Gli antichi abitanti dell’Eternità (Parte 2)

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Senza un attimo di esitazione, Kali lo attaccò. Con due mani lo afferrò per i capelli e lo sollevò da terra, mentre si preparava a trafiggergli la gola con la spada e il pugnale che teneva
nelle altre. Seppure in balìa di quella furia omicida, Raktavira non aveva paura, sapendo che appena una goccia del suo sangue fosse caduta a terra, un esercito di demoni sarebbe subito apparso per distruggerla.
All’improvviso, quando le lame ebbero tagliato la carne, la dea Kali si piegò verso la sua vittima e spalancò la bocca. Il sangue che scorreva dalle ferite cadde così fra le labbra di Kali, che lo bevve avidamente, mentre con la lingua si puliva il mento per impedire che anche una sola goccia cadesse a terra. Quando infine dalle ferite di Raktaviri non sgorgò più un sorso di sangue, le pulì con la lingua e quindi gettò a terra il corpo prosciugato.  All’avvicinarsi della dea, i demoni che si erano radunati per assistere alla battaglia fuggirono in ogni direzione, ma le braccia di Kali erano ovunque, implacabili. Tagliando gole e amputando arti, beveva il sangue che scorreva copioso, sebbene da esso non giungesse alcuna minaccia. Il sapore del sangue la inebriava, la faceva sentire leggera e veloce. Ridendo e cantando, danzò sui cadaveri disseminati intorno a lei. Dall’alto del suo palazzo, Siva guardava la carneficina. La ferocia e il dolce sapore del sangue gli erano familiari e gli davano quella forza distruttiva necessaria ogniqualvolta gli dei avevano bisogno del suo intervento.
Eppure non voleva che la sua consorte si abbandonasse a quella invitante frenesia omicida scacciando per sempre Parvati da sé e diventando solo Kali.  La raggiunse così sul campo di battaglia, gridando che ormai tutto era finito. Kali si allontanò da lui, guardandosi intorno alla ricerca di altri demoni da uccidere.

 

PERCHE IL DIO DELLA SAGGEZZA AVEVA UN BUSTO DA ELEFANTE
Ganesa, dal corpo di uomo e la testa d’elefante, era la divinità indiana della saggezza e del successo. Una smodata golosità per la frutta e le torte offertegli dai suoi adoratori erano la causa della sua pancia prominente.
L’origine della testa di elefante era invece più misteriosa ma una leggenda la spiegava COSì:
La dea Parvati voleva un guardiano che proteggesse la sua intimità durante il bagno. cosi mescolò la pelle secca del suo corpo con unguenti magici per dare vita a un prestante giovane in carne e ossa.
Estremamente diligente, un giorno Ganesa rifiutò l’ingresso persino a Siva, il marito di Parvati che, infuriato, tagliò la testa al giovane. Sopraffatto dal rimorso, Siva prese la testa della prima creatura che incontrò e la mise sulle spalle del ragazzo.
Acquisendo la testa cli elefante, Ganesa fece sue le grandi virtù dell’animale, che incarnava la prudenza, la pietà e la sagacia.

 

Disperato, Siva si mescolò ai i corpi delle vittime. In una danza macabra, Kali dominava fra i morti, saltando da un cadavere all’altro. Presto, si ritrovò vicino al corpo del marito. Bloccandosi di colpo, lo fissò. Si inginocchiò e gli accarezzò il viso con una mano. Siva si alzò e condusse Parvati lontano dal campo del terribile trionfo di morte di Kali,
Mentre le battaglie contro Taraka e Raktavira insanguinavano le montagne celesti, un altro demone cresceva in solitudine nell’immensità del deserto del Rajasthan. Desiderando che il sole indirizzasse i raggi su di lui con un’intensità tale che le fiamme scorressero sul suo corpo nudo e si intrecciassero ai suoi capelli, il demone cantilenava un mantra a Brahma. La sua invocazione risuonò per secoli e secoli nelle orecchie del dio e ogniqualvolta il Creatore lasciava vagare lo sguardo sull’oceano di sabbia, vedeva il demone bruciare nel fuoco perpetuo del suo altare.
Quando non poté più ignorare un simile sacrificio, il dio chiese al demone quale dono le divinità dovessero fargli.

“L’immortalità e l’invincibilità” rispose il demone. Dopo aver assistito al coraggio del demone fra le fiamme, Brahma sapeva che se avesse posseduto tali qualità avrebbe costituito una grave minaccia per tutti gli dei.
“Otterrai questi doni solo se nominerai una situazione in cui potresti perderli” disse alla fine Brahma.
“D’accordo” convenne il demone. “Perderò in battaglia e morirò solo per mano di una donna”. Brahma annuì.
Le fiamme sparirono, rivelando una creatura possente. Sebbene il corpo fosse coperto di grasso, il demone saltò con grande agilità dall’altare sulla sabbia. Con una poderosa spallata, scacciò Brahma come se fosse stato un insetto. Il dio si rìtrasse per sfuggire al tocco di quella pelle ricoperta di peli e per allontanarsi dal puzzo di stalla emanato dal demone. Con enorme disgusto, Brahma lo riconobbe come Mahishasura, il signore degli inferi generato da un demone e da un bufalo.
Mahishasura esplorò con lo sguardo l’orizzonte alla ricerca delle vette incappucciate della catena dell’Himalaya. Fissando gli occhi piccoli e incavati sui picchi lontani, s’incamminò nel deserto, sbuffando e soffiando. Quando raggiunse i pendii celesti lanciò la sua sfida: immortale e invincibile avrebbe regnato sovrano e per chi non si fosse sottomesso lo attendeva la morte.
Lentamente, i demoni emersero dagli inferi e si avvicinarono, timorosi della nuova forza di Mahishasura ma al tempo stesso incerti se credere alle sue parole.
Spazientito, quest’ultimo afferrò un demone ritardatario e lo scosse con violenza. Il disperato tentativo della creatura di liberarsi con la spada e il pugnale venne deviato da una pelle che non era solo spessa come quella di un bufalo ma era anche protetta da Brahma, il signore della creazione.
Gli altri demoni si affrettarono intorno a Mahishasura, eleggendolo loro re e unendosi alla sua sfida contro gli dei. L’irascibile dio della pioggia, Indra, lanciò uno sguardo dal suo tempio nel campo già gremito di demoni. Afferrata una

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