Cesare, Lucrezia e il santo padre – PRIMA PARTE

mistero

 

Cinquanta cortigiane nude si rincorrono camminando carponi facendo una sorta di slalom intorno a una fila di candelieri posti sul pavimento: una gara alquanto insolita e piccante.. Lo è ancora di più se si pensa che alla singolare scenetta assistono divertiti un papa e due dei suoi numerosi figli. Il pontefice è Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, i due figli sono Cesare e Lucrezia. La notizia è riportata da un cronista dell’epoca che, scrivendo oltre, aggiunge nuovi sconcertanti particolari. Se dobbiamo prestargli fede, la conclusione della serata fu tale da far apparire la corsa delle cortigiane un innocente giochetto tra educande. Sono racconti come questo — ma c’è di molto peggio — che hanno gettato addosso ai Borgia una coltre di fango difficile da rimuovere anche a distanza di cinque secoli. Orge, omicidi, rapporti incestuosi tra padre e figlia, tra fratello e sorella, intrighi, tradimenti, torture, crudeltà di ogni genere, depravazioni per tutti i gusti: nella storia è difficile trovare una casata sulla quale siano state scagliate tante accuse. E non solo dai contemporanei. La storiografia successiva ha tenuto viva nei secoli la fama di turpitudine dei Borgia aggiungendo sempre nuovi particolari alle loro infamie. Oggi però si tende a ritenere che molte delle accuse loro rivolte siano false o quanto meno esagerate. Anzi c’è chi, a furia di cercare attenuanti e nello sforzo di ristabilire una verità storica troppo a lungo alterata, giunge addirittura a negare tutte le voci corse sul loro conto, incorrendo in incauti tentativi di riabilitazione che, francamente, sembrano altrettanto eccessivi.
In realtà non ci sono prove certe delle malefatte dei Borgia. Ci sono i pettegolezzi raccolti nelle corti europee e nella stessa Roma, ci sono i racconti dei cronisti, ci sono mucchi di lettere ma sulla loro attendibilità è lecito avanzare qualche dubbio. Così l’interrogativo rimane: Alessandro VI, Cesare e Lucrezia Borgia erano veramente dei mostri?

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Cronaca degli avvenimenti
Rodrigo Borgia cinse la tiara nell’estate del 1492 prendendo il nome di Alessandro VI. Comincia con lui l’ascesa folgorante di una casata che lascerà nella storia una traccia profonda e inquietante. Venuti da un oscuro feudo spagnolo, i Borgia avevano già raggiunto la fama con un altro papa, Callisto III, zio di Alessandro VI, ma sarà quest’ultimo con i suoi figli a toccare l’apice della grandezza e della genialità tanto nel bene che nel male.

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Alessandro VI, in un dipinto di Juan de Juanes. Sebbene quando cinse la tiara, all ‘età di sessant’ uno anni, fosse ormai un omaccione corpulento dal volto disfatto,Rodrigo Borgia era stato in gioventù un uomo piacente, elegante e raffinato; qualità che, unite al fascino di una forte personalità, avevano fatto di lui un
uomo di successo, e non solo nella vita pubblica. Ebbe numerose avventure galanti, non tutte prive di conseguenze. Cesare e Lucrezia furono il frutto della sua lunga relazione con Vannozza Catanei dalla quale nacquero ben quattro figli.

Cardinale a venticinque anni e prete a trentasette, Rodrigo salì sul soglio di Pietro all’età di sessantuno anni, dopo un conclave durato solo quattro giorni durante i quali portò dalla sua parte i grandi elettori elargendo cariche e prebende a piene mani, I suoi nemici parlarono subito di corruzione e di simonia ma Alessandro VI non se ne curò come non dava un gran peso alle chiacchiere sulla sua vita privata che a Roma erano oggetto di continue pasquinate e che nelle corti d’Europa divertivano, e a volte scandalizzavano, dame e cavalieri.

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Un ritratto di Cesare Borgia conservato al museo di Versailles

Il nuovo papa non era certo uno stinco di santo: amava il lusso, le feste e le donne. Impossibile calcolare il numero delle amanti che gli furono attribuite. Dalla lunga relazione con una di loro, Vannozza Catanei, ebbe quattro figli, due dei quali, Cesare e Lucrezia, destinati a divenire famosi almeno quanto il padre. Non sono i soli figli che avrebbe messo al mondo.
Dopo i festeggiamenti per l’elezione, Alessandro VI inaugurò una politica di nepotismo elargendo sfacciata- mente cariche e benefici ai f i- gli e a tutta la parentela, suscitando nuovi malumori nella Curia e tra i romani che non vedevano di buon occhio l’arrembaggio degli spagnoli ai posti più ambiti e redditizi. A parte ciò, Rodrigo dimostrò subito di voler operare nel modo migliore per il benessere dello Stato della Chiesa e dei cittadini, affrontando con energia i non semplici problemi che i suoi predecessori gli avevano lasciato in eredità. Si trattava di mettere ordine nella stessa Roma dilaniata da continue lotte di fazione tra i nobili, di sistemare le finanze in dissesto, di intervenire nel caos burocratico, di dare nuovi indirizzi al clero che di tutto sembrava occuparsi meno che della propria missione, di rendere più umano il regime carcerario e più giuste le leggi; ma soprattutto si trattava di ridare autorità allo Stato Pontificio minacciato da continue sedizioni e smembrato dai tirannelli locali che mal sopportavano di dover sottostare al potere centrale.

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Lucrezia in un dipinto di un allievo di Ercole de Roberti.

C’era anche un altro progetto, più grande e ambizioso: creare accanto a quello della Chiesa un altro regno, ‘laico’, che riunisse sotto un unico capo tutti gli staterelli, in modo da poter costituire una potenza nazionale in grado di bloccare le mire degli stranieri sulla penisola. Un piano di vasto respiro per realizzare il quale occorreva un uomo con un talento eccezionale. Quell’uomo esisteva: era Cesare, il figlio del papa. Bello, forte, intelligente, coraggioso, Cesare Borgia (che in Italia tutti chiameranno il Valentino, dal ducato di Valentinois) esegui alla lettera fino a che fu possibile l’idea del padre, riducendo alla ragione i signorotti che rifiutavano di sottomettersi a Roma, amministrando con saggezza le terre riconquistate, sventando tranelli e congiure. Agi sempre con decisione, spesso con durezza, a volte con ferocia. Morì da quel grande guerriero che era stato con la spada in mano, combattendo fino allo stremo.
I contemporanei riversarono su di lui, sul padre e sulla sorella Lucrezia le accuse più infami, dall’omicidio all’incesto, che saranno ripetute per secoli facendo dei Borgia una genia di mostri. In realtà, come afferma la storiografia moderna, molte di quelle accuse non hanno fondamento. Per il resto, i Borgia erano semplicemente personaggi del loro tempo.

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La disputa di Santa Caterina’ affrescata dal Pinturicchio nell’appartamento Borgia in Vaticano. Si riconoscono: a sinistra, in trono, Cesare Borgia di fronte a lui Lucrezia e a cavallo il loro fratello Giovanni.

 

Un conclave discusso
Roma, 20 luglio 1492. Innocenzo VIII sta morendo. Ammalato da mesi, il sessantenne pontefice sentendo prossima la fine chiama al suo capezzale i cardinali invitandoli a scegliere un successore degno del pesante fardello che dovrà sopportare.
Rodrigo Borgia approfitta dell’occasione per chiedere al moribondo di ordinare che Castel Sant’Angelo, in quel momento nelle mani dei Della Rovere, venga consegnato ai cardinali. Giuliano Della Rovere si scaglia infuriato contro Rodrigo: ne nasce un violento alterco, che non ha nulla da invidiare a uno scontro da tnvio. Volano terribili minacce e pesanti improperi: è un segno della lotta mortale e senza esclusione di colpi che divide i due porporati e che avrà conseguenze nefaste per la Chiesa e per l’Italia.

 

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Papa Innocenzo VIII, morto il 25 luglio 1492. Pochi giorni prima di spegnersi chiamò al suo capezzale i cardinali invitandoli a scegliere un successore degno della cattedra di Pietro; già in quell ‘occasione le tensioni che dividevano Giuliano Della Rovere e Rodrigo Borgia esplosero in una lite violenta, primo segno della guerra senza esclusione di colpi che i due si sarebbero fatta fino alla fine dei loro giorni.

Cinque giorni dopo, il papa passa a miglior vita. Mentre cominciano le grandi manovre per la successione, Roma piomba nel caos più assoluto. Nella confusione dell’interregno molti colgono il momento favorevole per pareggiare vecchi conti rimasti in sospeso, per consumare una vendetta covata da tempo, per commettere ogni sorta di ribalderie che, con ogni probabilità, resteranno impunite. In pochi giorni si registrano più di duecento omicidi. La città eterna precipita sull’orlo della guerra civile e il popolo reclama a gran voce che il trono di Pietro venga occupato al più presto da un papa energico e deciso che sappia mettere fine alle faide e riporti l’ordine e la pace.

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Il 6 agosto si apre il conclave. Tre giorni prima un marinaio genovese, figlio di un cardatore di lana, è salpato dal porto spagnolo di Palos al comando di una piccola flotta convinto di poter raggiungere il Cipango e il Catai passando per occidente. Da tre giorni è cominciata l’avventura che muterà le sorti del mondo. I ventitré cardinali rinchiusi nella cappella Sistina, naturalmente, lo ignorano ma anche se lo sapessero non perderebbero certo il loro tempo ragionando di Cristoforo Colombo e delle sue caravelle. Hanno ben altro a cui pensare. La lotta è aperta a tutte le possibilità. Tra i favoriti, Giuliano Della Rovere, appoggiato da don Ferrante re di Napoli che a quanto si mormora ha messo a sua disposizione duecentomila ducati per ‘ungere’ i grandi elettori, e Ascanio Maria Sforza, fratello di Ludovico il Moro, signore di Milano.

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Rodrigo Borgia, divenuto papa con il nome di Alessandro VI (particolare della ‘Resurrezione’ del Pinturicchio)

Il vice cancelliere Rodrigo Borgia ha una quotazione piuttosto bassa: non tanto per le chiacchiere sulla sua vita privata non del tutto consona alla dignità di un principe della chiesa ma più semplicemente perché è spagnolo e come straniero non gode di molte simpatie. Ma Rodrigo sta aspettando questo momento da trentaquattro anni: è la sua ultima occasione e non se la farà sfuggire.

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Il palazzo dei Borgia a Roma.

Nel primo scrutinio, il Borgia ottiene sette voti, otto nel secondo e altrettanti nel terzo. Sono passati quattro giorni dall’inizio del conclave e a votazione sembra giunta a un punto di stai
o. Per sollecitare i cardinali a trovare un accordo, i ‘custodi’ esterni del conclave decidono i ridurre i pasti a una sola portata. Se anche questa misura non otterrà l’effetto voluto si passerà a una dieta ancora più severa: pane e equa. Ma non sarà necessario giungere a tanto. Rodrigo gioca tutte le sue carte e vince.

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Il castello di Nemi, passato nelle mani del cardinale Ascanio insieme con il palazzo romano dei Borgia: sarebbe stato questo il prezzo pagato da Rodrigo per ottenere il voto del porporato in conclave.

 
Come? difficile dare una risposta esatta a questa domanda. Non ci sono, non ci possono essere prove documentate di tutto ciò che è accaduto nel segreto della cappella Sistina, i colloqui, le contrattazioni, i giochi di interessi, le manovre di corridoio, la corruzione, i ricatti. on sapremo mai quanto abbiano giocato a favore del Borgia la sua esperienza, la sua indubbia capacità, la sua forte personalità, il suo carisma e quanto invèce sia stato determinante il mercato dei voti da lui condotto con consumata abilità e senza ‘tirare sul prezzo’. Sta di fatto che il cardinale Ascanio esce dal conclave con la carica di vice cancelliere, il palazzo romano dei Borgia, il castello di Nepi, il vescovado di Erlau e altri benefici minori; l’Orsini ottiene le piazzeforti di Monticelli e di Soriano, il governatorato delle Marche e il vescovado di Cartagena; il cardinale Colonna l’abbazia di Subiaco e i castelli circostanti; il Savelli Civitacastellana e il vescovado di Maiorca; il Pallavi il vescovado di Pamplona; Giovanni Michiel quello di Porto; San Severino, Giuliano Della Rovere, Sclafenati e Riario varie altre abbazie. Insomma Rodrigo, come scrive Guicciardini nella Storia d’Italia, «comperò palesemente parte con danari, parte con promesse degli uffizi e benefizi suoi, molti voti di cardinali; i quali disprezzatori dell’evangelico ammaestramento, non si vergognarono di vendere la facoltà di trafficare, col nome dell’autorità celeste, i sacri tesori della più eccelsa parte del tempio».

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Civitacastellana con il castello: un altro esempio del mercato dei voti organizzato da Rodrigo. Sarà il compenso per l’adesione del cardinale Savelli

 

L’incoronazione
L’li agosto Roma venne investita da un temporale di estrema violenza. Ma una folla immensa, incurante della pioggia fitta, dei lampi, tuoni e fulmini, si era data convegno fin dalle prime ore della mattinata nelle strade e nelle piazze volgendo gli sguardi verso i palazzi del Vaticano e precisamente verso il famoso comignolo da cui viene il primo segnale della designazione di un pontefice: la fumata nera, provocata dalle schede servite per la votazione, indica che l’accordo non è stato raggiunto, la fumata bianca sta a significare che l’elezione è avvenuta. Alle dieci in punto il popolo seppe dal fumo bianco che usciva da quel camino che il nuovo successore di Pietro era stato designato. Poco dopo da una finestra si affacciò il cardinale Ascanio Sforza per annunciare il gaudium magnum specificando che l’ eminentissimo e reverendissimo Rodrigo Borgia era stato eletto papa e si era imposto il nome di Alessandro VI.

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Veduta di Jativa (Spagna), la città natale di Rodrigo

Il popolo accolse la notizia con giubio, per nulla turbato dalle voci sulla vita privata del nuovo papa e sullo svolgimento assai poco ortodosso del conclave; così fecero anche tutte le potenze europee (fatta eccezione per Venezia che parlò apertamente di simonia): erano tempi in cui la ‘questione morale’ veniva trattata con molta elasticità.

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Papa Callisto III, zio di Rodrigo, in un dipinto di Sano di Pietro che mostra la Madonna mentre raccomanda Siena al pontefice.

Gli unici ad essere veramente scontenti in quei giorni furono i cardinali Savelli e Orsini: ripensandoci bene Alessandro VI si rese conto che i possedimenti promessi ai due prelati erano «di troppo gran nota», per cui non se ne faceva niente.
La cerimonia dell’incoronazione avvenne domenica 26 agosto e fece epoca. Alle 11, dopo aver ricevuto l’omaggio dei cardinali e di tutti i membri del Capitolo della basilica di San Pietro, Alessandro VI si mosse per raggiungere il Laterano con un corteo grandioso. Le strade che doveva percorrere erano ricoperte di tappeti, tutti i palazzi erano pavesati a festa, dalle  finestre pendevano arazzi e drappi variopinti, ovunque archi di trionfo inghirlandati, figurazioni allegoriche e scritte adulatorie. La processione si muoveva a stento tra due ali di folla esultante mentre l’aria era piena di canti e di salve di cannone. Da lungo tempo Roma non assisteva a una festa così ricca.

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Cesare Borgia in un ritratto di Altobello Meloni.

 
Il caldo, la ressa, la confusione erano tali che ad un certo momento, il papa venne colto da malore, uno svenimento dal quale però si riprese ben presto tanto che poco più tardi abbandonò la sedia gestatoria per continuare la parata in sella a un cavallo bianco.
A sera dopo l’incoronazione, il cielo della città eterna si accese di fuochi d’artificio e il festante corteo che riaccompagnava il pontefice dalla basilica laterana al palazzo apostolico inondò le vie con una grandiosa fiaccolata.

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Lucrezia ritratta dal Pinturicchio.

 

Un papa venuto da lontano
Rodrigo era nato il 10gennaio 1431 a Jàtiva da una famiglia agiata. Il padre, Jofré de Borja y Doms, aveva avuto molte cariche a corte, occupandosi un po’ di tutto, dall’organizzazione di carovane all’amministrazione di castelli. Era insomma un personaggio di tutto riguardo e Rodrigo poté crescere nella posizione privilegiata del figlio di un rispettabile signorotto di provincia. La sua prima educazione fu affidata a un precettore, Antonio Nagueroles, che non si stancava di elogiare l’intelligenza dell’allievo e la sua straordinaria capacità di apprendimento, tanto che il padre, vista la grande inclinazione del figliolo per gli studi, cominciò a sognare per lui un avvenire radioso pensando di «farlo istruire — come scriverà più tardi un biografo di Alessandro VI — e darlo sotto la direzione de’ più dotti e scientifichi». È vero che Rodrigo riusciva bene negli studi ma non era certo il tipo da passare tutto il giorno chino sui libri.

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Giuliano Della Rovere, divenuto papa con il nome di Giulio lI, in un dipinto di Raffaello

 

Il bambino appena poteva sfogava tutta la sua energia nelle arti marziali esercitandosi con archibugi, pistole e pugnali. Un’attività alquanto insolita per un fanciullo ma i tempi erano violenti e, a quanto pare, dimostrare fin dalla tenera età un ‘gran genio’ per le armi era considerato un buon segno.
Alla morte prematura di don Jofré, la vedova Isabel si trasferisce con i figli (due maschi, Rodrigo e Pedro Luis, e quattro femmine, Beatriz, Damiata, Juana e Tecla) a Valenza, dove Rodrigo continua a dare buona prova della sua duplice indole di studioso e di guerriero. A proposito di questo secondo aspetto della sua personalità, a dodici anni, riferiscono le cronache, ammazza a colpi di guaina nella pancia, un coetaneo che lo aveva insultato, Non risulta, sempre che il fatto sia vero, che il piccolo assassino sia stato in qualche modo punito per il suo crimine. In fondo l’aggressività, la superbia, lo spirito di vendetta, la durezza e la ferocia erano caratteri che ben si addicevano a un hidalgo spagnolo in generale e a un Borgia in particolare.

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Giulia Farnese, una delle tante donne amate da Rodrigo Borgia.

 

Tutto regolare, quindi. Tanto è vero che due anni dopo, grazie ai buoni uffici di uno zio cardinale, Alonso de Borja che più tardi sarebbe diventato papa con il nome di Callisto III, il pontefice dell’epoca, Niccolò V, vista «l’onestà di vita e di costumi» e le «lodevoli dimostrazioni di probità e di virtù» di Rodrigo, lo dichiarava degno di ricoprire uffici ecclesiastici ammettendolo nel Capitolo di Valenza con tutti i benefici e le prebende del caso. Dal clero locale si levarono alte voci di indignazione ma queste proteste non preoccuparono nessuno.

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Particolare dell’affresco di Piero di Cosimo e ignoto scolaro di C. Rosselli ‘Il passaggio del Mar Rosso’ (Cappella Sistina); al centro sono raffigurati alcuni membri della famiglia Orsini.

 

Tanto meno se ne preoccupò il quattordicenne Rodrigo che già sentiva di essere avviato a grandi imprese. Incurante dei malumori che suscitava, accumulò altri titoli, e introiti, in attesa di poter approdare a Roma, il cuore del mondo. Il che avvenne puntualmente quattro anni più tardi.
Sotto l’ala protettrice dello zio cardinale, Rodrigo affinò il suo ingegno e la sua cultura. Per quattro anni studiò sotto la guida di maestri famosi, fra i quali spicca l’umanista Gaspare da Verona, frequentando contemporaneamente il bel mondo della città e gli intellettuali che gravitavano intorno al Vaticano, poi, nel 1453, si recò a studiare diritto canonico a Bologna mettendosi subito in luce per la sua acuta intelligenza e per la serietà con cui seguiva le lezioni dei nuovi maestri.

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Il Re di Francia, Luigi XII, alleato di Cesare Borgia che per meglio legare a sé il sovrano sposò Charlotte d’Albret, cugina della regina dei francesi. In quell’occasione, Cesare ottenne anche il ducato di Valentinois per cui da quel momento in Italia fu chiamato il Valentino.

 
Mentre Rodrigo era chino sui libri, il destino continuava a volgere in suo favore: nel 1455, suo zio Alonso veniva nominato papa con il nome di Callisto III, un avvenimento determinante nella vita del giovane Borgia. Tanto per cominciare, venne subito nominato notaio apostolico, poi si vide assegnare un certo numero di benefici che con i loro profitti erano destinati a rendere la vita dello studente meno dura. Tornato a Bologna, Rodrigo si laureò brillantemente nell’estate del 1456 e come regalo lo zio lo nominò cardinale. Aveva venticinque anni. A trentasette diventerà sacerdote e a sessantuno papa.

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La rocca di Imola, conquistata da Cesare nell ‘inverno del 1499: era la prima mossa del Valentino nella campagna, organizzata da Alessandro VI, per ridurre alla ragione i signorotti che si erano ribellati allo Stato della Chiesa

 

La famiglia del pontefice
Quando gli viene imposta la tiara, Rodrigo è un omaccione corpulento con le guance cascanti e gli occhi bovini ma in gioventù la sua alta statura, le ampie spalle, la forza che emanava in ogni gesto, il piglio sicuro devono avere impressionato non poco i contemporanei che hanno dato molto rilievo alla sua bellezza anche se dai ritratti che ci sono giunti tutta questa avvenenza non appare. Sta di fatto che piaceva molto alle donne e le donne piacevano moltissimo a lui. «Attrae a sé le donne più fortemente che la calamita il ferro» ha lasciato scritto un suo vecchio maestro, mentre un cronista dell’epoca ricorda una festa data da Rodrigo, già cardinale, nella quale «si ballò dissolutamente e non una delle attrattive d’amore fu risparmiata».

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Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano dal 1466 al 1476 e padre naturale di Caterina Sforza, contessa di Imola e di Forlì

 

Nell’estate del 1464 gli vengono delle strane pustole in un orecchio e sotto un’ascella. Forse sono la conseguenza di una pestilenza e non di una malattia venerea come molti sostengono; comunque il medico che lo visita tiene a precisare che poco prima del manifestarsi del morbo «non solus in lecto dormiverat». Tutto ciò non deve destare eccessiva meraviglia: la rilassatezza morale era una caratteristica dei tempi e la castità non era proprio la più pregiata delle virtù, anche tra molti prelati.

 

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Caterina Sforza. Quando il Valentino si impadronì di Imola, l’indomita contessa si preparò a una difesa disperata di Forlì bruciando i granai, abbattendo gli alberi e allagando le campagne. Queste misure provocarono il malcontento dei forlivesi che abbandonarono la loro signora al suo destino. Non ancora vinta, Caterina si ritirò nella rocca e per tre settimane resistette agli assalti del Valentino. Quando la rocca capitolò, forse in seguito a un tradimento, la castellana continuò a combattere fino a quando, sopraffatta dagli assalitori, non fu presa prigioniera.

Secondo una versione generalmente accettata, Rodrigo, a parte le numerose avventure galanti senza conseguenze, mette al mondo, tra il 1463 e il 1481, sette figli: tre (Pier Luigi, Jeronima e Isabella) di madre ignota, quattro (Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo) nati dalla sua lunga relazione con Vannozza Catanei. Di lei si hanno notizie scarne e contradditorie.

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Girolamo Riario, nipote di Sisto e primo marito di Caterina Sforza. Pochi anni dopo il matrimonio Girolamo fu ucciso in una congiura; Caterina
si mise alla caccia degli assassini, li scovo e vendico ferocemente l’omicidio del marito

 

Si sa che era nata nel 1442 e che ebbe quattro mariti, l’ultimo dei quali, l’umanista mantovano Carlo Canale, le fu procurato dallo stesso Rodrigo al termine della loro storia d’amore, nel 1481 o poco dopo.
Nelle lettere che Vannozza scrive ad Alessandro VI non traspare nulla della loro antica intimità; l’ex amante viene invariabilmente chiamato ‘Beatissimo Padre’ o ‘Vostra Santità’, il tono è ossequioso, mai una parola che non sia più che deferente, mai un’espressione che lasci anche vagamente sottintendere un moto di familiarità o d’affetto. Del resto anche rivolgendosi ai figli usa le stesse espressioni stereotipate (Lucrezia, ad esempio, viene chiamata ‘Excellentia Vostra’).

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Un dipinto nella chiesa di San Biagio a Farli, raffigurante il ‘Miracolo dì San Giacomo Maggiore’; a destra di chi guarda sono effigiati Jacopo Feo, uno dei capitani di Caterina Sforza e suo secondo marito, Girolamo Riario e l’intrepida contessa.

 
Ma anche i giovani Borgia si attengono al più stretto formalismo dandosi del voi e non lesinando sui titoli: ‘Eccellenza’ scrive uno, ‘Signoria Vostra Illustrissima’ risponde l’altro e così via. Naturalmente quando si rivolgono all’augusto genitore il tono è ancora più aulico. Tutti segni dell’educazione severa impartita loro dalla madre, una donna abile, che recitò sempre il suo ruolo con discrezione.
Avveduta amministratrice, Vannozza fece fruttare al meglio le donazioni di Rodrigo dedicandosi alla compravendita di immobili, gestendo alberghi e facendo prestiti su pegno. Accumulò una non disprezzabile ricchezza che però negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in preghiera, dilapidò in opere di carità.

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La rocca di Caterina a Font: cia qui, tra l’altro, ella bombardò le case dei sudditi che l’avevano abbandonata.

 
La vecchia peccatrice pentita morì nel 1518 a settantasei anni. Ai suoi funerali partecipò, per ordine di Leone X, una delegazione pontificia e intervennero illustri personaggi dell’alta società romana: Alessandro VI era morto da quindici anni ma l’influenza dei Borgia si faceva ancora sentire. In seguito, comunque, quando Alessandro e i suoi figli cominciarono ad essere ricordati dai più soltanto come simboli di depravazione e malvagità, la malevolenza dei posteri si rivolse anche contro i poveri resti di Vannozza che furono riesumati dalla chiesa di Santa Maria del Popolo, dove erano stati sepolti con tanta solennità, per essere buttati chissà dove.

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La rocca di Cesena, anche questa conquistata dal Valentino.

 

Nepotismo e riforme
Mentre Roma è ancora abbagliata dalla magnificenza delle cerimonie e delle feste organizzate per l’incoronazione del papa spagnolo, Alessandro VI convoca un concistoro nel corso del quale si prodiga senza alcun ritegno nell’ elargizione di incarichi, onori, benefici e prebende a parenti vicini e lontani, amici e conoscenti, dispònendo dei beni della Chiesa come di un patrimonio personale. Comincia col nominare il figlio Cesare arcivescovo di Valenza (il che gli assicura una rendita annua di sedicimila ducati), poi mette la porpora cardinalizia sulle spalle del nipote Giovanni Borgia Lanzol, figlio della sorella Juana, mentre al figlio più piccolo, Goffredo (undici anni), affida la parrocchia di Maiorca. Non meno generoso si dimostra con lo stuolo dei profittatori che, vista la buona parata, si precipitano dalla Spagna a Roma per tendere la mano: per ognuno si trova un posto, in un castello, in un palazzo, in un vescovado o nelle forze armate. Una gestione del potere discutibile ma non nuova. Solo che Alessandro esagera. Tanto da far dire a un contemporaneo, Giovanni Andrea Boccaccio:
«Nemmeno dieci papati basterebbero a sbramare questo parentado».
Ma, a prescindere da questa ‘anteprima’ non proprio edificante, il debutto di Alessandro VI sulla scena del Vaticano fu buono. Per prima cosa affrontò con piglio deciso i gravi problemi della giustizia: ordinò ai gendarmi e ai giudici di procedere con il massimo rigore contro i responsabili della catena di omicidi che aveva insanguinato Roma durante-i diciassette giorni dell’interregno. Diede poi disposizioni per rendere meno disumano il regime carcerario e nominò una commissione con l’incarico di raccogliere le lagnanze dei cittadini e di riferire direttamente a lui; stabilì inoltre di dare udienza, ogni martedi, a chiunque avesse un caso personale da sottoporgli. Si dedicò quindi al risanamento delle traballanti finanze dello stato controllando attentamente le entrate e le uscite e instaurando un regime d’austerità al quale egli stesso si sottopose consumando a ogni pasto una sola portata. Ci fu subito chi sostenne che più che un segno di sobrietà era un espediente per allontanare i seccatori dalla sua mensa, altri insinuarono che si trattava di una dieta impostagli dal medico. Sta di fatto che il suo esempio costrinse tutta la Curia a diminuire drasticamente le spese e a eliminare il superfluo.
Le misure prese per ristabilire l’ordine pubblico e la politica finanziaria dettero presto i primi frutti: la vita a Roma divenne più piacevole e i sudditi presero a benvolere il papa spagnolo, pur non risparmiandogli i frizzi e i lazzi per la sua condotta privata.


Una storia torbida

I guai venivano dalla politica estera: si trattava non solo di barcamenarsi tra le grandi potenze europee che premevano ai confini dello Stato Pontificio, e che in molti casi li avevano anzi varcati, ma anche di ridurre alla ragione i tirannelli locali smaniosi di scrollarsi dalle spalle il giogo di Roma. All’inizio del pontificato, Alessandro VI rassicurò tutti i diplomatici accreditati alla corte del Vaticano con solenni propositi di pace e di concordia ma presto gli enormi interessi in gioco presero il sopravvento e fu a tutti chiaro che stava per cominciare una lotta senza esclusione di colpi. Il nemico più acerrimo, Alessandro lo aveva in casa ed era quel Giuliano Della Rovere che se durante il conclave era stato costretto a chinare il capo di fronte al rivale più forte, ora lo rialzava pronto a cogliere ogni occasione favorevole per prendersi la rivincita. Dietro di loro si schierarono le potenze italiane e straniere che da questa ostilità avevano tutto da guadagnare.
È in questo clima di tensione che nascono le continue campagne diffamatorie contro il papa: furono ripetute con tanta violenza e con tanta insistenza che per secoli il nome dei Borgia è rimasto legato ai crimini più orrendi e alle sozzure più rivoltanti: una facile arma per i nemici della Chiesa cattolica e per i polemisti troppo pigri, o troppo interessati, per andare a cercare la verità al di là del muro di voci e pettegolezzi.
Le accuse più note riguardano i rapporti sessuali del papa e dei suoi figli. A queste Lucrezia deve la sua triste fama. Fu senza dubbio una delle donne più affascinanti del suo tempo ma sui dettagli del suo aspetto fisico regna non poca confusione: l’eterea creatura dal volto angelico e dai lunghi capelli biondi del celebre affresco del Pinturicchio nell’appartamento Borgia in Vaticano diventa una splendida e formosa mora nel quadro di Bartolomeo Veneto conservato alla National Gallery di Londra. Per quanto riguarda il colore dei capelli, il problema è di ovvia soluzione: Lucrezia se li tingeva ogni cinque giorni con una soluzione a base di chiara d’uovo, camomilla, limone e un estratto di radica saponaria, più altri intrugli misteriosi. Un miscuglio che se aveva la proprietà di schiarirle i capelli le procurava anche violente emicranie. Un cronista afferma che «è seducente e veramente graziosa», un altro si spinge un po’ più in là e la definisce «bellissima in volto», un terzo entra più nei particolari: «È di corporatura media, slanciata; la faccia ha piuttosto lunga, il naso è bello e ben profilato; i capelli sono dorati, gli occhi bianchi, i denti scintillanti, il seno sodo e bianco, onato con decente valore. Tutto l’essere suo respira l’allegrezza e il sorriso». A tredici anni Lucrezia fu data in moglie al quarantaseienne Giovanni Sforza, conte di Cotignola, signore di Pesaro e nipote di Ludovico il Moro.

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L’incoronazione di Ludovico il Moro, signore di Milano: Caterina Sforza era sua nipote.

 

 

Il contratto di nozze stabiliva che il matrimonio doveva essere consumato materialmente entro un anno e fissava in trentunomila ducati la dote della sposa. La cerimonia fu celebrata il 12giugno 1493. La sera si svolse un banchetto al quale prese parte anche Giulia Farnese, la nuova amante del papa che il popoio chiamava ‘Sponsa Christì’. La festa viene descritta dal ferrarese Giovanni Andrea Boccaccio che si limita a enumerare i ricchi doni offerti agli sposi aggiungendo che per tutta la notte «le donne ballarono e per intermezzo fu rappresentata una buona commedia con molti canti e suoni». Tutto qui. C’è però un’altra versione del trattenimento fornita da un maligno cronista, Stefano Infessura che, oltre a sottolineare la licenziosità delle commedie rappresentate, si dilunga su un piccante gioco organizzato da Alessandro VI. Il pontefice, per rallegrare la festa avrebbe fatto versare decine di coppe di confetti nelle scollature delle ìnvitate che sarebbero state poi indotte a liberarsene con una ginnastica oscena dando luogo a «risate e a immoderati palpamenti di seni». Dopo le nozze Lucrezia continuò a vivere per vari mesi a Roma nel palazzo di Santa Maria in Portico insieme con Giulia Farnese poi raggiunse il marito a Pesaro. Ma nel giro di pochi anni la ragion di stato che aveva consigliato quel matrimonio venne a cadere, così Alessandro pensò di sciogliere le nozze senza che Lucrezia, a quanto pare, ne soffrisse troppo. Per annullare il matrimonio, il papa accusò il genero di essere impotente. Giovanni protestò ma rifiutò di dimostrare pubblicamente la sua virilità davanti a un legato pontificio. Il matrimonio così fu sciolto e lo Sforza per vendetta sparse la voce che Lucrezia aveva rapporti incestuosi con il padre e con il fratello Cesare. Con ogni probabilità si tratta solo di un’infame calunnia ma fece presto il giro delle corti di tutta Europa, fu ripresa da vari storici (uno  di loro ha definito Lucrezia «figlia, moglie e nuora del papa») e i Borgia non se la tolsero più di dosso.
FINE PARTE 1

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