I Vichinghi prima di Colombo? – Parte Prima –

Neve, nebbia, montagne di ghiaccio alla deriva, onde alte più di dieci metri, raffiche di vento a oltre cento chilometri all’ora: un pugno di uomini alle prese con la furia degli elementi nel Nord Atlantico. La loro barca è lunga pochi metri; non c’è radar a bordo, né ci sono bussola, sestante e radio. Lo scafo non è pontato: non c’è quindi alcuna possibilità di ripararsi dalle ondate e dal gelo. Non c’è motore ma solo una vela fissata a un unico albero. Se il vento cade, infuria oltre i limiti del sopportabile o è contrario, si va avanti a forza di remi. Con una barca del genere oggi non ci sentiremmo tranquilli neppure in uno stagno, eppure proprio con simili navi (se così si possono chiamare) i vichinghi partivano dalle loro città nell’estremo nord dell’Europa per andare a conquistare altre terre e per esplorare mondi sconosciuti. Una loro antica leggenda racconta che mille anni fa un navigatore di nome Bjarni si spinse a ovest della Groenlandia fino a scorgere le coste del Labrador. La storia della sua straordinaria avventura accese d’entusiasmo un altro marinaio eccezionale, Leif, figlio di Eric il Rosso, che mise subito in mare la sua barca per andare alla ricerca della terra misteriosa al di là dell’oceano. Non abbiamo una descrizione particolareggiata del suo viaggio. I biondi figli del Nord non erano soliti tenere un diario delle loro imprese: poche indicazioni tecniche per i marinai che in futuro avessero voluto seguire la loro rotta e il resto era lasciato ai racconti da ripetersi la sera accanto al fuoco una volta tornati a casa. Quando riuscivano a tornare. Non è difficile però immaginare le difficoltà incontrate dal temerario Leif e dai suoi uomini percorrendo tratti di mare in tempesta infestati dagli iceberg e con visibilità zero. Solo un coraggio senza limiti e una conoscenza del mare come noi, oggi, non riusciamo nemmeno ad immaginare possono aver consentito una simile impresa.
Intorno all’anno Mille, dunque, Leif sarebbe approdato in America. Cinquecento anni prima di Cristoforo Colombo. Lo sbarco sarebbe avvenuto nella zona oggi compresa tra New York e Boston. È credibile il racconto delle saghe nordiche? C’è chi giura di sì ed enumera, a conforto della sua tesi, i numerosi reperti archeologici di origine vichinga scoperti, anche di recente, in varie località degli Stati Uniti. Ma per molti altri si tratta di puri e semplici indizi che non proverebbero un bel nulla. Dal momento che a dibattere sono scienziati di chiara fama, non è il caso di metterne in dubbio la buona fede. Resta il fatto che, per uno strano gioco del destino, tutte le tracce trovate fino ad ora si prestano a diverse interpretazioni. L’interrogativo, insomma, resta aperto: Bjarni, Leif e gli altri eroi delle saghe vichinghe sono stati i più grandi navigatori mai esistiti o semplicemente dei visionari?

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Imbarcazioni vichinghe del decimo secolo in un dipinto conservato al Museo Navale di Madrid. Con navi come queste i fieri guerrieri scandinavi hanno dominato i mari per secoli. Nelle loro saghe raccontano di essere sbarcati anche in America 500 anni prima di Colombo. Ma è vero?

Agosto 1898. In una fattoria di Salem, presso Kensington (Minnesota), OIaf Ohman, un contadino di origine svedese emigrato negli Stati Uniti da una ventina d’anni, sta lavorando nel suo podere quando urta con la zappa una strana pietra: è una stele lunga ottanta centimetri, larga quaranta e spessa quindici che porta impresse misteriose iscrizioni runiche. Olaf mostra a pietra ai suoi vicini, per la maggior parte emigrati come lui in America dai paesi del Nord Europa, e tutti sono d’accordo nel ritenere che si tratta di una scoperta molto importante. Tanto che Qlaf, per meglio proteggere il suo ‘tesoro’, lo deposita in una banca di Kensington e fa decifrare l’iscrizione da un gruppo di esperti. Per qualcuno non ci sono dubbi: la stele è una specie di diario (per quanto molto succinto) di una spedizione vichinga.
La notizia fa sensazione: da tempo si era a conoscenza delle saghe nordiche che parlavano della scoperta dell’America da parte dei vichinghi cinquecento anni prima di Colombo, da tempo gli scienziati discutevano con passione sulla veridicità o meno dei viaggi di Bjarni e di Leif, figlio di Eric il Rosso, ma adesso, finalmente, era venuta alla luce una prova tangibile. A gettare acqua sul fuoco ci pensano però i professori della Minnesota University e della Northwestern University: è un volgare imbroglio, dicono, e per loro la faccenda finisce li. Ma la questione non è affatto conclusa. Altri scienziati si mostrano molto meno scettici e la polemica divampa. A favore dell’autenticità della ‘pietra di Kensington’ si batterà per tutta la vita Hjalmar A. Holand, autore di numerosi saggi sullargomento: la stele, egli afferma, è stata trovata da Ohman tra le radici di un albero di circa settant’anni, quindi, se fosse un falso, dovrebbe essere stata sotterrata nel luogo del ritrovamento almeno intorno al 1825, epoca in cui la zona era quasi del tutto disabitata. Chi avrebbe avuto interesse a fare uno scherzo’ del genere?
Le tesi di Holand vengono accettate dal Museo nazionale americano di Washington che nel 1948 stabilisce che la ‘pietra di Kensington’ è da considerarsi un notevole documento storico. Ma neanche questo riconoscimento ‘ufficiale’ è sufficiente a far cambiare idea agli oppositori, molti dei quali giudicano per lo meno sospetto che la stele sia stata ritrovata in una zona abitata prevalentemente da scandinavi (e di genitori svedesi è lo stesso Holand), mentre altri negano che i caratteri runici delle iscrizioni siano autentici.
Da allora altre ‘scoperte’ hanno suscitato scalpore: nel 1930, nelle vicinanze di Beardmore, sul lago Nipigon (Canada), vengono trovate antiche armi di fattura nord-europea; nel 1952, nella penisola di Barnstable, a sud di Boston, qualcuno ritiene di riconoscere in alcuni pezzi di legno rinvenuti durante uno scavo il relitto di una nave vichinga, altri giurano che una torre di Newport (Rhode lsland) rappresenta i resti di un’antica chiesa scandinava. Ancora dubbi, ancora polemiche ma la maggior parte degli studiosi è portata a non dare peso a questi e ad altri ‘clamorosi’ reperti. Maggiore interesse gli archeologi dedicano invece agli studi del norvegese Helge lngstad che nel 1960 ha cominciato a lavorare sulle coste di Terranova dove, secondo la tradizione nordica, sarebbero appunto sbarcati i suoi antenati intorno all’anno 1000. lngstad ha trovato i resti di un gruppo di case, di una fucina e di vari utensili che le analisi compiute con il metodo del radiocarbonio farebbero risalire proprio all’epoca della scoperta del mitico Vinland descritto nelle saghe vichinghe. Ma, nonostante l’uso dei più moderni sistemi di indagine scientifica, non si è riusciti a datare in modo certo queste rovine. Altre ricerche sono in corso, ma anche queste, tino ad oggi, non hanno condotto ad alcun risultato definitivo.

 

 

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Helluland, Vinland e Markland nella ‘Skòlholt Map’ del 1600: sarebbero queste le terre del Nordamerica dove approdarono i vichinghi.

 

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Flotta vichinga in navigazione (X sec.). A partire dai primi del 700 gli uomini del Nord cominciarono le spedizioni per conquistare nuove terre.

 

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Scena del Valhalla vichingo: naturalmente per una stirpe di marinai eccezionali anche un viaggio nell’aldihì non è concepibile se non a bordo di una nave.

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Anse aux Meadows (Terranova), dove Solo State scoperte tracce di un insediamento vichingo.

 

Quell ‘isola’ al nord della Terra
L’affascinante ipotesi di una possibile scoperta dell’America del Nord da parte degli avventurosi vichinghi, si fonda su un ristretto numero difatti — la cui verità è difficile da provare — narrati in antiche saghe nordiche. Noi possediamo, oggi (ma non è escluso che in avvenire possa saltar fuori qualche altro documento), due fonti diverse sulla sensazionale impresa che avrebbe potuto dischiuderci cinque secoli prima le porte del nuovo mondo. La prima è una pergamena, scritta tra il 1385 ed il 1388 in runico, l’antica lingua islandese:
adesso fa parte del Corpus Codicum Islandicorum Medii Aevi e si trova alla Biblioteca Reale di Copenaghen. Fu stesa da due preti, Jòn Thordarson e Magnus Thòrhallsson, che probabilmente si servirono di un manoscritto precedente, conservato in un’abbazia benedettina in Islanda. I due religiosi fecero questo lavoro su commissione di un certo Jòn Hàkonarson, che abitava a una ventina di chilometri da quel monastero. Nel 1647 uno dei lontani nipoti di questo mecenate, che aveva la sua casa nell’isola di Flatey, fece dono del manoscritto al re di Danimarca: da allora il prezioso documento prese il nome di Flateyjarbok. Esso narra molto diffusamente la storia di Eric il Rosso, e le esplorazioni ‘americane’ dei suoi tre figli (Leif, Thorvald e Thorstein). Esiste però anche un’altra fonte, che si trova ora alla Biblioteca Arnamagnaean di Copenaghen, e che si chiama Hauksbok. Si tratta di una saga islandese scritta da una specie di avvocato locale, Hauk Erlendsson, morto nel 1334: Hauk era un discendente di quel Thorfinn Karlsefni che segui, più tardi, la rotta di Leif, figlio di Eric, approdando anch’egli in quelle Terre per lui sconosciute che noi oggi supponiamo fossero l’America del Nofd.
Ed infine esiste un altro documento, che però è la ripetizione, con alcune variazioni, dello Hauksbok: anch’esso si trova nella stessa biblioteca di Copenaghen, ed è contraddistinto dal numero A.M. 557. Qualche volta viene anche chiamato La saga di Eric il Rosso.

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Pagine del manoscritto A.M. 557 custodito nella Biblioteca Arnamagnaean di Copenaghen: è uno dei documenti che riportano le saghe nordiche in cui si parla della scoperta dell ‘America da parte dei vichinghi intorno all’anno Mille.

La storia che narrano i tre documenti (che poi si riducono a due) inizia con la descrizione di una terribile nebbia che calò, nell’estate del 986 (o forse 985) dopo Cristo sulla piccola nave di Bjarni, un giovane e ricco islandese il quale, di ritorno da un viaggio, si era messo in mente di raggiungere il padre in Groenlandia, non avendolo trovato nella natia Eyrar, appunto in Islanda. Il fatto è che Herjulf, padre di Bjarni, aveva deciso di seguire armi e bagagli le orme di un grande e celebre vichingo, Eric il Rosso, che, bandito dall’Islanda per i suoi troppo disinvolti ammazzamenti, aveva approdato in Groenlandia, fondandovi una colonia. Eric era non solo un attaccabrighe ed un valente marinaio, ma anche un sottile psicologo: cacciato dall’Islanda, ed approdato a quell’immenso cetaceo di ghiaccio che è la Groenlandia, decise di chiamarla cosi, Terra Verde, perché altra gente vi fosse attratta.

Eric il Rosso, in un dipinto del XVII sec.

Eric il Rosso, in un dipinto del XVII sec.

Tra i nuovi arrivi, nel 986, vi era stato appunto Herjulf: e fu cosi che Bjarni, giunto a casa in Islanda per il consueto riposo invernale, dovette rimettersi di nuovo in mare per raggiungere il padre in quella terra nuova e lontana. Sapeva che il viaggio era difficile, ma certo non si aspettava quello che accadde.
Per tre giorni il suo drakkar, la svelta imbarcazione vichinga a vela e sedici coppie di remi, tenne la rottagiusta, e si avvicinò sensibilmente alla Groenlandia, separata dall’Islanda da 600 miglia di mare. Ma al terzo giorno, «quando la terra era già nascosta dall’acqua», quando cioè si era proprio in alto mare e non si vedeva neppur più l’altissimo picco islandese dello Snaefells, cadde una fittissima nebbia e si alzarono venti da nord che spinsero la nave fuori rotta. Il Flateyjarbok non dice per quanti giorni durò la nebbia: ma alla fine, dal drakkar si avvistò una terra «con un paesaggio pianeggiante, e basse colline ricoperte di boschi». Siccome si può escludere che si trattasse della Groenlandia, dobbiamo chiederci quale altra terra potesse essere, Ed appunto qui comincia il mistero.

4. Islanda, Breidafjordur: da queste coste salpò nel 985 Eric il Rosso per andare a fondare la prima colonia in Groenlandia.

Islanda, Breidafjordur:
da queste coste salpò nel 985 Eric il Rosso per andare a fondare la prima colonia in Groenlandia.

È infatti un vero peccato che il Flateyjarbok sia cosi lacunoso in questa sua prima parte, perché per il resto è talmente esatto che sembra un orario ferroviario: rinunciando prudentemente a sbarcare nella terra sconosciuta, Bjarni prosegui il suo viaggio e dopo alcuni giorni di navigazione avvistò altre due terre a nord di quella; le riconobbe per due isole e se ne tenne a rispettosa distanza in modo da non esservi sospinto contro da venti improvvisi. Quindi, ripreso il largo, navigò per altri quattro giorni sospinto da un vento favorevole, finché giunse felicemente in Groenlandia. Aveva percorso all’incirca 8000 miglia, e compiuto un’impresa marittima che lo classifica tra i più grandi navigatori.
Ci vollero sedici anni prima che questa storia di nuove terre scoperte oltre la Groenlandia desse i suoi frutti: Bjarni si era recato due volte in Norvegia alla corte del conte Eric, successore di re Olaf Tryggvason, era stato “alquanto vilipeso” per aver trascurato di esplorare le terre che aveva scoperto. Ciò nonostante era stato nominato «uomo del conte», ed era rientrato in Groenlandia accompagnato dagli strascichi della polemica: ci furono probabilmente molte conversazioni tra il figlio di Eric il Rosso, Leif, e lo stesso Bjarni. Poi Leif comperò una bella nave mercantile, una knarr, arruolò trentacinque uomini e partì per l’avventura.
Dopo quattro giorni di navigazione, arrivò alla prima terra, che era anche l’ultima avvistata da Bjarni: con una scialuppa andò a riva e battezzò quel luogo desolato e triste Helluland, ovvero ‘terra delle rocce piatte’.
Via di li, Leif ed i suoi uomini arrivarono ad una seconda terra, boscosa e bellissima: la chiamarono Markland, cioè ‘terra di foreste’. Il nome, come dice la saga, era «in accordo con le caratteristiche dei luoghi».
Nel Markland, Leif non stette molto: profittando del vento favorevole si reimbarcò precipitosamente e fece vela al sud, giungendo «ad un’isola al nord della Terra». Qui sbarcò definitivamente, trovò un fiume che portava ad un lago, eresse una grande capanna e si accinse a svernare, mentre gli uomini osservavano stupefatti i salmoni che saltavano nell’acqua e l’incredibile ricchezza della campagna. In questa ‘isola’, Leif, pare dalla saga, passò almeno un anno, denso di scoperte e di curiosi avvenimenti (vi trovò — tra l’altro — l’uva, per cui battezzò l’isola Vinland, ‘terra del vino’), poi tornò in Groenlandia. Era il 1001, l’inizio del nuovo millennio: e dovevano passare quasi cinque secoli prima che altri uomini, ugualmente audaci, scoprissero davvero quel nuovo continente che Bjarni e Leif avevano forse soltanto sfiorato. Ma Helluland, Markland e Vinland erano veramente l’America?

 

1. Groenlandia: il fiordo dove sbarcò la prima volta Eric il Rosso. Groenlandia significa letteralmente ‘terra verde’: l’astuto Eric la battezzò così per attirarvi altra gente in modo da fortificare la sua colonia. 2. L ‘Islanda nella carta

Groenlandia: il fiordo dove sbarcò la prima volta Eric il Rosso. Groenlandia significa letteralmente ‘terra verde’: l’astuto Eric la battezzò così per attirarvi altra gente in modo da fortificare la sua colonia.

 

Le antiche saghe: verità o leggenda?
I tentativi più recenti di risolvere il mistero dei viaggi di Bjarni e di Leif risalgono alla fine degli anni sessanta e sono stati messi in atto da giornalisti inglesi in due distinte spedizioni che avevano per scopo quello di ripercorrere con imbarcazioni simili a quelle dei vichinghi le rotte che si suppone essi abbiano seguito. Ma, come del resto è accaduto agli studi teorici — fatti a tavolino —, anche questi due tentativi hanno lasciato la questione insoluta.

L ‘Islanda nella carta nautica di Olaus Magnus, disegnata a Venezia nel 1539: da qui, a quanto narrano le saghe, il vichingo Bjarni intraprese il favoloso viaggio che lo avrebbe condotto in vista del nuovo continente.

L ‘Islanda nella carta nautica di Olaus Magnus, disegnata a Venezia nel 1539: da qui, a quanto narrano le saghe, il vichingo Bjarni intraprese il favoloso viaggio che lo avrebbe condotto in vista del nuovo continente.

Il primo di essi è stato organizzato verso la fine del 1968 da John Anderson, redattore del Guardian, che con sei amici entusiasti partì dalla Groenlandia con un battello di tredici metri, battezzato Bermuda, interamente mosso dalla forza delle vele. Dopo un mese di avventurosa navigazìone, la spedizione, raggiunta la zona di Cape Cod (presso Boston) fuori tempo massimo, rientrava in Inghilterra, senza aver messo le mani su alcun tipo di prova, né negativa, né positiva.

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Una nave da carico (knarr), parzialmente ricostruita al Museo Navale Vichingo di Roskilde, in Danimarca, dove si trovano altre quattro imbarcazioni dello stesso tipo che tra il 900 e il 1000 furono affondate davanti ad un fiordo per impedire l’approdo di navi nemiche.

1. Antica carta di Terranova: qui, secondo alcuni, sarebbe sbarcato a bordo di una knarr Leif che battezzò il luogo Helluland (terra delle rocce piatte). 2. Nuova Scozia (Canada): la ricca vegetazione di Capo Breton. Era questo il verde 3jarkland scoperto da Leif e

L’Antica carta di Terranova: qui, secondo alcuni, sarebbe sbarcato a bordo di una knarr Leif che battezzò il luogo Helluland (terra delle rocce piatte)

Il secondo tentativo è stato attuato partendo da un presupposto diverso: David Johnstone, di 34 anni, e John Hoare, di 29, hanno cercato, nella primavera 1969, di varcare l’Atlantico a forza di remi, in cinquanta giornì, su una barca di tre metri e mezzo, chiamata Puffin, allo scopo di appurare se è possibile che una barca vichinga, spinta dai venti e dalla Corrente del Golfo, sia approdata dopo cinquanta giorni di deriva in Irlanda, come narra l’ultima delle saghe citate. I due giornalisti, tuttavia, non riuscirono ad ‘agganciare’ la Corrente del Golfo; ma per fortuna furono trovati da un mercantile il 26 luglio di quell’anno, a 3000 miglia dall’Irlanda e dopo sessantasette giorni di mare, ormai allo stremo delle forze.
Entrambi i gruppi, quello del Bermuda e quello del Puffin, avevano deciso di correre l’avventura sotto la spinta della pubblicazione, fatta nel 1965 dall’Università di Yale, di un’antichissima carta norvegese o islandese, scoperta a Londra, in modo alquanto misterioso, nel 1961, e battezzata Carta Vinland.

 

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Nuova Scozia (Canada): la ricca vegetazione di Capo Breton. Era questo il verde Markland scoperto da Leif e cantato nelle saghe nordiche?

 

Tuttavia è quasi certo che la Carta Vinland è un apocrifo, dovuto a chissà quali mani: alle volte pare che le generazioni precedenti si siano volute divertire alle nostre spalle, lasciandoci documenti falsi a profusione, nascosti qua e là, addirittura inserendo elementi contraffatti tra quelli veri: per cui dobbiamo sempre arrampicarci sugli specchi, per ritrovare una malcerta verità sepolta tra sottili menzogne. E tuttavia, se anche la carta è falsa, il tentativo di John Anderson e del Bermuda, come quello del Puffin meritano ugualmente un cenno per chi ha aggiunto un granello di esperienza a quella che è senza dubbio una delle più complesse questioni di storia aperte sulle nostre cattedre. Aveva ragione il grande esploratore Fridtjof Nansen quando definì i viaggi vichinghi al Vinland «un misto di leggenda e di mito», o hanno ragione le centinaia di studiosi che non solo sono convinti di aver accertato la verità di quelle saghe, ma addirittura di aver trovato i luoghi esatti in cui i vichinghi approdarono?

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John Hoare (a sinistra) e David Johnstone, i due giornalisti che nel 1969 hanno provato a ripercorrere (ma il tentativo è fallito) il viaggio dei vichinghi verso l’America con una barca di tre metri e mezzo (il ‘Puffin ‘)

Con ogni probabilità, noi conosceremmo da tempo la risposta a questo interrogativo, se fossimo capaci di immaginarci a fondo, di rivivere, la mentalità e l’indole di quei tipi singolari che erano i vichinghi: gente dura, tanto da dormire all’ aperto anche d’inverno, brutale, perfino sanguinaria. Ma soprattutto nata sul mare e con una incomparabile conoscenza di esso: appena nato, il piccolo vichingo veniva
preso per i piedi ed immerso nei vasi di idromele che si trovavano a bordo, O sopravviveva, divenendo un buon vichingo, o raggiungeva immediatamente il gran dio Thor.

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Elmo appartenuto a un guerriero, conservato al Museo di storia di Stoccolma.

 

Con un battesimo di questo genere non fa meraviglia che da grande sapesse poi scagliare due giavellotti per volta, camminasse disinvoltamente, fuori del bordo della nave, sui remi che sporgevano dalla fiancata, e riuscisse a navigare in linea retta senza bussola, senza stelle e senza orologio, così come noi non sappiamo fare più neppure col radar, Solo di recente abbiamo compreso che i vichinghi, nelle loro storie scritte, non davano quasi nessuna indicazione sulla grandezza delle terre che incontravano, o sulla lunghezza delle coste randeggiate, ma preferivano citare dettagli di altra specie: visibilità dal mare di quelle coste, vegetazione, predominanza dei venti, comportamento degli uccelli costieri. Tutti elementi che dovevano servire ad altri navigatori per intraprendere gli stessi viaggi, e che difatti servirono benissimo: dopo quella di Leif ci furono parecchie altre spedizioni al Vinland, secondo quanto fu asserito, perfettamente riuscite.

 

Spade di ferro ritrovate nello Jutland e databili tra iIXe I’XI sec. 3. Moneta d’argento con galera coniata probabilmente a Hedeby (Danimarca) all’inizio del IX sec. 4. La necropoli di Lindholm HØje (Danimarca) con tombe a forma di navi. Il cimitero, sepolto da una frana alla fine del 900, è stato riportato alla luce nel 1952. 5. Tre divinità nordiche: Odino, Thor è Frey in un arazzo del XII sec.

  Spade di ferro ritrovate nello Jutland e databili tra iIXe I’XI sec.

 

I nuovi esploratori, infatti, non solo arrivarono regolarmente a destinazione, m trovarono di primo acchito il punto preciso m cui Leif era approdato, e addirittura la casa che egli aveva dato in affitto ai suoi successori. La scoperta di questa chiave psicologica ha fatto fare parecchi passi avanti nella ricostruzione di quel che poté accadere veramente, ed ha indotto a guardare con occhio meno sospettoso alle tre fonti che ci narrano quelle lontane storie dell’anno Mille. Potrebbe anche darsi che Leif abbia raggiunto veramente la costa dell’America, che poi descrisse con cura, e che vi abbia soggiornato almeno un anno: i suoi fratelli ed una sua sorella, la bella e terribile Freydis, vi stettero, dopo di lui, altri due anni, ed il paese venne esplorato piuttosto a fondo. La storia ha tuttavia preparato agli studiosi moderni una ben singolare sorpresa: tra gli uomini di Leif — e questo è un dettaglio molto saporito — c’era uno straniero assai diverso da loro. Piccolo e magro, laddove essi erano alti e corpulenti. Nero di capelli, contro le loro fulve chiome: costui veniva da lontano, ed era stato il servo preferito del padre di Leif, Eric il Rosso. Si chiamava Tyrker, cioè il Turco, e parlava un dialetto o una lingua meridionale che i suoi compagni non capivano.

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Moneta d’argento con galera coniata probabilmente a Hedeby (Danimarca) all’inizio del IX sec.

Per alcuni anni un certo numero di studiosi ha fatto un notevole sforzo — in accordo con la saga — per appioppare a questo Tyrker la nazionalità tedesca. Ma ormai la critica ufficiale si è pronunziata diversamente: Tyrker sarebbe stato un italiano del sud, forse un figlio di Sicilia, in quel tempo occupata da arabi e normanni, in ogni caso un mediterraneo. Fu proprio lui che scopri che in quella terra cresceva l’uva: e da questa scoperta derivò appunto il nome che Leif diede alla regione, Vinland, terra delle viti. Così, cinquecento anni prima di Colombo, sia pure su un drakkar vichingo, c’è un italiano, almeno un mediterraneo, che fa da cicerone ai suoi compagni, scesi dalla Groenlandia alle dolcezze di un clima sconosciuto: una specie di poetica giustizia.

 4. La necropoli di Lindholm HØje (Danimarca) con tombe a forma di navi. Il cimitero, sepolto da una frana alla fine del 900, è stato riportato alla luce nel 1952. 5. Tre divinità nordiche: Odino, Thor è Frey in un arazzo del XII sec.

La necropoli di Lindholm HØje (Danimarca) con tombe a forma di navi. Il cimitero, sepolto da una frana alla fine del 900, è stato riportato alla luce nel 1952. 5. Tre divinità nordiche: Odino, Thor è Frey in un arazzo del XII sec.

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