Gli antichi abitanti dell’Eternità (Parte 1)

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Di tutti i saggi del mondo, nessuno come i poeti e i mistici dell’India riuscì a raccontare di misteriose esistenze immerse nel tempo più antico, un tempo in cui gli dei dominavano t’universo e le energie cosmiche originarie vagavano libere nell’eterno mistero della vita. Nell’aria polverosa della grande pianura centrale, gli anni trascorrevano silenziosi. A sud, lungo la grande costa del Coromandel, le ossa di milioni di generazioni di animali, i gusci di lumache e le squame delle creature marine venivano interrate nella sabbia dall’incessante infrangersi delle onde sulla spiaggia. Nel lontano nord, il vento e l’acqua erodevano le catene montuose, plasmandone di nuove forme e dimensioni. I saggi di quella terra percepivano il tempo come circolare, Era un serpente che si mordeva la coda, un cerchio infinito di creazione e distruzione che assisteva al passaggio di infiniti universi, ognuno dei quali possedeva il proprio cielo e la propria terra. A ogni nuova creazione, gli esseri umani rinascevano per gioire o piangere, a seconda di quella che era stata la loro condotta nelle vite precedenti .Gli dei, perfetti e immortali, riappariva- no immutati in ogni nuovo universo per manipolare la natura. Tali divinità avevano ben poco in comune con quelle del mondo occidentale.

 

 

Gli antichi dei greci, pur essendo immortali, possedevano caratteristiche umane. Le loro guerre, le loro passioni e le loro dispute familiari avevano dimensioni cosmiche ma caratteristiche umane, e gli dei condividevano le debolezze dei mortali. Le divinità indiane, al contrario, erano creature incommensurabili all’uomo, ultraterrene. In caverne nascoste e in templi sacri, le immagini dipinte e scolpite degli dei incutevano timore: avevano molte braccia, teste di elefante o di scimmia, e molte erano dipinte dei colori dell’arcobaleno. Questi dei, come tutte le divinità, erano in grado di assumere forme e sembianze diverse a loro piacimento. In alcune ere, assunsero nomi e corpi nuovi senza sacrificare le essenziali e ineffabili qualità che facevano di loro ciò che erano. La loro saggezza era profonda, la loro intelligenza acuta, eppure non erano privi di emozioni umane, come l’amore e la paura, l’odio e il dolore, la gelosia e la felicità. Le loro gesta ispirarono una vasta raccolta di poesie e leggende, e i saggi di ogni epoca aggiunsero i loro racconti di meraviglie alla già ricca tradizione letteraria: storie d’amore, resoconti di battaglie epiche fra dei e demoni, saghe di nascite, morti e rinascite.

Raramente i narratori erano precisi per quanto concerneva la cronologia. Oli avvenimenti da loro raccontati avvengono in un’epoca imprecisata e distante, che potrebbe essere stata agli albori della nostra epoca o rappresentare il crepuscolo di un’altra. Il regno dei cieli, che si estendeva lungo le cime innevate della catena dell’Himalaya, era affollato di esseri divini. Le grandi divinità (Brahma, il Creatore; Vishnu, il Conservatore e Siva, il Distruttore) erano signori dei picchi montani. Il loro potere sublime era come quello del sole, che poteva creare col suo calore, preservare con la sua luce e distruggere con i suoi raggi roventi. Amore, fortuna, fuoco, pioggia e tutti gli altri elementi dell’universo erano in mano a una miriade di divinità minori che vivevano all’ombra dei grandi signori del cielo. Le pendici delle montagne ospitavano i numerosi e litigiosi discendenti di Brahma, le divinità minori chiamate Asura e Deva. Gli Asura erano creature dalle cui anime deformi erano sorti corpi deformi. Dotati di zanne, corna e artigli, avevano il busto d’uomo e la testa d’animale. In opposizione a loro, i Deva, spiriti dall’animo gentile, amavano i grandi dei e agivano in loro favore. Inutile aggiungere che le due razze divine erano in continua guerra. I poeti raccontano però una storia in cui tutti i contrasti vennero eliminati e dei, dee e demoni lottarono per una causa comune. Ecco che cosa accadde.

 

 

Il dramma avvenne in un momento cruciale della storia del tempo, quando un vecchio universo scomparve e, dal vuoto, ne emerse uno nuovo. Dopo che il mare ebbe sommerso il vecchio mondo durante una marea crescente e distruttrice, le acque turchesi si ritirarono per rivelare una nuova terra. Fiori gialli e alberi di melograno sbocciarono su quel nuovo tappeto erboso e mandrie di bestiame ed esseri umani si riempirono i polmoni di una dolce aria che nessuno aveva mai respirato. I grandi dei dormirono a lungo quel primo mattino della nuova creazione. Anche l’alba illuminò lentamente le montagne, emergendo dall’abbraccio di Ushas, dea del mattino. Sulla vetta del monte Meru, la pallida luce del mattino si infilò nelle migliaia di finestre ad arco che impreziosivano il palazzo di Brahma. Il dio della creazione dormiva accanto alla moglie Sarasvati, dea della saggezza, la cui bellezza aveva provocato la comparsa delle quattro teste di grahma, per la volontà del dio di poter contemplare in tutto il suo splendore ogni sfumatura della sua avvenenza. Sul monte Kailasa, l’alba filtrò nel paradiso di Siva, creando arcobaleni nella nebbia sopra le cascate dell’impetuoso Gange che si tuffavano nel giardino del dio. La luce illuminò il volto ascetico di Siva in meditazione e della bellissima Parvati, ancora addormentata nel talamo nuziale. Dal giardino di Siva e Parvati, il Gange seguiva il suo corso fino a Vaikunta, la città divina di Vishnu. La luce del mattino scintillava sulle cupole dei templi d’oro che si ergevano per chilometri e chilometri sulle montagne e sul palazzo del dio che sbucava dalla nebbia del mattino. Lì, disteso su un letto di fiori di loto, Vishnu dormiva, in perfetta solitudine.

Quando il pallore dell’alba si trasformò nella luminosità del nuovo giorno, gli immortali aprirono gli occhi e finalmente si alzarono, assetati per il gran caldo. Sebbene si fossero appena svegliati provavano un forte senso di spossatezza e la loro sete non bramava le fresche e sacre acque del Gange. In quel primo giorno del nuovo mondo, le divinità erano deboli per la mancanza di amrita, il nettare che costituiva l’essenza della loro forza e immortalità. Nella sua ultima e terribile inondazione, il mare aveva infatti inghiottito tutti i beni più preziosi degli dei e molti di quelli (l’albero celestiale che esaudiva ogni loro desiderio, la mucca dell’abbondanza che appagava ogni loro esigenza, il cavallo alato il cui volo era più veloce del pensiero) non erano ancora riemersi con la rinascita del mondo, L’amrita si era dissolta nel mare in una miriade di goccioline e sarebbe passato un po’ di tempo prima di riottenerla. Sulle pendici sotto i cieli, le divinità minori erano anch’esse assetate della miracolosa bevanda, sebbene non l’avessero mai gustata. A differenza delle divinità, i Deva e gli Asura erano creature mortali, e nelle battaglie molti di loro morivano. Poiché un solo sorso di amrita era sufficiente per donare l’immortalità, i Deva desideravano ardentemente essere giudicati degni di possederla e quindi di poterla ricevere in dono dai grandi dei. Gli Asura, invece, si aggiravano sempre intorno ai cancelli del paradiso, sperando di poterla rubare. Ora però la preziosa amrita non c’era più. Sapendo di dovere unire le loro forze per ottenerla nuovamente, gli immortali decisero di riunirsi in consiglio nel palazzo di Vishnu. Brahma e Sarasvati salirono sul grande cigno dalle piume argentate che, aperte le grandi ali, si librò in cielo.

Un suono stridulo giunse fino a loro dai campanacci che adornavano il corpo massiccio di Nandi, il toro bianco, che portava in groppa Siva e Parvati. Al disotto delle alte vette, dove i colori brillanti della terra appena creata scintillavano sotto il sole, potevano vedere le moltitudini di divinità minori che si recavano a Vaikuntha. Gli dei si incontrarono davanti ai cancelli del palazzo di Vishnu. All’interno, le gambe piegate nella posizione del loto, il dio sedeva su Sesha, il serpente avvolto a spirale che costituiva il suo trono. Con una mano protesse gli occhi dal bagliore della sala del trono e sollevò stancamente le altre tre per dare il benvenuto a Siva e Parvati, a Brahma e Sarasvati e a tutti gli altri esseri divini dietro di loro. Anche lui, come gli altri, era assetato di nettare sacro. Con una serie di contrazioni muscolari che mossero il suo corpo come un’onda muove l’oceano, Sesha dispose le sue spire in modo tale da formare nuovi troni per ospitare i grandi dei e le loro consorti. Avvicinandosi l’una all’altra, le divinità parlarono del prezioso liquido che galleggiava nell’immenso oceano, Sapevano che era lì, eppure nemmeno occhi divini erano in grado di scorgerlo. Nemmeno le dita più forti avrebbero potuto trattenerlo. Parlando quasi fra sé e sé, Sarasvati definì il nettare “la panna del mare latteo”. Le sue parole sembrarono provocare una scarica di energia in Brahma. “L’oceano è davvero un mare di latte” affermò “e noi io agiteremo come in una zangola. Con un bastone legato a una fune, faremo salire a galla la panna”. Nella sala calò il silenzio. Il mare primordiale era più vasto delle immense distese del deserto del Rajasthan, ed era così profondo da poter inghiottire tutte le città di mortali e immortali, Nemmeno l’albero più alto della foresta pluviale sarebbe stato sufficientemente grande per creare un bastone con il quale agitare le acque; persino le funi magiche, in grado di sollevarsi da sole, sarebbero state spazzate via dalle forti correnti oceaniche. Brahma spiegò che la prodigiosa zangola non sarebbe stata né di legno né di canapa.

“Sradicheremo il monte Mandara” precisò. li monte Mandara era una vetta alta venticinquemila leghe. “Lo pianteremo sul fondo del mare come un bastone da zangola. Esso non verrà agitato da una fune, ma dal serpente Sesha, sulle cui spire ora noi tutti sediamo”. Il serpente era disposto ad aiutarli, e anche senza l’amrita, la forza di tutte le divinità era sufficiente per sollevare la montagna. Tuttavia, se dovevano mescolare il mare intero avevano bisogno di molte mani. Tutte le divinità minori, Deva e Asura compresi, dovevano venire reclutate per l’impresa. Le divinità sapevano che avrebbero ottenuto l’aiuto degli Asura a un prezzo che non erano disposti a pagare: l’immortalità per quelle creature malvagie. Così, si prepararono a ricorrere all’astuzia per riuscire a convincere gli Asura e a fare promesse che non avrebbero mantenuto. Portando il monte Mandara sulle spalle, gli immortali raggiunsero le pendici dove si trovavano le divinità minori. Appena vennero a conoscenza del piano di Erahma, i Deva offrirono il loro aiuto. Anche gli Asura si fecero avanti e domandarono in cambio proprio ciò che gli immortali si aspettavano: un sorso del magico nettare di amrita. Oli dei immortali acconsentirono a dividere il nettare con tutte le divinità minori. Nel bel mezzo del mare, gli dei iniziarono a immergere la montagna nell’oceano. Metro dopo metro, l’alta vetta scompariva sotto le onde fino a quando, con un tonfo, raggiunse il fondo del mare. Avvolgendo le spire intorno alla vetta, Sesha offrì la testa agli Asura e la coda ai Deva. Oli dei afferrarono il serpente e iniziarono ad agitare il mare di latte.

Il monte Mandara girò prima in un senso, quindi nell’altro, a seconda della parte dalla quale le divinità tiravano il re serpente. Quest’ultimo, allungato fino all’impossibile, iniziò ad ansimare, mentre il dolore diventava insopportabile. fece di tutto per cercare di trattenere il veleno che stava ribollendo dentro di lui ma infine, quando le fauci si spalancarono, il veleno schizzò in alto, formando una nuvola in cielo. Siva, signore della distruzione, si lanciò in quella nuvola di nebbia letale.

Avvolti dalla gloria, il dio Vishnu e la sua consorte Lakshmi solcavano i cieli in groppa a un destriero che era esso stesso una divinità, di immenso potere e di enormi dimensioni. Il suo nome era Garuda. La testa, gli artigli e il becco erano quelli di un’aquila o, secondo alcuni, di un avvoltoio, mentre il busto e gli arti erano umani. La forza e le dimensioni di Garuda non avevano eguali: quando la creatura si librava in volo, lo sbattere delle sue ali faceva tremare la terra e travolge- va i monsoni. Quando non era impegnato a trasportare gli dei nelle loro missioni, Garuda sorvolava la terra, a caccia di peccatori. Con un colpo d’ali si avventava su di loro e li divorava come se fossero stati piccoli vermi.

 

 

 

Spaventoso in ghirlande di teschi e cobra, con il terzo occhio che sputava fuoco, il dio era la personificazione della morte. La nebbia di veleno aveva ormai raggiunto il mondo mortale quando Siva la inghiottì. Il suo corpo si contorse in una danza di dolore e la gola assunse lentamente un colore blu. Correndo al suo fianco, Parvati gli strinse le mani intorno alla gola e così facendo rese inoffensivo il veleno, bloccandolo prima che fluisse in tutto il corpo del dio. Quando il cielo si rischiarò, la coppia tornò al monte Mandara, dove scoprì che soltanto la vetta spuntava dai flutti: la montagna stava affondando nell’abisso oceanico. Osservando le onde chiudersi sul picco, Vishnu passò all’azione: le sue mani si trasformarono in zampe palmate, la sua schiena divenne spessa e dura. Come tutti gli dei, Vishnu era in grado di assumere le forme più svariate; si trasformò pertanto in una tartaruga immensa e si tuffò in mare. Si infilò sotto la montagna e la sostenne col suo guscio. Nel frattempo, le divinità minori avevano continuato nella loro impresa e presto sul mare iniziò a formarsi una schiuma densa e bianca. Brahma vide le corna della mucca dell’abbondanza agitarsi nell’acqua e Sarasvati intravide i rami dell’albero dei desideri. Oli dei accompagnarono la comparsa dei tesori nascosti con un dolce canto e le divinità minori accelerarono il loro sforzo, a tempo con il canto. Una schiuma più bianca del mare prese a ribollire sulla superficie e quando dalle profondità oceaniche emerse una coppa dalle dimensioni infinite, la schiuma si tuffò in essa. L’amrita era stata finalmente recuperata. Le divinità si dissetarono con il nettare magico. Con il crescere della loro forza, il canto si trasformò in un grido felice. All’improvviso, una figura sconosciuta emerse dall’acqua.

Le divinità la osservarono ammutolite. Un meraviglioso loto grande come un trono apparve sulla superficie; su di esso sedeva una dea più bella del fiore stesso. Raccontano i poeti che al suo apparire, il sacro Gange lasciò il suo letto e fluì verso di lei. Appena la videro, gli Asura iniziarono a ululare e ansimare come le bestie alle quali assomigliavano. Mani dai lunghi artigli si allungarono verso di lei, afferrando l’orlo del magnifico sari che rivelava, pur celandola, la sua prorompente bellezza. Gli occhi della misteriosa creatura erano fissi su Vishnu, che aveva ripreso la sua forma divina e grazie all’amrita aveva ritrovato la sua forza vitale Prendendola per mano, l’allontanò dalla brama degli Asura e fu il primo a sentirle pronunciare il suo nome: Lakshmi. Da dove provenisse e chi fosse, restò un mistero. Vishnu condusse Lakshmi fra le spire protettive di Sesha. Mentre gli Asura la fissavano con sguardi lascivi, Brahma cercò di superarli stringendo fra le mani la coppa del nettare magico, ma non appena il dolce profumo giunse alle loro narici, le malvagie creature si gettarono sul dio e si impadronirono del calice. Senza un attimo di esitazione, Vishnu si trasformò in una fanciulla di sublime bellezza. Avvicinandosi agli Asura, la tentatrice chiese il permesso di poter assaggiare il primo sorso di nettare. In preda al desiderio e alla lussuria, gli Asura porsero il calice alla misteriosa ammaliatrice, che si trasformò immediatamente in Vishnu e porse la coppa ai Deva. Questi ultimi bevvero il nettare della vita e un’energia sconosciuta si diffuse in loro: avevano finalmente conquistato l’immortalità. Il ringhiare furioso degli Asura venne sommerso dal grido di guerra dei Deva, che si lanciarono sui fratellastri. Sulla riva del mare dalla spuma candida, il sangue degli Asura colorò di rosso la sabbia. Ormai immortali, i Deva trascinarono gli Asura sulle pareti rocciose del paradiso. Poi li gettarono nel vuoto e li condannarono a vivere nei burroni oscuri e nelle caverne viscide delle regioni degli inferi. Gli Asura vennero cacciati lontano dal regno dei cieli ma le divinità che assistettero alla loro caduta sapevano che le malvagie creature non erano scomparse. Avrebbero dominato il regno degli inferi come demoni potenti, in attesa del momento giusto per tornare a sfidare i signori dei cieli. Vishnu e la dea Lakshmi salirono su Garuda, la grande aquila cremisi e oro, che sorvolò le vette della catena dell’himalaya fino a raggiungere il meraviglioso palazzo di Vaikuntha. Quella notte, fra i fiori di loto, Vishnu non dormì mai solo. L’intero mondo era permeato del calore della passione di Vishnu e Lakshmi: gli dei dormivano abbracciati nei loro palazzi, i mortali lanciavano sguardi colmi di desiderio ai loro compagni e gli uccelli del paradiso cantavano e cinguettavano allegramente. L’aria stessa era carica di passione e nessuno, dio o mortale, era immune da quella perfezione. Sul monte Kailasa, intanto, la dea Parvati giaceva sola, come ormai accadeva da troppe notti. Sapeva che il sonno non sarebbe giunto. Udiva la voce del marito Siva mormorare in giardino parole che non erano per lei, nè per nessun altro: erano le sillabe sacre di un mantra infinito. Nella sua devozione alla perfezione spirituale, il dio traeva nutrimento solo dalla preghiera, e nemmeno il cibo, le bevande, la musica, la danza o l’amore riuscivano a distrarlo da quel profondo contatto con il mistero di tutto ciò che è e da cui tutto nasce.

Parvati aveva cercato di servire Siva come un discepolo serve il suo maestro. Notte dopo notte, si era recata in giardino e si era inginocchiata accanto a lui. Alla luce della luna riflessa dalle cascate del Gange, Siva era pallido e immobile come una figura intagliata nell’avorio, il corpo rivestito della cenere bianca di centinaia di pire funerarie. A volte, quando le sembrava che il dio si agitasse, Parvati si piegava verso di lui, per poi ritrarsi inorridita. Il movimento da lei percepito non era di Siva, bensì dei cobra che gli si attorcigliavano intorno al corpo e nei capelli. Parvati capì che Siva desiderava essere lasciato solo mentre compiva i riti di purificazione e di sacrificio. Quando lui rifiutò la sua compagnia, come aveva rifiutato il suo amore, la dea pianse amaramente. Le altre divinità sentirono i suoi lamenti, ma i loro pensieri erano concentrati sugli inferi. Come avevano previsto, i demoni erano diventati sempre più forti. Taraka, un audace principe dell’aldilà, bramando il reame delle divinità inferiori, aveva guidato i fratelli in continue schermaglie ai confini del mondo a loro proibito. E divinità assediate inviarono Indra, signore della pioggia, a chiedere l’aiuto del grande Brahma. Guardando nel suo cuore, dove era scritto il futuro, il Creatore disse che un guerriero divino avrebbe schierato un esercito celeste per distruggere Taraka. Indra domandò quando sarebbe giunto il loro salvatore e rahma rispose che l’attesa sarebbe stata molto lunga, poiché quel futuro dio della guerra era destinato a essere il figlio di Siva e Parvati. Indra temeva per il benessere delle divinità inferiori se queste avessero dovuto aspettare che il cuore di Siva s’infiammasse di passione. Raggiunse così una radura dove i fiori non appassivano mai e dove l’aria era densa del loro profumo. Coppie di uccelli e di animali feroci si agitarono nell’ombra al suo passaggio. Quella radura era la dimora di Kama, dio dell’amore, di sua moglie Roti, signora del desiderio, e del loro compagno Vasanta, spirito della primavera. Quando lndra chiese a Kama di colpire Siva con un dardo d’amore, lo splendido dio non celò la sua paura. Principi, sacerdoti, guerrieri e saggi erano stati in precedenza colpiti dalle sue frecce ma prendere di mira il dio della distruzione era una presunzione pericolosa. Tuttavia, I’ama acconsentì, a patto che Vasanta lo accompagnasse. Kama portò con sé l’arco di canna da zucchero incordato da uno sciame di api e una faretra colma di magiche frecce dalla punta fiorita. Con Vasanta al suo fianco, scivolò nel giardino di Siva, dove il dio sedeva in meditazione.

 

Parvati era inginocchiata accanto a lui. All’avvicinarsi di Vasanta, gli alberi e i fiori intorno a loro sbocciarono improvvisamente e l’aria si riempì del soave canto degli uccelli. Siva apri gli occhi e, fra i profumi inebrianti e i dolci suoni della primavera, posò lo sguardo su Parvati, accorgendosi per la prima volta della sua bellezza. Ritornando bruscamente alla meditazione, Siva chiuse nuovamente gli occhi. Kama uscì dal boschetto e prese la mira. L’arco si piegò e la freccia sibilò. Tuttavia, prima che potesse raggiunge-re l’obiettivo, il terzo occhio del dio si apri e scaglio un lampo di fuoco che incenerì freccia e arciere. Senza aprire bocca, Siva si alzò e se ne andò, lasciando soli nel giardino Parvati e il terrorizzato Vasanta, la cui paura gelò l’aria e fece appassire i fragranti boccioli. Non appena le ceneri di kama si sollevarono sospinte dal vento, anche Parvati lasciò il giardino di ghiaccio. Non seguì il marito nel palazzo, ma abbandonò il regno degli dei per spingersi nel deserto, sapendo che ormai la passione di Siva era solo per la preghiera. Se desiderava restare solo, avrebbe esaudito il suo desiderio; se quella ascetica era l’unica vita concepita da Siva, avrebbe seguito il suo esempio. Vagò senza meta per molte stagioni. Le sue lunghe e morbide chiome si trasformarono in una massa arruffata e incolta e i suoi abiti sontuosi divennero niente più che stracci. Accolse con gioia il dolore dell’aspra terra sotto i suoi piedi scalzi; abbandonò ogni piacere e le sole parole che pronunciava erano preghiere. Un giorno, un mendicante le si parò innanzi mentre cantilenava il nome di Siva. Con tono di scherno, l’uomo le chiese se avesse sacrificato la sua giovinezza e la sua bellezza per il dio della distruzione. Quando lei annuì, il mendicante scoppiò a ridere per la stupidità della dea. “Siva” le disse “è un dio meschino che ama solo la morte. Il puzzo della carne bruciata lo elettrizza e i suoi capelli sono ricoperti della terra dei defunti”. Quelle parole interruppero il canto della dea che, stremata, gridò con tutta la sua disperazione che Siva era il suo amore e signore.

Stava per fuggire, quando il volto del mendicante iniziò a mutare: la pelle divenne pallida e un terzo occhio apparve al centro della fronte. La gola si colorò di blu per la macchia causata dal veleno del serpente Sesha. Il mendicante altri non era che Siva. Prima che Parvati si inchinasse, il dio cadde in ginocchio e prese fra le sue le mani della donna. “La tua forza spirituale ha superato la mia” le disse mentre carezzava la sua pelle dolce e profumata “perché tu sei stata capace di vivere lontano da casa come una vagabonda solitaria, mentre io non sono riuscito a sopportare la tua perdita”. Parvati lo abbracciò: “Il mio amore per te è infinito, amore mio, e le sillabe sacre dei miei mantra sono sempre composte dal tuo nome, Siva”. Tale era la gioia del dio, che richiamò in vita lo spirito di kama. Poiché però il suo corpo era stato distrutto, il destino del dio dell’amore fu di muoversi invisibile fra i mortali e gli immortali. Siva e Parvati tornarono al loro paradiso sul monte Kailasa dove, prima del successivo monsone, la dea diede alla luce Karttikeya. Allevato dalle Pleiadi, stelle che scesero dal cielo per allattarlo, il bambino si trasformò nel dio della guerra. Possedeva sei teste e una dozzina di braccia che reggevano numerosi strumenti di distruzione: stocchi, scimitarre, pugnali, frecce e scudi. Con una di quelle armi il giovane dio attaccò e uccise il demone Taraka, come era stato predetto. Eppure anche il dio della guerra non era in grado di spazzare via tutti i nemici. Alcuni demoni sembravano in grado di superare gli dei in astuzia o addirittura di sconfiggerli. Questa la storia di un Asura di nome Raktavira. Per ottenere il benvolere di Brahma, aveva studiato le scritture, pregato e digiunato, ed era divenuto più coscienzioso nella pratica dei suoi doveri di qualsiasi irremovibile sacerdote. Grazie ai suoi sforzi aveva ottenuto da Brahma una promessa che lo salvaguardava perfino dall’ira del dio della guerra. Su permesso del Creatore, ogni goccia del sangue di Raktavira che fosse caduta a terra si sarebbe trasformata in un esercito di demoni. Nessuno avrebbe osato sfidare un nemico le cui fila sarebbero aumentate a ogni colpo subito.

Apparentemente invulnerabile, il demone gettò nella disperazione le regioni inferiori del mondo. Alle orecchie di Parvati giunsero i lamenti dei suoi adoratori, stanchi delle sofferenze imposte loro da Raktavira. Alla richiesta della dea di sciogliere la sua promessa, Brahma rispose che non poteva distruggere ciò che aveva creato. Le grida che giungevano dai templi eretti suo onore svegliavano la dolce Parvati dal suo sonno fra le braccia di Siva. Nel seno della dea, dove fino a ieri c’era stata solo dolcezza, crebbe la rabbia. La collera si trasformò ben presto in ira violenta, che oscurava i suoi pensieri ai giorno e disturbava i suoi sogni di notte. Infine, quando le morbide curve di Parvati non potevano più contenerla, La sua furia assunse un nuovo aspetto: Uno spaventoso mantello di sangue, muscoli e ossa. La pelle nera, la lingua biforcuta e quattro braccia trasformarono così quella che un tempo era la splendida Parvati. Il suo nome diventò ora Kali e la nuova dea portava pestilenza terrore e morte. Nella sua fronte si era schiuso un terzo occhio e, in tale incarnazione, era indubbiamente la vera compagna del dio della distruzione, Preparandosi per la guerra, Kali si abbellì il collo con una ghirlanda di teschi e la vita con una cintura di teste mozzate di cadaveri mortali. Quelli erano i suoi soli ornamenti. “on aveva bisogno di un’armatura: avrebbe danzato nuda in battaglia. Con una spada in una mano e un pugnale nell’altra, Kali scivolò giù dal monte Kailasa, invitando Raktavira a farsi avanti, Il demone non se lo fece dire due volte e apparve all’improvviso, smanioso di versare il sangue di quel dio sconosciuto che osava sfidarlo.

Alla vista della dea Kali però, si bloccò.

FINE PRIMA PARTE

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