La scomparsa dell’Egitto dei Faraoni e l’inizio delle spedizioni -PARTE 1-

 

 

 

 

 

Nel IV secolo d.C. la religione cristiana è quella ormai prevalente nella parte orientale dell’Impero Romano. Nel 391 l’imperatore Teodosio I decreta la chiusura di tutti i templi pagani dell’Impero. In Egitto, i seguaci delle antiche divinità locali erano probabilmente poco numerosi ma la chiusura dei templi ha un’altra, inaspettata, conseguenza: la scrittura geroglifica, all’epoca ancora in uso, cessa bruscamente di essere compresa.
In effetti, i sacerdoti assicuravano non solo i riti quotidiani ma anche l’insegnamento della lingua e della scrittura, indispensabili alla celebrazione del culto. Quando i sacerdoti scompaiono uno dopo l’altro, nessuno in Egitto è più in grado di leggere i testi scolpiti sui monumenti o scritti sui papiri conservati nelle biblioteche.
Tra le fiamme della biblioteca di Alessandria scompare la storia dell’Egitto.

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Gli antichi abitanti dell’Eternità (Parte 2)

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Senza un attimo di esitazione, Kali lo attaccò. Con due mani lo afferrò per i capelli e lo sollevò da terra, mentre si preparava a trafiggergli la gola con la spada e il pugnale che teneva
nelle altre. Seppure in balìa di quella furia omicida, Raktavira non aveva paura, sapendo che appena una goccia del suo sangue fosse caduta a terra, un esercito di demoni sarebbe subito apparso per distruggerla.
All’improvviso, quando le lame ebbero tagliato la carne, la dea Kali si piegò verso la sua vittima e spalancò la bocca. Il sangue che scorreva dalle ferite cadde così fra le labbra di Kali, che lo bevve avidamente, mentre con la lingua si puliva il mento per impedire che anche una sola goccia cadesse a terra. Quando infine dalle ferite di Raktaviri non sgorgò più un sorso di sangue, le pulì con la lingua e quindi gettò a terra il corpo prosciugato.  All’avvicinarsi della dea, i demoni che si erano radunati per assistere alla battaglia fuggirono in ogni direzione, ma le braccia di Kali erano ovunque, implacabili. Tagliando gole e amputando arti, beveva il sangue che scorreva copioso, sebbene da esso non giungesse alcuna minaccia. Il sapore del sangue la inebriava, la faceva sentire leggera e veloce. Ridendo e cantando, danzò sui cadaveri disseminati intorno a lei. Dall’alto del suo palazzo, Siva guardava la carneficina. La ferocia e il dolce sapore del sangue gli erano familiari e gli davano quella forza distruttiva necessaria ogniqualvolta gli dei avevano bisogno del suo intervento.
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Gli antichi abitanti dell’Eternità (Parte 1)

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Di tutti i saggi del mondo, nessuno come i poeti e i mistici dell’India riuscì a raccontare di misteriose esistenze immerse nel tempo più antico, un tempo in cui gli dei dominavano t’universo e le energie cosmiche originarie vagavano libere nell’eterno mistero della vita. Nell’aria polverosa della grande pianura centrale, gli anni trascorrevano silenziosi. A sud, lungo la grande costa del Coromandel, le ossa di milioni di generazioni di animali, i gusci di lumache e le squame delle creature marine venivano interrate nella sabbia dall’incessante infrangersi delle onde sulla spiaggia. Nel lontano nord, il vento e l’acqua erodevano le catene montuose, plasmandone di nuove forme e dimensioni. I saggi di quella terra percepivano il tempo come circolare, Era un serpente che si mordeva la coda, un cerchio infinito di creazione e distruzione che assisteva al passaggio di infiniti universi, ognuno dei quali possedeva il proprio cielo e la propria terra. A ogni nuova creazione, gli esseri umani rinascevano per gioire o piangere, a seconda di quella che era stata la loro condotta nelle vite precedenti .Gli dei, perfetti e immortali, riappariva- no immutati in ogni nuovo universo per manipolare la natura. Tali divinità avevano ben poco in comune con quelle del mondo occidentale.

 

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I Fieri Dominatori di un Mondo Antico (PARTE 3)

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Per quanto le divinità nordiche desiderassero la vita eterna e proteggessero il loro dominio, sapevano che un grande cataclisma un giorno le avrebbe travolte. Nella notte dei tempi, le Norne (le tre divinità immortali tessitricì del destino) avevano predetto la distruzione del cosmo, e streghe e sibille avevano indicato i segni premonitori dell’imminente catastrofe. Il destino era segnato.
Il mondo venne inizialmente imprigionato in una morsa di ghiaccio e l’oscurità avvolse la terra. Per tre anni la notte e l’inverno regnarono sovrani. Gli uccelli cadevano morti dal cielo, gli alberi non davano più segno di vita e i mari erano una distesa di ghiaccio.
Nelle profondità della terra, il mostruoso lupo Fenris si dibatteva stretto dalle catene forgiate dagli dei con materiali privi di materia: il  grido di un gatto, la barba di una
donna, le radici di una montagna. i tendini di un orso, il fiato di un pesce e la saliva di un uccello in volo. Fenris era confinato ma i suoi cuccioli fuggirono dalla tana sotterranea per vagare liberamente nel mondo.

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I Fieri Dominatori di un Mondo Antico (PARTE 2)

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Svegliato dai lamenti della figlia, Suttung ricorse ai propri poteri occulti per trasformarsi a sua volta in un aquila e partire all’inseguimento del ladro. I due sorvolarono Jotunheim e il battito delle loro ali risuonò come il tuono prima di una tempesta. La magia di Odino era però più potente e il re degli dei riuscì a sfuggire al gigante e a raggiungere Asgard sano e salvo.
Nel frattempo, gli dei avevano appreso della missione di Odino e quando lo videro arrivare, sotto forma di aquila, prepararono una tinozza, nella quale Odino sputò il prezioso nettare. Alcune gocce di idromele scivolarono fuori dalle mura di Asgard, e in questo modo fu donata agli uomini la poesia.
Il figlio di Odino si chiamava Balder ed era l’incarnazione di ogni grazia e virtù, amato dagli Aesir e adorato dai mortali. Incubi terribili perennemente lo perseguitavano, e Balder si svegliava urlando terrorizzato. Tale era l’orrore di ciò che vedeva nel sonno che non riuscìva nemmeno a trovare le parole per descrivere le terribili visioni notturne. Alcune dee bisbigliarono però che quei sogni erano segni premonitori di morte violenta. Gli Aesir consultarono allora una strega, che pronunciò parole incomprensibili tenibili messaggi di avvertimento.
Gli dei si riunirono in consiglio. Non riuscivano a credere che qualcuno, o qualcosa, volesse fare del male all’amato Balder; tuttavia avrebbero preso le misure necessarie per proteggerlo. Venne deciso che qualsiasi creatura o oggetto dell’universo capace di ferire avrebbe dovuto giurare di non toccare mai il dio Balder.
Il giorno del grande giuramento,tutte le creature e gli elementi del mondo si presentarono agli dei. Gli spiriti che animavano il fuoco e l’acqua giurarono sul bracciale d’oro di Frigg che non avrebbero bruciato o annegato il figlio di Odino, I serpenti promisero di non morderlo, i metalli di non tagliano e le pietre di non colpirlo. Persino le malattie giurarono di non attaccano.

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I Fieri Dominatori di un Mondo Antico (PARTE 1)

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Nelle fredde regioni dell’estremo limite dell’Europa del Nord, i bardi cantarono le imprese e le avventure di un’antica stirpe divina. A quei tempi, la natura era tiranna. Il ventoe le onde del mare battevano violente- mente le isole rocciose al largo delle coste e scolpivano le scogliere in forme grottesche.
Le burrasche spingevano alti cavalloni fra gli scogli litoranei e le nebbie avvolgevano l’entroterra, avanzando dai fiordi come eserciti di fantasmi in marcia.
Nelle tenebre delle foreste primordiali, lupi, orsi e serpenti regnavano sovrani, A quel tempo, ogni insediamento aveva i propri cantastorie che cantavano le leggende di un universo precedente. Un universo abitato da un affollato pantheon di divinità e da giganti, gnomi, elfi, animali feroci ed esseri umani. Ogni razza occupava il proprio territorio. Asgard, la casa degli dei, era una fortezza eretta su un alto dirupo al centro della terra.
Un ponte a forma di arcobaleno collegava Asgard a Midgard, la terra degli uomini.
A sua volta, Midgard era circondata da un vasto oceano; le sue spiagge lontane delimitavano Jòtunheim, la terra desertica dominata dai giganti. Al disotto di questi reami, si estendeva Niflheim, il regno dei morti. Venne però il giorno in cui tutto questo universo fu inghiottito in una guerra titanica che distrusse il cosmo.
I bardi ricostruirono il mito di quel mondo perduto ricomponendo frammenti di testimonianze antiche: vecchie canzoni, indovinelli, profezie, parti di poemi epici in prosa o in rima, simboli runici incisi su pietre. Dalla polvere del tempo affiorò un’infinita saga di torture, saccheggi, stregonerie, falsità e doppiezze,bramosia di ricchezza e potere, guerre combattute con armi e incantesimi. Gli eroi e i furfanti dell’origine del mondo appartenevano a una immensa famiglia di esseri divini conosciuti come Aesir e alle creature che condividevano il loro splendente universo.
A differenza dei numi che abitavano per l’eternità il monte Olimpo e oziavano fra le vigne assolate e i boschetti di ulivi, o degli dei sensuali che perenni  dominavano le terre orientali, le divinità nordiche non erano immortali. Al contrario,forse non erano altro che gloriosi re dei tempi più antichi giunti dall’Oriente con la furia delle loro armi e del loro coraggio. Desiderando ardentemente di sconfiggere la morte, gli Aesir avevano trovato il modo per prolungare la loro vita,
Avevano infatti ottenuto, da fonti sconosciute, una montagna di mele magiche.
Ogniqualvolta iniziavano a invecchiare o si ammalavano, mangiavano un frutto sacro e in un baleno ritrovavano vigore giovinezza.

Gli Aesir, però, non avevano il modo di sconfiggere per sempre la morte. Il destino di tutte le creature viventi era infatti nelle mani di tre creature femminili il cui potere era tale,che definirle dee non rendeva loro giustizia. Erano le Nome, tre sorelle che filavano la rete del destino e scrivevano il libro del fato. Le Nome si radunavano intorno a ogni culla per decretare il futuro del  nascituro e comparivano vicino a ogni letto di morte per recidere il filo della vita. Si erano quindi riunite anche nella notte dei tempi, per stabilire il destino degli stessi dei. Questo fu quanto predissero: nonostante la loro saggezza, i loro poteri e la loro conoscenza delle arti magiche, gli Aesir sarebbero stati distrutti loro stessa corruzione. Nessuno sa con precisione quando inizio la caduta degli dei; forse il giorno in cui gli Aesir cospirarono per trarre in inganno uno dei giganti.
Non correva buon sangue fra il regno di Asgard e quello di Jòtunheim. Dei e giganti da sempre si combattevano, e anche in tempo di pace i loro incontri erano caratterizzati dal sospetto reciproco. Tuttavia le due razze intrattenevano anche rapporti di carattere commerciale e spesso avvenivano addirittura matrimoni misti, benché i giganti fossero di dimensioni impressionanti e gli dei alti poco più dei comuni mortali.

 

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Roma brucia: cui prodest?

 

 

 

 

Un rogo immane avvolge Roma del luglio del 64 dopo Cristo. Per sette giorni le fiamme divampano sulla città, trasformata n un enorme braciere. Della catastrofe viene accusato lo stesso imperatore Nerone che a sua volta ;carica la colpa sui cristiani scatenando una terribile persecuzione. Chi ha veramente appiccato il fuoco? E perché?
Ha ucciso la madre Agrippina, la prima moglie, Ottavia, la seconda moglie Poppea e il fratellastro Britannico. Questo, tanto per restare in famiglia. Gli altri delitti non si contano. «Uccideva senza motivo o misura, a capriccio, non importa chi, non importa perché», scrive Svetonio. Questo il ritratto di Nerone, così come abbiamo imparato a conoscerlo fin dai banchi di scuola. Letteratura e cinema hanno caricato la dose: basterà ricordare Quo Vadis?, scritto da Henryk Sienkiewicz nel 1896 e dal quale sono tate tratte ben cinque edizioni cinematografiche (l’ultima è del 951 con un grande Peter Ustinov nei panni dell’imperatore paranoico). Nerone despota assoluto, mostro assetato di sangue, ma soprattutto il pazzo che ha incendiato Roma dandone poi la colpa ai cristiani e prendendo spunto da questa falsa accusa per perseguitarli facendoli sbranare dalle belve nel circo, bruciandoli rivi e sottoponendoli a ogni altro genere di tortura. l’immagine di Nerone cinto d’alloro, che declama liriche accompagnandosi con la cetra, mentre sotto di lui Roma arde è tipica dell’iconografia popolare, ripresa da scrittori, commediografi, registi e comici di tutte le epoche fino ai nostri giorni. Non un’immagine di fantasia, è ancora Svetonio che lo racconta. Non sono pochi, tuttavia, gli storici moderni che avanzano qualche dubbio su Nerone folle tiranno, incestuoso, omicida, incendiario. Tra gli antichi, già Tacito si limita a riportare i fatti e a riferire le voci senza esprimere un giudizio di aperta condanna. Quindi Nerone sovrano ‘assolutamente assoluto’ ma non il malvagio per eccellenza, uno stravagante, un artista dall’equilibrio non del tutto stabile ma non folle a tal punto da incendiare la Capitale dell’impero solo per avere l’occasione di declamare in una scenografia irripetibile il poema da lui scritto sulla guerra di Troia. Allora, chi ha bruciato Roma?

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Nerone canta accompagnandosi con la cetra mentre Roma brucia ai suoi piedi. E una delle immagini più famose della storia ma anche con molta probabilità,una delle più false. Così come sono inattendibili molte altre accuse che fanno riferimento alla follia dell’imperatore

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Marilyn Monroe : Quando cade una stella PARTE 2

 

 

 

La bella e il campione
Secondo la tesi più accreditata Marilyn era all’oscuro di tutto; obbedendo ancora una volta al suo cliché di ‘oca giuliva’, sottoscrisse quanto i suoi agenti avevano preparato: un contratto come un altro. Altri invece, come il regista Joshua Logan, sostengono che l’attrice sapeva benissimo cosa stava facendo e si rendeva perfettamente conto che un matrimonio del genere le sarebbe stato ‘utile’. Comunque
siano andate le cose la ‘bomba sexy’ e il ‘dio degli stadi di baseball’ si incontrano sul set di Gli uomini preferiscono le bionde. Fu la rivista Confidential a dare per prima la notizia pubblicando in esclusiva la foto dei due ‘fidanzati’ teneramente abbracciati e suscitando in tutta l’America l’ondata di emozione prevista a tavolino dagli agenti pubblicitari.

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Una foto da ‘pin-up’. A sedici anni le sue misure erano: 96 di seno, 71 di vita e 95 di fiinchi. Si ossigenava i capelli e portava solo abiti attillati.

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Marilyn Monroe : Quando cade una stella PARTE 1

 

 

 

 

La diva più amata e famosa del mondo morta in circostanze misteriose. Suicidio o avvelenamento accidentale da barbiturici, dice la polizia. Ma c’è chi parla di omicidio…
Un corpo nudo, composto, abbandonato a faccia in giù sul letto, una bottiglietta di sonnifero vuota sul comodino, molti altri flaconi di sedativi vari sparsi un po’ per tutta la casa, nessun segno di violenza apparente, nessun messaggio. Un cadavere come tanti altri, una donna che come tante altre ha posto fine ai suoi giorni ricorrendo a una dose eccessiva di barbiturici e come tante altre si è decisa al gran passo nella notte tra il sabato e la domenica; le statistiche americane informano che il week-end sembra un momento particolarmente propizio alle morti sospette o comunque non dovute a cause naturali. Così i poliziotti di guardia nel distretto ovest di Los Angeles tra la sera di sabato 4 agosto 1962 e la mattina della domenica non dovevano aspettarsi di certo una notte tranquilla. Ma quello che il sergente Jack Clemmons non poteva prevedere era che quella notte sarebbe stato coinvolto nelle indagini su uno dei casi più clamorosi del secolo: la morte di Marilyn Monroe.
Suicidio o ‘incidente’ dicono i medici legali e conferma l’inchiesta della magistratura, ma il sergente Clemmons non è d’accordo, troppi indizi non lo convincono: per lui si tratta di omicidio. Un’affermazione grave, che procurerà a Clemmons non pochi guai, ma anche la prima delle voci che si levano per confutare il verdetto ufficiale. Dopo i sospetti di Clemmons, altre accuse più pesanti e inquietanti turberanno l’opinione pubblica. Vengono tirati in ballo il presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, e suo fratello Bob, la CIA, l’FBI, la mafia, i servizi segreti di vari paesi, l’anonima omicidi, altre associazioni misteriose che sembrano appartenere più al mondo di James Bond che alla realtà. L’immagine della povera Marilyn viene così proiettata in una dimensione allucinante di segreti di stato, ricatti, lotta per il potere, in un carosello infernale di rivelazioni, smentite, confessioni, ritrattazioni che sembra creato apposta per nascondere la verità. Ma cosa ha a che fare con tutto questo l’affascinante bionda di Niagara, il più sconvolgente simbolo del sesso mai apparso sugli schermi? Quale terribile segreto si nascondeva nella sua vita?

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I Vichinghi prima di Colombo? – Parte Prima –

Neve, nebbia, montagne di ghiaccio alla deriva, onde alte più di dieci metri, raffiche di vento a oltre cento chilometri all’ora: un pugno di uomini alle prese con la furia degli elementi nel Nord Atlantico. La loro barca è lunga pochi metri; non c’è radar a bordo, né ci sono bussola, sestante e radio. Lo scafo non è pontato: non c’è quindi alcuna possibilità di ripararsi dalle ondate e dal gelo. Non c’è motore ma solo una vela fissata a un unico albero. Se il vento cade, infuria oltre i limiti del sopportabile o è contrario, si va avanti a forza di remi. Con una barca del genere oggi non ci sentiremmo tranquilli neppure in uno stagno, eppure proprio con simili navi (se così si possono chiamare) i vichinghi partivano dalle loro città nell’estremo nord dell’Europa per andare a conquistare altre terre e per esplorare mondi sconosciuti. Una loro antica leggenda racconta che mille anni fa un navigatore di nome Bjarni si spinse a ovest della Groenlandia fino a scorgere le coste del Labrador. La storia della sua straordinaria avventura accese d’entusiasmo un altro marinaio eccezionale, Leif, figlio di Eric il Rosso, che mise subito in mare la sua barca per andare alla ricerca della terra misteriosa al di là dell’oceano. Non abbiamo una descrizione particolareggiata del suo viaggio. I biondi figli del Nord non erano soliti tenere un diario delle loro imprese: poche indicazioni tecniche per i marinai che in futuro avessero voluto seguire la loro rotta e il resto era lasciato ai racconti da ripetersi la sera accanto al fuoco una volta tornati a casa. Quando riuscivano a tornare. Non è difficile però immaginare le difficoltà incontrate dal temerario Leif e dai suoi uomini percorrendo tratti di mare in tempesta infestati dagli iceberg e con visibilità zero. Solo un coraggio senza limiti e una conoscenza del mare come noi, oggi, non riusciamo nemmeno ad immaginare possono aver consentito una simile impresa.
Intorno all’anno Mille, dunque, Leif sarebbe approdato in America. Cinquecento anni prima di Cristoforo Colombo. Lo sbarco sarebbe avvenuto nella zona oggi compresa tra New York e Boston. È credibile il racconto delle saghe nordiche? C’è chi giura di sì ed enumera, a conforto della sua tesi, i numerosi reperti archeologici di origine vichinga scoperti, anche di recente, in varie località degli Stati Uniti. Ma per molti altri si tratta di puri e semplici indizi che non proverebbero un bel nulla. Dal momento che a dibattere sono scienziati di chiara fama, non è il caso di metterne in dubbio la buona fede. Resta il fatto che, per uno strano gioco del destino, tutte le tracce trovate fino ad ora si prestano a diverse interpretazioni. L’interrogativo, insomma, resta aperto: Bjarni, Leif e gli altri eroi delle saghe vichinghe sono stati i più grandi navigatori mai esistiti o semplicemente dei visionari?

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Cesare, Lucrezia e il santo padre – SECONDA PARTE

mistero

 

 

 

 

Un misterioso assassinio
Mentre la voce dei torbidi rapporti tra i Borgia aveva indotto Lucrezia a rinchiudersi nel monastero di San Sisto, sulla Via Ai5pia, un’altra notizia sconvolse Roma: l’assassinio di Giovanni Borgia, duca di Gandia, da poco nominato capitano generale delle milizie pontificie. Tra il popolo si sparse subito la notizia che a ucciderlo era stato il fratello Cesare per strappargli la carica. Un’altra calunnia, probabilmente, ma anche a questa molti prestarono fede e aumentò l’orrore che ormai il nome dei Borgia suscitava ovunque.
Il fatto avvenne nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1497. I due fratelli erano stati invitati a cena dalla madre. La tavola era stata apparecchiata nel giardino della villa che Vannozza possedeva nei pressi di San Pietro in Vincoli. Oltre a Giovanni e a Cesare erano presenti il loro fratello Goffredo principe di Squillace con la moglie Sancia, il cardinale Francesco Borgia, figlio di Callisto III, don Rodrigo Borgia, capitano del palazzo apostolico, e don Alfonso, nipote di Alessandro VI. La serata si svolse nel modo più piacevole ma fu turbata, anche se solo per qualche istante, dall’apparizione di un misterioso individuo mascherato che bisbigliò qualcosa all’orecchio del duca di Gandia. A tarda ora la comitiva si sciolse.

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Cesare, Lucrezia e il santo padre – PRIMA PARTE

mistero

 

Cinquanta cortigiane nude si rincorrono camminando carponi facendo una sorta di slalom intorno a una fila di candelieri posti sul pavimento: una gara alquanto insolita e piccante.. Lo è ancora di più se si pensa che alla singolare scenetta assistono divertiti un papa e due dei suoi numerosi figli. Il pontefice è Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, i due figli sono Cesare e Lucrezia. La notizia è riportata da un cronista dell’epoca che, scrivendo oltre, aggiunge nuovi sconcertanti particolari. Se dobbiamo prestargli fede, la conclusione della serata fu tale da far apparire la corsa delle cortigiane un innocente giochetto tra educande. Sono racconti come questo — ma c’è di molto peggio — che hanno gettato addosso ai Borgia una coltre di fango difficile da rimuovere anche a distanza di cinque secoli. Orge, omicidi, rapporti incestuosi tra padre e figlia, tra fratello e sorella, intrighi, tradimenti, torture, crudeltà di ogni genere, depravazioni per tutti i gusti: nella storia è difficile trovare una casata sulla quale siano state scagliate tante accuse. E non solo dai contemporanei. La storiografia successiva ha tenuto viva nei secoli la fama di turpitudine dei Borgia aggiungendo sempre nuovi particolari alle loro infamie. Oggi però si tende a ritenere che molte delle accuse loro rivolte siano false o quanto meno esagerate. Anzi c’è chi, a furia di cercare attenuanti e nello sforzo di ristabilire una verità storica troppo a lungo alterata, giunge addirittura a negare tutte le voci corse sul loro conto, incorrendo in incauti tentativi di riabilitazione che, francamente, sembrano altrettanto eccessivi.
In realtà non ci sono prove certe delle malefatte dei Borgia. Ci sono i pettegolezzi raccolti nelle corti europee e nella stessa Roma, ci sono i racconti dei cronisti, ci sono mucchi di lettere ma sulla loro attendibilità è lecito avanzare qualche dubbio. Così l’interrogativo rimane: Alessandro VI, Cesare e Lucrezia Borgia erano veramente dei mostri?

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Miti e simboli di Pasqua

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Pasqua,festa magica e solare del perenne ritorno della luce e della vita, non a caso segue così da vicino l’equinozio di primavera.

Eun vero peccato che, oggi, presi come siamo da considerazioni di ordine materiale — che per alcuni riguardano semplicemente il profitto a ogni costo, per altri la sopravvivenza a qualsiasi prezzo —, in preda al disincanto, non diamo più alle feste incluse nel nostro calendario il senso reale e vivo che possedevano all’epoca in cui furono create dai nostri antenati.
Più che un senso, queste feste, dette di calendario, avevano un significato simbolico. Collegavano gli uomini ai grandi principi della natura, in un epoca in cui l’amore nei confronti di quest’ultima, dei suoi segreti, dei suoi ritmi volevano veramente dire qualcosa. Ritmi e riti si confondevano.
Nel riprodurre con riti i grandi momenti che scandivano i movimenti ciclici della natura, l’uomo si accordava a essa, al suo ritmo, utilizzava il suo linguaggio, comunicava con essa.

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I simboli universali: La sorgente

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La sorgente è un simbolo di purezza. Ritornarvi è come ritrovare la propria purezza originale, riscoprire l’organo sensoriale dell’anima.

La sorgente è di grande ricchezza simbolica e mistica. Fisicamente, è l’anello della catena senza il quale il ciclo dell’acqua non potrebbe prodursi. Dopo una vita sotterranea, nelle falde freatiche della Terra, sgorga, diventa rivo o ruscello, poi torrente che man mano si ingrossa, si gonfia e si trasforma in fiume, che si allarga sempre di più fino a gettarsi nel mare e proseguire ancora il suo corso nelle correnti agitate, molteplici e incrociate che si cavalcano e s’intrecciano nell’oceano.
Ritorna poi allo stato di vapore, si sposta nell’atmosfera terrestre e ricade sotto forma di pioggia, scorre sulla superficie terrestre o penetra dentro di essa fino nelle sue viscere per zampillare di nuovo, in un posto o in un altro, come sorgente .

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I simboli universali: La montagna

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Luogo inaccessibile, punto d’incontro tra il Cielo e gli dei, la montagna, la cui vetta misteriosa è spesso avvolta dalle nubi, è una rappresentazione dell’asse del mondo che ha dato origine a tali leggende.

La montagna è un ponte, un luogo di passaggio tra il Cielo e la Terra e viceversa. A lungo vissuta come un luogo ostile e inaccessibile, sulla cui cima si scatenavano gli elementi (il fuoco del vulcano o il fuoco opposto del ghiaccio e delle nevi che tutto brucia allo stesso modo, e poi le tempeste e le bufere), la montagna è considerata in primo luogo come la sede degli dei presenti sulla Terra; quindi, è probabilmente il luogo consacrato, privilegiato, che gli dei scelgono per venire sulla Terra; da ultimo, è il luogo sacro, benedetto, proibito al profano, ove avviene l’incontro tra gli dei e l’uomo, dove l’uomo eletto o temerario che compie l’ascesa al monte divino vede il dio che è disceso fino a lui. In cima alla montagna, l’uomo e gli dei entrano in relazione.

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I simboli universali: Il labirinto

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Come il cerchio, la croce e la spirale, con i quali ha d’altronde numerose analogie, il labirinto è un simbolo universale.

presente in tutto il mondo, in tutte le culture e le civiltà, lo ritroviamo in particolare in Grecia, fin dal V millennio a.C., soprattutto su ceramiche, ma anche in precedenza in incisioni rupestri risalenti al VI millennio, scoperte nelle Alpi italiane. Ebbe un posto rilevante anche presso gli indiani d’America, in particolare presso gli Incas, in Perù, dove sono state scoperte immense figure che richiamano il labirinto, sugli altopiani della Cordigliera delle Ande, nella valle di Nasca, alcune delle quali raggiungono una lunghezza di 120 metri e che si ritiene siano state realizzate tra il 300 e il 600 d.C. Ma nell’antichità il labirinto fu anche rappresentato in Egitto e in Siria, in India e in Tibet, in Africa, dalle diverse popolazioni delle isole australi, e, naturalmente, anche in Europa: in breve, dappertutto. Più recentemente, l’Europa delle cattedrali e delle costruzioni dell’epoca gotica, adottò la figura del labirinto per creare numerose vetrate.

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I simboli universali: Il loto e la rosa

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Considerati fiori mistici, erotici, divini e d’amore, il loto e la rosa sono rappresentazioni dell’anima e del cuore, i beni più preziosi dell’uomo.

IL LOTO
Gli Egiziani amavano i fiori, le piante, gli alberi. Nell’Antico Egitto, si viveva circondati dai fiori, se ne regalavano di frequente e, naturalmente, ne venivano offerti ai morti. Oltre al fiordaliso, al papavero, al crisantemo, all’iris, al gelsomino, alla malva, alla mandragola, alla speronella e alla ninfea gialla, uno dei fiori più apprezzati, se non addirittura quello che ricopriva il posto d’onore, era il loto azzurro o bianco, la più bella delle ninfee, il fiore sacro. Secondo un’antica leggenda egiziana, questo fiore aveva dato vita a Nekheb Kaou, il grande serpente originario e immortale che riuniva in sé tutti i ka, o energie vitali della Terra e che, naturalmente. viveva nel Noun. l’Oceano primordiale dal quale è sgorgata ogni forma di vita. Secondo un’altra leggenda egiziana, era merito del loto se il Sole poteva rinascere al mattino e lanciarsi nella sua corsa.

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