Il rebus dello Yucatà n Parte 1

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Una splendida civiltà  senza passato, fiorita come d’incanto nel cuore dell’America centrale e poi scomparsa nel nulla. Chi erano i maya? Da dove erano venuti? Perchè ad un tratto abbandonarono alla giungla le loro grandiose città  per trasferirsi in massa nello Yucatà n?Giovani, poco più che bambini, sgozzati da crudeli sacerdoti sulla cima di immense piramidi costruite nella giungla; ragazze scagliate in un pozzo profondo per placare l’ira del dio della pioggia: i terribili riti di quel popolo misterioso chiamato maya ci vengono raccontati dai reperti che gli archeologi vanno pazientemente raccogliendo nelle regioni meridionali del Messico e nell’America centrale. Le stele, i monumenti, le città  abbandonate sono i documenti sui quali si sta studiando da oltre un secolo alla ricerca di una verità  difficile da trovare. Chi erano i maya? Da dove sono venuti?Leggende, superstizioni, fantasticherie sono le risposte più comuni a questi interrogativi. Dal canto loro, gli studiosi sembrano alle prese con un rebus inesplicabile: ogni volta che riescono a dare una risposta a un interrogativo, ecco sorgere un altro mistero. Anni e anni per sistemare i pezzi del mosaico ed ogni volta, proprio quando sembra che il disegno assuma un significato preciso, saltano fuori tessere che non c’entrano affatto e bisogna ricominciare da capo.

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Tutto è strano in questo popolo: conoscono i movimenti delle stelle ma ignorano la ruota; tutte le civiltà  presentano tracce di un’evoluzione, la loro no: Roma antica è un villaggio, le città  maya sono subito metropoli; erigono piramidi alte settanta metri ma non sanno usare l’aratro; costruiscono città  splendide, con monumenti sofisticati e imponenti e fregi che sono il frutto di un’arte raffinata e un giorno abbandonano tutto per andare a trasferirsi a cinquecento chilometri di distanza dove fondano altre città  che sono la copia di quelle che hanno lasciato. Poi svaniscono nel nulla come dal nulla sembrano essere venuti; i loro stessi discendenti non hanno memoria degli antichi splendori.

Cronaca degli avvenimenti

Le prime notizie certe sulla civiltà  maya si devono a un avventuroso archeologo americano, John Lloyd Stephens, e al pittore inglese Frederick Catherwood: il primo è l’autore del testo, l’altro delle illustrazioni di un libro (lncidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatà n) pubblicato nel 1842 che per la prima volta descrive i giganteschi monumenti che sorgono nella giungla, in una vasta zona che va dal Messico del sud alle regioni dell’America centrale. L’interesse destato dalla pubblicazione fu enorme: finalmente venivano alla luce le prove dell’esistenza dei maya, un popolo di cui si sapeva poco o nulla; le uniche fonti erano state, fino a quel momento, i racconti dei conquistadores.Sulle orme di Stephens e Catherwood, negli anni successivi, altri archeologi ed esploratori si lanciano alla ricerca dei resti della favolosa civiltà  precolombiana. Le scoperte si susseguono: stele scolpite con tecniche sconosciute, templi fastosi, piramidi, intere città . Le costruzioni trovate nella giungla sono il frutto di una civiltà  avanzata: come ha potuto svilupparsi in luoghi tanto isolati e inospitali?

 

Una ragazza maya. Le giovani donne erano le vittime preferite dei sommi sacerdoti: in una delle cerimonie più solenni venivano scagliate in fondo a un pozzo per placare l'ira del dio della pioggia.

Una ragazza maya. Le giovani donne erano le vittime preferite dei sommi sacerdoti: in una delle cerimonie più solenni venivano scagliate in fondo a un pozzo per placare l’ira del dio della pioggia.

L’attenzione degli studiosi si concentra soprattutto sulle piramidi: per
molti sarebbero una prova di un antico ‘contatto’ tra gli indigeni dell’ America centrale e gli egiziani. E un’ipotesi affascinante che divide il mondo accademico; gli scettici fanno notare che fra i due tipi di costruzione c’è una differenza sostanziale: le piramidi maya servivano solo a sostenere i templi mentre quelle egizie erano dei mausolei. Un punto a favore della tesi dell’incontro’ viene nel 1949 quando l’archeologo messicano Alberto Ruiz scopre a Palenque una piramide maya che è anche un mausoleo.In tempi più recenti, un gira mondo di professione, Thor Heyerdahl, tenta di dimostrare che in epoca preistorica gli egiziani avrebbero potuto benissimo attraversare l’Atlantico su barche di papiro. Su un natante di questo tipo, battezzato Ra, Heyerdahl stesso affronta la traversata ma fa naufragio: la scoperta dell’ America da parte degli egiziani resta una teoria.C’è
chi va più in là : qualcuno nota qualche affinità  tra le divinità
maya raffigurate sulle stele e quelle cambogiane e subito ipotizza un rapporto
tra le due civiltà , il cui incontro sarebbe avvenuto in epoche antichissime.
Altri affermano che i misteriosi costruttori della giungla sono i discendenti
delle Sette Tribù Perdute di Israele, altri ancora tirano in ballo l’Atlantide e
persino un ‘incontro ravvicinato di terzo tipo’ con abitanti di lontane galassie!C’era poi la questione dei geroglifici, assolutamente indecifrabili, fino a quando un abate francese non scoprì, nella Biblioteca Reale di Madrid, un manoscritto del 1566 nel quale erano contenuti disegni dei simboli usati dai maya per indicare i mesi e i giorni. Di scoperta in scoperta si potè accertare che la vita dei maya era regolata minuziosamente da un calendario estremamente preciso e che essi conoscevano e usavano lo zero diversi secoli prima che gli europei apprendessero dagli arabi questo concetto matematico astratto.Altro mistero: i maya erano agricoltori ma non allevatori di bestiame. Come hanno fatto a costruire i loro templi, le piramidi, le città , senza l’aiuto di animali da trasporto? Del resto, si sa che non conoscevano neppure la ruota.Ma il mistero più grande resta ciò che accadde ai maya nel IX secolo d.C.: perchè abbandonarono da un giorno all’altro le loro città  e andarono a fondarne di nuove nella penisola dello Yucatà n? Cataclisma naturale, epidemia, guerra, esaurimento delle risorse del suolo: queste le ipotesi più probabili, ma nessuna suffragata da prove.Dalla pubblicazione degli Incidents, nello studio dei maya, per il quale specialmente fondazioni americane hanno speso milioni di dollari, qualche passo è stato compiuto ma il mistero della loro origine e quello della grande migrazione sono ancora ben lontani dall’aver trovato una soluzione.

Un sacrificio umano.

Un sacrificio umano.

Un popolo senza passato

Alla fine del 1842 compare, nelle librerie di New York, un volume che suscita immediatamente grande interesse: si tratta di Incidents of Trave/in Central America, Chiapas and Yucatdn. Ne è autore John Lloyd Stephens. Qualche mese dopo viene pubblicato, sempre a New York, l’atlante illustrativo degli Incidents, dovuto alla matita e ai colori magistrali del pittore inglese Frederick Catherwood. Il pittore ha seguito Stephens proprio per disegnare quanto avrebbero trovato circa una misteriosa civiltà  precolombiana che aveva disseminato di piramidi e di stele le regioni meridionali del Messico, compresa la penisola dello Yucatà n, il Guatemala e l’Honduras.L’interesse di Stephens per tali opere monumentali era stato risvegliato dalla relazione di un militare, il colonnello Garlindo che, nel 1836, per incarico del governo aveva visitato le tribù indie che vivevano in quelle regioni. Incuriosito dagli accenni ai monumenti nella giungla’ presenti nella relazione del colonnello, Stephens si mette in cerca di altre notizie: le trova nell’opera di Juarros, lo storico del Guatemala, che cita spesso un certo Fuentes. Costui affermava che ai suoi tempi, cioè nel 1700, nella zona del fiume Copà n, in Honduras, esisteva ancora un complesso edificio da lui definito “una specie di circo».Stephens che, da giovane, portato dalla passione per l’archeologia aveva visitato tutti i paesi del Medio Oriente, si entusiasma alla lettura di queste opere e decide di partire per l’America centrale. Ha fortuna: il presidente degli Stati Uniti, Martin Van Buren, lo nomina incaricato d’affari in quei paesi. Stephens si rende conto che non può partire da solo: gli occorre un compagno, e soprattutto un pittore che sappia raffigurare ciò che potranno eventualmente trovare. Si imbatte in Catherwood, uno degli ultimi maestri illustratori dell’ottocento britannico. I due fanno amicizia e decidono di affrontare insieme i pericoli della giungla. Si consultano su quale debba essere la prima meta. Ricordano che Fuentes ha parlato di Copà n… vada per Copà n.Dopo un interminabile e faticoso viaggio nella giungla, mirabilmente descritto negli mcidents, un libro che si legge ancora oggi piacevolmente, i due raggiungono il rio Copà n e il villaggio che ne prende il nome, per stabilire buoni rapporti con gli indigeni. Poi si addentrano nella giungla. Ad un tratto si trovano davanti a un muro di blocchi ordinati. Una serie di scalini porta a una terrazza, di cui non riescono a valutare l’ampiezza, essendo coperta di intricata vegetazione. Si rivolgono alla guida india, e questa con qualche colpo di machete tronca la vegetazione: davanti al muro di quella che si rivela una grande piramide, si nota un oggetto scuro e alto. E’ una stele scolpita con una tecnica e uno stile che nessuno dei due aveva mai visto nè in Europa nè in Medio Oriente. Si tratta in pratica di un pilastro quadrangolare in pietra, ricoperto in ogni sua parte da sculture chiaramente simboliche e da decorazioni splendide e misteriose, alto m 3,90, largo m 1,20 e spesso 90 cm. Sulla parte frontale, per dirla con le parole di Stephens, “cera la figura di un uomo, dal viso gravemente severo e tale da incutere spavento. I lati erano ricoperti da incomprensibili geroglifici e la parte posteriore era ornata di sculture differenti da tutto quanto avevamo visto finora».

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Stephens è affascinato: “La vista di questo monumento inaspettatamente trovato – scrive- generò in noi la convinzione che gli oggetti della nostra ricerca non erano soltanto degni di interesse come avanzi di un popolo sconosciuto, ma anche come opere d’arte che, alla pari di antiche notizie storiche recentemente scoperte, attestavano che il popolo che aveva abitato un tempo il continente americano non era allo stato selvaggio».Nei giorni seguenti Stephens e Catherwood trovano in tutto quattordici stele, una più bella, raffinata e misteriosa dell’altra, nonchè le rovine di numerosi edifici. Sono ormai certi che a Copà n
sia esistita un tempo una vera e propria città  molto estesa: successive
ricerche hanno infatti permesso di accertare che il ‘centro’ copriva una superficie di trenta ettari e i quartieri residenziali erano sparpagliati per un vasto raggio sul terreno ondulato circostante. L’entusiasmo di Stephens, del tutto giustificato, non conosce limiti; afferma infatti nel suo libro: “dopo aver visto i monumenti del Nilo e ben sapendo a quale alta civiltà  erano dovuti, ritengo che questi di Copà n sono di fattura più raffinata dei più bei monumenti egizi, ed altri sono almeno pari come perfezione artistica». Di fronte alla scoperta di sempre nuovi monumenti, nella mente di Stephens si affollano gli interrogativi: qual è il popolo che ha compiuto queste opere? Da quanto tempo è scomparso? Da quante centinaia d’anni è stata costruita la piramide da lui scoperta pochi giorni prima nella giungla? In quale epoca, con quali utensili, per incarico e in onore di chi sono state realizzate le innumerevoli opere di scultura? Una cosa gli appare chiara: non può essere stata una sola città  ad intraprendere le monumentali creazioni. Deve esserci stato un popolo evoluto e potente. Quando Stephens prova ad immaginare quante altre città  simili, di cui nessuno ha mai avuto notizia, possono ancora nascondersi nelle giungle dell’Honduras, del Guatemala e dello Yucatà n, la vastità  del compito lo atterrisce. Mille domande lo tormentano. Le sue sensazioni di quei momenti sono espresse negli Incidents: “La città  di rovine era davanti a noi come il rottame di una nave in mezzo al mare, con gli alberi scomparsi, il nome svanito, l’equipaggio annegato; e nessuno sa dire donde essa venga, chi ne fosse il proprietario, quanto tempo abbia viaggiato, quali siano stati i motivi del naufragio; e quale fosse la sua ciurma, si può solo indovinare da una presunta somiglianza nella struttura del bastimento, ma non si potrà  mai conoscere con sicurezza».

Chac, il dio della pioggia, protettore delle pianticelle di granturco.

Chac, il dio della pioggia, protettore delle pianticelle di granturco.

Tracce nella giungla

Per dieci anni Stephens e Catherwood esplorano il Guatemala, il Chiapas e l’Honduras. Ovunque si imbattono in città , più o meno ben conservate, più o meno coperte da una giungla secolare: sono tutte tracce dei maya. Era infatti questo il nome che le fonti spagnole (essenzialmente i con quistadores Hernandez de Còrdoba e Francisco de Montejo) davano al popolo misterioso di cui Stephens cercava le testimonianze.Superati
i primi momenti di incredulità  e derisione, anche il mondo accademico
internazionale perviene alla convinzione che in America centrale sia esistita
una civiltà  in grado di competere con quelle dell’antico continente.
Quando poi si appurano le straordinarie conoscenze dei maya in campo matematico
e astronomico, qualcuno parla dei ‘greci di America’.Sorge però a questo punto
tutta una serie di problemi alla cui soluzione si applicano archeologi
professionisti e dilettanti. Questo popolo apparteneva allo stesso ceppo etnico
degli altri abitatori dell’America, rimasti sempre allo stato nomade? E, in caso
positivo, come era stato possibile che solo i maya, isolati e sperduti nella
giungla tropicale, avessero raggiunto un grado di civiltà  tanto elevato?
Qual era stata la loro storia prima dell’arrivo degli spagnoli in America? Erano
o non erano esistiti contatti con il mondo antico dell’Europa e dell’Asia, come
sembravano dimostrare le loro immense piramidi, così simili a quelle
egizie?L’archeologo Thompson, lo scopritore del ‘pozzo dei sacrifici umani’ a Chichèn Itzà , sostiene addirittura che i maya furono i discendenti dei mitici abitanti di Atlantide, il continente che, secondo Platone, esisteva un tempo fra l’Europa e l’America e che sarebbe scomparso in un gigantesco maremoto. E come il pittore George Catlin aveva fatto per una tribù di indiani delle pianure dell’America settentrionale, i mandan,
presso i quali, secondo lui, esistevano individui con caratteristiche fisiche
decisamente non americane, qualcun altro afferma che i maya sono i discendenti
delle Sette Tribù Perdute di Israele.Altri studiosi ancora fanno rilevare che
nei monumenti maya sono presenti immagini di divinità  che ricordano quelle
dell’India e della Cambogia. Inoltre, sempre secondo le fonti spagnole, sembra
che nella mitologia maya vi fossero reminiscenze bibliche e forti elementi
cristiani, tra cui il simbolo della Croce e prove della conoscenza del Diluvio.
Ma c’è chi obietta che nella mitologia maya gli spagnoli stessi potevano avere
introdotto elementi cristiani, che la Croce come simbolo è praticamente
universale e che il ricordo di una ‘grande pioggia’ è presente anche in altre mitologie ed epopee (quella di Gilgamesh, per esempio). Spiegazioni e interpretazioni si moltiplicano: è innegabile, sostengono alcuni archeologi, che il dio maya Kukulkan avesse anche la funzione di messia, e ciò rinvia di nuovo il problema al Medio Oriente e ad eventuali contatti fra i due continenti.Anche se oggi sembra dimostrato che i maya fossero un popolo indigeno dell’America centrale, e che abbiano raggiunto la loro grande civiltà  sotto il dominio di una casta di sacerdoti, il mistero delle loro origini e di come abbiano potuto raggiungere un così alto grado di civilizzazione resta sostanzialmente inviolato. Comunque, alla metà  del secolo scorso, e precisamente un anno dopo la pubblicazione del libro di Stephens, esce, sempre a New York, un’opera storica che in parte avvicina alla soluzione del problema, in parte ne allontana. Si tratta della Conquista del Messico di William Prescott, narrazione ancora insuperata dell’ impresa di Cortès e dei suoi uomini, e descrizione accurata
‘ per l’epoca, s’intende ‘ dell’impero azteco da loro distrutto, altrettanto enigmatico della civiltà  maya, con la quale presenta tuttavia notevoli somiglianze. Ma anche le differenze sono grandi: aztechi e maya parlavano indubbiamente lingue diverse, e inoltre, al momento della conquista spagnola, i maya da secoli avevano superato l’apogeo della loro cultura ed erano ormai in piena decadenza. D’altra parte, mentre in Messico nessuno più parla l’azteco o un idioma che gli somigli, nell’America centrale vivono ancora quattro milioni di persone che parlano la lingua dei maya, anche se non sanno leggere gli antichi geroglifici e non ricordano nulla della grande civiltà  raggiunta dai loro antenati.Ma Prescott fornisce una notizia preziosa. Interrompe il racconto della fuga di Cortès dalla capitale azteca nella “noche triste» per descrivere delle rovine che, secondo le tradizioni indie, erano già  là  quando gli aztechi avevano
in’vaso il Messico e di cui essi ignoravano tutto. Ciò presupponeva l’esistenza di una terza civiltà  anteriore a quella azteca e persino a quella maya.

Il volto del dio del cielo Itzamnù in un pannello d'altare a Palenque: sul suo capo poggia lalbero sacro' o ‘dell'origine'.

Il volto del dio del cielo Itzamnù in un pannello d’altare a Palenque: sul suo capo poggia lalbero
sacro’ o ‘dell’origine’.

Scrive Prescott: “Quali pensieri devono affollarsi nella mente del viaggiatore mentre calpesta le ceneri delle generazioni che eressero queste moli colossali, che ci trasportano dal presente entro gli stessi abissi del tempo! Ma chi furono i loro edificatori? Furono i chimerici olmechi, la storia dei quali come quella degli antichi titani è andata perduta nelle nebbie della favola? O, come viene assiduamente riportato, furono i pacifici e industriosi toltechi, tutto quanto possiamo sapere dei quali si appiglia a tradizioni appena un po’ più sicure? Cos’è avvenuto delle razze che le costruirono? Rimasero su quel terreno e si mescolarono e furono incorporate fra i fieri aztechi che succedettero ad esse? O passarono a mezzogiorno e trovarono più vasto campo di espansione nelle lontane regioni dell’America centrale e dello Yucatà n?».

I calendari pietrificati

Sono trascorsi vent’anni dalla pubblicazione del libro di Stephens: è il 1863. Ma nessun progresso è stato compiuto verso la decifrazione dei geroglifici che coprono i monumenti dei maya e quindi verso la comprensione, anche sommaria, della loro cultura e organizzazione sociale. Proprio in quei giorni, tuttavia, nella Biblioteca Reale di Madrid, uno studioso francese, l’abate Charles-Etienne Brasseur de Bouburg, scopre un manoscritto del 1566: la Re/aciòn de las cosas de Yucatdn, del vescovo Diego de Landa. Il vescovo, che non era certo della pasta di un Bartolomeo de Las Casas che spese la vita per difendere gli indios e la loro cultura, si era distinto per la cristianizzazione forzata degli indigeni e la distruzione delle civiltà  locali che riteneva “emanazioni di Satana». Però, nella sua Relaciòn, Diego de Landa aveva trascritto non solo le tradizioni maya a proposito di guerrieri e divinità , ma aveva unito al racconto
‘ che nella sua parte cronachistica parla di periodi posteriori allo sbarco degli spagnoli
‘ una serie di disegni che raffiguravano i simboli con i quali i maya indicavano i mesi e i giorni. Studiando tali simboli aveva scoperto che nei monumenti maya non vi era ornamento, rilievo, fregio zoomorfo che non fosse in diretto rapporto con una data. In altre parole ogni piramide, ogni stele, ogni edificio maya non era altro che un calendario pietrificato! Ma la chiave fornita da Diego de Landa e scoperta da Bouburg viene adottata dall’archeologo Fostermann anche per decifrare la lingua scritta sui Popol Jzuh, gli unici testi maya risparmiati dallo zelo dei Torquemada. Scritta su i POPOL Vuh gli unici testi sono tre: uno è custodito a Dresda, uno a Parigi, due frammenti del terzo in Spagna. Nessuno dei tre contiene purtroppo riferimenti storici: si tratta di testi sacri che potevano essere consultati solo dai sacerdoti-sovrani.Prima di indagare più a fondo i maya e i loro monumenti, gli archeologi americani lasciano passare altri quarant’anni: preferiscono nel frattempo occuparsi dei faraoni a Giza, delle necropoli di Atene, dei sarcofagi di Tarquinia, di Tebe, dei palazzi di Ninive, della stele di Hammurabi, dei sumeri, delle statue di alabastro nell’Irak, dei leoni di Babilonia. Ritengono secondarie le piramidi maya, non li abbaglia la luce che ne emana, accettano il parere di Prescott che, della cultura appena scoperta, aveva scritto: “Il tempo vi ha gettato un velo impenetrabile, un velo che nessuna mano umana può rimuovere».

Nel secolo scorso l'interesse per la civiltà  maya fu rinverdito da un libro di viaggi di John Lloyd Stephens, illustrato dal pittore inglese Frederick Catherwood che aveva seguito l'esploratore proprio per disegnare tutto ciò che la spedizione, a caccia di reperti precolombiani, si proponeva di rintracciare nel Messico meridionale, nel Guatemala e nell'Honduras; in questa illustrazione, i resti del tempio di Tulùm.

Nel secolo scorso l’interesse per la civiltà  maya fu rinverdito da un libro di viaggi di John Lloyd Stephens, illustrato dal pittore inglese Frederick Catherwood che aveva seguito l’esploratore proprio per disegnare tutto ciò che la spedizione, a caccia di reperti precolombiani, si proponeva di rintracciare nel Messico meridionale, nel Guatemala e nell’Honduras; in questa illustrazione, i resti del tempio di Tulùm.

Poi, come era inevitabile, il mistero delle città  abbandonate e sepolte dalla vegetazione della giungla meso americana ricomincia ad inquietare i pensieri degli appassionati, e specialmente quelli di Alfred Percival Maudslay,
che organizza ben sette spedizioni nella regione dei maya, ne riporta calchi,
rilievi, reperti e soprattutto idee più chiare sui metodi di indagine da
seguire. Via via vengono abbandonati tutti i dubbi che la civiltà  maya
fosse una specie di ‘sottoprodotto’, e gli archeologi ammettono che si trattò di una civiltà  luminosa che aveva elevato monumenti affascinanti e realizzato grandi scoperte in campo matematico e astronomico.L’insipienza dei vescovi spagnoli aveva gettato nel rogo i documenti storici di quel popolo; un vescovo spagnolo riscattò in parte i suoi colleghi lasciando, come abbiamo detto, notizie e schizzi riguardanti i maya. Le annotazioni di Diego de Landa sono rozze e affrettate, tuttavia consentono di risolvere il problema del calendario
‘ il più perfetto del mondo! ‘ che accentra gli studi di Thompson, di Goodman, di Boas, di Preuss, di Lehmann, di Morley. Tre generazioni di archeologi si addentrano in un labirinto di ideogrammi e alla fine chiariscono il significato delle scritture figurative. Poco a poco i monumenti maya
‘ rimasti muti per secoli nella giungla ‘ cominciano a parlare: raccontano brani della loro storia, soltanto brani però, omettendo il principio e la fine, lasciando irrisolto l’enigma delle città  abbandonate, degli spostamenti di massa e dell’ultima grande migrazione.Musei e società  scientifiche affrontano finalmente con impegno l’indagine, lo scavo, la ricerca. Il Peabody Museum of Archeology dell’università  di Harvard finanzia una ventina di spedizioni tra la fine del secolo scorso e il primo decennio di questo; dopo l’interruzione bellica lo studio si approfondisce sistematicamente fino al 1958, con il denaro del Carnegie Institute di Washington, sulle aree di Uaxactùn, di Chichèn Itzà , di Kaminaljuyu, di Iayapà n; gli scienziati messicani si dedicano al Chiapas, al Campeche, allo Yucatà n. L’interesse per i maya raggiunge livelli mai registrati, e i maya compensano i ricercatori largheggiando nelle rivelazioni, ma nascondendo ostinatamente, quasi per una burla maligna, l’origine della loro cultura.

Un ‘altra immagine tratta dall'atlante di Catherwood che illustra il libro di Stephens, ‘Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatà n': la ‘stele B' a Copà n.

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‘altra immagine tratta dall’atlante di Catherwood che illustra il libro di Stephens,
‘Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatà n’: la ‘stele B’ a Copà n.

Gli esperti contano ventisei templi a Copà n, restaurano Tulùm, stabiliscono che Uaxactùn è la città  più antica della Mesoamerica e la prima ad aver avuto un osservatorio astronomico; poi misurano i settanta metri della piramide di Tikal, ripida e somigliante alle sottili piramidi di Angkor Vat nell’Estremo Oriente; trovano a Piedras Negras un bassorilievo parietale in arenana, capolavoro dell’arte maya.Nulla arresta più l’avanzata archeologica. Dove Stephens
ed altri avevano usato il machete, i ‘razionali’ gringos dell’America del nord utilizzano il fuoco che incenerisce la giungla e libera le città  dal loro bozzolo verde, così come Bingham aveva liberato Machu Picchu in Perù nel 1912. Rinascono ad uno ad uno i centri maya; rinasce perfino Dzibilchaltùn sul fondo del lago Boca Paila nel Peine e gli specialisti si avvalgono di scafandri e respiratori, di finanziamenti e di larghi mezzi.La fortuna arride al messicano Alberto Ruiz che a Palenque, sulla piattaforma del tempio delle iscrizioni, scopre un’imboccatura, vi discende, una porta di pietra lo ferma; riesce a forzarla, entra nell’ombra umida di una cripta e là  campeggia un gigantesco sarcofago. Che fare? Il coperchio del sarcofago pesa quintali, ma occorre rimuoverlo, esaminare ad ogni costo l’interno. Si improvvisano argani e verricelli: alla fine le torce illuminano una salma millenaria, certo un nobile, con un diadema di piume sul capo e vesti lunghe fino ai piedi. Chi è? Un principe di pelle bianca? Un grande astronomo? Un sacerdote? Si riaffaccia l’ipotesi di un collegamento fra i maya e gli egizi, e tale ipotesi, per quanto poco plausibile, sopravvive ancora.

Veduta parziale del ‘circo' di Copà n, sulle rive del fiume omonimo, nell'Honduras. Pare si trattasse di un campo per il gioco della pelota. Stephens lo scoprì grazie alle indicazioni dello storico del Guatemala, Juarros, che citava le notizie fornite cia un viaggiatore del ‘700, un certo Fuentes.

caption=”Veduta
parziale del ‘circo’ di Copà n, sulle rive del fiume omonimo, nell’Honduras. Pare si trattasse di un campo per il gioco della pelota. Stephens lo scoprì grazie alle indicazioni dello storico del Guatemala, Juarros, che citava le notizie fornite cia un viaggiatore del
‘700, un certo Fuentes.

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