondo l’antropologo le rovine di Comalcalco potrebbero essere le vestigia di una università  dove si studiavano, tra l’altro, le lingue; e le tavolette con le iscrizioni potrebbero essere quelle su cui si esercitavano gli studenti, poi riutilizzate come rivestimento delle piramidi. Tuttavia la scoperta, anzichè scioglierli, non ha fatto che moltiplicare gli interrogativi. Perchè, come ha sottolineato lo stesso Steede, “le lingue da cui sembrano originate le iscrizioni non esistevano all’epoca»: le prime testimonianze di birmano scritto risalgono infatti al XII secolo d.C., cioè a ben 1500 anni dopo le iscrizioni di Comalcalco; e a maggior ragione questa scrittura non avrebbe potuto essere importata in America nel corso di una trasmigrazione avvenuta, secondo chi sostiene tale tesi, molte migliaia di anni prima. Steede,
pur non accogliendo la ‘teoria dello Stretto di Bering’, si è comunque detto convinto che importanti migrazioni siano avvenute in epoche posteriori, come testimonierebbero anche alcuni disegni scoperti a Comalcalco,
raffiguranti elefanti e volti umani dai tratti decisamente negroidi o
orientali, ipotesi suggestiva, ma ancora tutta da verificare.

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