I Fieri Dominatori di un Mondo Antico (PARTE 1)

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Nelle fredde regioni dell’estremo limite dell’Europa del Nord, i bardi cantarono le imprese e le avventure di un’antica stirpe divina. A quei tempi, la natura era tiranna. Il ventoe le onde del mare battevano violente- mente le isole rocciose al largo delle coste e scolpivano le scogliere in forme grottesche.
Le burrasche spingevano alti cavalloni fra gli scogli litoranei e le nebbie avvolgevano l’entroterra, avanzando dai fiordi come eserciti di fantasmi in marcia.
Nelle tenebre delle foreste primordiali, lupi, orsi e serpenti regnavano sovrani, A quel tempo, ogni insediamento aveva i propri cantastorie che cantavano le leggende di un universo precedente. Un universo abitato da un affollato pantheon di divinità e da giganti, gnomi, elfi, animali feroci ed esseri umani. Ogni razza occupava il proprio territorio. Asgard, la casa degli dei, era una fortezza eretta su un alto dirupo al centro della terra.
Un ponte a forma di arcobaleno collegava Asgard a Midgard, la terra degli uomini.
A sua volta, Midgard era circondata da un vasto oceano; le sue spiagge lontane delimitavano Jòtunheim, la terra desertica dominata dai giganti. Al disotto di questi reami, si estendeva Niflheim, il regno dei morti. Venne però il giorno in cui tutto questo universo fu inghiottito in una guerra titanica che distrusse il cosmo.
I bardi ricostruirono il mito di quel mondo perduto ricomponendo frammenti di testimonianze antiche: vecchie canzoni, indovinelli, profezie, parti di poemi epici in prosa o in rima, simboli runici incisi su pietre. Dalla polvere del tempo affiorò un’infinita saga di torture, saccheggi, stregonerie, falsità e doppiezze,bramosia di ricchezza e potere, guerre combattute con armi e incantesimi. Gli eroi e i furfanti dell’origine del mondo appartenevano a una immensa famiglia di esseri divini conosciuti come Aesir e alle creature che condividevano il loro splendente universo.
A differenza dei numi che abitavano per l’eternità il monte Olimpo e oziavano fra le vigne assolate e i boschetti di ulivi, o degli dei sensuali che perenni  dominavano le terre orientali, le divinità nordiche non erano immortali. Al contrario,forse non erano altro che gloriosi re dei tempi più antichi giunti dall’Oriente con la furia delle loro armi e del loro coraggio. Desiderando ardentemente di sconfiggere la morte, gli Aesir avevano trovato il modo per prolungare la loro vita,
Avevano infatti ottenuto, da fonti sconosciute, una montagna di mele magiche.
Ogniqualvolta iniziavano a invecchiare o si ammalavano, mangiavano un frutto sacro e in un baleno ritrovavano vigore giovinezza.

Gli Aesir, però, non avevano il modo di sconfiggere per sempre la morte. Il destino di tutte le creature viventi era infatti nelle mani di tre creature femminili il cui potere era tale,che definirle dee non rendeva loro giustizia. Erano le Nome, tre sorelle che filavano la rete del destino e scrivevano il libro del fato. Le Nome si radunavano intorno a ogni culla per decretare il futuro del  nascituro e comparivano vicino a ogni letto di morte per recidere il filo della vita. Si erano quindi riunite anche nella notte dei tempi, per stabilire il destino degli stessi dei. Questo fu quanto predissero: nonostante la loro saggezza, i loro poteri e la loro conoscenza delle arti magiche, gli Aesir sarebbero stati distrutti loro stessa corruzione. Nessuno sa con precisione quando inizio la caduta degli dei; forse il giorno in cui gli Aesir cospirarono per trarre in inganno uno dei giganti.
Non correva buon sangue fra il regno di Asgard e quello di Jòtunheim. Dei e giganti da sempre si combattevano, e anche in tempo di pace i loro incontri erano caratterizzati dal sospetto reciproco. Tuttavia le due razze intrattenevano anche rapporti di carattere commerciale e spesso avvenivano addirittura matrimoni misti, benché i giganti fossero di dimensioni impressionanti e gli dei alti poco più dei comuni mortali.

 

 

Odino,capo degli amanti della guerra,diede vita agli Aesir ,combattè i giganti,sedusse mortali, e sveglio i morti spinto dalla sua sete di conoscenza e potere.

Durante un periodo di tregua, un gigante, in sella a un cavallo da tiro,entrò ad Asgard in un buio mattino di metà inverno. Anche se Heimdall, sentinella degli dei, non avesse suonato il corno, gli Aesir avrebbero saputo dell’arrivo del visitatore. I suoi passi facevano infatti tremare la terra e il ponte che che portava ad Asgard scricchiolava sotto il suo impressionante peso.
Uno dopo l’altro, gli Aesir uscirono incuriositi dalle loro abitazioni: Odino, padre e capo del clan; la sua consorte Frigg, che leggeva nel futuro ma non parlava mai di ciò che vedeva; Thor, dio della guerra e signore dei fulmini, armato del grande martello che lo aiutava a mantenere l’ordine nell’universo.
Li seguivano innumerevoli altre divinità, infreddolite al punto da non riuscire nemmeno a parlare. “Che cosa vuoi?” domandò Odino al gigante. Il gigante abbassò lo sguardo in segno di umiltà nei confronti del potente dio e disse: “Ho saputo che gli Aesir cercano un capomastro”.

 

Abili tessititri,le Norne erano un antica triede di divinità. I loro orditi erano intessuti con fili del destino e una volta intrecciati,nessuna forza,poteva più scioglierli.

“Sì, è vero” annuì Odino “ci servirebbe perché vogliamo costruire un muro di cinta intorno ad Asgard”.
Il gigante sollevò due mani dalle dita spesse e nodose come i tronchi delle querce più antiche. “Sono il migliore operaio di tutta Jòtunheim” affermò “e qualunque sia la dimensione di ciò che volete costruire posso costruirla più velocemente e in modo migliore di qualsiasi altro essere nell’universo”,
Odino lo squadrò in silenzio. “Che vuoi in cambio?” gli chiese dopo qualche minuto. “Non mi interessa né l’oro né l’argento. Gli Aesir possiedono ciò che desidero.” Scrutò fra il folto gruppo di dee. “Voglio una donna Aesir nel mio letto. Questo è il prezzo da pagare, e non sono disposto a contrattare”.
Gli Aesir si ritirarono per discutere la questione.
Dopo un pò, Odino si ripresentò davanti al gigante con una proposta: “Se completerai la costruzione del bastione prima della fine dell’inverno, potrai scegliere la sposa Aesir che preferisci. Ma a una condizione: dovrai fare tutto il lavoro da solo, senza l’aiuto di nessuno. Se il primo giorno di primavera al muro mancasse anche una sola pietra, non ti pagheremo nulla”.
“D’accordo, accetto” replicò il gigante senza esitazione. “Chiedo solo di poter utilizzare il mio cavallo per il trasporto”.
“Va bene” rispose il capo degli dei, convinto che neppure un gigante avrebbe potuto terminare una costruzione di tali dimensioni nel breve tempo concessogli.
Le donne di Asgard non sembravano correre alcun pericolo.

Le divinità nordiche erano vulnerabili alla corruzione della carne e alla devastazione del tempo. Sapevano come prevenire la morte,ma non come sconfiggerla.

 

La soddisfazione degli Aesir svanì quando videro il cavallo del gigante al lavoro. L’animale correva sul fianco della montagna come se il carico di pesanti pietre che portava sul dorso non lo disturbasse in alcun modo. Il bastione sembrava costruirsi da solo, crescendo di ora in ora. Il gigante sì fermava di tanto in tanto per lanciare un’occhiata al debole sole di febbraio e per sbirciare le dee che andavano a vederlo mentre lavorava.
Pentiti dell’accordo stipulato, gli Aesir cercarono un modo per rallentare il lavoro del gigante. Avrebbero preferito trovarsi con un lavoro eseguito a metà piuttosto che vedere una delle loro principesse fra le braccia di un simile zotico. Decisero così di consultare Loki, signore dell’inganno. Non si sa se Loki fosse un dio, poiché secondo alcune leggende nel suo sangue scorreva il sangue dei giganti. Si divertiva comunque a cambiare sembianze e a tessere menzogne.
L’omicidio era per lui un divertimento e i suoi discendenti erano mostri orribili.  Era lui il padre del lupo Fenris, una bestia enorme e feroce imprigionata in catene sotto la terra. Secondo un’antica profezia, un giorno quella creatura malvagia sarebbe fuggita dalla sua prigione, e l’evento avrebbe annunciato la fine del mondo.
Nonostante la sua progenie mostruosa, Loki era tollerato dagli Aesir, che lo ritenevano utile. Gli dei non ebbero mai bisogno di sporcarsi le mani con gesta disoneste o ignobili: Loki agiva infatti in loro vece.
Così lo chiamarono per cercare di risolvere i loro guai. Loki aiutò gli dei tra sformandosi in una giumenta. Avvicinatosi allo stallone del gigante, agitò invitante la coda. Come era stato previsto, il cavallo abbandonò immediatamente il lavoro e partì al galoppo dietro la femmina. Il gigante tuttavia non accettò passivamente quell’imprevisto. Sicuro di essere stato ingannato, si precipitò dagli Aesir. Soltanto Thor poteva fermare quel colosso inferocito. Sollevò il martello, e con un tonfo sordo l’arma colpì il cranio del gigante. Lampi scaturirono dalle orecchie e dalle orbite prima che la grande testa si aprisse in due. Il corpo si schiantò al suolo con un fragore tale che venne udito fino nella terra dei giganti. Il sangue che sgorgava dal cranio inondò le strade di Asgard e ci vollero cento schiavi per legare e trascinare via il cadavere.

Il signore dei tuoni Thor era il dio della guerra e della giustizia.L’ordine e l’armonia dell’universo erano nelle sue mani. Senza il suo controllo il caos avrebbe prevalso.

Lo stallone del gigante era scomparso ma, undici mesi dopo, la giumenta che lo aveva sedotto riapparve ad Asgard, pronta per partorire un puledro. Gli Aesir assistettero alla nascita e ciò che videro li lasciò senza parole: la creatura era infatti enorme puledro a otto zampe. Le sorprese però non erano finite. Davanti ai loro occhi increduli, l’ansante giumenta scomparve e al suo posto apparve Loki,piegato in due dalle risate. Con un profondo inchino, presentò la nuova creatura a Odino. “Diventerà il cavallo piu grande del mondo” gli disse sorridendo.
La leggenda non parla di una vendetta dei giganti nei confronti degli Aesir. Gli dei di Asgard si trovarono comunque ben presto a dover affrontare un altro ben più grave problema: la guerra civile.

Gli Aesir non dominavano il mondo da soli. Un’altra stirpe di dei, i Vanir, vivevano oltre i confini di Asgard e governavano la fertilità e la coltivazione del suolo, questioni di poco interesse per Odino e la sua corte. I due gruppi coesistevano, con circospezione ma senza conflitti diretti. Il giorno in cui una sacerdotessa Vanir venne seviziata durante una sua visita alla corte di Odino, tutto però cambiò.
Lei si chiamava Gullveig, signora delle arti magiche e delle ricchezze: il suo nome significava infatti “affamata d’oro”. Gullveig si presentò al palazzo di Odino indossando vesti ricamate con smeraldi e rubini e con le braccia e il collo ornati di bracciali d’oro. Il bagliore dei suoi gioielli era superato solo dagli sguardi avidi dei presenti.
Il suo arrivo interruppe una festa. Le venne offerto un posto, e la baldoria riprese. L’alcol scorreva a fiumi, e ben presto gli Aesir divennero scurrili e dimenticarono i modi garbati che si convenivano a un’ospite. Uno degli dei si avvicinò a Gullveig e infilò una mano negli intricati ricami della veste della donna; un altro le afferrò un braccio e affondò i denti in un braccialetto per vedere se si trattava di oro vero. Gullveig si alzò dalla panca e si avviò verso il capo del clan, infuriata per un simile trattamento. Prima che potesse raggiungere Odino però, qualcuno allungò un piede e la mandò a gambe all’aria. Odino non solo non condannò un simile comportamento, ma scoppiò addirittura in una fragorosa risata vedendo Gullveig sdraiata sui giunchi, con i cani che le annusavano le cosce.
La vista dell’umiliazione della donna risvegliò qualcosa di ancora più terribile nei compagni di Odino. Si lanciarono su di lei, la trascinarono verso l’immenso focolare al centro della sala e le strapparono gli abiti. Quindi scacciarono gli schiavi che arrostivano un bue sul fuoco, tolsero la carne e legarono la malcapitata allo spiedo di ferro. Ridendo, la trafissero con le loro lance e restarono a guardare il sangue colare nel fuoco. Il puzzo di carne bruciata riempì la sala, mentre orde di schiavi lottavano per impadronirsi dei gioielli della donna.
Eppure, le grida di Gullveig non erano di dolore ma di rabbia e odio. Il calore del fuoco e della sua collera la fecero a pezzi e qualcosa che non era più Gullveig emerse dalla carne bruciata.
La folla intorno al fuoco si ritrasse spaventata. Una creatura dagli occhi vitrei e la bocca di sangue passò innanzi a loro e scomparve dalla sala. Per lungo tempo nessuno seppe che cosa ne fu di lei. In seguito, riapparve però come Heid, sibilla e incantatrice, signora e protettrice delle streghe. Gli Aesir erano destinati a incontrarla ancora, in circostanze diverse. Tutto ciò sarebbe però accaduto in un futuro ancora lontano. La notizia delle atrocità compiute dagli Aesir raggiunse presto le orecchie dei Vanir. Il  crimine compiuto nei confronti di Gullveig non poteva restare impunito.

Freya,Dea della fertilità, andò a vivere come ostaggio fra gli Aesir dopo i violenti scontri con una stirpe di divinità sconosciuta . I gatti erano il suo simbolo e la sua famiglia.

 

 

Dei messaggeri dei Vanir si precipitarono al palazzo di Odino, chiedendo ciò che spettava loro di diritto. Si riferivano a una legge del nord, secondo la quale coloro si erano macchiati di assassinio dovevano pagare molto denaro alla famiglia della vittima. Un rifiuto corrispondeva a una dichiarazione di guerra. Gli Aesir avevano provato il sapore del sangue e ne erano rimasti inebriati. Volevano lo scontro. Gli emissari tornarono a casa a mani vuote, Il conflitto che seguì fu lungo e violento. A volte i Vanir sembravano vicini alla vittoria, altre gli Aesir riguadagnavano il vantaggio. Spesso i Vanir ricorrevano alla magia per sconfiggere gli avversari, ma gli Aesir risposero ricorrendo alla stregoneria. Alla fine, esauste, le due parti suggellarono una tregua scambiandosi i prigionieri di guerra.Alcune divinità di entrambe le parti andarono dunque a vivere fra i loro precedenti nemici in veste di garanti della pace.
Da Asgard giunsero nel regno dei Vanir l’attraente ma ottuso Hoenir e il saggio Mimir, più assennato dello stesso Odino. Colpiti dall’aspetto di Hoenir e dai suoi modi eleganti, i Vanir
gli tributarono grandi onori e lo invitarono a partecipare a tutti i loro consigli.
A volte, Mimir accompagnava Hoenir a tali riunioni e riusciva a suggerirgli parole di saggezza, in modo da dare di lui una buona immagine e aiutare i Vanir a prendere la decisione migliore. Quando però Mimir era assente, Hoenir diventava nervoso. Se veniva chiesta la sua opinione su importanti questioni, tergiversava e rispondeva evasivamente, rifiutando di prendere una posizione precisa.
I Vanir iniziarono così a diventare sempre più sospettosi. Avevano mandato ad Asgard, come ostaggi, i migliori della loro razza; dovevano forse intendere come un insulto il gesto degli Aesir, che avevano inviato loro quel povero demente? Invece di prendersela con Hoenir, che non aveva colpa per la propria situazione, rivolsero le loro attenzioni al misterioso compagno. Non usarono mezzi termini, e il messaggio che mandarono agli Aesir era inequivocabile: la testa ancora sanguinate di Mimir, chiusa in un sacco. Stranamente, gli Aesir non vendicarono una simile offesa. Forse erano troppo stanchi per combattere o forse dovettero ammettere con loro stessi che Hoenir non era un ostaggio degno dei loro rivali.
Tuttavia, non era nel loro interesse distruggere il già precario equilibrio di potere, nè mettere in pericolo le trattative che erano in corso con i Vanir. Odino guardò la testa di Mimir in silenzio congedò i presenti e portò il sacco insanguinato in un luogo conosciuto solo a lui. Lì, immerse la testa in olii misteriosi che le avrebbero impedito di decomporsi e strofinò la pelle con erbe e radici, accompagnando il rito con parole magiche.

Quindi appoggiò la testa su un ripiano, la circondò con candele accese e attese. Come aveva previsto, dopo pochi istanti gli occhi si aprirono e Mimir gli sorrise. Odino bisbigliò una domanda e Mimir subito rispose. Odino non rivelò mai il contenuto delle loro conversazioni, ma tutti ad Asgard sapevano che il re degli dei chiedeva spesso consiglio a Mimir, come aveva sempre fatto quando il saggio era in vita. Conservata dagli incantesimi e dalle erbe di Odino, la testa continuava a vivere. Nonostante l’assassinio di Mimir,Asgard e Vanir raggiunsero finalmente una pace permanente e per suggellarla,gli appartenenti a entrambi i clan sputarono in un grande calderone. Dalle loro salive, gli dei crearono Kvasir, l’essere mortale più saggio mai esistito. Per lui, nessuna domanda era troppo profonda.
Nessun argomento troppo oscuro, nessun indovinello irrisolvibile.

Kvasir viaggiava da una regione all’altra del mondo per trasmettere il proprio sapere a tutta l’umanità,ma il suo cammino conobbe una fine improvvisa e violenta per opera di una coppia di nani malvagi. Attirandolo con una scusa e allontanandolo da una festa alla quale partecipava, i nani lo uccisero e raccolsero il suo sangue in due brocche di terracotta e in un paiolo di ferro.
Quindi mescolarono quella linfa vitale con il miele e la riposero in un luogo caldo affinché fermentasse e si trasformasse in idromele, la bevanda alcolica amata dagli dei.
Quando gli Aesir si misero alla ricerca di Kvasir, i nani assassini dissero loro che il saggio aveva fatto una tale indigestione di sapere da scoppiare davanti ai loro occhi. Gli dei se ne andarono sconsolati,mentre i nani si rifugiavano nella loro dimora per festeggiare la conquista di quel liquore che costituiva un prelibatissimo distillato di poesia e sapere.
Non riuscirono tuttavia a tenere a lungo l’idromele nelle loro mani. Il prezioso liquido venne rubato infatti da un gigante di nome Suttung, e la notizia di quel potente nettare giunse alle orecchie di Odino, assetato di sapere come un ubriacone è assetato di vino. Per ottenere la bevanda, il re degli dei si travestì da contadino e si recò nella terra dei giganti e, come per caso, iniziò a passeggiare su un prato appartenente al fratello di Suttung, nel quale nove schiavi stavano tagliando il fieno. Ascoltò le imprecazioni e le maledizioni degli uomini mentre cercavano di compiere il loro dovere utilizzando falci spuntate e si offrì di affilarle con la cote che portava appesa alla cintura.

Una volta affilati, gli strumenti tagliavano l’erba come fosse burro. “Forse potrei vendervi la cote” disse poi Odino. Oli uomini si misero a discutere e poi litigare su chi avesse il diritto all’acquisto. Odino lanciò in aria la pietra e gli schiavi scattarono per afferrarla al volo  lottando furiosamente tra loro. Lo scontro fu così violento che tutti e nove gli uomini morirono sotto i colpi delle loro falci.
Odino procedette quindi verso la fattoria, dove si presentò come un innocente straniero alla ricerca di un riparo. Nella casa  trovò il fratello di Suttung che digrignava i denti e sì strappava i capelli:
aveva appena saputo della morte di tutti i suoi schiavi. Chi avrebbe curato i campi e raccolto il fieno?

Consorte di Odino e patrona del matrimonio e della fecondità Frigg amava spostarsi sopra una biga trainata da arieti sacri.

Lo sconosciuto affermò di essere in grado di svolgere il lavoro dì tutti e nove gli schiavi e di volere in cambio soltanto la più modesta delle ricompense: “Per un bicchiere dei famoso idromele di Suttung, piegherò la schiena e lavorerò nei campi per tutta l’estate” gli disse. Il gigante si mostrò titubante: “Per la verità, straniero, non ho accesso alla scorta di idromele di mio fratello, ma se lavorerai bene per tutta la stagione, ti prometto che farò del mio meglio per premiarti con una coppa della bevanda magica”.Odino accettò la proposta. Con la forza di nove uomini e la volontà di novecento, si fece carico di tutti i lavori della fattoria. Curava il bestiame, falciava i prati e legava i covoni di paglia, preparava nuovi campi per la coltivazione, tra sportava i massi per delimitare la proprietà e di notte dormiva su una panca accanto al fuoco della casa del suo padrone.
Quando la stagione del raccolto fu giunta al termine, Odino ricordò al gigante la sua promessa. Si recarono insieme da Suttung, al quale il fratello chiese una coppa di idromele per pagare il contadino.
Con uno sguardo minaccioso, Suttung rifiutò di dargliene anche una sola goccia.
Odino restò impassibile, ma sì fermò nella casa del gigante per un’altra notte. Al momento opportuno, raggiunse la figlia di Suttung, Gunnlod, e la sedusse con dolci parole. La ragazza restò così affascinata dai modi gentili dello sconosciuto, in netto contrasto rispetto al corteggiamento rude e violento dei giganti, che lo accolse nel suo letto. Per tre giorni e tre notti i due amoreggiarono, e ogni notte Odino convinceva l’amante a lasciargli bere il magico idromele. La terza notte, il dio svuotò tutti i boccali del sacro nettare e senza una parola di addio a Gunnlod, si trasformò in un’aquila e volò lontano.

A volte sfuggito come la peste,a volte sfruttato dagli Aesir,Loki vagava tra il mondo dei mortali e quello degli dei e degli spiriti,seminando morte e distruzione.

 

FINE PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

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