Curiosità Astronomiche degli antichi

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Un tempo era facile guardare le stelle;bastava sostare un poco alla finestra o sedere sul gradino di casa o sul prato di una collina o sulla spiaggia umida del mare o sul greto di un torrente e lasciare che gli occhi si imbevessero di infinito, placandosi. Le stelle si guardavano anche camminando sulla spessa coltre di neve o lungo i sentieri incupiti di fronde, sui selciati ciottolosi o sulla morbida erba illanguidita dalla brina o dal tepore della notte. Oggi, questo modo di elevarsi in alto tra la bellezza e la solitudine, il raccoglimento e la beatitudine struggente, è divenuto un privilegio, un dono concesso a pochi, un pretesto per allontanarsi dal caos alleviandone la morsa soffocante.

Ma ognuno di noi quando ritrova in se stesso la forza e l’attimo per fermarsi ad ascoltare il sospiro leggero ed inquietante della sera, quando ad una ad una riesce a risentirne le parole di pace e il sussurro ininterrotto, riprende l’abitudine al sogno e riacquista la consapevolezza del corso stupendo di un destino cosmico che coinvolge il sottile divenire umano con la sua realtà  statica implacabile.Come videro le stelle i popoli antichi? L’astronomia non è una scienza di oggi o di ieri; la sua nascita risale a migliaia di anni fa, ad epoche di cui ci sono rimaste poche testimonianze ed ancor più rare tracce. Le stelle hanno sempre esercitato sugli uomini una strana attrazione e da esse non è improbabile che giunga anche un richiamo continuo, un flusso che ci condiziona nostro malgrado, come condiziona le piante e gli animali. Questa interdipendenza fisica giustifica quindi il veloce cammino fatto attraverso i millenni da questa scienza vastissima, costruita su calcoli perfetti, ma sulla quale non potrà  mai esser posta la parola fine. L’universo è troppo vasto e lontano perchè noi si possa raggiungerlo tutto e scrutarlo nella sua oggettività  reale e non definita da ipotesi o da relazioni, per ora, l’uomo è arrivato soltanto sulla Luna; forse un giorno approderà  su Marte o su Giove o su qualche altro pianeta. Ma i corpi sperduti nell’infinito sono milioni e milioni, tanto che a guardarli da quaggiù, ad occhio nudo o con il più potente telescopio, colmano l’animo di smarrimento e di inquietudine. All’inizio della storia, comunque, nessuno avrebbe potuto immaginare le future vittorie dell’uomo; nelle stelle l’uomo dapprima trovò soltanto un punto di riferimento ai suoi spostamenti, alle sue giornate, alla sua fatica. Era un appoggio e una guida che gli giungeva dal cielo, un aiuto che chiedeva in ginocchio o che traeva dal suo continuo ammirare lo scintillio della notte serena e quei palpiti che parevano lievi moti, fughe leggere e ritorni dolci. I cacciatori senza città  e villaggi e che vagavano senza sosta in cerca di animali, di frutti e di radici per sopravvivere, le tribù che attendevano che l’onda restituisse il sole alla terra, non tardarono ad accorgersi che un dato gruppo di stelle formavano disegni caratteristici, che si potevano riconoscere di sera in sera. Queste costellazioni parevano tracciare nel cielo archi circolari, muovendosi lentamente come sfere di un gigantesco orologio, ed impararono ad ascoltarne i battiti delle lancette e quindi ad orizzontarsi ed a riconoscere il passare del tempo, l’allontanarsi di una stazione e l’avvicinarsi di un’altra. I Fenici, ad esempio, sentirono presto il bisogno di leggi astronomiche per i loro spostamenti e si basarono sul sole e sulle stelle perspingersi in pieno Atlantico. Lungo le coste europee, il sole di mezzodì, in qualsiasi giorno dell’anno, è più basso nei porti più settentrionali di quanto non sia in quelli meridionali, si presume sia stato più o meno il ragionamento dei primi astronomi. Da ciò deriva che se noi stiamo attenti alla lunghezza dell’ombra, differente in ogni luogo nel medesimo giorno dell’anno, possiamo arrivare ad avere la posizione di ciascun porto. In seguito si notò che un astro poteva apparire sempre più in alto nel cielo o sempre più vicino all’orizzonte, a seconda della direzione presa; che i raggi del sole, della luna e delle stelle formavano linee rette e parallele fra loro e che quindi la terra doveva essere sferica, e che la navigazione avrebbe dovuto seguire le norme che si leggevano sulle volte stellate. Ma già  allora dall’esame del moto della Luna, dalla conoscenza delle sue fasi e della sua rivoluzione mensile, erano sorte le nozioni elementari del mese composto da 4 settimane (perchè appunto la lunazione ha 4 fasi) e la primitiva idea dell’anno (12 lunazioni) e pertanto l’inizio della misura del tempo mediante i calendari lunari. Babilonesi, cinesi, egiziani, fenici e indiani, ebbero osservatori astronomici fin dal 3000 avanti Cristo. La prima osservazione di una eclissi venne fatta nel 269, in Cina e qui, nel 1100 avanti Cristo, venne anche realizzata la determinazione dell’elittica e della sua inclinazione sull’equatore; la divisione sessagesimale del circolo e dodicesimale del giorno nacque prima del 500 avanti Cristo, e in questo periodo a Babilonia vennero eseguite precise osservazioni delle eclissi e gli Egiziani determinarono esattamente l’anno tropico. Le stelle erano state tanto osservate e scrutate, che i Caldei avevano scoperto persino il ciclo di Saros, di 18,6 anni, in base al quale si ripetono nello stesso ordine tanto le eclissi solari quanto quelle lunari, ed era nata l’arte gnomonica, come tecnica di costruire gnomoni o meridiane. Talete, Anassimandro, Democrito, Platone, Pitagora, Eudosso, Aristotele, Callippo, Aristarco e il grande Ipparco. Chi di noi, almeno una volta, non ha sentito parlare o non ha incontrato leggendo il nome di questi greci illustri e indimenticabili nella storia del cammino scientifico, filosofico e matematico dell’uomo? In ognuno di essi, oltre all’amore diconoscere e all’ansia di sapere, vi deve essere stata la passione sconfinata per la perfezione e la bellezza. Ci sembra di averli davanti, di conoscerli da sempre, di aver contemplato insieme con loro le notti calde e dolcissime di una terra densa di umori e di civiltà ; di averli sentiti raccontare, sotto lo splendore delle stelle, ipotesi di mondi popolati, di interferenze universali; ci sembra soprattutto di aver sentito dalla loro voce, che immaginiamo pacata e serena, affascinanti spiegazioni di movimenti celesti e di distanze e di cifre… Spiegazioni che in sostanza furono e saranno sempre valide, come valido è stato il loro studio e la loro tesi sulle stelle. Anassimandro, che visse tra il 611 e il 547 avanti Cristo ci fornì per primo una descrizione concreta della superficie terrestre, anche se la costruzione delle carte era già  nota in Egitto e in Mesopotamia e introdusse l’orologio solare, che consentiva di determinare i movimenti del Sole e le date dei 2 solstizi e dei 2 equinozi. Anassimandro fu anche il primo ad osservare le dimensioni e le distanze dei corpi celesti; egli era convinto che il Sole, le stelle e la Luna fossero inclusi in anelli opachi e forati, ruotanti attorno alla Terra piatta e posta al centro dell’Universo. Prima di lui, Talete aveva sostenuto ingenuamente che la Terra doveva avere la forma di un disco galleggiante sull’acqua e che le stelle appartenevano ad una volta celeste che delimitava in alto l’universo; però Erodoto afferma che egli fu in grado di predire, dopo un lungo soggiorno in Egitto, l’eclissi di Sole del 585 avanti Cristo. Anassimandro pensò che l’universo fosse vivente e chissà  quanti sogni fantastici gli ispirarono le sue notti di attesa, di studio e di osservazione accanita. Un universo popolato da altri uomini e da altri mondi: quanti astronomi o scienziati non si fermarono su questa congettura meravigliosa, su ipotesi addirittura folli nella loro arditezza sconfinata? E quante volte essi non furono tacciati di visionari, di fanfaroni o peggio? La scienza è scienza e la fantascienza è fantascienza, ne l’una ne l’altra devono uscire dal loro campo per invadere zone proibite e contrastanti. Ma fino a che punto la fantascienza si oppone alla scienza? Basta pensare ai libri di Verne, alle sue descrizioni di mezzi e di macchine ancora non realizzate dalla moderna tecnica, ma anticipate in modo stupendo dalla sua immaginazione; basta ricordare come vennero trattati certi fisici o medici all’inizio dei loro studi.

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